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Finché non si spegneranno le stelle, di Andrea Jeftanovic

Nel racconto di Andrea Jeftanovic, Finché non si spegneranno le stelle c’è il rapporto tra padri e figli, legame all’origine della scrittura della generazione cilena nata negli anni ‘70 e ‘80, allontanatasi dal realismo magico dei genitori per avvicinarsi all’intimità con l’occhio della realtà e della verità. Come si chiede Alejandro Zambra, altro autore della raccolta: «Cosa ne si fa dei libri scritti dal proprio padre? Ci si limita a leggerli e ad accettarli? La sola esistenza di quei romanzi è un invito a scrivere la propria storia.»

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Andre Dubus e l’imperfezione dell’umano

Dubus scrive in modo pacato, introduce il lettore nella storia dei personaggi in maniera delicata, ma allo stesso tempo vivida e precisa. Sebbene spesso ai suoi protagonisti capitino fatti spiacevoli, anche sconvolgenti, quello che mi trasmette è l’affetto che sembra provare per tutti loro. E credo sia proprio questa sensazione di calore umano che mi accompagna sempre quando leggo i suoi scritti a farmelo apprezzare tanto e a citarlo sempre per primo quando si parla di racconti. [...]

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Martin Eden e «la grande cosa»

C’è un punto in cui Martin Eden si guadagna il cuore dei lettori. La speciale fratellanza con tutti coloro che riflettono con passione su come si scrive e su come nascono le storie. Su quale sia il punto, la posta in gioco, su come si fanno le magie con le parole.  

Succede al capitolo quattordici, quando Martin, dopo mesi di solitario, disordinato e intensissimo studio, si decide a condividere finalmente con Ruth i suoi racconti. Le storie che ha scritto e inviato a decine di editori, senza ottenere risposta, nella convinzione di avere il talento necessario a muoversi in quella immensa «sala delle carte di una nave» che è la conoscenza.

Una scena del Martin Eden, tratto dall'omonimo romanzo di Jack London
Una scena del film Martin Eden, liberamente tratto dall’omonimo libro di Jack London (foto 01Distribution)

Ruth è una ragazza di buona famiglia, appena laureata in lettere, totalmente all’oscuro delle cose del mondo. Lui è un rozzo marinaio che da lei, e per amore di lei, ha appreso tutto. I rudimenti della grammatica, le norme del galateo, il linguaggio della musica e persino l’igiene personale. Per Ruth ha imparato di nuovo a camminare, a vestirsi, ad ascoltare.

Sa di non aver scritto un capolavoro, ma quello che spera è che lei senta.  

«Non so cosa penserà di questo» disse Martin scusandosi. «È un racconto divertente. Ho paura di aver voluto andare oltre le mie possibilità ma le mie intenzioni erano buone. Non faccia caso ai particolari, veda se riesce a sentire la grande cosa, l’anima del racconto. È grande ed è vera anche se, molto probabilmente, non sono riuscito a renderla in maniera comprensibile».   

La condivisione non dà i frutti sperati. Ruth, nel timore di ferirlo, si nasconde dietro apprezzamenti tiepidi e qualche critica alla debolezza formale del testo. Poi arriva il giudizio. È troppo lungo, gli dice. Troppo pieno di cose che non c’entrano nulla. Martin se ne dispiace ma incassa. Dopotutto è una piccola conferma di ciò che pensa già da qualche tempo. Vuoi vedere che gli editori, gli scrittori e i lettori hanno paura del mondo? Ruth ha studiato il greco antico ma non sa nulla della vita, della bellezza di scorgere «i santi nella melma». 1

La «grande cosa», quella che Ruth non sente perché è imbevuta di morale borghese e perché giudica sulla base di una generica idea di buongusto e secondo parametri estrinseci (cioè la povertà di Martin), è quella che in tutte le epoche parla alle anime che grattano con ostinazione la scorza che ricopre le cose e le persone. È l’esclusiva preziosa di chi si mette in ascolto, in contemplazione del mondo e che non cessa mai di sollevare interrogativi. È la forza che pervade tutto ed è allo stesso tempo ciò che Martin Eden vuole disperatamente comunicare: la sua visione del mondo. Magari cruda, a tratti violenta, indigesta, selvaggia, ma la sua.

È una visione del mondo che contiene una tale urgenza di essere comunicata che esce fuori come una valanga. Sotto forma di saggio, di articolo, di reportage e, ovviamente, di racconti. Racconti di viaggio, di sopravvivenza, di confronto all’ultimo sangue con la natura, di lotta con gli istinti e con il selvaggio. Quella wilderness che è l’universo d’elezione di Jack London, il creatore di Martin Eden.

Jack London e il successo dei racconti

Il Klondike durante la corsa all’oro (1898). Regione in cui London ambienta diverse storie. Public Archives C8797/Library and Archives Canada

Si è molto scritto della sovrapposizione tra il personaggio Martin Eden e il suo autore Jack London. In effetti Martin è, in parte, un alter ego del suo creatore ma, come sempre accade nelle opere metà tra romanzo di formazione e pamphlet, non comprende appieno l’esistenza del suo autore. Più che un alter ego, Martin Eden è piuttosto un Frankenstein di idee.

Il romanzo fu scritto tra l’estate del 1907 e il febbraio del 1908, venne pubblicato a puntate sulla rivista Pacific Monthly e poi in volume da The Macmillan Company nel 1909. È ancora oggi un testo potente in cui la denuncia della «mediocrità senza amore» tipica della borghesia americana si mescola con la narrazione della malattia della mente che prese lo stesso London quando arrivò il grande successo di pubblico. 2

Protagonisti di quel successo furono in larga parte i racconti, pagati molto bene dalle riviste. Storie che ripercorrevano le avventure dei cercatori d’oro (come quelle che London stesso aveva vissuto nel Klondike), dei marinai in giro per il mondo, degli uomini che rischiavano la vita in paradisi insidiosi e che spesso la perdevano nel tentativo di sfidare le leggi della natura. Erano storie allo stesso tempo americanissime e non, la cui forza stava (e sta ancora oggi) nella «grande cosa» sintetizzata da Martin Eden.

Un misto di avventura, erudizione e ironia feroce che (a differenza di quanto pensano le varie Ruth in giro per il globo) si sente sempre tra le righe. C’è nelle primissime prove di scrittura come Le mille e una morte 3, quando London appena ventenne gira gli Stati Uniti per trovare la sua strada e uccidere simbolicamente il fantasma di suo padre (che abbandonò la madre quando seppe che era incinta e non riconobbe mai Jack).

C’è in Bâtard, che nelle intenzioni di London doveva fare coppia con Il richiamo della foresta, in cui uomo e cane lupo lottano in uno scontro incredibilmente crudo. E c’è in quello che è considerato uno dei racconti più belli di London: Allestire un fuoco. Un racconto che tiene insieme il magnetismo tipico delle storie raccontate attorno a un fuoco (appunto), l’inferiorità umana di fronte alla grandezza misteriosa della natura e degli animali, l’inutilità dell’erudizione quando si scontra con la wilderness, l’inevitabile e impari confronto con tutto ciò che non è io. Le leggi impietose della lotta per la sopravvivenza.

La vera conoscenza: a cosa serve accendere un fuoco

Un fuoco tra la neve

Tutto questo, a vari livelli, si trova in London e nei suoi racconti. Leggerli oggi vuol dire immergersi in un’arena in cui tutto è all’apparenza essenziale, ridotto ai termini del primitivo, ma tutto è allo stesso tempo oggetto di ricerca e di scoperta. Come una porta che può spalancarsi all’improvviso su altri mari da navigare. La forza della prosa, tra le più incisive della letteratura americana, si sposa con la ricerca esistenziale, con la conoscenza vista come àncora di salvezza e di scoperta di sé. Una conoscenza che è allo stesso tempo capacità pratica di accendere un fuoco e sensibilità di capire perché quel fuoco ti serve, chi sei tu in confronto a quel fuoco, che senso hai.

Cosa sia questa sensibilità lo spiega proprio la voce narrante-Jack London, che alla seconda paginetta di Allestire un fuoco ci fa dare una sbirciatina alla «grande cosa» che sta sotto scorza di ciò che è visibile a tutti:

Ma tutto questo – la misteriosa, sterminata, filiforme pista, l’assenza del sole in cielo, il freddo spaventoso, e la stranezza, l’arcano dell’insieme – non aveva effetto sull’uomo. E non perché vi fosse ormai abituato. Era nuovo del posto, un chechaquo, e quello era il suo primo inverno. Il guaio è che era privo di immaginazione. Nelle cose della vita era sveglio, e sempre pronto, ma soltanto nelle cose, non nel loro significato (…) Quaranta gradi sotto zero per lui erano né più né meno quaranta gradi sotto zero. Che potessero celare qualcos’altro era un pensiero che non lo aveva mai sfiorato neanche da lontano.      

Come a dire, è inutile fare cose se non se ne comprende il senso. È come vivere a metà, o come non vivere affatto. E allora che senso ha? Sarebbe come avere un corpo ma non percepirne la presenza nello spazio circostante.

Ed ecco allora che in un percorso circolare torna in mente Martin Eden nel foyer di un teatro. Mentre con gli occhi cerca la sua Ruth in mezzo a una folla che non gli interessa, riflette sulla sua posizione. Ricorda di avere sempre avuto «una vita segreta nella sua mente» e di aver sempre desiderato una persona con cui condividere i suoi «pensieri nascosti». Poi dice a se stesso anche un’altra cosa: «se la vita aveva per lui un significato più elevato, allora era giusto chiedere di più alla vita».  

È il punto in cui Martin prende coscienza della decisione di elevarsi, di raccontare la sua visione, «la grande cosa». Il momento in cui decide che la conoscenza gli servirà per realizzare se stesso e unire i puntini della sua esistenza. Martin ha sempre visto sotto la scorza. Si è sempre interrogato sul senso del mondo. Fa parte di quelli per i quali quaranta gradi sotto zero non sono solo quaranta gradi sotto zero, ma un’occasione per sentirsi vivo. Un corpo pulsante che lotta contro il gelo e che esiste per uno scopo.

Martin ha immaginazione, conoscenza e sensibilità. E vuole scrivere storie.

Primo Levi e il mondo invisibile

Primo Levi scrive come se mettesse la realtà su un vetrino da microscopio, per poi osservarla man mano a ingrandimenti superiori. Nel frattempo, durante l’osservazione, compone un brogliaccio, un quaderno di laboratorio in cui registra dati ed eventuali singolarità. Il brogliaccio, per lo scrittore torinese, è la memoria.

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ben marcus

La disgregazione del linguaggio nelle storie di Ben Marcus

Per scrivere questo articolo sto usando un computer, cosa piuttosto ovvia, e lo sto facendo basandomi sull’assunto che chiunque sia interessato, in un qualsiasi momento, possa leggere e soprattutto capire ciò che le mie parole, messe in fila una dopo l’altra secondo un ordine convenzionale e analiticamente prestabilito vogliono comunicare.
Cosa c’è di strano in quello che ho appena detto? [...]

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