La donna che fuggì a cavallo, racconto esotico o dell’orrore?

D.H. Lawrence scrisse questo racconto a quarant’anni, di ritorno da un viaggio in Messico. Quando lo si legge per la prima volta, magari avendo già all’attivo il suo romanzo più famoso (L’amante di Lady Chatterley),  ci si chiede cosa lo abbia spinto a scrivere questa storia. Il racconto si apre con un incipit piuttosto innocuo, che non lascia presagire nulla di ciò che attende l’affascinante ragazza californiana di Berkeley, reclusa tra i monti del Chihuahua, sotto lo sguardo vigile di un marito geloso che la considera poco più di una proprietà da amministrare, insieme ai loro due figli:

Aveva pensato, chissà come,
che quel matrimonio sarebbe stato un’avventura.1

Foto di Max Letek su Unsplash. Scultura AztecaMixteca, XV-XVI secolo d.C.

Ma di avventuroso in quel matrimonio non c’era proprio nulla, bastano poche frasi per capirlo:

[…] con la Ford malandata suo marito la portava nella morta e stramorta cittaduzza spagnola dimenticata fra i monti. La grande chiesa morta riarsa al sole, i morti portali, il desolato mercato coperto, dove, alla prima venuta, aveva visto un cane morto tra i banchi della carne e della verdura, steso là come sempre, senza che nessuno si curasse di buttarlo via. Morte nella morte.

Lawrence utilizza sette volte la parola morta (o morte) in questo brano, un’enfasi che non può non mettere subito in allarme il lettore attento. Apparentemente, solo la noia, un po’ di curiosità e uno sciocco romanticismo spingono la protagonista, da un giorno all’altro e all’insaputa di tutti, a partire col suo cavallo in cerca di avventura. In realtà, quello che si cela dietro questo personaggio femminile è un irrefrenabile impulso, guidato da altrettanta determinazione, di soddisfare i propri desideri, caratteristica tipica delle donne nate dalla sua penna, donne che non temono né misurano le conseguenze delle loro azioni. La nostra protagonista decide infatti, senza alcun rimorso, di abbandonare marito e figli per andare alla ricerca di quei ‘meravigliosi indiani’ descritti da un loro conoscente durante una cena, i Chilchui – antichi discendenti del popolo azteco e di Montezuma, e lo fa cavalcando il suo roano, in preda a una strana euforia che evaporerà ben presto; basteranno le prime luci dell’alba al termine di una notte trascorsa all’addiaccio:

[…] Si sentiva come una che è morta e passata oltre. Le parve di aver forse udito, durante la notte, uno schianto al centro di sé, lo schianto della propria morte. Oppure era uno schianto al centro della terra, e significava qualcosa di importante e misterioso.

Ancora la parola morte, il confine di una vita tranquilla e ordinaria è stato varcato, un mondo parallelo e sconosciuto le si apre davanti, forse quell’avventura tanto desiderata sta per cominciare, e anche se non sa di preciso dove sta andando né perché, non nasconde a se stessa quella strana sensazione che prova, quel non avere più una volontà propria, quel sentirsi trasportata  dagli eventi. Sul suo cammino incontra tre uomini ai quali dice di volersi recare dai Chilchui, per vedere le loro case e conoscere i loro dèi. Riprendono il cammino insieme ma, a un certo punto, uno di loro le rivolge uno sguardo:

[…] nero, lucente, inumano, e in lei non vedeva affatto una donna. Come se lei fosse una strana, inspiegabile cosa, a lui comprensibile ma avversa.

I tre appartengono alla tribù sacra che la donna sta cercando di raggiungere; da quel momento in poi, al lettore verrà svelato, pagina dopo pagina, l’oscuro destino della donna,  il suo arrivo tra i Chilchui, la sua orrenda fine, la ferocia e la brama che guidano il cacicco e i suoi uomini a compiere un sacrifico umano per riconquistare il potere del dio Sole, dominare sugli uomini e riottenere il favore di tutti gli dèi.
Pur non essendo considerato un racconto dell’orrore, non si può non provare una certa repellenza e avvertire un certo scarto tra ciò che viene compiuto e descritto alla fine del racconto e ciò che la donna desiderava al suo inizio. Talvolta viene classificato come ‘racconto esotico’, forse perché ambientato nel Nuovo Mondo e perché richiama le antiche civiltà precolombiane, con i suoi riti magici, i suoi incantesimi e le forze cosmiche a plasmare la vita, ma è ben più di questo.


«Lawrence è uno scrittore che ha qualcosa da dire. Non solo: Lawrence ha molte cose da dire. Dirò di più: non è contento se non ha qualcosa da dire. E quello che dice lo deve dire con passione, con furia, con una sincerità esacerbata e morbosa, come una persona afflitta da ipertrofia patologica della sincerità.»2
E già, altro che racconto esotico! Lawrence, in questo caso, ha preso spunto da ciò che il suo viaggio in Messico gli ha svelato a proposito di oscure e misteriose leggende, di sacrifici umani veri o presunti, di tribù antiche, ma è solo un pretesto per dire (…a proposito di cose da dire) che di rado scegliamo di fare i conti con la nostra identità reale, il nostro essere più profondo, le nostre pulsioni e il nostro “bisogno di sopravvivere, per quanti  cieli ci siano crollati addosso”3, perché farlo potrebbe significare spogliarci di ciò che crediamo di essere per scoprire  e diventare ciò che intimamente siamo: ecco il perché di questo racconto.

* * *

E noi?
Cos’è che di noi  vediamo, quando guardiamo il nostro volto riflesso sullo specchio? Cos’è che sentiamo, quando il quotidiano ci soffoca e il desiderio ci strugge?
Cos’è che speriamo, quando l’aridità interiore viene solleticata da ciò che sembra un’avventura ma  potrebbe rivelarsi la nostra rovina?
Forse siamo noi stessi ‘case occupate’ nell’accezione di Cortázar, non da entità misteriose ma dai nostri  sogni che non si avverano e dagli incubi che non svaniscono. E allora, come Macbeth, dobbiamo essere pronti a decidere se inciampare o saltare il gradino che troviamo sulla nostra strada4, altrimenti dateci un roano e fuggiremo da noi stessi!

  1. L’incipit e tutti i brani citati del racconto sono tratti da  La donna che fuggì a cavallo di D.H.Lawrence, traduzione di Franco Salvatorelli, collana Piccola Biblioteca Adelphi.
  2. Dalla prefazione a cura di Guido Almansi, edizione Rizzoli del 1988 di L’amante di Lady Chatterley di D.H.Lawrence.
  3. L’amante di Lady Chatterley di D.H.Lawrence, traduzione di Adriana Dell’Orto, edizione Rizzoli, p. 35
  4. Macbeth di Shakespeare, edizione Garzanti, traduzione di Antonio Meo, atto I, scena V:
    «È un gradino in cui devo inciampare, a meno di non saltarlo, perché sta sulla mia strada. Stelle, spegnete la vostra fiamma! La luce non veda i miei tenebrosi e cupi desideri. L’occhio non veda quello che la mano fa! Pure avvenga ciò che, una volta compiuto, l’occhio paventerà di vedere.»
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