Nove cose buone per le vacanze di Natale (secondo noi)

Ormai è tradizione. Questo è il nostro quarto Natale e, come ogni anno (e ogni redazione che si rispetti), ci presentiamo con la lista di consigli di lettura e compagnia bella. Be’,a dire il vero, quest’anno ce la siamo presa un po’ comoda e ci siamo presentati addirittura il giorno stesso di Natale con la nostra listona. 

Foto di Denise Johnson su Unsplash

Perché abbiamo aspettato proprio oggi? 

Semplice: non si tratta di una lista buona per gli acquisti o i regali, ma di un viaggio attraverso l’esperienza stessa del Natale. Quindi, anche se non mancheranno di certo i consigli di lettura, quest’anno abbiamo deciso di allargare il campo e gettare lo sguardo su altri territori. Quali? Lo scoprirete solo leggendo. 

Preparatevi allora, perché sarà un lungo viaggio (e sì: faremo anche una sosta per rifocillarci). 

Andrea Siviero

Red Umbrella, 1960 © Saul Leiter

Certe fotografie hanno in sé qualcosa di universale ed eterno. Anche quando sembrano ritrarre una sconcertante banalità, un istante apparentemente insignificante tra tutti gli istanti possibili, ecco che cominciano a dire qualcosa di più a chi le osserva con attenzione. Ricontestualizzando le parole di Bernie Silver, tassista protagonista del racconto Costruttori di Yates, certe fotografie sono finestre attraverso cui entra la luce, sono aperture su una verità. 

In questo caso la finestra è uno scatto di Saul Leiter, Maestro della fotografia a colori quando la fotografia a colori non era considerata una forma d’arte, ma solo un passatempo per fotoamatori. Protagonista dello scatto è una New York sotto la neve: un soggetto che avrebbe potuto facilmente trasformarsi in un cliché, in una cartolina. Invece il fotografo ha scelto di raccontare quel momento dal sedile posteriore di un’automobile – forse un tipico yellow cab – ritraendo nella cornice del finestrino alcuni passanti che, come ombre inquiete, vagano per le strade di una città sotto la neve. Ne appare una New York poetica e nostalgica, che sembra osservata da qualcuno che sta per salutarla per un tempo indeterminato e cerca di portare con sé un ultimo ricordo. Voglio pensare che questa immagine sia stata anticipata da un breve dialogo con il tassista, forse proprio con il Bernie Silver del racconto di Yates, e quello che possiamo vedere adesso, cristallizzato nel tempo, è il risultato di quel lontano scambio di parole, di quei pensieri che vagano per la mente di un uomo che ha appena scoperto nel riflesso del mondo che lo circonda una verità che lo riguarda da molto vicino.  


Paola C. Sabatini

Hallacas, aguinaldos, cieli stellati, palme, una leggera brezza che soffia dal mare e il ritmo di Los Melodicos o dei Billo’s Caracas Boys in TV: questi gli elementi principali di tutte le feste natalizie della mia infanzia e adolescenza; niente neve, niente freddo, né camino acceso o castagne al fuoco, ma pantaloncini corti, ciabatte infradito e bevande ghiacciate. Come direbbe Andrea Boschi, «essendo il Natale un sentimento che si forgia da piccoli (un po’ come le squadre di calcio)», il mio si è forgiato al caldo e a suon di salsa, solo più tardi ho scoperto e vissuto il Natale europeo.

Quindi, il mio consiglio per quest’anno è di cambiare un po’ le vostre abitudini e di dedicare il tempo natalizio a esplorare usi e costumi altrui, a leggere poesia se non siete per niente avvezzi a farlo, ad aggiornare le vostre playlist bandendo per sempre Mariah Carey e i Wham, a visitare il museo più vicino a casa vostra se non lo avete mai fatto, invece di sospirare perché non potete andare al MET di New York o al Louvre di Parigi, e, infine, a fidarvi del consiglio di un amico-lettore anche se siete dell’idea che nessuno meglio di voi conosca i vostri gusti letterari, tanto, se poi si rivelerà una “sòla” ci penserete l’anno prossimo a consumare la vostra dolce vendetta. Io mi coccolerò rileggendo come ogni anno Persuasione di Jane Austen.

¡Feliz Navidad!

Davide Bovati

Il mio Natale è sempre associato al ricordo delle infinite discussioni. Aizzati da un padre e uno zio con il gusto della dialettica, ci troviamo ad accompagnare infinite portate di cibi e bevande con infiniti fiumi di parole. Argomento principe, come in milioni di altre famiglie italiane, la politica. Quando ad una bancarella dell’usato ho trovato un libro che raccoglie tutte le puntate di un fotoromanzo pubblicato su Candido, sapevo che sarebbe stato il regalo perfetto per mio nonno. Ha compiuto 95 anni lo scorso 18 dicembre e ha conservato una quantità di numeri del giornale satirico diretto da Giovannino Guareschi da qualche parte nella sua grande casa. Ha sempre pensato che il puseé bón dì rus ha sgiacà só pa’ ‘n dal puss ed è uno dei pochi che compra ogni giorno Libero e riesce anche a leggerlo. Il mio consiglio per Natale è questo: provate qualcosa che vi sembra completamente all’opposto dei vostri gusti, delle vostre abitudini, delle vostre convinzioni; chissà che non si trovi qualcosa di buono come queste righe, tratte da Diario clandestino, il racconto della prigionia di Guareschi in un campo tedesco:

Scrissi col lapis, sopra la punteggiatura, come vogliono appunto le convenzioni internazionali che tutelano il diritto delle genti: “Signora, robustizza pacco pentachìlo a 1/2 cedola all’uopàta evitando medicincarte et infiammabili. Pàccami lancorredo, sigartabacco e seccacastagne. Se però credi castagne ben cotte possano giovare al bambino, non inviarle. Non mi manca niente. Di una sola cosa ti prego: che la sera della vigilia di Natale tu imbandisca la tavola nel modo più lieto possibile. Fai schiodare la cassa delle stoviglie e quella della cristalleria; scegli la tovaglia migliore, quella nuovissima piena di ricami; accendi tutte le lampade. E prepara un grosso albero di Natale con tante candeline, e prepara con cura il presepe vicino alla finestra, come l’anno scorso. Signora, io ho bisogno che tu faccia questo. Il mio pensiero ogni notte varca il reticolato: lo so, ti riesce difficile figurarti il mio pensiero che varca il reticolato. Il pensiero è un soffio di niente e non ha volto: e allora figurati che io stesso, ogni notte, esca dal recinto. Figurati un Giovannino leggero come un sogno e trasparente come il vento delle serenissime e gelide notti invernali. Io, ogni notte, approfitto del sonno degli altri e mi affido all’aria e trasvolo rapido gli sconfinati silenzi di terre straniere e città sconosciute. Tutto è buio e triste sotto di me, e io affannosamente vado cercando luce e serenità. Rivedo la Madonnina del Duomo, ma le strade e le piazze non sono più quelle di un tempo, e stento a ritrovare il nostro quarto piano. Signora, non dire che sono il solito temerario se entro in casa dal tetto: anzi, loda la mia prudenza se non mi avventuro lungo le macerie della scala. E poi il tetto è scoperchiato e si fa più presto. Riconosco lo scheletro delle nostre stanze e ricerco i nostri ricordi nascosti sotto i rottami dei muri crollati. Tutto è buio, freddo e triste anche qui, e soltanto se la luna mi assiste riesco a scoprire sui brandelli delle tappezzerie che ancora pendono alle pareti, i riquadri chiari e la topografia dei nostri mobili. Per le strade deserte, cammina soltanto la paura vestita di luna. Su un brano di tappezzeria dell’ex-anticamera vedo un fiorellino. Uno strano fiore nero a cinque petali. Signora, rammenti quando Albertino decorò le nostre stanze con la piccola sciagurata mano intinta nell’inchiostro di China? Inutilmente vado a ricercare vestigia di giorni lieti fra le pareti dell’ufficio; le pareti non ci sono più, e il grande edificio è un cupo mucchio di cemento annerito dal fumo. Fuggo dalla città buia e silenziosa, e rivedo i luoghi dove, zitella, tu mi conoscesti zitello. Ma anche qui è squallida malinconia, e io mi rifugio alla fine nella casupola dove si accatastano i miei ultimi effetti e i miei primi affetti. Tu dormi, Albertino dorme, mia madre, mio padre dormono. Tutti dormono, e cercano forse di ritrovare in sogno il mio ignoto, lontano rifugio. I nostri mobili si affollano disordinatamente nelle esigue stanze immerse nell’ombra, e dentro le polverose casse del solaio le parole dei miei libri si sono gelate. Signora, io cerco un po’ di luce, un po’ di tiepida serenità, e invece non trovo che buio e freddo, e non posso ravvisare nel buio il volto di mio figlio, e sui laghi e sulle spiagge tutto è spento e abbandonato, tutto è silenzio, e io rinavigo verso il recinto e torno al mio pagliericcio portando il gelo nelle ossa del numero 6865. Signora, bisogna che, almeno la notte di Natale, il mio pensiero, fuggendo dal recinto, possa trovare un angolo tiepido e luminoso in cui sostare. Voglio tanta luce: voglio rivedere il vostro volto, voglio rivedere il volto dell’antica serenità. Altrimenti che gusto c’è a fare il prigioniero?” Qui ebbi la sensazione che le 24 righe stessero per finire, e mi interruppi. Le righe erano in effetti 138, e io avevo riempito le 24 mie, le 24 della risposta e altri cinque foglietti che stazionavano nei paraggi. Con estrema cura cancellai tutto e ricominciai da capo: “Signora, robustizza pacco pentachìlo a 1/2 cedola all’uopàta evitando medicincarte et infiammabili. Pàccami lancorredo, sigartabacco…”

Eleonora Paulicelli

Per me il Natale da un po’ di anni è rileggere Dubliners di J. Joyce e in particolare I morti, l’ultimo della raccolta, è il racconto perfetto per le festività. I personaggi principali ruotano tutti intorno alla cena a casa delle signorine Morkan, l’evento più atteso dell’anno da famigliari e amici, e ci sono elementi famigliari a chiunque abbia almeno una volta presieduto a una riunione di famiglia: lo zio Freddy ubriaco impresentabile, i pettegolezzi, i segreti che guarda caso vengono svelati proprio in occasione di questi incontri. Non è la versione edulcorata del clima festivo al quale il marketing ci ha abituato, ma ciò che avviene nella casa di tutti noi durante le feste nel bene e nel male. 


Simone Giulitti

Diciamocelo: non tutti là fuori sono fan sfegatati del Natale. Anzi, per molti la regina delle feste comandante coincide con qualcosa di poco gradevole, un ventaglio di sentimenti che va dallo stressante al malinconico. Se la tradizionale cena con i parenti ha per voi i contorni dell’incubo, certo siete tra quelli che amano riascoltare quel pezzone di Canzone di Natale degli Zen Circus: a dieci anni dalla pubblicazione ormai un vero e proprio classico per gli amanti del genere. Gli Zen con il loro pezzo malinconico, ma anche divertente, sono il perfetto sottofondo musicale per esorcizzare il temuto arrivo del parentado invasore. Il mio consiglio di lettura, per ovviare a quella che l’autore stesso definisce “la ambascia dei giorni di festa”, è Il Presepio di Giorgio Manganelli. In questo libro l’autore parte da un sentimento di diffusa tristezza e malinconia che percepisce nell’aria all’avvicinarsi del giorno di festa, per effettuare un viaggio nel presepio: analizzato, sviscerato e reinventato con l’uso particolarissimo del linguaggio tipicamente manganelliano. Vi lascio con un assaggio: 

L’infelicità del Natale è una infelicità elusiva, viscida, serpentesca, e insieme calamitosa; tutte le imperfezioni, le delicate, squisite imperfezioni dei rapporti umani soffrono sotto il peso di un diniego supremo; il disamore soffocato mostruosamente fiorisce, sotto la nostra pelle si dirama una vegetazione splendidamente disperata. 

Perdersi nelle giravolte linguistiche di Manganelli è sicuramente un ottimo sistema per dimenticare per qualche ora il Natale, giusto il tempo perché la giornata scorra via.


Andrea Boschi

Una delle mie cose preferite, e che più mi esaltano delle feste natalizie, sono i calendari di alcuni dei massimi campionati sportivi del mondo. Mentre la maggior parte dei tornei si fermano per qualche giorno di letargo, alcune di questi invece vanno dritti e, anzi, intensificano gli impegni. Se l’NFL gioca fino al 23 dicembre, e l’NBA addirittura durante il giorno Natale, il tour de force maggiore ce l’hanno i calciatori della Premier League inglese, dove Natale fa rima con boxing day, altra inscalfibile tradizione: tre partite nell’arco di sette giorni, e due di queste rigorosamente il giorno di Santo Stefano e il primo dell’anno. 

Per noi appassionati è un momento eccezionale perché, letteralmente ogni giorno, c’è una partita da guardare, di calcio e non. Benché tutto questo avvenga nei giorni clou delle feste natalizie, e nonostante in molte zone, soprattutto in alcuni stati americani, il clima sia decisamente ostile, sono appuntamenti seguitissimi e irrinunciabili per i tifosi. A proposito, se siete dalle parti del Lambeau Field, Wisconsin, sappiate che i Green Bay Packers pagano dodici dollari l’ora a chi si propone di spalare le tribune dalla neve.

Davvero, c’è qualcosa di più fotogenico e surreale di uno scatto di sport sotto la neve?

Quello che farò a Natale, quindi, sarà posare i libri per qualche giorno sullo scaffale, gustandomi l’atmosfera epica e pittoresca dello sport natalizio e solo dopo, magari, sull’onda della trance agonistica da divano, riprendere qualche racconto dalla raccolta Fuori dai giochi. I racconti della grazia, dell’agonismo e del corpo di F. Scott Fitzgerald.


Linda Scapigliati

Se mi volto indietro a guardare il momento in cui ho sviluppato piena consapevolezza del Natale, l’immagine che mi accoglie è il ritratto di un 25 dicembre qualsiasi della mia infanzia, in cui gli arredi fissi erano pochi ma decisamente irrinunciabili; il profumo delle lasagne e dei crostini che si mischiava alla voce di Alessandra Martines in Fantaghirò (che Natale sarebbe stato senza Romualdo o la pietra parlante?), la tombolata in famiglia che durava meno di quanto avrei desiderato, e i cartoni animati della Disney che finivano sempre troppo in fretta. Il mio primo consiglio, quindi, per ovviare al trauma che il tempo scorre e, ahinoi, non siamo più i bambini a cui i “grandi” facevano i regali, è quello di circondarci di persone che sopportino il fatto che no, non si è mai troppo cresciuti per guardare Fantaghirò e che no, la tombola non è solo un gioco da circolino sociale. Se poi siete anche dei lettori – cosa direi abbastanza scontata – ma vi reputate troppo adulti (che parola snob) per piazzarvi sul divano di casa in piena fase digestiva, con tanto di copertina e tisana, per gustarvi un cartone animato, il libro che fa per voi è Un cigno selvatico di Michael Cunningham, che vi permetterà di immergervi nuovamente in mondi incantati ma con risvolti completamente diversi. I protagonisti dei nostri ricordi di bambini, da Hansel e Gretel alla Bestia, sono rivisitati in chiave moderna, per descriverceli più umani e deboli, e per mostrarci quanto la quotidianità sia anti-fiabesca, perfino se ti chiami Biancaneve. La cosa più eroica da fare è accettarlo, e accettarci con tutti i nostri limiti.


Andrea Storti

C’è una bambina che non trova nessuno con cui giocare. La madre è impegnata, il padre pure, la sorella non vuole essere scocciata. La bambina si annoia a stare sola, ma poi scorge qualcosa sul pavimento, un pastello rosso. Lo prende e, magicamente, la porta che disegna sul muro diventa reale e si apre su un luogo magico dove non c’è modo di rimanere senza avventure da intraprendere.

È la trama di un libro? No. È il punto di avvio di tre volumi. Anzi, di tre silent book, ovvero libri senza parole. Sì! Libri che non si leggono. O meglio, si leggono osservando le immagini e, proprio per questo, adatti a tutti. Sono Viaggio, Scoperta e Ritorno, di Aaron Becker, editi in Italia da Feltrinelli.

Questa trilogia è il mio consiglio di Natale perché credo contenga tutti gli ingredienti per questa festività: la fantasia, indispensabile tra la neve, le luci e Babbo Natale. Lo stare insieme, perché è bello essere una famiglia, ma anche lo stare da soli, perché sì, ci vuole anche a Natale un po’ di relax. E poi i colori, che servono tutti per vedere bene le cose, e la scoperta e la meraviglia suscitate da ogni voltar di pagina. E sì, la possibilità di stupire sia i grandi che i piccini, perché il Natale è di tutti.


Maria Di Biase

Mi aggiungo in coda per colmare una grande lacuna. Abbagliati da teatro, musica e libri, scatti rubati, eroine televisive e campionati sportivi, mi accorgo che abbiamo tralasciato un argomento fondamentale: il cibo. Possibile che nessuno si sia soffermato ad approfondire l’aspetto culinario del Natale? 

Perciò eccomi qua, fiera rappresentante di un meridione che si approssima a cene e cenoni come se dovesse affrontare un’intera stagione olimpica. C’è chi comincia a ridurre l’apporto calorico un paio di mesi prima, soltanto per arrivare al pranzo di Natale a credito di sensi di colpa. 

Per dare un’impronta culturale a un bisogno primario e primitivo, possiamo allietare le nostre papille gustative con una ricetta letteraria. Il mio consiglio è di spulciare il blog The Little Library Café – Food inspired by literature from Kate Young

Il blog di Kate è una delizia, in ogni senso possibile. Potete navigare tra ispirazioni per Brunch, Cakes e Biscuits (una menzione d’onore va alla pagina Sweets and Chocolates: qui trovate i celebri French Bonbons di Louisa May Alcott). Le madeleine di Proust sono nel reparto Afternoon Tea

Io ho apprezzato molto la sezione Bread, per amore della prospettiva: un conto è gustare un Fried Chicken and Rolls come quello che appare nel romanzo Il buio oltre la siepe, un conto è mangiare pollo fritto. Tutt’altro sapore, non trovate? Meglio un Bacon Toast da Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett o un “misero” panino con la pancetta? 

Il sito ha anche una selezione Vegetarian, per non scontentare nessuno, e Drinks, per mettere tutti d’accordo. Ma, nel rispetto del tema di oggi, attingo dalla sezione Christmas per condividere la ricetta delle Mince Pies di Charlotte Bronte. 

Cosa vi occorre:

Ripieno

100 g di zucchero di canna
60 ml di Porto
150g di uvetta
2 clementine
2 mele piccole
1 cucchiaino di zenzero in polvere
1/2 cc di chiodi di garofano macinati
1 cc di cannella
½ cc di vaniglia
¼ cc di estratto di mandorle
2 cc di miele

Impasto

90g di burro
360 g di farina
2 clementine
Un pizzico di sale
Zucchero a velo a pioggia

Per le fasi della preparazione e i tempi di cottura vi rimando alle istruzioni di Kate, con la consapevolezza che anche quest’anno cominceremo la dieta l’anno prossimo. Almeno potremmo dire di aver mangiato alla stessa tavola di Jane Eyre, più o meno. Per accompagnare il dolce, suggerisco un assaggio della piccola biblioteca di cucina letteraria di Slow Food Editore: cibo e letteratura, senza grassi aggiunti.

Buon Natale da tutta la redazione di Tre racconti!

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