Author: treracco

Storie brevi e voci nuove

Il macabro quotidiano nei racconti di Roald Dahl

Di Lucia Perrucci

Chi adora Roald Dahl per Matilde o il GGG (io lo adoro per Le Streghe) non si stupirà quando leggerà i suoi racconti per adulti. Né si stupirà di scoprirlo tra gli autori di Playboy, o tra gli scrittori più censurati di sempre.

Nato nel 1934, in Inghilterra, da genitori norvegesi, pilota della Raf e consulente di guerra, prima di diventare lo scrittore che noi tutti conosciamo, Roald Dahl è stato protagonista (più che narratore) di tutto un altro tipo di storie.

Forse perché volando vedeva le cose dall’alto, o perché, precipitando nei deserti, ha potuto osservarle anche troppo da vicino, o forse perché ascoltare segreti internazionali fa sempre un discreto effetto, ma Roald Dahl, in tutto ciò che ha scritto, si è sempre mostrato un cinico esploratore del quotidiano, fino a consegnare a noi lettori un repertorio di racconti che sfiorano il grottesco, il cui sofisticato (e macabro) umorismo ribalta le situazioni di apparente e statica normalità.

Chi conosce Roald Dahl attraverso le sue opere per bambini, tutto questo lo sa già. Sguardo sincero, mai morbido, spesso beffardo e cattivo, la cui voce schietta e mai contorta consegna uno stile accessibile a tutti, scorrevole e assolutamente sorprendente.

Hemingway mi diceva che l’essenziale non è fare sfoggio d’intelligenza, ma comunicare al lettore nella maniera più semplice possibile[1]. 

Roald Dahl fa quindi della semplicità la chiave per sorprendere il lettore. Una semplicità non solo formale ma anche apparentemente contenutistica. Quella semplicità che incornicia ogni storia attraverso circostanze iniziali di assoluta (anche banale) quotidianità, capovolte da un aspetto imprevedibile e molto spesso bizzarro e crudele.

Quelli di Roald Dahl sono incipit che non arrivano subito al punto, non si servono del retroscena omesso, anzi descrivono quasi minuziosamente situazioni e personaggi introducendo il lettore nella dimensione della storia e consegnandogli tutto l’occorrente per afferrare ciò che verrà dopo. Il lettore se ne sta lì come un voyeur che spia un momento intimo e del tutto normale, fino all’inaspettato inciting event.

Roald Dahl, giovane pilota della Raf
Roald Dahl quando era un giovane pilota della Raf

Genitori in pena per la salute dei propri neonati, ricche signore con l’ossessione di perdere un volo, ospiti a cena dal palato raffinato, mogli che scongelano cosciotti di agnello per cena, banali scommesse sugli accendini, viaggiatori alla ricerca di una camera per dormire.

L’incidente scatenante, sia esso caratterizzato da un fatto, da una battuta, o da un dettaglio particolarmente strano, appare subito inquietante non tanto per l’eccezionalità dell’evento in sé, ma per il risvolto psicologico che lo muove. È il desiderio del personaggio a essere mosso da qualcosa di malato, una cinica visione della vita che punzecchia il lettore lasciandolo con quel retrogusto sul palato acre e amarognolo, come il veleno ben mescolato alla bevanda più innocua del mondo.

Si può mangiare l’arma di un delitto? Si può passare dalla pietà per un bambino in fin di vita a un sentimento disumano dopo aver letto il suo nome?

«Ogni giorno, per mesi, sono andata in chiesa a implorare in ginocchio perché a quest’ultimo sia concesso di vivere».
«Sì, Klara, lo so».
«La morte di tre figli è il massimo che riesco a sopportare. Te ne rendi conto?».
«Certo, certo».
«Adolf deve vivere, Alois. Deve, deve… Oh, Dio, sii misericordioso con lui…».

Ma è la beffa, l’ironia del destino, Genesi e Catastrofe la chiama l’autore, una tragedia mascherata, uno scherzo della natura che fa sorridere perplessi.

Tra i temi ricorrenti: il gioco, la routine di coppia, l’ossessione, l’invenzione di strane macchine che quasi anticipano le premesse di Black Mirror.

Sono convinto che esiste intorno a noi un intero mondo di suoni che non percepiamo. È possibile che lassù, in quelle eccelse, acutissime regioni inudibili esista, venga creata una nuova musica eccitante, fatta di sottili armonie e acute, stridenti dissonanze, una musica così forte che impazziremmo se l’orecchio soltanto afferrasse di sfuggita. Può esserci di tutto… per quel che ne sappiamo (La macchina dei suoni, 1949).

Walt Disney e Roald Dahl (Photo Disney Archives)

La macchina dei suoni costruita da un uomo ossessionato dall’inudibile, rivela ciò che nessuno può sentire, come i lamenti delle piante. Questa invenzione (così come la macchina che tiene in vita il cervello dopo la morte in William e Mary, o le proprietà miracolose delle api in Pappa reale) svela ciò che è nascosto, la conturbante verità del dolore. L’inventore è mosso teoricamente dall’empatia. Ma è un’empatia narcisistica. Quando scopre le grida di un fiore reciso prova pietà. Eppure, per essere certo che la macchina funzioni, per capire davvero se quelle piante provano dolore, fa di tutto per infliggerlo. Anche l’epilogo in Pappa reale (1958) lascia inquieti sulle risposte di una scienza nuova e sconosciuta che porta il protagonista all’inevitabile metamorfosi finale. Ma sono in fondo gli anni ’50, e la paura nei confronti delle potenzialità distruttive della tecnologia (incorniciata dal clima gelido della Guerra Fredda) confluiva spesso in risultati di questo genere (ne sono un esempio i film fantascienza come The Fly, 1958).

Guardandolo in quel momento, mentre si spostava davanti a quella libreria con quei capelli corti e quella barba e quel corpo rotondetto, la moglie non poté fare a meno di pensare che in effetti quell’ometto aveva qualcosa dell’ape. Aveva spesso visto donne che erano finite con il somigliare ai cavalli che cavalcano, aveva notato anche che la gente che aveva uccelli, o bull terrier, o pomerani, spesso finisce con il somigliare un poco, e tuttavia in maniera che sorprende, alle creature alle quali si dedica.

La routine coniugale è spesso incentrata su capricci infantili, insofferenza, e dispetti dalla portata tragica e grottesca: quale moglie non ammazzerebbe il marito a colpi di cosciotti d’agnello (Cosciotto d’agnello, 1953)? E quale moglie, in preda all’ansia di perdere un volo, non mollerebbe il marito in fin di vita (L’ascesa al cielo, 1954)? Tutte le mogli descritte sono affettuose, devote e “servono bene” i loro mariti. Almeno inizialmente, fino a non poterne più (e il tradimento diventa la ripicca più inoffensiva).

«Non importa. Ora che ci penso non ricordo di aver mai adoperato in vita mia il mignolo della sinistra. Eccolo qua». Il giovanotto strinse il mignolo tra le dita della destra. «È sempre stato qui, e non ha mai fatto niente per me. Perché non dovrei scommetterlo? No, la trovo una bella scommessa». (La scommessa, 1948)

Puntare l’impossibile, scommettere l’assurdo, apre una riflessione sui bisogni e le necessità, così come sui valori, dell’uomo sociale percepito dall’autore. Il macabro vizio del gioco parte da una banale scommessa e diventa un patto col diavolo. Chi scommetterebbe mai la mano della figlia o il proprio mignolo (La scommessa Palato)?

Nei due racconti citati, infatti, tutto ruota attorno ad un accendisigari e a una banale bottiglia di vino. Da una parte abbiamo due uomini assolutamente convinti di poter fare qualcosa, dall’altra due incalliti scommettitori descritti con le fattezze riluttanti di un serpente viscido e demoniaco. Questi, sono pronti a mettere in piazza proprietà immobiliari e macchine di lusso in cambio di qualcosa di privato e “carnale”, come accade nel racconto Pelle (1952), in cui un mercante d’arte vorrebbe acquistare il tatuaggio firmato da un artista sulla schiena di un uomo povero, che potrebbe venderlo a caro prezzo, ma solo togliendosi la vita. Il diavolo diventa l’umana e terrena cupidigia, ma ognuno di questi patti si basa su due fattori: l’inganno e la stupidità.

Leggere Roald Dahl è sempre un’esperienza piacevole e rivoltante. Piacevole perché intrattiene, sorprende, stimola curiosità e immaginazione. Rivoltante perché, con i suoi finali aperti, sei lì che sorridi turbato e compiaciuto, stupito dal tuo cinismo incoffessato, e dalla tua infantile (nel senso di incontaminata e pura) sana e latente crudeltà, quella della verità nuda e cruda, che tanto piace ai grandi narratori.


[1] Tratta da un’intervista di Francesco Russo pubblicata su Millelibri (n. 34, settembre 1990).

 

Lucia Perrucci ha pubblicato Due sul numero VI di Tre racconti. Per leggerlo puoi sfogliare la rivista sul sito oppure scaricare il formato Pdf.

Amami, di Tiziano Scarpa

Di Alessandro Busi

ATTO I: VENEZIA

Ci sono alcune scelte, nella vita, che ce le spieghiamo solo se andiamo a fondo. Sono quelle scelte apparentemente controintuitive; quelle che, quando le raccontiamo, gli altri sgranano gli occhi e, in base al grado di confidenza che ci unisce, reagiscono con sorrisi di circostanza, pacche sulle spalle o considerazioni non richieste.

Se noi spiegassimo il momento in cui abbiamo fatto quella specifica scelta e il nostro modo di vedere le cose, se li avessimo chiari noi per primi, allora anche gli altri potrebbero comprenderne il senso. Invece, restiamo noi col dubbio di aver fatto qualcosa di assurdo e chi ci ascolta con la convinzione che siamo un bel po’ strani.

Se dovessi applicare questo ragionamento a una città fra tutte, lo applicherei a Venezia.

Spesso, passeggiandovi, le ho chiesto perché esistesse, come diamine fosse venuto in mente a qualcuno di andare a vivere sull’acqua.

tiziano scarpa racconti amami
Photo by Craig Philbrick on Unsplash

“Erano tutti aspiranti Gesù Cristi i tuoi fondatori?”, le ho chiesto, perso nelle calle della Giudecca. Ma non ho ottenuto risposta. Mi pare che Alberto Angela abbia affrontato questa questione in una trasmissione dedicata alla città, ma non ho mai verificato: stavolta sono io a scegliere di non approfondire.

Mi piace tenermi questo interrogativo, ma soprattutto, mi piace pensare a Venezia come a una città stramba, costruita in modo strambo, vissuta da persone strambe.

A Venezia si vive sulle spalle dei turisti ma si odiano i turisti. A Venezia si cammina sempre con i piedi storti perché tutte storte sono le pietre che pavimentano le calle[1]. A Venezia, se conosci un percorso alternativo a quello segnato per raggiungere uno specifico posto, ti senti fiero come Angus MacGyver. A Venezia, durante un aperitivo pubblico, una signora un po’ agè ti potrebbe raccontare la sua vita e confessarti che nel cassetto del comodino tiene una pistola, ma mica per fare del male agli altri, no!, per farla finita quando sarà il momento. A Venezia sono tutti aristocratici e tutti decaduti. A Venezia, se ci scrivi o se ne scrivi, hai a che fare con eredità un po’ ingombranti quali quelle di Carlo Goldoni e Thomas Mann. A Venezia, se c’è la nebbia, è Morte a Venezia. A Venezia, se c’è il sole, è Arlecchino.

Il 16 maggio del 1963, mentre l’astronauta LeRoy Gordon Cooper ammarava dopo aver stabilito il record di tempo speso nello spazio – trentaquattro ore e venti minuti -, mentre la cabina metallica coi comandi fuori uso veniva recuperata nel mezzo dell’Oceano Pacifico, a Venezia stava nascendo un bambino che immagino avesse pochi capelli biondi in testa e una voce che usava per gridare. A Venezia, questo bambino sarebbe stato registrato in anagrafe con il nome di Tiziano Scarpa.

ATTO II: TIZIANO SCARPA

Se nasci e cresci in un posto con eredità letterarie come quelle di Goldoni e Mann – già detti – nonché di Shakespeare e Pound – quest’ultimo, nel dubbio di non aver lasciato il segno, a Venezia ci si fece pure seppellire -, come diavolo ti viene in mente di fare lo scrittore?

La città è raccontata, la strada è segnata, l’impresa è impossibile. E questo è vero quanto è vero che non si costruiscono case sull’acqua.

Mi piace immaginare che questi siano stati i dubbi del giovane Tiziano Scarpa, quando sentiva di voler scrivere, ma carpiva, ovunque si voltasse, segnali chiari che gli consigliavano di evitare.

Meglio bersi un’ombra che scrivere.

Meglio leggere su una panchina di qualche campo.

Meglio fare il gondoliere, o il soffiatore di vetro, o il caricaturista a San Marco.

Assunto che, potrei metterci la mano sul fuoco, Scarpa sapeva dell’esistenza di queste alternative, come avrà deciso di perseguire comunque il suo sogno?

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Photo by Cristina Gottardi on Unsplash

Non lo so e, non conoscendolo di persona, anche qui lascio che l’incerto faccia la sua parte. Quello che so è che, da questa scelta controintuitiva, nacque una delle migliori penne che abbiamo oggi in Italia. Sempre presente e mai allineato, fu una delle più interessanti voci cannibali, senza aver fatto parte dei Cannibali. Nel corso della sua carriera ha attraversato la narrativa, la poesia, la saggistica, la scrittura per il teatro.

Ha creato una lingua ad hoc per il proprio bestiario poetico. Ha portato in scena domande scomode come “Pensa di essere attualmente la persona che avrebbe voluto diventare, o non ancora?”. Si è azzardato a presentare la sua Venezia, nel suo primo romanzo, tingendo il paesaggio con una scarica di diarrea. Ha dedicato pagine commuoventi a centrifughe di lavatrici e lettere rotanti di vecchi cartelloni ferroviari. Si è fatto portavoce dei desideri di una giovane vergine del ‘700 e del suo maestro di violino e della loro relazione complicata. Ha scomposto la sua città in parti anatomiche e l’ha esaminata come si può fare con un pesce[2].

E poi, assieme a quello che immagino essere un suo amico illustratore, Massimo Giacon, nel 2007 ha pubblicato un libro senza capo né coda, un libro che nessun editore saggio e attento al ritorno economico avrebbe dovuto pubblicare: Amami.

ATTO III: AMAMI

Amami (Mondadori, 2007) è un libro che non troverete più in libreria. Mondadori non lo stampa più. Amazon lo dà “inaccessibile”, mentre per LaFeltrinelli è “fuori catalogo”.

Se state continuando a leggere con l’idea di scrivermi per prestarvelo, non pensateci nemmeno, ne sono gelosissimo. Se siete solo curiosi e se leggete queste righe nonostante, agli occhi di molti, possiate fare ben di meglio, mi fa piacere, ma occhio a raccontarlo in giro.

“Amami” è una raccolta di racconti scritti da Tiziano Scarpa e illustrati da Massimo Giacon a tema amore, o meglio, sesso, o meglio, perversioni, o meglio, relazioni, o meglio: relazioni talvolta amorose con una forte componente sessuale.

Quello che fa Tiziano Scarpa, rinforzato dai disegni chinini di Giacon, è esplorare l’animo di sessanta personaggi nell’intimità delle loro abitudini più bizzarre, quelle che forse non avrebbero raccontato a nessuno, quelle che li svelano, quelle che li rendono contraddittori e umani. Il richiamo è ai Personaggi Precari di Vanni Santoni e alla letteratura pulp, scritture animate dall’intento di rappresentare elementi al limite per raccontare tutti.

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Venezia, Italia, 30 aprile 2015. Tiziano Scarpa – Wikimedia Commons

Così: Elena Reale mangia i suoi amanti per restare meno sola. Valerio Pieraschi, dopo la morte della sua famiglia, è diventato uno zombie. Tiberio Forni soffre perché ha degli organi sessuali troppo grandi, mentre Gianmarco Mililli vorrebbe un corpo meno imponente, che bilanci i suoi testicoli troppo piccoli. Gelinda Favretto ha sessantacinque anni e vorrebbe innamorarsi di una coppia di persone, da chiamare mamma e papà.

Sono storie brevi, quelle di Amami, prose poetiche, accenni, ritratti fatti da poche pennellate. Ogni vita è messa a nudo e ogni disegno lancia l’appello del titolo: una richiesta tanto semplice quanto difficile da pronunciare. Amami. Ognuno dei personaggi vive situazioni in cui la sua intimità viene messa in crisi, in cui l’incontro fra pubblico e privato genera incomprensione. Come se nessuno, a parte l’autore e i lettori, sapesse andare a fondo per capire le ragioni che portano queste persone a fare queste scelte controintuitive.

Come se con le loro storie, Tiziano Scarpa ci mettesse di fronte alle nostre richieste d’affetto, alle nostre contraddizioni apparenti, al nostro desiderio di seguire la strada che non sarebbe da seguire, al nostro intento più intimo e inespresso di costruire la nostra personale città sull’acqua.

 

Alessandro Busi ha pubblicato Trenta Ottobre sul quinto numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf oppure sfogliare la rivista.


[1]   Queste pietre sono detta in gergo maségni e questa considerazione sui piedi storti è tratta da Venezia è un pesce, libro di un certo autore veneziano che scopriremo tra poco.

[2]   Il bestiario è Groppi d’amore nella scuraglia (Einaudi, 2005). La domanda è tratta da I maggiorenni (regia di Giorgio Sangati, produzione Teatro Stabile del Veneto 2015-2016). La diarrea è in Occhi sulla Graticola. Breve saggio sulla penultima storia d’amore vissuta dalla donna alla quale desidererei unirmi in duraturo vincolo affettivo (Einaudi, 1996). Le centrifughe e le lettere sono in Il brevetto del geco (Einaudi, 2015). La vergine del ‘700 è in Stabat Mater (Einaudi, 2008). La città divisa in parti anatomiche è in Venezia è un pesce (Feltrinelli, 2000).

La notte dei pesci (e tutto quello che ci attraversa)

Texas, deserto

Di Mariano Macale

Nel suo Diario bizantino, la poetessa Cristina Campo (alias Vittoria Guerrini) scriveva, lapidaria: «Due mondi – e io vengo dall’altro».

Sono sempre stato personalmente convinto (Lavoisier forse sarà clemente se parafraserò il suo postulato fondamentale) che in letteratura “nulla è separato, ma si connette”, in un ciclo perpetuo di idee, nomi, cose, quasi che potessimo leggere costantemente e sempre lo stesso libro. D’altronde già il commediografo Publio Terenzio Afro ebbe a dire: Nullum est jam dictum, quod non dictum sit prius.

Quando, svariati anni fa (era il 2009), mi stavo dirigendo alla Sapienza per una lezione, deviai con piacere verso un’altra facoltà, quella di Lettere e Filosofia, dove, mi era stato riferito la mattina stessa, un tale, uno scrittore venuto dal Texas, Joe R. Lansdale, avrebbe tenuto un incontro con gli studenti.

Devo essere sincero: non sapevo chi fosse e cosa scrivesse. Passai in libreria, comprai al volo una sua antologia di racconti (non uno dei romanzi cui comunque deve gran parte della sua celebrità) dal titolo Maneggiare con cura (Fanucci Editore). Sono sempre stato convinto che un racconto dica più di uno scrittore di quanto possa dire un romanzo, per certi versi.

Quella mattina Lansdale raccontò del Texas, di come compendiasse la sua passione per le arti marziali (ha creato anche un suo stile personale, il Maverick Kenpo) con l’arte altrettanto combattiva della parola scritta. Parlò del padre che aveva vissuto la Grande Depressione, e della sua madre lettrice che gli aveva trasmesso l’amore per Mark Twain. Soprattutto, disse una cosa che mi colpì che appuntai, cioè che in Texas molte persone si narravano le storie: c’era una buona tradizione orale.

E forse deriva anche da questo la coloritura della sua scrittura, il suo “parlare per immagini” tale che la trasposizione cinematografica di alcune sue opere è risultata quasi naturale (l’ultimo lavoro è proprio una serie TV, Hap and Leonard, ispirata ai due personaggi frutto della sua penna e alle loro storie).

Ma di Maneggiare con cura, ricordo (e rileggo) avidamente soprattutto un racconto La notte dei pesci. Una perla che quasi si distingue dagli altri brani, pure pregevoli e che, se letta isolatamente, non dà indice della scrittura di Lansdale, approssimativamente associata all’etichetta di letteratura pulp o al genere horror.

Trovo che queste siano classificazioni a posteriori e, per capire davvero Lansdale, non bisogna rifarsi ad altro che a quell’arcaica esigenza di narrare, di trasmettere oralmente un fatto, vero o immaginato che sia, che appartenga a questo mondo o a quell’altro: la letteratura riunifica la cesura degli eventi, il bivio delle scelte, fornisce una chiave di mezzo.

Ed è quello che avviene anche ne La notte dei pesci: c’è un vecchio e, quasi di conseguenza, necessariamente un giovane. Il primo è un piazzista porta a porta, che non fa soldi e che è stanco di vedere «nient’altro che una città dopo l’altra, un motel dopo l’altro, una casa dopo l’altra, a guardare attraverso le porte con la zanzariera la gente che fa di no con la testa». Il giovane è un universitario, uno che sbarca il lunario aiutando solo per un’estate il vecchio nel suo lavoro di venditore di apriscatole porta a porta.

Già dalla terza pagina si avverte un senso apocalittico: «I giorni del rappresentante porta a porta sono finiti, figlio mio». E il senso della fine imminente, di qualcosa che sta per volgere, è anche nell’incipit «Era un pomeriggio bianco come un osso», ma anche nella cravatta del giovane «sciolta, come un serpente domestico morto nel sonno».

Si ritrovano entrambi nel deserto, la Plymouth in panne su una strada secondaria, distante dalla statale principale. E allora il vecchio inizia a raccontare. Dice: «Ho dei ricordi, lì fuori… e mi vengono ancora a trovare». E in questi ricordi, lui narra di molti anni prima, in una notte come questa, nello stesso posto, una macchina in panne.

Aveva preso a camminare e d’un tratto «sono usciti fuori i pesci. Nuotavano nella luce delle stelle, così belli, così naturali… di tutti i colori dell’arcobaleno».

È la notte dei pesci: un’antica leggenda indiana dei Navajo narra che tutte le cose possiedono uno spirito, il manitù. E così i pesci vengono fuori dal passato, come fantasmi, perché in altri eoni di tempo, ere geologiche prima, quel deserto era stato un oceano, e i fantasmi degli esseri che lo popolavano, al momento giusto, uscivano fuori.

I giovani sono fatti per dubitare: in fondo anche in Hemingway è il vecchio che va fino in fondo. Arriva la notte e arrivano anche i pesci, fantasmi di ogni genere e colore e dimensione, che attraversano il cielo, il deserto, i loro stessi corpi nella Plymouth, e il vecchio sveglia il giovane e ha come un’illuminazione.

Dice che i pesci sono puri, che lui appartiene a quel mondo (come nei versi di Cristina Campo), che se i pesci hanno fatto tutta quella strada, dal passato al futuro, allora forse si può andare nel passato.

«Questo non è il mio mondo. Io sono di quell’altro mondo. Voglio nuotare libero nel ventre del mare, lontano dagli apriscatole e dalle automobili…». E, davanti agli occhi del giovane, si denuda di tutte le bardature della civiltà (i vestiti, la dentiera) e balza in alto come una lepre e…

E non svelerò il finale.

Perché i finali, in un racconto prezioso come questo, sono la parte più delicata, da maneggiare con cura.


Mariano Macale ha pubblicato Rudimenti per biografie casuali sul quarto numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf oppure sfogliare la rivista.

Epifanie per una scrittura politica

Di Claudio Correggioli

Quando Vanni Santoni, nell’intervista che ha concesso a Gaia Mutone, ha detto che «gli scrittori godono ancora di un certo ascolto, e questo rende il mestiere intrinsecamente politico, anche quando non si fanno libri-inchiesta o di intervento diretto» io ho fatto un salto sulla sedia. Sì, perché avrei voluto urlarlo con lui al mondo, mentre ovunque mi volti vedo, nelle classifiche di vendita, in televisione, e a profusione nel mare magno della Rete, che le scritture di oggi nascono principalmente per raccontare intrecci di cliché. Che non spingono quasi mai i lettori a porsi domande e a uscire dalla propria comfort zone. Quello che credo è invece che anche l’arte abbia come fine quello di confortare gli afflitti e disturbare chi sia già comodo, come diceva Finley Dunne alla fine del diciannovesimo secolo a proposito della religione. E così non ho resistito, ho preso in mano la penna e ho scritto ai ragazzi di Tre racconti. Ragazzi che devo ringraziare per non essersi sottratti alla discussione e, anzi, per averne voluto approfondire alcuni aspetti. Il primo dei quali è se ci sia una responsabilità condivisa tra scrittori e lettori, in mezzo a tutti coloro che propongono la cultura.

La risposta è certamente positiva. La narrativa ha, a mio parere, una funzione precisa: quella di metterci nella condizione di fare esperimenti sociali di tipo mentale. Quello che intendo è che nessuno ha il potere di effettuare due scelte diverse, a fronte di un dilemma, per verificare oggettivamente quale sia la scelta migliore; l’unica nostra arma sono le supposizioni, pur sapendo che “è molto difficile fare previsioni, specialmente riguardo al futuro”. Dunque la narrativa ha (dovrebbe avere), nel campo della vita e delle emozioni, la stessa funzione che occupa un teorema in matematica o in fisica; questo significa che chi scrive ha l’obbligo di metterci la propria visione del mondo, nonché una qualche proposizione che ci insegni qualcosa sulle verità della vita. Quantomeno sulle sue verità. Come vedete, la struttura è identica: c’è un’ipotesi, che è la visione del mondo e c’è una tesi, che sono le conseguenze – in quel mondo – di una certa verità sulla vita. La narrazione non è altro che la dimostrazione, a volte per assurdo, attraverso cui l’autore ci mostra quanto sia vera la sua verità. Le storie che l’uomo si racconta da millenni nascono proprio per questo: altrimenti che senso avrebbero le favole, l’ira funesta del più prode degli eroi, le vicende di un capitano pazzo alla caccia di una balena bianca?

Per fare un esempio, prendiamo una storia noir come tante che si trovano in libreria. Mettere in scena il solito commissario e centellinare indizi è (dovrebbe essere) la scusa per mostrare al lettore come funzioni la vita, magari dicendo che la giustizia vince sempre perché… e i perché dipendono proprio dalla sensibilità dell’autore. Che potrebbe credere al fatto che i cattivi siano sempre stupidi, almeno più dei commissari. Che, magari, i commissari siano più duri e cattivi dei cattivi stessi. Oppure – dimostrazione per assurdo – che il crimine paghi solo quando la giustizia è ingiusta e corrotta. Come è facile capire queste sono tutte istanze di tipo politico, inteso nel senso più alto, perché mostrano uno spaccato di vita idealizzato, ripulito dal caos che regna sovrano nella realtà, in cui sono resi evidenti le catene di conseguenze che derivano dall’assunto iniziale.

Con questo non sto dicendo che la scrittura debba essere asservita solo alla denuncia, tanto meno a quella di un presente che, a parere dello scrittore, non funziona o dovrebbe essere diverso. A tal proposito, Paolo Zardi qualche settimana fa ha twittato: «Quando uno scrittore parla di precariato, fake news o bullismo, be’, è arrivato troppo tardi: lo scrittore dovrebbe muoversi nello spazio dell’inesplorato». Chi scrive narrativa e presume, di conseguenza, di poter far parte in una qualche misura della comunità artistica, ha il dovere di anticipare la vicende umane a favore di tutti coloro che non hanno il privilegio di condividere quella vocazione. L’artista può chiamarsi tale proprio perché vede e comprende prima degli altri, con una sensibilità che al resto delle persone fanno difetto. Si dice che a ogni giorno basti la sua pena. Ma se è vero che chi scrive pensa di possedere una qualche verità sul mondo, allora non può fare a meno di vedere la pena di oggi che proietta la propria ombra sul domani.

Ecco perché l’arte e lo sviluppo della cultura sono tanto importanti. Ecco perché è fondamentale che chi scrive non abdichi ai propri doveri e che chi pubblica non insegua solo il mero ritorno economico a breve termine: sono chiari a tutti i motivi per cui un libro è un prodotto industriale, almeno quanto un fon, ma, a differenza di quest’ultimo, un libro non si limita alla superficie e smuove quello che c’è sotto, vale a dire pensieri e coscienze. Tenendo ben presente una cosa: la cultura non esclude il profitto. Non è forse vero che Se questo è un uomo è stata una delle più grandi operazioni commerciali di Einaudi?

Allo stesso modo, alla fine di questa catena, c’è anche una responsabilità in chi legge, messa in campo quando si sceglie il prossimo libro da aprire. Scelta che non deve premiare con l’acquisto sempre e solo il volume meno impegnativo o le storie facili, perché proprio la narrativa d’intrattenimento è il miglior terreno per imparare giocando: dunque è sacrosanto leggere cose divertenti, persino frivole, ma senza per forza rinunciare a quella patina di denuncia che obbliga il lettore a riflettere su di sé e sul mondo che lo circonda o lo circonderà.

In questa rivista però amano la letteratura, quella che produce storie e racconti, assai più della teoria. D’altronde, come diceva Giacomo il Giusto: «tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere e io, con le mie opere, ti mostrerò la mia fede». Era inevitabile che mi facessero una domanda diretta: «Data una situazione X cosa dovrebbe fare lo scrittore Y? Cosa fai tu, o cosa pensi di fare, o cosa vorresti poter fare?».

I temi che mi stanno a cuore, e che auspico debbano stare a cuore a molti, sono parecchi e vorrei lasciar parlare prima il Claudio lettore, base fondante del Claudio che scrive. Dopo una china lunghissima in cui abbiamo subito più di altri gli andamenti economici, oggi assisto con sgomento alla rinuncia a diritti che trenta o quaranta anni fa erano normali, con scontri che mettono i padri contro i figli e le popolazioni l’una contro l’altra. Scontri che finiscono per ledere, quando non strappare, il tessuto sociale. Mi piacerebbe leggere scrittori che non si limitino a dirci in quante spanne d’acqua siamo: dovrebbero bastare giornalisti e saggisti a mostrarci quanto ci sia di sbagliato in tutti quei comportamenti che fanno perno sull’egoismo e sulle paure della gente, e a smantellare tutte quelle reti in cui contano di più le conoscenze e le affiliazioni invece delle capacità. Vorrei leggere scrittori che ci mostrino da che parte sia giusto puntare il timone della nostra vita comunitaria. Perché la Storia ha già mostrato molte volte quanto sia irragionevole pensare di salvarsi rinchiudendosi in una specie di protezionismo egoistico.

Come scrittore, invece, posso dire che non accendo il computer se non ho, dentro di me, l’urgenza di dimostrare una tesi. Altrimenti la scrittura non è altro che esercizio, al pari delle parole crociate: divertenti per chi le costruisce ma noiosissime da compilare. Anni fa, per esempio, ho scritto diversi racconti che avevano come sfondo la Grecia perché la cultura e la società greche erano molto simili, pur se non identiche, a quelle italiane: un mix interessante di come eravamo qualche decina d’anni prima unita al come avremmo potuto diventare nel giro di qualche anno. Ho utilizzato queste differenze come cartina di tornasole, perché l’Italia così com’è non mi piace più; nel caso foste curiosi, uno di quei racconti è finito sul primo numero di questa rivista.

In questo momento, invece, sto scrivendo di intelligenze artificiali: uno dei tanti ambiti sui quali sarebbe criminale non riflettere con opportuno anticipo, posto che si sia ancora in tempo per farlo. Per un verso è un’ottima scusa per porsi di nuovo l’antica domanda su cosa sia la coscienza e, subito dopo, domandarsi se una macchina possa pensare e se abbia persino senso fare queste domande. Dal lato opposto, invece, c’è una speculazione di tipo diverso: in un universo che ci appare desolatamente vuoto, in cui il paradosso di Fermi la fa da padrone, è probabile che il nostro primo contatto lo avremo con qualcosa che avremo creato noi stessi.

Il tema è estremamente complesso e alieno; per rendersene conto basta guardare lo stesso pezzo meccanico progettato e costruito dall’uomo e quello invece perfezionato da una IA. Non credo sia necessario specificare chi ha disegnato cosa. Questa invece è una scheda per computer mentre questa è una mappa della metropolitana, le cui tratte sono disegnate con angoli multipli di 45 gradi per aumentarne la leggibilità. Si vede a colpo d’occhio quanta umanità ci sia in quel computer. Ora immaginate cosa possa fare una IA che progetta un computer specificatamente concepito per contenere al proprio interno una IA di seconda generazione; immaginate quanta distanza finirà per esserci tra il nostro modo di pensare e quello di una macchina siffatta. E poi pensate che macchine del genere, aiutate dai robot, saranno (ma in realtà sono, non dimenticatelo) impiegate in tutti gli ambiti umani, dalla medicina alla vendita, ai social network, al lavoro, alla guerra.

Gli impatti già oggi sono devastanti, tanto che questa nuova tecnologia sta prendendo sempre più i contorni di una religione: è ubiqua attraverso i nostri smartphone, la preghiamo per avere delle cose, è all’apparenza onnisciente. Insomma: possiede molte delle caratteristiche che la scolastica attribuiva a Dio. E l’uomo, che Dio ha costruito a propria immagine e somiglianza, e che forse ha costruito Dio a propria immagine e somiglianza, sta per trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo senza avere davvero una possibilità di un confronto o persino di uno scontro: non si può vincere una gara di corsa contro un treno.


Claudio Correggioli ha pubblicato Il geco sul primo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

 

 

Dago Red di John Fante

Conoscere un autore partendo dai suoi romanzi di successo e concludere con i suoi scritti d’esordio è a tratti un fatto scomodo, ma molto, molto diffuso. Così è accaduto a me, che di John Fante pensavo di conoscere tutto, la fotografia dell’autore sulla copertina dell’opera omnia a squadrarmi da un ripiano della mia libreria, quando Dago Red mi si è parato davanti al naso una mattina, in libreria, non quella di casa bensì quella enorme del centro. È la raccolta dei primi racconti di Fante, che dal 1932 cominciano a comparire su alcune riviste di punta dell’epoca, andando a comporre le salde radici dei suoi romanzi più noti, primo su tutti Aspetta primavera, Bandini.

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Dago Red è celebrazione e ferita, il palco su cui John Fante mette insieme una povertà tragicomica, quella delle sue radici famigliari, un motore inesauribile; ma è anche malinconica rievocazione di una dimensione che sempre e inevitabilmente dimorerà nella sua carne – come nel pranzo in famiglia di Casa, dolce casa.

E insomma, sarò di nuovo tra la mia gente, lì, al pranzo di benvenuto preparato da mia madre, e mio padre, mia sorella e mio fratello saranno radunati intorno al tavolo. L’altro fratello, quello più piccolo, che ha tredici anni, se ne sarà andato via ridendo del linguaggio zoppicante di mio padre, che di anni ne ha cinquantadue. Al suo fianco sarà seduta mia sorella, che ne ha diciassette, e vicino a lei mio fratello Mike, diciannovenne, ed entrambi mangeranno in silenzio come mia madre, che ha gli occhi troppo, troppo grandi, quarantanove anni, un corpo spezzato, i capelli ingrigiti sulle tempie, una sordità che avanza. Io ho ventuno anni, e capisco tutti loro più di quanto si capiscono l’uno con l’altro.

Una delle figure che con maggior potenza emerge dalla penna dell’autore è quella del padre, Nick Fante, muratore umorale e beone. Il suo è il personaggio dello squilibrio, l’incarnazione forte e disperata di un autoritarismo figlio dell’ignoranza, ancorato ai valori e alle gerarchie del meridione italiano trapiantato in America. Nick Fante sa parlare la lingua dei suoi quattro figli, incarna quella goliardia e quel senso di gioco proprio dell’infanzia, ma è una bomba a orologeria, un padre che decide per tutti il tempo e il modo di ogni cosa. C’è, in lui, la struggente condizione dell’alcolismo, il limite precario tra realtà e illusione, e l’angoscia, costante, della povertà imminente.

Ogni inverno, mio padre fioriva di risolute intenzioni e nuove idee per liberarsi dai debiti e migliorare le condizioni della casa. Arrivava a casa a metà pomeriggio con un secchio di vernice e si metteva a tinteggiare una stanza. Per un paio d’ore se ne stava lì a lavorare fischiettando e canticchiando. Era felice, e riusciva a far risuonare la casa di quel suo spirito cordiale, sicché tutti ne eravamo contenti. Poi a un tratto la stanchezza s’impadroniva di lui. Rimetteva il coperchio alla vernice e si sedeva di fronte alla finestra, a rimuginare sulla neve che gli impediva di guadagnare. Tornava a essere pericoloso. Non ci potevamo avvicinare. L’indomani avrebbe completato il lavoro. Ma quell’indomani non arrivava mai.

Con una prosa ancora acerba ma già in grado di fotografare la cornice ironica e instabile dell’esistenza umana, John Fante ci racconta i conflitti famigliari, i lutti improvvisi, le storie della sua infanzia e la fortissima componente cattolica, l’educazione scolastica che sembra più votata al pentimento che all’istruzione; una dimensione, quest’ultima, che l’autore traccia su carta con prepotenza, infilando una parola dietro l’altra come se fosse tutto contenuto nel medesimo respiro. Ed è forse in questi racconti, in particolare, che affiora la vera natura dell’autore, quella straordinaria capacità di corrodere fino al midollo le sue esperienze, trasformarle in materiale per raccontare una verità in qualche modo rinnovata e intrisa di quell’umorismo privo di speranza che caratterizza tutta la sua opera di scrittore, e di colui che fino alla fine è rimasto sempre il figlio di un muratore emigrato in America.

E allora, alla fine di tutto, dopo aver chiuso il libro, mi sono ritrovata a pensare che in fondo sia stato un bene aver incontrato John Fante molto presto nella mia vita, averlo amato con lo stesso fervore di chi sceglie un esempio da seguire per non ritrovarsi smarrito o fatto a pezzi da sé stesso, e che Dago Red sia arrivato al momento opportuno, per ricordarmi che alcuni scrittori sono una scoperta sempre, e che tornare all’inizio partendo dalla fine, toccare le radici quando già si son ammirati i fiori, può essere una vera fortuna, la conferma che a volte ritrovare le origini può donare nuova luce alle cose.

 

Bianca Bertazzi ha pubblicato Polvere sul terzo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.