Autore: Redazione

Storie brevi e voci nuove

La notte dei pesci (e tutto quello che ci attraversa)

Texas, deserto

Di Mariano Macale

Nel suo Diario bizantino, la poetessa Cristina Campo (alias Vittoria Guerrini) scriveva, lapidaria: «Due mondi – e io vengo dall’altro».

Sono sempre stato personalmente convinto (Lavoisier forse sarà clemente se parafraserò il suo postulato fondamentale) che in letteratura “nulla è separato, ma si connette”, in un ciclo perpetuo di idee, nomi, cose, quasi che potessimo leggere costantemente e sempre lo stesso libro. D’altronde già il commediografo Publio Terenzio Afro ebbe a dire: Nullum est jam dictum, quod non dictum sit prius.

Quando, svariati anni fa (era il 2009), mi stavo dirigendo alla Sapienza per una lezione, deviai con piacere verso un’altra facoltà, quella di Lettere e Filosofia, dove, mi era stato riferito la mattina stessa, un tale, uno scrittore venuto dal Texas, Joe R. Lansdale, avrebbe tenuto un incontro con gli studenti.

Devo essere sincero: non sapevo chi fosse e cosa scrivesse. Passai in libreria, comprai al volo una sua antologia di racconti (non uno dei romanzi cui comunque deve gran parte della sua celebrità) dal titolo Maneggiare con cura (Fanucci Editore). Sono sempre stato convinto che un racconto dica più di uno scrittore di quanto possa dire un romanzo, per certi versi.

Quella mattina Lansdale raccontò del Texas, di come compendiasse la sua passione per le arti marziali (ha creato anche un suo stile personale, il Maverick Kenpo) con l’arte altrettanto combattiva della parola scritta. Parlò del padre che aveva vissuto la Grande Depressione, e della sua madre lettrice che gli aveva trasmesso l’amore per Mark Twain. Soprattutto, disse una cosa che mi colpì che appuntai, cioè che in Texas molte persone si narravano le storie: c’era una buona tradizione orale.

E forse deriva anche da questo la coloritura della sua scrittura, il suo “parlare per immagini” tale che la trasposizione cinematografica di alcune sue opere è risultata quasi naturale (l’ultimo lavoro è proprio una serie TV, Hap and Leonard, ispirata ai due personaggi frutto della sua penna e alle loro storie).

Ma di Maneggiare con cura, ricordo (e rileggo) avidamente soprattutto un racconto La notte dei pesci. Una perla che quasi si distingue dagli altri brani, pure pregevoli e che, se letta isolatamente, non dà indice della scrittura di Lansdale, approssimativamente associata all’etichetta di letteratura pulp o al genere horror.

Trovo che queste siano classificazioni a posteriori e, per capire davvero Lansdale, non bisogna rifarsi ad altro che a quell’arcaica esigenza di narrare, di trasmettere oralmente un fatto, vero o immaginato che sia, che appartenga a questo mondo o a quell’altro: la letteratura riunifica la cesura degli eventi, il bivio delle scelte, fornisce una chiave di mezzo.

Ed è quello che avviene anche ne La notte dei pesci: c’è un vecchio e, quasi di conseguenza, necessariamente un giovane. Il primo è un piazzista porta a porta, che non fa soldi e che è stanco di vedere «nient’altro che una città dopo l’altra, un motel dopo l’altro, una casa dopo l’altra, a guardare attraverso le porte con la zanzariera la gente che fa di no con la testa». Il giovane è un universitario, uno che sbarca il lunario aiutando solo per un’estate il vecchio nel suo lavoro di venditore di apriscatole porta a porta.

Già dalla terza pagina si avverte un senso apocalittico: «I giorni del rappresentante porta a porta sono finiti, figlio mio». E il senso della fine imminente, di qualcosa che sta per volgere, è anche nell’incipit «Era un pomeriggio bianco come un osso», ma anche nella cravatta del giovane «sciolta, come un serpente domestico morto nel sonno».

Si ritrovano entrambi nel deserto, la Plymouth in panne su una strada secondaria, distante dalla statale principale. E allora il vecchio inizia a raccontare. Dice: «Ho dei ricordi, lì fuori… e mi vengono ancora a trovare». E in questi ricordi, lui narra di molti anni prima, in una notte come questa, nello stesso posto, una macchina in panne.

Aveva preso a camminare e d’un tratto «sono usciti fuori i pesci. Nuotavano nella luce delle stelle, così belli, così naturali… di tutti i colori dell’arcobaleno».

È la notte dei pesci: un’antica leggenda indiana dei Navajo narra che tutte le cose possiedono uno spirito, il manitù. E così i pesci vengono fuori dal passato, come fantasmi, perché in altri eoni di tempo, ere geologiche prima, quel deserto era stato un oceano, e i fantasmi degli esseri che lo popolavano, al momento giusto, uscivano fuori.

I giovani sono fatti per dubitare: in fondo anche in Hemingway è il vecchio che va fino in fondo. Arriva la notte e arrivano anche i pesci, fantasmi di ogni genere e colore e dimensione, che attraversano il cielo, il deserto, i loro stessi corpi nella Plymouth, e il vecchio sveglia il giovane e ha come un’illuminazione.

Dice che i pesci sono puri, che lui appartiene a quel mondo (come nei versi di Cristina Campo), che se i pesci hanno fatto tutta quella strada, dal passato al futuro, allora forse si può andare nel passato.

«Questo non è il mio mondo. Io sono di quell’altro mondo. Voglio nuotare libero nel ventre del mare, lontano dagli apriscatole e dalle automobili…». E, davanti agli occhi del giovane, si denuda di tutte le bardature della civiltà (i vestiti, la dentiera) e balza in alto come una lepre e…

E non svelerò il finale.

Perché i finali, in un racconto prezioso come questo, sono la parte più delicata, da maneggiare con cura.


Mariano Macale ha pubblicato Rudimenti per biografie casuali sul quarto numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf oppure sfogliare la rivista.

Epifanie per una scrittura politica

Di Claudio Correggioli

Quando Vanni Santoni, nell’intervista che ha concesso a Gaia Mutone, ha detto che «gli scrittori godono ancora di un certo ascolto, e questo rende il mestiere intrinsecamente politico, anche quando non si fanno libri-inchiesta o di intervento diretto» io ho fatto un salto sulla sedia. Sì, perché avrei voluto urlarlo con lui al mondo, mentre ovunque mi volti vedo, nelle classifiche di vendita, in televisione, e a profusione nel mare magno della Rete, che le scritture di oggi nascono principalmente per raccontare intrecci di cliché. Che non spingono quasi mai i lettori a porsi domande e a uscire dalla propria comfort zone. Quello che credo è invece che anche l’arte abbia come fine quello di confortare gli afflitti e disturbare chi sia già comodo, come diceva Finley Dunne alla fine del diciannovesimo secolo a proposito della religione. E così non ho resistito, ho preso in mano la penna e ho scritto ai ragazzi di Tre racconti. Ragazzi che devo ringraziare per non essersi sottratti alla discussione e, anzi, per averne voluto approfondire alcuni aspetti. Il primo dei quali è se ci sia una responsabilità condivisa tra scrittori e lettori, in mezzo a tutti coloro che propongono la cultura.

La risposta è certamente positiva. La narrativa ha, a mio parere, una funzione precisa: quella di metterci nella condizione di fare esperimenti sociali di tipo mentale. Quello che intendo è che nessuno ha il potere di effettuare due scelte diverse, a fronte di un dilemma, per verificare oggettivamente quale sia la scelta migliore; l’unica nostra arma sono le supposizioni, pur sapendo che “è molto difficile fare previsioni, specialmente riguardo al futuro”. Dunque la narrativa ha (dovrebbe avere), nel campo della vita e delle emozioni, la stessa funzione che occupa un teorema in matematica o in fisica; questo significa che chi scrive ha l’obbligo di metterci la propria visione del mondo, nonché una qualche proposizione che ci insegni qualcosa sulle verità della vita. Quantomeno sulle sue verità. Come vedete, la struttura è identica: c’è un’ipotesi, che è la visione del mondo e c’è una tesi, che sono le conseguenze – in quel mondo – di una certa verità sulla vita. La narrazione non è altro che la dimostrazione, a volte per assurdo, attraverso cui l’autore ci mostra quanto sia vera la sua verità. Le storie che l’uomo si racconta da millenni nascono proprio per questo: altrimenti che senso avrebbero le favole, l’ira funesta del più prode degli eroi, le vicende di un capitano pazzo alla caccia di una balena bianca?

Per fare un esempio, prendiamo una storia noir come tante che si trovano in libreria. Mettere in scena il solito commissario e centellinare indizi è (dovrebbe essere) la scusa per mostrare al lettore come funzioni la vita, magari dicendo che la giustizia vince sempre perché… e i perché dipendono proprio dalla sensibilità dell’autore. Che potrebbe credere al fatto che i cattivi siano sempre stupidi, almeno più dei commissari. Che, magari, i commissari siano più duri e cattivi dei cattivi stessi. Oppure – dimostrazione per assurdo – che il crimine paghi solo quando la giustizia è ingiusta e corrotta. Come è facile capire queste sono tutte istanze di tipo politico, inteso nel senso più alto, perché mostrano uno spaccato di vita idealizzato, ripulito dal caos che regna sovrano nella realtà, in cui sono resi evidenti le catene di conseguenze che derivano dall’assunto iniziale.

Con questo non sto dicendo che la scrittura debba essere asservita solo alla denuncia, tanto meno a quella di un presente che, a parere dello scrittore, non funziona o dovrebbe essere diverso. A tal proposito, Paolo Zardi qualche settimana fa ha twittato: «Quando uno scrittore parla di precariato, fake news o bullismo, be’, è arrivato troppo tardi: lo scrittore dovrebbe muoversi nello spazio dell’inesplorato». Chi scrive narrativa e presume, di conseguenza, di poter far parte in una qualche misura della comunità artistica, ha il dovere di anticipare la vicende umane a favore di tutti coloro che non hanno il privilegio di condividere quella vocazione. L’artista può chiamarsi tale proprio perché vede e comprende prima degli altri, con una sensibilità che al resto delle persone fanno difetto. Si dice che a ogni giorno basti la sua pena. Ma se è vero che chi scrive pensa di possedere una qualche verità sul mondo, allora non può fare a meno di vedere la pena di oggi che proietta la propria ombra sul domani.

Ecco perché l’arte e lo sviluppo della cultura sono tanto importanti. Ecco perché è fondamentale che chi scrive non abdichi ai propri doveri e che chi pubblica non insegua solo il mero ritorno economico a breve termine: sono chiari a tutti i motivi per cui un libro è un prodotto industriale, almeno quanto un fon, ma, a differenza di quest’ultimo, un libro non si limita alla superficie e smuove quello che c’è sotto, vale a dire pensieri e coscienze. Tenendo ben presente una cosa: la cultura non esclude il profitto. Non è forse vero che Se questo è un uomo è stata una delle più grandi operazioni commerciali di Einaudi?

Allo stesso modo, alla fine di questa catena, c’è anche una responsabilità in chi legge, messa in campo quando si sceglie il prossimo libro da aprire. Scelta che non deve premiare con l’acquisto sempre e solo il volume meno impegnativo o le storie facili, perché proprio la narrativa d’intrattenimento è il miglior terreno per imparare giocando: dunque è sacrosanto leggere cose divertenti, persino frivole, ma senza per forza rinunciare a quella patina di denuncia che obbliga il lettore a riflettere su di sé e sul mondo che lo circonda o lo circonderà.

In questa rivista però amano la letteratura, quella che produce storie e racconti, assai più della teoria. D’altronde, come diceva Giacomo il Giusto: «tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere e io, con le mie opere, ti mostrerò la mia fede». Era inevitabile che mi facessero una domanda diretta: «Data una situazione X cosa dovrebbe fare lo scrittore Y? Cosa fai tu, o cosa pensi di fare, o cosa vorresti poter fare?».

I temi che mi stanno a cuore, e che auspico debbano stare a cuore a molti, sono parecchi e vorrei lasciar parlare prima il Claudio lettore, base fondante del Claudio che scrive. Dopo una china lunghissima in cui abbiamo subito più di altri gli andamenti economici, oggi assisto con sgomento alla rinuncia a diritti che trenta o quaranta anni fa erano normali, con scontri che mettono i padri contro i figli e le popolazioni l’una contro l’altra. Scontri che finiscono per ledere, quando non strappare, il tessuto sociale. Mi piacerebbe leggere scrittori che non si limitino a dirci in quante spanne d’acqua siamo: dovrebbero bastare giornalisti e saggisti a mostrarci quanto ci sia di sbagliato in tutti quei comportamenti che fanno perno sull’egoismo e sulle paure della gente, e a smantellare tutte quelle reti in cui contano di più le conoscenze e le affiliazioni invece delle capacità. Vorrei leggere scrittori che ci mostrino da che parte sia giusto puntare il timone della nostra vita comunitaria. Perché la Storia ha già mostrato molte volte quanto sia irragionevole pensare di salvarsi rinchiudendosi in una specie di protezionismo egoistico.

Come scrittore, invece, posso dire che non accendo il computer se non ho, dentro di me, l’urgenza di dimostrare una tesi. Altrimenti la scrittura non è altro che esercizio, al pari delle parole crociate: divertenti per chi le costruisce ma noiosissime da compilare. Anni fa, per esempio, ho scritto diversi racconti che avevano come sfondo la Grecia perché la cultura e la società greche erano molto simili, pur se non identiche, a quelle italiane: un mix interessante di come eravamo qualche decina d’anni prima unita al come avremmo potuto diventare nel giro di qualche anno. Ho utilizzato queste differenze come cartina di tornasole, perché l’Italia così com’è non mi piace più; nel caso foste curiosi, uno di quei racconti è finito sul primo numero di questa rivista.

In questo momento, invece, sto scrivendo di intelligenze artificiali: uno dei tanti ambiti sui quali sarebbe criminale non riflettere con opportuno anticipo, posto che si sia ancora in tempo per farlo. Per un verso è un’ottima scusa per porsi di nuovo l’antica domanda su cosa sia la coscienza e, subito dopo, domandarsi se una macchina possa pensare e se abbia persino senso fare queste domande. Dal lato opposto, invece, c’è una speculazione di tipo diverso: in un universo che ci appare desolatamente vuoto, in cui il paradosso di Fermi la fa da padrone, è probabile che il nostro primo contatto lo avremo con qualcosa che avremo creato noi stessi.

Il tema è estremamente complesso e alieno; per rendersene conto basta guardare lo stesso pezzo meccanico progettato e costruito dall’uomo e quello invece perfezionato da una IA. Non credo sia necessario specificare chi ha disegnato cosa. Questa invece è una scheda per computer mentre questa è una mappa della metropolitana, le cui tratte sono disegnate con angoli multipli di 45 gradi per aumentarne la leggibilità. Si vede a colpo d’occhio quanta umanità ci sia in quel computer. Ora immaginate cosa possa fare una IA che progetta un computer specificatamente concepito per contenere al proprio interno una IA di seconda generazione; immaginate quanta distanza finirà per esserci tra il nostro modo di pensare e quello di una macchina siffatta. E poi pensate che macchine del genere, aiutate dai robot, saranno (ma in realtà sono, non dimenticatelo) impiegate in tutti gli ambiti umani, dalla medicina alla vendita, ai social network, al lavoro, alla guerra.

Gli impatti già oggi sono devastanti, tanto che questa nuova tecnologia sta prendendo sempre più i contorni di una religione: è ubiqua attraverso i nostri smartphone, la preghiamo per avere delle cose, è all’apparenza onnisciente. Insomma: possiede molte delle caratteristiche che la scolastica attribuiva a Dio. E l’uomo, che Dio ha costruito a propria immagine e somiglianza, e che forse ha costruito Dio a propria immagine e somiglianza, sta per trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo senza avere davvero una possibilità di un confronto o persino di uno scontro: non si può vincere una gara di corsa contro un treno.


Claudio Correggioli ha pubblicato Il geco sul primo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

 

 

Dago Red di John Fante

Conoscere un autore partendo dai suoi romanzi di successo e concludere con i suoi scritti d’esordio è a tratti un fatto scomodo, ma molto, molto diffuso. Così è accaduto a me, che di John Fante pensavo di conoscere tutto, la fotografia dell’autore sulla copertina dell’opera omnia a squadrarmi da un ripiano della mia libreria, quando Dago Red mi si è parato davanti al naso una mattina, in libreria, non quella di casa bensì quella enorme del centro. È la raccolta dei primi racconti di Fante, che dal 1932 cominciano a comparire su alcune riviste di punta dell’epoca, andando a comporre le salde radici dei suoi romanzi più noti, primo su tutti Aspetta primavera, Bandini.

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Dago Red è celebrazione e ferita, il palco su cui John Fante mette insieme una povertà tragicomica, quella delle sue radici famigliari, un motore inesauribile; ma è anche malinconica rievocazione di una dimensione che sempre e inevitabilmente dimorerà nella sua carne – come nel pranzo in famiglia di Casa, dolce casa.

E insomma, sarò di nuovo tra la mia gente, lì, al pranzo di benvenuto preparato da mia madre, e mio padre, mia sorella e mio fratello saranno radunati intorno al tavolo. L’altro fratello, quello più piccolo, che ha tredici anni, se ne sarà andato via ridendo del linguaggio zoppicante di mio padre, che di anni ne ha cinquantadue. Al suo fianco sarà seduta mia sorella, che ne ha diciassette, e vicino a lei mio fratello Mike, diciannovenne, ed entrambi mangeranno in silenzio come mia madre, che ha gli occhi troppo, troppo grandi, quarantanove anni, un corpo spezzato, i capelli ingrigiti sulle tempie, una sordità che avanza. Io ho ventuno anni, e capisco tutti loro più di quanto si capiscono l’uno con l’altro.

Una delle figure che con maggior potenza emerge dalla penna dell’autore è quella del padre, Nick Fante, muratore umorale e beone. Il suo è il personaggio dello squilibrio, l’incarnazione forte e disperata di un autoritarismo figlio dell’ignoranza, ancorato ai valori e alle gerarchie del meridione italiano trapiantato in America. Nick Fante sa parlare la lingua dei suoi quattro figli, incarna quella goliardia e quel senso di gioco proprio dell’infanzia, ma è una bomba a orologeria, un padre che decide per tutti il tempo e il modo di ogni cosa. C’è, in lui, la struggente condizione dell’alcolismo, il limite precario tra realtà e illusione, e l’angoscia, costante, della povertà imminente.

Ogni inverno, mio padre fioriva di risolute intenzioni e nuove idee per liberarsi dai debiti e migliorare le condizioni della casa. Arrivava a casa a metà pomeriggio con un secchio di vernice e si metteva a tinteggiare una stanza. Per un paio d’ore se ne stava lì a lavorare fischiettando e canticchiando. Era felice, e riusciva a far risuonare la casa di quel suo spirito cordiale, sicché tutti ne eravamo contenti. Poi a un tratto la stanchezza s’impadroniva di lui. Rimetteva il coperchio alla vernice e si sedeva di fronte alla finestra, a rimuginare sulla neve che gli impediva di guadagnare. Tornava a essere pericoloso. Non ci potevamo avvicinare. L’indomani avrebbe completato il lavoro. Ma quell’indomani non arrivava mai.

Con una prosa ancora acerba ma già in grado di fotografare la cornice ironica e instabile dell’esistenza umana, John Fante ci racconta i conflitti famigliari, i lutti improvvisi, le storie della sua infanzia e la fortissima componente cattolica, l’educazione scolastica che sembra più votata al pentimento che all’istruzione; una dimensione, quest’ultima, che l’autore traccia su carta con prepotenza, infilando una parola dietro l’altra come se fosse tutto contenuto nel medesimo respiro. Ed è forse in questi racconti, in particolare, che affiora la vera natura dell’autore, quella straordinaria capacità di corrodere fino al midollo le sue esperienze, trasformarle in materiale per raccontare una verità in qualche modo rinnovata e intrisa di quell’umorismo privo di speranza che caratterizza tutta la sua opera di scrittore, e di colui che fino alla fine è rimasto sempre il figlio di un muratore emigrato in America.

E allora, alla fine di tutto, dopo aver chiuso il libro, mi sono ritrovata a pensare che in fondo sia stato un bene aver incontrato John Fante molto presto nella mia vita, averlo amato con lo stesso fervore di chi sceglie un esempio da seguire per non ritrovarsi smarrito o fatto a pezzi da sé stesso, e che Dago Red sia arrivato al momento opportuno, per ricordarmi che alcuni scrittori sono una scoperta sempre, e che tornare all’inizio partendo dalla fine, toccare le radici quando già si son ammirati i fiori, può essere una vera fortuna, la conferma che a volte ritrovare le origini può donare nuova luce alle cose.

 

Bianca Bertazzi ha pubblicato Polvere sul terzo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

 

Thomas Ligotti e i sintomi dell’infestazione

Aeron Alfrey, dettaglio dalla copertina di Songs Of A Dead Dreamer, T. Ligotti – www.aeronalfrey.blogspot.it

 

Di Diletta Crudeli

L’orrore, la narrativa dell’orrore, è una creatura multiforme che cambia pelle durante lo scorrere del tempo e a seconda delle geometrie dello spazio in cui si trova. Un racconto di Lovecraft è diverso da un altro racconto di Lovecraft, una stanza in penombra di Chambers è differente da una di Poe, dove molto probabilmente c’è solo un teschio ghignante e non un antico demone. Questo per dire che nel parlare dei racconti di Thomas Ligotti contenuti nella raccolta Teatro Grottesco bisogna procedere con cautela, perché vi si incontra un tipo di orrore che con superbia e un’incantevole potenza risponde a questo tempo e a questo spazio in cui viviamo.

Teatro Grottesco piega intorno a sé la realtà e si rivela in una filosofia notturna, fornendo una chiave orrifica per svelare cosa davvero si cela dietro a questo momento fertile che l’essere umano pensa di poter definire con qualche semplice gesto. E per chi come me sceglie di poter assaporare il buio in ogni suo angolo più sconosciuto scoprire Ligotti è stata una rivelazione.

Partiamo con il dire che i racconti di Ligotti sono tutti ambientati in bolle di oscurità. Questo è il corollario che consegue alla realtà: ogni luogo è infestato. E questa infestazione è rivelata da personaggi che si accorgono di un errore nel sistema. Come potrebbe accadere in un romanzo di Philip Dick c’è qualcosa che attira la loro attenzione e sebbene la scoperta non sia piacevole, questi uomini fuori dall’ordinario non possono fare a meno di guardare. E qui entra in gioco il secondo elemento su cui è basata tutta la narrativa di Ligotti; se il cosa è il luogo infestato il come è completamente affidato all’elemento perturbante.

Il perturbante è quell’errore nel sistema. È qualcosa che viola la nostra percezione della realtà, che contravviene al sentimento placido e ormai consumato che ogni mattina ci fa alzare dal letto. Simbolo del perturbante è la marionetta. La marionetta è un essere umano, o almeno ne ha le sembianze. Perché la marionetta riesce in qualche modo a disturbare il suo spettatore? Perché è come lui, solo che ha i fili. Ma le cose si fanno ancora più strane quando la mente si piega e si rende conto che anche il nostro stesso corpo potrebbe essere dotato di fili. La marionetta non sa di averli, dovremmo forse saperlo noi?

E qui sta il trucco del perturbante, perché la sensazione non se ne va.  Non si tratta di un’apparizione spettrale, o una bambina posseduta, il perturbante non è fuori, è dentro la mente. Quindi una volta che questa sensazione si è insinuata è difficile lasciarla andare via, difficile che scompaia o che qualcosa si risolva. Di certo la mente umana ci proverà, perché è stata ammaestrata a cercare una risposta. E più si cerca la risposta più si torna al punto di partenza: è il perturbante che ci ha permesso di scoprire che ogni luogo è infestato.

Ma se ogni luogo è infestato c’è forse possibilità di salvezza? No. Non c’è.
Quelle di Ligotti sono preghiere nere, e per quanto il suo debito a Lovecraft sia enorme qui la differenza essenziale sta nel fatto che quest’orrore, per quanto cosmico e capace di diventare personaggio stesso del racconto, non ha un nome. Tutto è perduto, e poco importa se quella dell’uomo sia pazzia causata dall’aver spostato un angolo della tenda vellutata che ricopre la realtà o se davvero c’è dell’altro: quello che importa è la possibilità dell’orrore, la sua potenzialità e il suo ascendente sull’ingenua razza umana.

Come in un film di Lynch il mondo in realtà è innervato dal male e una volta superato un certo momento, una volta varcata la soglia, non c’è via di uscita (di nuovo Lynch: «Once we cross, it could all be different»).

Benché non l’avessi riconosciuta come tale, la botola, che sembrava comunicare con una cantina sotto la casa albergo dove risiedevo, era tra i più tipici dei cosiddetti «segni». Tutti, come garantivano isteriche tante persone, indicavano una qualche soglia, portale o varco che occorreva stare attenti a non superare e nemmeno avvicinare.

Ma la filosofia orrifica di Ligotti non si ferma qui, perché la finzione stessa è sintomo di questa maledizione. Con uno stile evocativo e sofisticato, dove il male è una recita cantilenante, dove sulla pagina vi è un pentametro fatto di buio (sentite come suona bene: «l’assenza, di una certa casa dallo spazio che un tempo occupava nella via fuori mano di una città sul confine settentrionale»), Ligotti persevera nel concepire i suoi orrori, ma sopratutto persevera nel svelarli.

L’infestazione è irrevocabile e chi narra queste storie lo fa per allontanarle da se stesso. Il mondo per come lo conosciamo è una bugia, e l’uomo stesso continua a raccontarsi la stessa storia per non essere costretto ad affrontare la vera realtà.

Ne Le varie forme dell’esperienza religiosa William James dice che «coloro che sono sanguigni e mentalmente sani vivono di solito dalla parte luminosa rispetto allo spartiacque della miseria; i depressi e i malinconici vivono oltre lo spartiacque, nell’oscurità e nell’apprensione».

Teatro Grottesco è semplicemente lo spettacolo stesso dell’uomo che vuole sfuggire alla sua natura, una natura debole e perennemente sconfitta dalle forze oscure che si nascondono là fuori, ovunque.


 

Diletta crudeli ha pubblicato Chiudi il becco! sul quarto numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

L’ubicazione del bene, di Giorgio Falco

Photo by Sam Ellis on Unsplash

 

Di Francesco Ferrara

Lavoravo. Tre anni fa, circa. Senza orari. Dalle otto del mattino alle otto di sera. Quando lavori per una piccola azienda fai qualunque cosa ti chiedono di fare. Se poi l’azienda è della tua famiglia, peggio ancora. Ero un po’ magazziniere, un po’ impiegato, un po’ rappresentante (che pessimo venditore! Certo, mi bloccava una timidezza innata, ma anche un’assoluta mancanza di talento. Per non parlare, poi, dei miei silenzi imbarazzati di fronte alla solita domanda: ma se ti sei laureato in lettere, perché non fai il professore?). Niente di esaltante, insomma. Mi calavo a forza in un’incolore desolazione con la speranza, un giorno, di uscirne vivo.

Un pomeriggio di tre anni fa un ragazzo con un geco tatuato sul collo mi chiede chi sono. Mi sento abbastanza sicuro della risposta, ma resto in silenzio. Nel riverbero del sole vedo il geco muoversi per andare ad infilarsi nel suo orecchio. «Francesco?», urla. Dico di sì con la testa. «C’è un pacco per te», mi fa lui. «Da parte di chi?». «Amazon», risponde. «Ma quei libri li avrò ordinati due mesi fa», gli faccio io, «nemmeno me li ricordavo più». «Sai com’è, ad agosto in Italia si ferma tutto». «Lo so com’è», dico tra i denti. «E allora? Avrei fretta di andare».

Quattro mesi dopo, alle sei e mezzo del mattino, leggo uno degli incipit più belli della narrativa italiana degli ultimi anni. Il titolo del racconto è Onde a bassa frequenza. Mi fermo, chiudo il libro, osservo la copertina. La scala cromatica va dal bianco al grigio. Uno specchio riflette degli interni domestici uniformi e lineari. Rassicuranti. Al centro dell’immagine, rubato al lessico catastale (e già questo è un piccolo capolavoro), il titolo: L’ubicazione del bene. L’autore è Giorgio Falco. Edizione Einaudi. (Provate a cercarlo, ma lo troverete solo in formato ebook o forse usato, e sarebbe già tanto). Riprendo la lettura del racconto. Inizio a leggere anche il successivo. Dovrei andare a lavoro, che ore sono? Ancora un po’ e poi vado. Leggo il successivo. Sono in ritardo, lo so. Un altro ancora, poi basta. Il cliente mi sta aspettando. Questo è proprio l’ultimo che leggo. Ho un appuntamento. D’accordo, scappo via. Ho almeno un paio d’ore di ritardo.

Cortesforza è il luogo dove vivono i personaggi di Giorgio Falco: è un luogo immaginario, ma a suo modo reale, un sobborgo ordinato a un quarto d’ora dalla Tangenziale Ovest di Milano, un piccolo mondo ovattato in cui sono le automobili dei pendolari a scandire il ritmo delle giornate. Cortesforza è un non-luogo, ma molto simile a tanti chilometri di provincia italiana: la provincia dei tentativi imprenditoriali falliti, dei figli messi in cantiere da coppie annoiate, degli annunci immobiliari lungo la statale, dei marciapiedi vuoti bagnati dalla pioggia e dei centri commerciali.

Il bene è quello immobiliare, ma anche quello morale. Entrambi possono essere acquistati, hanno un prezzo trattabile, sono messi in vendita dagli operatori delle agenzie. Il bene è una casa da ristrutturare, un capannone messo all’asta, una villetta indipendente su tre livelli. Basta un rogito, l’autorizzazione della banca, un mutuo a vent’anni ed è fatta, ecco la felicità. Ma a Cortesforza il bene non c’è. E non c’è neanche la felicità. C’è invece una sottile patina di quotidianità organizzata, sotto la quale vibra la disperazione silenziosa della classe media sempre in ascesa.

Una lei porta a casa un carlino per colmare il vuoto di un figlio che lui non vuole. Paolo, prima del T.S.O., acquista un boa e, insieme al serpente, anche il suo cibo, una scatola da dieci chili di pulcini surgelati. Giovanna, isolata dalla comunità a causa della sua personalità borderline, un giorno mette il suo cane nel forno. Il signor Moriero da quarantasei anni prende a pugni in testa la moglie. C’è da chiedersi perché? Forse non c’è un perché. Forse a Cortesforza c’è l’attaccamento istintivo ad una vita che, guardando bene oltre le finestre identiche delle villette a schiera, non ha nulla di desiderabile, ma nasconde, al contrario, solo un dolore vuoto e una quieta ferocia.

Fa paura, ecco, riconoscersi all’improvviso in uno degli abitanti di Cortesforza, una mattina uguale a tutte le altre, di fronte ad un cliente che, seccato dal tuo ritardo, con lo sguardo indifferente ti sta chiedendo: ma tu, in fondo, perché lo fai? Fa paura anche sorprendersi nel tentativo affannato di tenersi stretta una vita ormai anestetizzata dal lavoro, dalla quale in realtà ci si vorrebbe allontanare. Fa paura ritrovare nei propri atteggiamenti (anche solo per un attimo, non conta) i desideri inutili, la voglia di possedere cose e di abitare case. Tutto ciò fa paura, certo, ma la letteratura serve anche a questo, no? A guardarsi dentro e capirsi. E allora, coraggio.


Francesco Ferrara ha pubblicato Sempre con te sul terzo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

Ricorrenze, di Christian Raimo

 

Di Manuel Crispo

«Nel 1986 mi trasferii con tutta la famiglia da Potenza a Roma. Fu uno degli ultimi viaggi che feci in macchina con mia madre e mio padre. E l’ultimo che feci con mio fratello. Era il 12 maggio ed era uno di quei giorni di transito, di inespressive atmosfere celesti, di odori incomprensibili nell’aria, di cui la vita dei paesi più sviluppati dell’Europa, del NordAmerica, della Russia occidentale, cominciava a essere sempre più piena. Ero seduto dietro nella macchina, e nonostante la lucidità eccessiva per la levataccia, nutrita per via endovenosa ad agitazione, fibre allertate e bevande calde, quello che elaboravo mentalmente in quei momenti era quasi assolutamente nulla. Registravo il percorso e il paesaggio, ma non capivo se dovessi tenere a mente un’immagine globale o qualche dettaglio o che cosa. le insegne stradali indicavano ogni chilometro che passava, ogni paesello ci dava il benvenuto e ci diceva arrivederci un minuto dopo, ma quella forma essenziale di nostalgia cutanea che è tipica e forse necessaria in questi casi stava solo fermentando molto molto lentamente e di lì a poco avrebbe assunto delle fogge talmente inaspettate che definirle nostalgia anche oggi può al massimo far venir fuori un sorriso brevissimo, e forse ancora, leggermente, indifeso».

Comincia così il racconto Ricorrenze contenuto nella raccolta Latte dello scrittore, traduttore e insegnante Christian Raimo. Comincia con questo sorriso, un brevissimo sorriso di reazione alla parola (o al concetto di) nostalgia, molto più fragile di quello che chiuderà poi il racconto, come se nel corso del testo questo sorriso si andasse addensando un poco per volta, una pagina dietro l’altra.

La raccolta, uscita per minimum fax nel 2001, comprende altri nove racconti, nei quali Raimo sperimenta stili differenti (due sono in versi), ma tutti con un obiettivo in comune: indagare in profondità i dolori e le illusioni di una generazione cresciuta senza padri.

Ricorrenze si articola su due piani temporali. Da un lato c’è il resoconto di un viaggio in auto del protagonista-narratore, Giuseppe Libèri, con i genitori (il padre, impresario di pompe funebri, che tenta di educare i figli a gestire la morte; la madre, una quarantatreenne protettiva ma fondamentalmente ignava) e il fratello gemello Davide. Un’odissea che nasce e si sviluppa nell’irrazionale.

«Il motivo per cui dovemmo trasferirci da Potenza a Roma stava tutto nella ghiandola pineale di mio padre. Nella ghiandola pineale, diceva lui, ci sono tutte le scelte su cui non hai controllo».

Dall’altro c’è la vita attuale di Giuseppe, ormai dottorando, che sembra svolgersi nell’eterna attesa di una telefonata nei confronti della quale lui stesso sembra non sapere come porsi in termini emozionali.

Tanto concreto e dettagliato – definitivo – ci appare il suo passato, tanto è nebuloso il suo presente, agitato da una schiera di personaggi irrisolti: Lucio e il suo bisogno di “appropinquarsi all’estasi”, Obo che ha perso una gamba e indaga il tabù della menomazione, la ciclotimica Silvia che parla quasi solo per domande, Toni che ci dà sotto con la coca, la cinefila Eleonora e per finire l’enigmatica Aura, ex fidanzata di Davide e attuale compagna dello stesso Giuseppe.

Su Aura soprattutto si concentra lo sguardo dell’autore da un certo momento in poi, Aura che è un nome e una foto ripresa dall’alto, Aura che dorme, Aura che forse ha un nuovo ragazzo, Aura che è come un fantasma, impalpabile sin dal nome, irraggiungibile al pari degli altri personaggi di questa storia.

«Aura: s.f. In senso poetico, aria, brezza, vento leggero. Oppure: atmosfera, emanazione espressiva dell’intimo…».

In questo strano deserto fatto di volti e di nomi che si confondono, mentre Giuseppe fa il conto delle piccole cose che lo differenziavano da Davide, un accento appena un po’ diverso, la capacità di leggere in auto senza sentirsi male, la telefonata attesa sin dalle prime righe del racconto ci appare come una sorta di oasi, qualcosa a cui appigliarsi disperatamente per non lasciarsi travolgere.

La considerazione più ovvia è che questo è un racconto che parla di assenze. Assenza del fratello gemello, di cui Giuseppe conserva una foto soltanto («Ha un’espressione in viso, mezza sorridente, come sul punto di dire qualcosa, di cambiare faccia»), assenza di una figura genitoriale credibile, assenza di un rapporto personale reale. In ventiquattro densissime pagine Raimo descrive lo squilibrio un po’ frastornato di una generazione di genitori inaffidabili, laureati a spasso, disillusi cronici, conducendo con sorprendente sensibilità il lettore sul terreno ambiguo dell’illusione identitaria. Un’illusione che, in qualche modo, ci riguarda tutti.

 

Manuel Crispo ha pubblicato Il parrucchiere di Elvis sul terzo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

 

Tommaso Landolfi, Diario Perpetuo

Photo by Aaron Mello on Unsplash

 

Di Marco Parlato

Per un prevedibile gioco meta letterario avrei potuto scegliere di consigliare Tre Racconti, di Tommaso Landolfi. Tuttavia ho deciso di rifiutare l’opzione facile del gioco – seppure sia stata proprio tale coincidenza a aiutarmi nella scelta – in favore di Diario Perpetuo, che considero ideale per chi non ha mai approcciato l’opera di Landolfi, in quanto ne rappresenta una piccola summa.

Devo essere sincero: non ricordo come ho scoperto Tommaso Landolfi. Posso escludere di esserci arrivato come sono arrivato ad altri: i libri che avevo in casa.
Mi concedo una breve parentesi autobiografica.

Ho cominciato a leggere curiosando tra i libri dei miei genitori. Vedevo i volumi sugli scaffali, trascinavo una sedia da usare come scala, mi immergevo tra pagine e polvere.
Landolfi no. Sospetto di averlo scoperto nei mercatini dell’usato. Mentre posso confermare che rimane uno dei miei capisaldi da lettore, e poi da scrittore. Ne ammiro l’ecletticità, la fantasia e l’amaro disincanto tipico di chi, forse per autodifesa, vive di ironia.

Se volessi essere felice per qualche minuto, mi basterebbe invogliare chiunque a leggere Diario Perpetuo, che nasce come raccolta degli elzeviri apparsi sul Corriere della Sera tra il 1967 e il 1979.

Si susseguono racconti di genere vario, componimenti biografici, brevi riflessioni o scherzi. Eppure il dubbio che il romanzato conquisti sempre maggiore territorio, a sfavore della biografia, provoca un piacevole disorientamento nel lettore.
Qualcuno potrebbe illudersi di risolvere tale spaesamento affidandosi al soprannaturale. Nessuna storia di fantasmi può essere autobiografica. Sarà poi vero? O forse, citando l’anziano narratore di uno dei racconti della raccolta, La paura della paura, dovremmo dire che «i vecchi, purtroppo, non credono ai fantasmi»?

Senza contare che i racconti di Landolfi beneficiano di una tensione efficace, dove le presenze non umane, i fantasmi, cambiano continuamente posto, passano dalle suggestioni causate dal buio alle apparizioni, dai timori autoindotti alle illusioni ottiche. Non si può essere certi di cosa accada davvero ai protagonisti. Come per Passo vietato, dove un cacciatore racconta di non essere riuscito a oltrepassare un punto preciso della strada: «avvenne qualcosa d’inesplicabile e di terribile: egli cioè si sentì fermato».

Che una barriera invisibile esista davvero o che si tratti di autosuggestione sarà un enigma che toccherà risolvere al vero protagonista, memore del racconto del cacciatore e d’improvviso nella stessa situazione. Ma il fantastico landolfiano non vive solo di racconti di paura – definizione di comodo e sicuramente limitante; ne è un esempio Il millantatore, che rielabora uno dei più diffusi canovacci in tema di fantasmi, con la giusta dose di ironia sferzante, elemento che permea l’intera opera.

A tale proposito come non invogliare il lettore a leggere Il professore, raccontino che potrà appassionare molti universitari che tutt’oggi hanno la fortuna – molti direbbero il dispiacere e l’obbligo – di avere a che fare con insegnanti dalle risposte enigmatiche e, purtroppo, inopinabili a causa del timore reverenziale e della timidezza.

A proposito di timidezza, lo stesso Landolfi espone una formula matematica per aiutare i timidi ad approcciare le donne. L’esposizione del così battezzato Chiasma della Timidezza avviene in uno dei frammenti omonimi della raccolta, appena dopo avere elaborato la Formula delle Pazienze, utile per i giocatori d’azzardo.

La pazienza impiegata in ogni colpo sarà dunque eguale al prodotto delle pazienze impiegate in tutti i colpi precedenti, moltiplicato per gli elevatissimi coefficienti di delusione dei colpi perduti (dei quali coefficienti ognuno è, si capisce, almeno eguale al quadrato del precedente), diminuito appena della magra somma dei decrementi di soddisfazione sulle pazienze semplici impiegate nei colpi vinti. La seguente formula generale potrà forse risultare interessante per qualcuno:

Pn = (Ρ1α · Ρ2α2· Ρ3α4… Pn-1 αn-2) – dx in cui Pn esprime la pazienza al colpo n, α il coefficiente di delusione, x il numero dei colpi vinti sugli n colpi giocati, d il decremento di soddisfazione, P1 P2… le pazienze semplici ai colpi 1,2…

Composizioni che potremmo definire da fumistes, alle quali si aggiunge il formidabile dialogo a due voci Gli Incas, botta e risposta tra uno scrittore che non riesce a scrivere una lettera di presentazione e la moglie che si ostina a imporgli modifiche, nel tentativo di aiutarlo.
In breve entrambi si trovano impossibilitati a trovare una chiusura degna. Al contrario io ho vita facile: leggiamo e rileggiamo Diario Perpetuo.

 

 

Marco Parlato ha pubblicato Sotto di noi le stelle sul secondo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.


Tommaso Landolfi, Diario Perpetuo, Adelphi (Biblioteca Adelphi), 2012, 393 pp.

Un inverno a Marsiglia di Jean-Claude Izzo

Marseille, le Vieux Port (Wikimedia Commons)

 

Di Francesca Ceci

Partimmo per Marsiglia in quattro, ognuno con qualche libro in valigia, senza conoscere i titoli l’uno degli altri. Sapevamo solo che non erano libri di Jean-Claude Izzo, quelli li avevamo già letti prima di partire, era quasi solo per quello che stavamo viaggiando. Passavamo i giorni camminando nelle strade ombreggiate del Panier, facendo poca spesa al Vieux Port o limitandoci a guardare le barche dei pescatori che entravano e uscivano lentamente, come a occhi chiusi, come se conoscessero a memoria ogni manovra. Non ce lo dicevamo ma ci pesava l’assenza dell’uomo che ci aveva condotto là e che non si era fatto trovare, sapeva di tradimento. Marsiglia era come le sue parole ce l’avevano fatta immaginare: densa, diretta, pessimista, a seconda della luce e dell’ora ci pareva senza speranza o raramente contenta.

Senza dirlo a nessuno, mi ero portata dietro anche due piccole raccolte di racconti di Izzo, quei libri di cui si procrastina la lettura sapendo che saranno proprio gli ultimi. Uscii da sola e passeggiai lungo la Corniche fino ad una curva con due panchine vuote, poco prima di arrivare al Vallon des Auffes. Di fronte si riuscivano a intravedere, nell’aria afosa di fine giugno, pezzi di isole dell’arcipelago delle Frioul; poco più in basso, su un pezzo di spiaggia libera, alcuni ragazzi facevano il bagno vestiti, non so se per vergogna o per non perdere tempo, alcune ragazze magre ridevano all’angolo opposto. Mi venne in mente la frase di Izzo: «Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide».

Mi sedetti e iniziai a leggere Vivere stanca dalla fine, dall’ultimo racconto fuori tempo: Un inverno a Marsiglia[1]. Mi ritrovai d’improvviso di fronte Fabio Montale, il personaggio più rappresentativo di Izzo, che credevo non avrei più incontrato dopo la fine delle trilogia marsigliese (Casino totale, Chourmo, Solea). Lo riconobbi così come lo avevo lasciato, deluso ma ancora forte, disincantato, stanco di pensare. Era il giorno dopo il Natale ed era in pieno rimpianto. Aveva fatto tardi ad andare a trovare Joëlle – come si era ripromesso -, in prigione da cinque anni per aver ucciso il suo ragazzo per paura.

Joëlle dopo si era persa nel silenzio. Per sempre. Pazza, dicevano che era diventata. Perché comunque c’è bisogno di una parola per dire l’incomprensibile.

Oggi era già oggi e lei non lo aveva aspettato e lui si ricordò che una volta un sociologo gli aveva spiegato come cambiano gli omicidi e i suicidi durante le stagioni, doveva averne parlato a lungo per poi concludere che la teoria non spiega niente e che niente dipende da una spiegazione. Montale riappariva come era sempre stato, immerso nelle storie più grigie e con la testa da un’altra parte, migliore. Izzo ce lo regala un’ultima volta in pochissime pagine in cui ne lascia impresso il ritratto, le poche cose che ama, il vino bianco di Provenza, l’incomprensione del mondo. Finii di leggere ed ero sempre sulla stessa panchina, a guardare probabilmente le stesse immagini che avevano visto Izzo e Montale ogni giorno. E pensai che quel breve racconto poteva essere la scoperta che corona una fine o l’inaugurazione di un nuovo inizio.

Lasciai andare lo sguardo sul mare. Verso l’orizzonte. Non avevo ancora trovato di meglio per dimenticare le schifezze del mondo.

Francesca Ceci ha pubblicato Altre parole sul secondo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.


[1] Jean-Claude Izzo, Un inverno a Marsiglia è contenuto in Vivere stanca (trad. Franca Doriguzzi), Edizioni E\O, pp. 128, euro 8,50; lo stesso racconto si trova anche in Aglio, menta e basilico (Ed. E\O) con il titolo La cena di Natale di Fabio Montale. La prima versione di Souris, Montale, c’est Noël è stata pubblicata sulla rivista Regards nel 1996.

Il palcoscenico di Ivano Porpora

Photo by Paul Green on Unsplash

 

Di Sara Gambolati

«Larga è la foglia stretta è la via / dite la vostra che io ho detto la mia», metteva Calvino in chiusura di fiaba per invogliare i bambini a spegnere la luce, ma io dicevo a mio papà quando chiudeva il libro: e poi?Cosa succede dopo che Masino ha smascherato la Maschera Micillina, il Gobbo Tabagnino è sfuggito ancora una volta all’Uomo Selvatico, chi si ama è convolato a giuste nozze e chi è stato cattivo ha avuto una camicia di pece?

Noi che le amiamo, sappiamo bene che le storie non finiscono mai. Continuano nella penna di chi le ha scritte e nella testa di chi le ha lette, nelle orecchie di chi le ha ascoltate o di chi ne ha sentite appena due parole mentre passava in corridoio.

E poi? potremmo chiedere a Ivano Porpora alla fine del racconto Il palcoscenico contenuto nell’antologia Teorie e Tecniche di indipendenza, a cura di Gianluigi Bodi.

Il palcoscenico è un racconto condensato nei cinque o cinquecento passi di una scrittrice-attrice-funambola, dalle quinte al centro del palco. Un tempo enormemente dilatato ed estremamente denso. Il narratore, squintato sulla poltroncina rossa e impegnato in un muto dialogo con l’artista (è la sua donna, hanno condiviso l’ispirazione, lui l’ha osservata metterla su carta caffè dopo caffè, sonno dopo sonno, e lei gli ha ripetuto infinite volte l’attacco: ci sono un italiano e uno svizzero che entrano in banca), ci fa vedere tutto: gli stucchi e il grande lampadario, il tatuaggio giallo e rosa che freme d’indecisione e le cicatrici incistate sul braccio della donna, le ombre azzurrine. Sentiamo i criiiic dell’assito tarlato, e i sospiri degli spettatori sospesi sulla battuta di apertura.

«Ma poi succede qualcosa che non avevi preventivato. E questo qualcosa che non avevi preventivato, mentre le termiti con le loro mascelle ti precludono ogni via di fuga, e ormai non puoi più fare scena muta, non puoi ritirarti, ci sono anche le autorità, ecco, è che a quel punto le parole che usi sono diverse. Non: sostitutive. Non stai trovando un modo migliore di esprimerti. Stai proprio parlando di altro».

L’italiano e lo svizzero, provati e logorati per mesi di vita quotidiana, scompaiono e il racconto erutta in un altro racconto, un po’ come nella teoria degli universi sequenziali.

Leggere Ivano Porpora, scrittore dalle parole imbizzarrite, è un po’ come avere un pennarello e dover unire dei puntini. Dobbiamo allontanare il foglio dagli occhi per riuscire a vedere cosa stia venendo fuori.

I puntini sono tanti: la banca, la bambina che si sporge dalla vetrina, vestita d’azzurro come la donna sul palcoscenico e come le ombre, che è ripetuto ossessivamente, sono il frutto della mescola del colore del corpo e del suo complementare.

Allontano di nuovo il foglio e lo avvicino, allontano e avvicino e finalmente lo vedo.

«Un bambino è nascosto dietro quel pilastro, dall’altra parte della strada, e quel bambino ha la maglietta che avevo io trent’anni fa, e i mie capelli; e non so come, ma io la bambina che si confondeva nell’ombra la ricordo».

Inizialmente pensavo che si trattasse del narratore. La storia sottesa a quella sua paura dell’ascensore, il modo che ha di segnare la fronte alla sua donna quando dorme. Ma alla quarta lettura mi sono chiesta: e se il bambino che fa capolino fossimo noi? Noi spettatori, lettori, passeggiatori di corridoio rimasti ingarbugliati nel racconto.

Forse abbiamo una storia in comune, con lei e con lui, una storia che ha bisogno di uno squarcio per colare fuori come un pianto che deve erompere dopo una risata liberatori.

Quel parlare di altro inizia a parlare di me.

A ciascuno nella sua testa. A ciascuno il suo poi.

Ci sarebbe una chiusa: Ma è già finito. Anche una data.

Ma non è vero. La fine del racconto è il vero inizio.

La storia non finisce mai.

 


Sara Gambolati ha pubblicato La donna del cecchino sul secondo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

L’angelo Esmeralda di Don DeLillo

Di Ilaria Marcoccia

Dovete sapere che Don DeLillo è in grado di costruire una storia avvincente anche solo intorno a una fotografia. Partendo da una singola immagine lui può dire tutto, intrecciare avvenimenti inavvicinabili, raccontare di vite solitarie, inscenare dialoghi assurdi, e da quella stessa foto far sgorgare una infinità di parole. Le fotografie di DeLillo sono violente, non per il contenuto, ma per il modo in cui riempiono lo spazio dei sensi, della vista, della mente. Barthes diceva che la vita è fatta di piccole solitudini, e le storie di DeLillo sono popolose, ricche, ma non di persone, di parole. Le parole stesse sono protagoniste, il linguaggio che ci salva dalla consapevolezza perturbante che le cose non esistono, che potrebbero sparire se smettiamo di nominarle. Dire le cose, definirle, elencarle, è l’unico modo per porre fine allo spaesamento, per riempire i nostri piccoli luoghi solitari.

Consiglio a tutte le persone che incontro di leggere questo autore contemporaneo e lungimirante, perché le sue storie sono ricche di belle parole che danno significato a momenti quotidiani e allo stesso tempo sono in grado di racchiudere l’umanità intera, tutta la terra e anche lo spazio, o meglio noi stessi visti dallo spazio. I racconti di DeLillo, con i loro finali sospesi, sono brevi passeggiate nello spazio, registrano ciò che avviene sulla terra, i ritmi sparsi, le circostanze, le occorrenze e le restituiscono come rumore umano, parole. Lasciamo che le parole siano i fatti.

C’è una suora nel Bronx che crede di poter salvare la vita degli street artist e dei tossici del quartiere correggendo i loro errori di grammaticali; c’è una donna ad Atene che vive in una eterna pausa e, in attesa che la terra tremi sotto i suoi piedi, dimentica di vivere; c’è un uomo che va al cinema cinque volte al giorno, incontra persone sugli autobus e il suo pensiero ormai scorre per inquadrature; c’è una donna misteriosa su un’isola che fa l’amore con un uomo che ha la continua necessità di stilare liste nella sua mente per dare senso alle cose; e poi ci sono due uomini nello spazio che osservano la terra durante la terza guerra mondiale mantenendo nell’orbita spaziale l’ultimo briciolo di umanità:

«Per uomini così lontani dalla Terra è come se la forma fisica delle cose avesse l’unico scopo di rilevare la semplicità nascosta in una profonda verità matematica. La Terra si svela la semplice, incredibile bellezza del giorno e della notte. Esiste per contenere e incarnare questi eventi concettuali».

Cercando di dare una struttura ordinata delle cose, L’angelo Esmeralda raccoglie in totale nove racconti, scritti tra il 1979 e il 2011, che condensano l’immensità della scrittura di Don DeLillo in circa duecento pagine. Molti dicono che siano i romanzi di DeLillo ad essere oscuri e misteriosi, ma in realtà il vero mistero siamo noi: gli esseri umani che popolano la Terra hanno questo incessante bisogno di dare senso alle cose terrene, di elencarle, di costruire una catena di causalità, di nominarle. Assegniamo nomi agli eventi distanziandoli, matematizzando la vita scientificamente e crediamo che questo sia vivere, pensare. «Se non siamo qui per sapere che cos’è una cosa, allora che ci stiamo a fare?». La vita dei personaggi di DeLillo si svolge nel pensiero, un pensiero che categorizza ma che a volte non riconosce gli oggetti:

«Nel profondo c’è solo un caos indistinto. Abbiamo inventato la logica per mettere in fuga la nostra essenza creaturale. Affermiamo o neghiamo. Alla M facciamo seguire una N. Le uniche leggi che contano sono quelle del pensiero».

Ogni cosa è al suo posto. Non siamo noi a dover sospendere l’incredulità durante la lettura di un racconto, viviamo già in un mondo fatto di storie, ed è quello nella nostra testa. Quando un racconto finisce, è necessario che ce ne sia un altro e poi un altro ancora, perché vivere in un mondo senza storie ci fa regredire fino ad uno stato di animalità. Vedere il viso di Esmeralda su un cartellone con la pubblicità di un succo di frutta, forse è questo che ci rende umani: credere.


Ilaria Marcoccia ha pubblicato Suoni sul primo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.