La chiave a stella di Primo Levi, il riflesso della verità

Primo Levi la chiave a stella

 

L’incipit, per lo scrittore accorto, ha un’importanza fondamentale. È una parte della narrazione a cui dedicare particolare cura. Non ha infatti solo la funzione di convincere il lettore a proseguire nella lettura, ma è anche uno spazio utile per dare indicazioni al viaggiatore meno sprovveduto, in modo che non si perda nulla durante il viaggio. È un luogo dove sappiamo che potremmo trovare qualcosa di utile. Quelle che seguono sono le prime righe della raccolta di racconti La chiave a stella di Primo levi, vediamo cosa hanno da dirci:

Eh no: tutto non le posso dire. O che le dico il paese, o che le racconto il fatto: io però, fossi in lei, sceglierei il fatto, perché è un bel fatto. Lei poi, se proprio lo vuole raccontare, ci lavora sopra, lo rettifica, lo smeriglia, toglie le bavature, gli dà un po’ di bombé e tira fuori una storia; e di storie, ben che sono più giovane di lei, me ne sono capitate diverse. Il paese magari lo indovina, così non ci rimette niente; ma se glielo dico io, il paese, finisce che vado nelle grane, perché quelli sono brava gente ma un po’ permalosa”.

Chi parla? Questa è la prima domanda da farsi: infatti siamo di fronte a qualcuno che parla e dice, in una lingua che è quella rilassata e semplice della narrazione orale, con una inflessione che è sicuramente settentrionale e con regionalismi che gli autoctoni o i più attenti potrebbero addirittura riconoscere come piemontesi. Il nostro oratore poi, parla per metafore e usa quelle del suo mestiere: rettifica, smeriglia, bavature, bombé: forse è un operaio specializzato, sicuramente uno che col metallo ci lavora magari un tornitore.  Una prima spia si è accesa e le nostre teorie sono confermate quando l’identità del parlante ci viene svelata dal narratore poco dopo: si chiama Libertino Faussone, tecnico specializzato nel montaggio delle gru e per questo grande viaggiatore, le sue competenze sono richieste in tutto il mondo e lui è sempre stato un animo inquieto.

Nella camera degli specchi

È affidabile? Dalla prima riga già si autocensura «tutto non le posso dire» in funzione di un rispetto per un paese misterioso, ma dovremmo averlo ormai capito anche noi che quando si racconta un fatto a furia di bombarlo e di limarlo proprio uguale a come era in principio non sarà mai. Inoltre, come spiega Demetrio Paolin su Il Tascabile: «Alle nostre orecchie, abituate alla parlata piemontese, la parola “faussone” suona simile a “faus” ovvero un aggettivo molto usato nel dialetto per significare “falso” o “finto”».

Veri oppure no, Faussone e il suo lavoro saranno i protagonisti dei 14 episodi che compongono la raccolta mentre il suo narratore – e ascoltatore – prenderà con lo scorrere delle pagine sempre più la fisionomia di Levi stesso: un chimico che di mestiere fa anche lo scrittore e che si trova in Unione Sovietica per lavoro, un viaggio questo realmente accaduto, come probabilmente tutte le storie di tralicci e piattaforme contenute ne La chiave a stella, incorniciate dai dialoghi e dalle discussioni tra Levi e Faussone. Ma stiamo anticipando troppo, torniamo al nostro incipit.

 

Il Primo Levi scrittore inizia la sua storia con le parole di un suo personaggio, tecnico specializzato in veste di affabulatore, che spiega al Primo Levi personaggio come si confeziona una storia: si prende un fatto, qualcosa di vero, di grezzo profondo e vivo e lo si trasforma, con malizia (un altro termine usato da Levi e connotato in un certo modo nel settentrione, significa cioè avere una grande conoscenza pratica) per renderlo qualcosa di nuovo, e se proseguiamo la metafora della lavorazione meccanica, anche qualcosa di utile. Non è più ciò che era all’origine, non è l’originale, ma è forse meno vero? Faussone è esistito o sono esistiti tanti Faussoni, ognuno con la sua storia più o meno bombata?

Siamo entrati senza accorgerci in un labirinto di specchi e le rifrazioni continuano all’infinito. L’autore torinese infatti andava orgoglioso della sua doppia professione: di chimico e di umanista, portatore razionale di conoscenze tecniche e razionali ma anche affabulatore e curioso dell’uomo e del narrare.

Il racconto del lager fu necessità di testimoniare, ma il racconto della liberazione, La tregua, nacque subito come piacere di raccontare e prima che come libro come narrazione orale delle sue avventure in Russia fatte ad amici e parenti. Le storie a Faussone sono capitate, sono bei fatti, ma è quando comincia a raccontarle che nascono veramente, attraverso una riflessione e una lavorazione che non ha nulla di meno complesso rispetto a quella di un pezzo di precisione. E cosa fa un grande scrittore se non provare per tutta la vita a raccontare, con la tecnica e la finzione, qualcosa di vero? Scrive così Maria di Biase in uno dei primi articoli pubblicati su Tre racconti:

Tempo fa, a uno scrittore che difendeva il suo racconto perché “quella che ho scritto è una cosa che mi è successa veramente”, ho dovuto spiegare che vivere non vuol dire saper scrivere, che non per forza si è in grado di produrre qualcosa di credibile in senso letterario solo perché ci siamo passati, altrimenti saremmo tutti i più grandi scrittori di noi stessi, i diari sostituirebbero i romanzi e non ci sarebbe alcuna distinzione tra cronaca e narrativa. L’esperienza può aiutare a sbloccare alcuni meccanismi, a svelare qualcosa di più profondo, ma il fatto in sé non basta a reggere una storia compiuta.

Lo scrittore chimico

La sensazione è quindi di essere di fronte a uno dei più grandi scrittori italiani del novecento non può che trovare conferma anche solo dalle prime righe de La chiave a stella. Quello che stiamo leggendo si palesa fin da subito come un racconto sul raccontare, una riflessione intima e partecipata sulla scrittura. Emoziona e coinvolge non per quello che racconta (comprereste un libro che parla dei problemi di montaggio di una gru?) ma per come lo fa. Nessuno “nasce” scrittore e Primo Levi non è diventato tale solo grazie alla sua tragica esperienza di vita, ma con studio e passione. Fare letteratura è un po’ questo: pesare, selezionare e assemblare parole, cercando di essere il più consapevoli possibile di ciò che si fa e di come lo si fa; realisti certo, che si sta maneggiando una materia instabile, che potrebbe dare risultati variabili e imprevedibili a volte, ma da affrontare con la stessa lucidità scientifica con cui un chimico tenta di ottenere delle molecole, o un gruista a montare un traliccio per l’estrazione petrolifera tra le onde del mare di Bering.

 

Amare il proprio lavoro, infondendo cura, malizia, coscienza, in tutto ciò che si fa è la cosa più utile che ci da questo romanzo a episodi, questi racconti incorniciati. Se leggendo Primo Levi lo troviamo così umano, così vicino, così sensibile non è solo per la sua esperienza umana, ma perché questo è il riflesso che ha voluto lasciarci di sé. Raccontare delle proprie incertezze e del tormento del creatore nel 1978, scrivendo racconti di letteratura industriale, verso la fine di una stagione storica che aveva sconvolto il mondo del lavoro.

Così può capitare che uno scriva con entusiasmo una pagina, o anche un libro intero, e poi si accorga che non va bene, che è pasticciato, sciocco, già scritto, mancante, eccessivo, inutile; e allora si rattristi, e gli vengano in mente delle idee sul genere di quelle che aveva lui quella sera, e cioè mediti di cambiare mestiere, aria e pelle, e magari di mettersi a fare il montatore. Ma può anche capitare che uno scriva delle cose, appunto, pasticciate e inutili (e questo accade sovente) e non se ne accorga o non se ne voglia accorgere, il che è ben possibile, perché la carta è un materiale troppo tollerante. Le puoi scrivere sopra qualunque enormità, e non protesta mai: non fa come il legname delle armature nelle gallerie di miniera, che scricchiola quando è sovraccarico e sta per venire un crollo. Nel mestiere di scrivere la strumentazione e i segnali d’allarme sono rudimentali: non c’è nemmeno l’equivalente della squadra e del filo a piombo. Ma se una pagina non va se ne accorge chi legge, quando ormai è troppo tardi, e allora si mette male: anche perché quella pagina è opera tua e solo tua, non hai scuse né pretesti, ne rispondi appieno.

Nella camera degli specchi cerchiamo l’origine dell’immagine tra rimbalzi e deformazioni: un sorriso placido che nasconde profonde inquietudini, una scrittura semplice che rivela un mestiere e una malizia straordinarie. La letteratura è finzione, è solo il riflesso della vita vera, ma è l’unico modo per guardarci in volto.

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