La metamorfosi di John Cheever

Fontanellato è una graziosa cittadina nella bassa parmense. Il piccolo borgo conserva al centro un fossato e all’interno del fossato una meravigliosa rocca medievale, la quale custodisce tra le sue mura una piccolissima stanza (ci possono entrare solo poche persone alla volta) con uno dei capolavori dell’arte italiana. Nella cosiddetta “Stufetta” il Parmigianino ha infatti affrescato una scena che rappresenta il mito di Diana e Atteone: il giovane cacciatore, scorta per caso la dea al bagno senza veli, viene immediatamente trasformato in cervo senza alcuna possibilità di replica, saranno i suoi stessi cani a sbranarlo non riconoscendolo nelle sue fattezze ungulate.

John Cheever metamorfosi
Parmigianino, dettaglio dalla Stufetta di Diana e Atteone

La mitologia classica è infarcita di scene cruente: mostri ed eroi che si ammazzano a vicenda, parenti che si uccidono, copulano o peggio, si mangiano a vicenda. Gli dei sono facili all’ira e a volte basta essere dalla parte sbagliata di un litigio familiare per essere stritolato insieme ai propri figli da enormi serpenti marini o non poter tornare a casa per vent’anni. Il sangue dei figli porta le colpe dei genitori e molto spesso è solo grazie a complicate genealogie che si prova a capire cosa ha fatto di sbagliato un comune cacciatore per meritarsi una pena tanto crudele. Bisogna riconoscere che però nella maggior parte dei casi gli umani ci mettono del loro: non perdono occasione di sfidare l’autorità e trasformare giovani ragazze in ragno è solo un modo per ricordare a tutti chi comanda. Forse è per questo che il mito di Atteone è così affascinante: non si capisce bene quanta colpa abbia avuto il giovane cacciatore, nel capitare per caso dove la sua dea (Diana è la selvaggia protettrice della caccia) stava facendo un bagno. Così recita l’iscrizione sotto l’affresco:

A Diana. Dì, o dea, perché, se è la sorte che ha condotto qui il misero Atteone, egli è dato da te come cibo ai suoi cani? Solo per una colpa è lecito che i mortali patiscano una pena: una tale ira non si addice alle dee.

Sono passate solo poche settimane da quando io e la mia ragazza decidemmo quasi per caso di visitare il castello (siamo giovani e collaborare a una rivista letteraria non è particolarmente remunerativo) eppure mi ci sono volute ben tre riletture per capire che mi trovavo di fronte alla stessa storia, solo ambientata da qualche parte a New York e raccontata da John Cheever.

Una mini-raccolta intitolata Le metamorfosi (!) e pubblicata nel 1963 sul suo New Yorker, e che contiene quattro racconti, tutti di ispirazione classica, o quasi. Non si tende a considerare Cheever uno scrittore fantastico, nel senso del genere letterario: nella gran parte dei suoi racconti i personaggi sono tratteggiati in modo realistico e si muovono quasi sempre in uno spazio ben definito, dentro e fuori da New York e le sue infinite aree suburbane che si stemperano nelle campagne dell’Empire State, dentro e fuori una classe media in cerca di identità. Eppure sono molti i racconti in cui la presenza di una smagliatura nella percezione del reale è indice di una profonda tragedia strisciante. E non parlo ovviamente solo del capolavoro Il nuotatore, con la sue sovrapposizione spaziotemporale tra realtà e autosuggestione ma anche della presenza vampiresca di Ballata o dell’infestazione de Il furgone scarlatto o ancora del citatissimo Una radio straordinaria. In tutti questi racconti la presenza di qualcosa di strano, di non corretto nella sequenza del mondo, viene utilizzato come punto di partenza per un’analisi più approfondita delle insicurezze e delle miserie dell’uomo.

Ed è anche il caso della storia di Larry Acteon (!) un aitante banchiere nel fiore dei suoi anni che, spinto dall’entusiasmo per aver risolto un problema di affari, irrompe nello studio di uno dei soci e lo sorprende nudo, insieme alla signora Vuiton, da poco subentrata al marito socio anziano e defunto, nuda (!). Lascio a voi la lettura e la fine di Larry, allevatore di cani (!) per soffermarmi su quanto il personaggio pensa alla seconda pagina:

Non aveva visto niente di straordinario, ripeteva tra sé. Ma non c’era niente di ordinario nel biancore di quella pelle né in quello sguardo potente e controllato. Si ripeté che non aveva fatto niente di male, ma al di là di tutti i suoi ragionamenti sul bene e sul male, sui meriti e sulle ricompense, c’era strisciante la natura testarda e dolorosa delle cose, e lui sapeva di aver visto una scena che non era destinato a vedere.

La metamorfosi nella letteratura contemporanea ha ereditato, come il sangue maledetto dei suoi antenati, la domanda primigenia sulle motivazioni del male, sull’insufficienza dell’opposizione colpa/punizione e merito/ricompensa. Ognuno declinandola come meglio credeva e decidendo di sviluppare un piccolo punto di vista, una parte della storia che ancora non è stata raccontata, proprio come faceva Ovidio, e gli aedi prima di lui, ma senza mai smuovere troppo il dubbio e il mistero che si nasconde dietro al motore delle azioni. E quindi Kafka ci delizia con le conseguenze di una misteriosa trasformazione entomologica avvenuta una mattina qualsiasi, Philip Roth ci rassicura sull’inutilità di una mente lucida all’interno di un enorme seno, Dino Buzzati trasforma in malati i sani e in guerrieri i borghesi, ma sempre alla ricerca di uno scontro definitivo con quella realtà che risulta sempre e a tutti completamente incomprensibile.

La guida, spegnendo la luce nella stufetta, ci mostrava come il Parmigianino avesse affrescato la stanza pensando alla luce soffusa delle candele, che regalava alle figure forme e volumi sorprendenti. Nel mentre, ci raccontava come secondo alcuni la simbologia della scena mitologica fosse una consolazione di Paola Gonzaga, contessa di Sanvitale, per la prematura scomparsa del figlio. Respice Finem si legge in un’altra iscrizione, “guarda alla fine”.

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