Oltre Cat Person: gli altri racconti di Kristen Roupenian

Cat Person

Prima dell’avvento dei social network, virale non era un aggettivo troppo positivo. Virale è un’infezione che si diffonde in modo veloce e capillare. Ma, nell’epoca prossima al web 3.0, virale è anche un contenuto digitale che, col meccanismo del “clicca e condividi”, raggiunge un numero spropositato di utenti. Un contenuto ovvero una foto, un video, un articolo oppure, per restare nel nostro territorio, un racconto.

Un esempio eclatante di viral short story è Cat Person di Kristen Roupenian, pubblicato dal New Yorker il 4 dicembre del 2017. Il racconto è introdotto dalla foto di un bacio scattata da Elinor Carucci, in netto contrasto con il bacio che si scambiano Margot e Robert, i due protagonisti della storia: «It was a terrible kiss, shockingly bad».

A beneficio dei pochi, pochissimi, che non l’hanno ancora letto: Cat Person è il racconto di un primo appuntamento. Margot è una studentessa di ventidue anni e Robert è un uomo di una decina d’anni più adulto. Il narratore si focalizza sulle sensazioni di Margot, intento a catturare quel momento in cui la ragazza realizza che non vuole fare sesso con Robert. Per una serie di ragioni, però, non si sottrae, convinta che ormai sia “troppo tardi” per tirarsi indietro. Non c’è violenza né costrizione di sorta, perciò, nei giorni successivi, Margot non sa come allontanare Robert senza ferirlo.

Il merito dell’autrice è di aver provato a raccontare una situazione spiacevole che nasce da intuizioni labili; impressioni ambigue si mescolano a ragioni e convinzioni di varia entità, e ci spingono a dire e fare cose anche quando non siamo certi che siano quelle giuste. Se ci è riuscita, potete giudicarlo voi stessi: il racconto è questo.

La trappola della viralità

L’idea per Cat Person le venne a seguito di un incontro sgradevole avvenuto online, che la spinse a riflettere su quanto inconsistenti siano le prove sulle quali ci basiamo per giudicare le persone, soprattutto nei primi approcci. Kristen Roupenian invia il racconto al New Yorker senza grandi speranze dato che era stato rifiutato da tutte le riviste a cui l’aveva proposto. Prima di allora, aveva pubblicato soltanto un paio di storie su riviste di genere, come la Body Parts Magazine: The Journal of Horror & Erotica, e la Weird Fiction Review. In un paio di giorni, da anonima studentessa all’Università del Michigan, diventa una delle autrici più cliccate degli ultimi decenni (il suo è il secondo pezzo più letto del sito del New Yorker). A questo, segue un fenomeno molto interessante: se ogni autore scrive per essere letto, cosa può desiderare di più della viralità? Eppure.

Al di là del più evidente tornaconto (l’autrice ha ottenuto un anticipo di 1,2 milioni di dollari dalla Scout Press per la sua prima raccolta di racconti), Cat Person ha un po’ subìto il successo che ha ottenuto. Lo spiega bene la stessa Roupenian in un articolo scritto a gennaio di quest’anno: What It Feel Like When Cat Person Went Viral?, un pezzo che vi consiglio di leggere perché pieno di spunti.

Il più immediato è questo: la narrativa è finzione, e solo come effetto collaterale chiede l’immedesimazione del lettore. Cat Person, pubblicato per fortuna o suo malgrado a pochi mesi dalla nascita del movimento femminista #MeToo, ha perso ogni chiave di lettura alternativa. Molte donne si sono immedesimate in Margot, ma la condivisione di esperienze si è trasformata quasi subito in un dibattito più ampio tra uomini e donne, avvenimento che ha portato all’assurda formazione di due schieramenti. L’autrice ha ricevuto migliaia di messaggi, «descrizioni approfondite, da uomini, di incontri sessuali che avevano avuto, perché pensavano che mi avrebbe fatto “piacere sapere”». Roupenian utilizza un termine forte, annihilating, per descrivere la sensazione causata dalla viralità. Un po’ melodrammatica, forse, ma abbastanza comprensibile.

Cat Person, decontestualizzato dal bacino di origine (la finzione, appunto), perde intensità: non ha più valore letterario. A marcare la distorsione, accade quello che un autore non si augura mai: i lettori confondono creatore e creazione. Sovrapporre la vicenda della protagonista alla vita della scrittrice è come accusarla di non riuscire ad andare troppo in là da se stessa: non è gratificante, in termini professionali. Kristen Roupenian chiude l’articolo augurandosi che la quantità di omicidi che ha inserito negli altri racconti, quelli di cui stiamo per parlare, elimini ogni dubbio sul contenuto autobiografico della scrittura.

Il gioco dei desideri

Era inevitabile che il fenomeno di cannibalizzazione colpisse anche il nuovo libro. Ce ne rendiamo conto già dal titolo: l’originale, You Know You Want This, è molto più in linea con il tono dei racconti. Einaudi, invece, ha preferito lasciare che a richiamare il lettore fosse proprio Cat Person, dando così, almeno secondo me, un indirizzo meno preciso e più lontano dalle intenzioni dell’autrice. Cat Person apre una serie di racconti perturbanti, con un paio di esempi che si muovono sulla falsa riga del magico quotidiano, fino a Lo specchio, il secchio e il vecchio femore, che è una fiaba a tutti gli effetti, con tanto di castello, principessa e pretendenti.

Le relazioni sono contaminate dai nuovi media: gli incontri avvengono su Tinder, si consolidano su Facebook, le conversazioni si agganciano agli hashtag di Twitter, gli innamorati condividono bilanci di spesa su fogli elettronici. Non è un caso che il rapporto tra Margot e Robert sia uno scambio sempre più serrato di sms, consolidato soltanto da un paio di incontri reali prima del fatidico appuntamento.

“Tu sai che lo vuoi” è il messaggio implicito che tiene insieme tutte le storie: il desiderio nascosto, ignorato o frainteso. Il desiderio assecondato, e le cattive azioni verso cui ci conduce. Il desiderio soppresso, e la violenza con cui torna in superficie.

In La prova nel portafiammiferi, un’eruzione cutanea diventa sintomo di una crisi di coppia. Laura comincia a grattarsi in maniera ossessiva: ha il viso pieno di graffi, è ricoperta di croste e cicatrici. David riconduce tutto allo stress. Il malessere di lei degenera, e quel parassita che diceva di avere, a cui nessuno aveva mai creduto, diventerà una presenza tangibile.

David sente il formicolio di mille zampe che danzano all’interno della sua guancia, gli raschiano il cranio, gli accarezzano e gli stuzzicano i lembi del cervello. […] Accanto a lui Laura si rigira, mugola, si gratta nel sonno e David crolla al suo fianco mentre il mostro che era nato sotto la pelle della donna che ama gli pulsa nel sangue, nuotando con un istinto infallibile verso il suo cuore.

I racconti compromessi dal paranormale (quelli che ho preferito) sono la trasposizione più palese di concetti che in storie come Look at Your Game, Girl, Il ragazzaccio e lo stesso Cat Person sono appena sussurrati. Così è Non avere paura, quando la protagonista trova un libro di incantesimi e decide di realizzarne uno. Disegna un cerchio in cantina, fa un mix di capelli e sangue, e fa apparire un uomo. Nudo, barcollante, caviglie torte e sanguinanti.

Se ve lo descrivessi in termini di capelli, colore degli occhi, forma del viso, vi fareste un’idea completamente sbagliata, perché era la materializzazione vivente dei miei desideri più profondi, non dei vostri. […] Non aveva nessuna grazia, niente di effeminato. Nemmeno niente di angelico, per cui se ve lo stavate figurando così, ricominciate.

L’autrice ci suggerisce che i nostri desideri più profondi non corrispondono sempre a ciò che pensiamo di volere. I rapporti sessuali descritti in diversi racconti rappresentano proprio questo pensiero. In Il bravo ragazzo, Ted inizia a frequentare Rebecca, “insulsa e saccente”. Durante i loro incontri, rapidi e violenti, Ted prova odio per lei e pena per se stesso. Ma quando, dopo anni passati a interpretare la parte dell’amico fedele, riesce a stare con la ragazza dei suoi sogni, è in grado di eccitarsi solo pensando a cosa direbbe quell’altra se lo vedesse.

A dimostrazione del fatto che l’ordine di una raccolta di racconti non è mai causale, la penultima storia, Voglia di morire, chiarisce ogni indizio seminato in precedenza. Il protagonista si rivolge direttamente ai lettori e racconta un episodio accadutogli un po’ di tempo prima (prima della disintossicazione, scopriremo). Come d’abitudine, aveva contattato una ragazza online per un rapporto occasionale e questa, dopo un rapido scambio di battute, gli dice che prima di procedere, lui deve darle un pugno e un calcio. «Come avreste reagito al posto mio? Sul serio, m’interessa». La strana richiesta è la miccia che avvia una riflessione a voce alta dell’uomo su se stesso, sul tipo di impressione che doveva dare per ricevere una proposta del genere, su quello che aveva passato lei, per avanzare una richiesta del genere, sulla “combinazione di responsabilità e impotenza” che viviamo di fronte ad alcune situazioni. E sui desideri che fanno paura, ancora.

Dare quell’immagine… mi metteva i brividi. Ma la cosa che mi metteva ancora più i brividi è che, per quanto ne sapevo, aveva ragione. Magari dentro di me lo desideravo, anche se non lo capivo. E magari facendo quello che mi chiedeva, potevo esorcizzare quel desiderio, o dimostrare che non esisteva. […] Così, alla fine, lo faccio.

Da qui, la conclusione: «[…] non abbiamo il controllo di quello che vogliamo; possiamo controllare solo il modo in cui agiamo in base ai nostri desideri.»

(C’è un però)

Nonostante le ottime premesse, non riesco a promuovere la raccolta a pieni voti. Kristen Roupenian si confronta con generi e punti di vista differenti, ma non riesce a essere sempre efficace; in quasi tutti racconti commette uno dei tipici errori di una scrittura ancora acerba.

Esempio. In Sardine è in grado di creare un rapporto madre-figlia verosimile perché assolto da ogni buonismo di genere. Comincia con un incipit invitante: «Questo per Marla è il primo pomeriggio alcolico con le mamme dal giorno dell’Incidente». La menzione all’incidente, di cui però non si chiariscono le dinamiche, si rinforza quando le madri parlano di un certo gioco segreto che fanno le figlie. L’età adolescenziale è piena di possibilità narrative, soprattutto se l’intento è di provare a sondare il lato più oscuro della mente umana. I ragazzini possono essere personaggi “liberamente malvagi” perché non danno troppo peso alle conseguenze delle proprie azioni. Così Tilly, per il suo compleanno, realizza un desiderio, quello che pensa che sia il desiderio della madre («Il largo sorriso cerchiato di torta luccica in modo incantevole: – Ah, mamma. Lo scoprirai presto»). È un’immagine perfetta, inquietante nel modo più convincente possibile. Ma, come se l’autrice non fosse abbastanza sicura di aver predisposto tutti gli oggetti di scena nel modo corretto, indugia, si dilunga, chiarisce e spiega:

Aspetta.
Prima che inizi il ritrovamento.
C’è un’ultima cosa che devi sapere.
La candela portafortuna di Tilly i desideri li esaudisce.
Esaudisce i desideri delle persone sole. Impacciate. Ingiuriate. Delle persone che puzzano. Delle persone arrabbiate, tormentate, piene d’odio, impotenti.

E così via, la didascalia continua per altre dieci righe. Ma era già tutto detto, anche se non scritto, e questo atteggiamento non fa che depotenziare l’effetto disturbante, indebolire la struttura e impattare in modo negativo sul finale. Un vero peccato. Perciò sospendo il mio giudizio, in attesa della prossima prova. Intanto auguro a Kristen Roupenian un futuro meno virale; un successo meno clamoroso, forse, ma magari più solido.


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