Si è sempre soli una notte di troppo

di Manuel Crispo

 Io so che tu puoi guarirla, stregone, è per questo che ho rubato questa macchina nera come un corvo e guido sotto il temporale, dentro al canyon dei dormitori, mentre la pioggia mescola sul mio parabrezza lampi di bufera, rosso di fanali, giallo di supermarket, blu di ambulanze, verde marziano, è per questo che piango, bestemmio, e grido che non voglio perderla. Io so che puoi guarirla stregone, anche se agli occhi del mondo lei è morta, troppa chimica, troppi libri, troppe notti da sola, quando io ero lontano. Così mi ha detto: si è sempre soli una notte di troppo.1

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Mark Chagall, Il mito di Orfeo ed Euridice

Figura mitologica senza tempo, incarnazione del potere salvifico e “magico” dell’arte, in grado di soggiogare persino la morte, non si contano le versioni di Orfeo che si sono succedute nell’opera degli autori più disparati a partire dalla sua prima apparizione ufficiale (il celebre frammento 17 di Ibico datato sesto secolo avanti Cristo). Nei tempi antichi ne parlarono Platone, Fanocle, Virgilio, Ovidio. Apollonio Rodio ne fece un personaggio-chiave della sua opera (crossover ante litteram) Le Argonautiche. In tempi più recenti la sua figura tragica e assoluta, che nella Grecia antica aveva ispirato addirittura il primo culto del mondo occidentale in cui si parlasse di dualità fra corpo materiale e anima immortale, è stata reinterpretata da artisti della levatura di Alda Merini, Jack Kerouac, Italo Calvino, Cesare Pavese, Steve Hackett, Jean Cocteau, Neil Gaiman. Il fascino del personaggio di Orfeo, che l’imperatore Alessandro Severo venerava sullo stesso piano di Abramo e Cristo, è innegabile e getta una lunga ombra su chiunque abbia voluto accostarsi all’idea di un’arte assoluta in grado di resistere agli insulti dei secoli. La superiorità dell’Orfeo-artista non inquina il valore empatico della sua vicenda umana, quel voltarsi indietro in preda ai dubbi, che gli nega la resurrezione dell’amata Euridice e condanna lui stesso alla sofferenza e ad una morte atroce, in seguito alla quale di Orfeo diventerà una testa senza corpo in grado solo di cantare e impartire insegnamenti. 

La sua duplice natura di maestro e uomo non poteva mancare di attrarre un artista che ha fatto del culto del passato, e dell’arte come spada retta contro la mediocrità del presente, il fulcro della propria riflessione autoriale: Stefano Benni, bolognese, classe 1947, una storia professionale fatta di giornalismo, drammaturgia, impegno politico, battute “rubate” (ipse dixit) e rese celebri dall’amico Beppe Grillo, ma soprattutto romanzi, quelli che se a sedici anni avevi qualche simpatia verso la sinistra finivi inevitabilmente a leggere: lo sgangherato Terra!, Comici spaventati guerrieri, Baol, La Compagnia dei Celestini, Elianto, Spiriti (praticamente l’American Gods italiano), l’autobiografico Saltatempo. Ma Benni è sempre stato anche un apprezzato autore di racconti: la sua prosa ricca di invenzioni e neologismi si è sempre ben sposata con le narrazioni fulminanti e sperimentali. Nel racconto, Benni si ritrova a esplorare generi e stili che, almeno fino a un certo punto della sua produzione, tendeva a tenere fuori dai suoi romanzi. Il Benni di Bar sport e Il bar sotto il mare è un Benni che si diverte e in cui il moralismo nostalgico, pur essendo presente, non ne rappresenta il fulcro assoluto come nel caso delle sue opere di più ampio respiro. Nell’ambito delle sue numerose raccolte edite, L’ultima lacrima è certamente quella che corre più audacemente sul filo della congiunzione fra il divertimento e quell’etica insistita che col tempo ha finito col fagocitarne lo stile. Il gioco è rischioso ma ci consegna la sua raccolta migliore e un racconto, Orfeo Mescalero, memorabile per diverse ragioni. 

Il racconto ruota intorno a quattro personaggi principali: Orfeo, Euridice, lo Stregone Mescal e la Mannara, che poi sarebbe la morte. Schema favolistico tipico con l’eroe, la missione da portare a termine (salvare Euridice), l’aiutante (lo stregone) e l’antagonista. 

Dal punto di vista dei protagonisti benniani Orfeo è di per sé una piccola eccezione. La figura del selvaggio metropolitano con più ombre che luci non è la prediletta dell’autore bolognese che in genere tende a preferire personaggi più netti dal punto di vista morale, buoni assoluti e cattivi assoluti o relativi (i deboli e i vigliacchi, che per Benni sempre cattivi sono). 

È per questo che se la polizia mi ferma ho nel cruscotto questa pistola tedesca, la grigia, la baiaffa, la durlindana, la bacia-in-fron-te, la lunga, la velenosa, la sparachiodi, krazy-kat, e siate-felici. Non ce l’ho con voi, poliziotti, è che sono straniero qui, non parlo la vostra lingua, soprattutto quella del vostro Grande Capo, io non lavoro per i gangster, se devo rapinare rapino in proprio, non mento, sono veramente cattivo io e quando mi capita di esser buono (succede) non lo faccio vedere.

 Come nel mito, anche questa versione metropolitana e psichedelica di Orfeo deve salvare Euridice: “troppa chimica, troppi libri, troppe notti da sola”. Così corre nella notte illuminata al neon in cerca dello stregone Mescal, metà matto e metà sapiente, che consegna ad Orfeo un cuore nuovo per la sua innamorata.

– Ti darò un cuore nuovo per lei – sospirò lo stregone. – Non so perché, ma voi ragazzi della sesta generazione mi intenerite. Mettiglielo vicino, sotto le coperte, camminerà e prenderà il posto del vecchio cuore. E brucia tutto quello che hai in casa, libri, sedie, tavoli, deve fare caldo, o il cuore non batterà. Eccolo qua.
– In una busta del supermercato? 
– Volevi uno scrigno d’oro, fighetto?

E Orfeo corre a casa per consegnare ai suoi lettori un lieto fine del tutto inedito per chiunque conosca il mito originario. Lottando di fatto con il solo ausilio del potere dell’immaginazione (“mescalero” è un chiaro riferimento al peyote, la droga sacra delle allucinazioni e del sogno, della trasmutazione animale e del contatto con le più profonde radici dell’essere) contro le leggi di natura rappresentate dalla morte e contro l’avidità dei mediocri, i personaggi di varie storie s’incontrano in un finale esplosivo che sa di riscatto e di meritato riposo per i protagonisti di un mito dal sapore amaro. La lotta di Orfeo è una guerra ai danni della meschinità del reale: l’intento allegorico è chiaro ma conferisce sapore a un racconto che ancor oggi, a venticinque anni dalla pubblicazione, mantiene intatta la propria freschezza. 

– Potrei assaggiare un po’ di quello stinco di bue? – chiede timidamente l’orso.
– Non è di bue. È lo stinco di un uomo molto cattivo.
– Non esistono uomini cattivi – dice l’orso – Se sono cucinati bene.

  1. Questa e le successive citazioni sono tutte tratte dal racconto Orfeo Mescalero contenuto nella raccolta L’ultima lacrima di Stefano Benni, edita da Feltrinelli
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