Author: treracco

Storie brevi e voci nuove

I Sillabari di Goffredo Parise. Tra poesia e prosa

Di Barbara Mannucci

Esiste un confine tra poesia e prosa e tra l’una e l’altra c’è una linea sottile su cui mi è sembrato di camminare, in perfetto equilibrio, quando ho letto i Sillabari.

Nell’Avvertenza, che precede la raccolta edita da Adelphi, Goffredo Parise definisce «poesie in prosa» i suoi racconti, brevi componimenti che descrivono i sentimenti umani ordinati dalla A alla Z. Pare che la perfezione del mezzo stilistico abbia subito un calo di tensione attorno alla lettera S, calo che l’autore giustifica così:

Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore.

In queste poche righe, che introducono l’opera, già si esprime un aspetto importante dell’autore. Il senso di labilità e fatalità che ritroverò spesso nei personaggi sotto cui egli stesso si nasconde.

Goffredo Parise ritratto da Giosetta Fioroni
Goffredo Parise ritratto da Giosetta Fioroni

Della poesia, la sua scrittura, ha la perfezione dei particolari così capaci, in poche parole, di dare un’identità al personaggio o al momento. Mi vengono in mente il collo gonfio e le caviglie sottili, in Amore, per esprimere solidità e fragilità nello stesso uomo, le scarpette in vernice nera che esprimono la passione di lei, nel senso di inquietudine ma anche di passione per la danza. L’antipatia, che nel racconto omonimo viene annunciata dal suono del telefono che sembra cambiare tono e lunghezza dello squillo per annunciare una sensazione che con la prosa del racconto verrà raccontata per esteso.

Eppure non è nelle parole che si nasconde la poesia ma nella fessura tra di esse, nello spazio che le contiene circola un significato che arriva al lettore come un vento inquieto. Spesso Parise ne fa ricorso esplicitamente. In Noia per esempio:

Come dire: «avrei potuto e potrei fare di più con le donne e con la vita». Era un dirlo senza dirlo, più agli altri che a se stesso” o in Affetto “La moglie […] non aveva capito tutto ciò che lui aveva capito e che avrebbe voluto spiegare ma non a parole, lo aveva però «sentito» fin dal primo giorno in cui il marito dormì in un’altra stanza.

Del racconto ha tutto il resto, l’attenzione ai particolari dell’ambientazione, gli incipit quasi tutti con l’intonazione delle grandi favole: «Una sera d’estate in un palazzo romano», in Eleganza, o «un giorno uno studente passò davanti alla porta di un grande albergo di montagna», in Odio. Incipit che immergono il lettore in una atmosfera da fiaba, salvo poi sorprenderlo con la forza incisiva dei particolari. Il risultato è uno stile di comunicazione breve ed evocativo come un disegno su carboncino.

Del resto Goffredo Parise amava l’arte e, prima di consacrarsi scrittore, aveva tentato la strada della pittura come mezzo espressivo, pare con circa otto opere di cui non parlerà mai, salvo abbandonarla in occasione di una visita alla biennale di Venezia, città che riconobbe come natale della sua identità culturale. Come ricorderà in seguito:

Nel ’48 andai a Venezia a vedere la prima Biennale che si teneva dopo la guerra. Era davvero formidabile; nelle sale era rappresentato, con dovizia di scelta, il meglio del meglio dell’arte moderna, da Gauguin a Cezanne, da Modigliani a Picasso, da Chagall a Paul Klee. Fui folgorato e realisticamente dismisi le mie modeste ambizioni.

Questa passione per le immagini, e per le emozioni che suscitano, è quello che riesce in Parise, più che in altri autori secondo me, a sintetizzare il ruolo del racconto e il suo pregio nei confronti di altre forme di scrittura. Una modalità che meglio di altre può arrivare al cuore dell’emozione senza disperdersi o saturarsi attraverso gli intrecci della trama di un romanzo.


Barbara Mannucci ha pubblicato Il mezzo era quello giusto sul numero VI di Tre racconti. Per leggerlo puoi sfogliare la rivista sul sito oppure scaricare il formato Pdf.

Il macabro quotidiano nei racconti di Roald Dahl

Di Lucia Perrucci

Chi adora Roald Dahl per Matilde o il GGG (io lo adoro per Le Streghe) non si stupirà quando leggerà i suoi racconti per adulti. Né si stupirà di scoprirlo tra gli autori di Playboy, o tra gli scrittori più censurati di sempre.

Nato nel 1934, in Inghilterra, da genitori norvegesi, pilota della Raf e consulente di guerra, prima di diventare lo scrittore che noi tutti conosciamo, Roald Dahl è stato protagonista (più che narratore) di tutto un altro tipo di storie.

Forse perché volando vedeva le cose dall’alto, o perché, precipitando nei deserti, ha potuto osservarle anche troppo da vicino, o forse perché ascoltare segreti internazionali fa sempre un discreto effetto, ma Roald Dahl, in tutto ciò che ha scritto, si è sempre mostrato un cinico esploratore del quotidiano, fino a consegnare a noi lettori un repertorio di racconti che sfiorano il grottesco, il cui sofisticato (e macabro) umorismo ribalta le situazioni di apparente e statica normalità.

Chi conosce Roald Dahl attraverso le sue opere per bambini, tutto questo lo sa già. Sguardo sincero, mai morbido, spesso beffardo e cattivo, la cui voce schietta e mai contorta consegna uno stile accessibile a tutti, scorrevole e assolutamente sorprendente.

Hemingway mi diceva che l’essenziale non è fare sfoggio d’intelligenza, ma comunicare al lettore nella maniera più semplice possibile[1]. 

Roald Dahl fa quindi della semplicità la chiave per sorprendere il lettore. Una semplicità non solo formale ma anche apparentemente contenutistica. Quella semplicità che incornicia ogni storia attraverso circostanze iniziali di assoluta (anche banale) quotidianità, capovolte da un aspetto imprevedibile e molto spesso bizzarro e crudele.

Quelli di Roald Dahl sono incipit che non arrivano subito al punto, non si servono del retroscena omesso, anzi descrivono quasi minuziosamente situazioni e personaggi introducendo il lettore nella dimensione della storia e consegnandogli tutto l’occorrente per afferrare ciò che verrà dopo. Il lettore se ne sta lì come un voyeur che spia un momento intimo e del tutto normale, fino all’inaspettato inciting event.

Roald Dahl, giovane pilota della Raf
Roald Dahl quando era un giovane pilota della Raf

Genitori in pena per la salute dei propri neonati, ricche signore con l’ossessione di perdere un volo, ospiti a cena dal palato raffinato, mogli che scongelano cosciotti di agnello per cena, banali scommesse sugli accendini, viaggiatori alla ricerca di una camera per dormire.

L’incidente scatenante, sia esso caratterizzato da un fatto, da una battuta, o da un dettaglio particolarmente strano, appare subito inquietante non tanto per l’eccezionalità dell’evento in sé, ma per il risvolto psicologico che lo muove. È il desiderio del personaggio a essere mosso da qualcosa di malato, una cinica visione della vita che punzecchia il lettore lasciandolo con quel retrogusto sul palato acre e amarognolo, come il veleno ben mescolato alla bevanda più innocua del mondo.

Si può mangiare l’arma di un delitto? Si può passare dalla pietà per un bambino in fin di vita a un sentimento disumano dopo aver letto il suo nome?

«Ogni giorno, per mesi, sono andata in chiesa a implorare in ginocchio perché a quest’ultimo sia concesso di vivere».
«Sì, Klara, lo so».
«La morte di tre figli è il massimo che riesco a sopportare. Te ne rendi conto?».
«Certo, certo».
«Adolf deve vivere, Alois. Deve, deve… Oh, Dio, sii misericordioso con lui…».

Ma è la beffa, l’ironia del destino, Genesi e Catastrofe la chiama l’autore, una tragedia mascherata, uno scherzo della natura che fa sorridere perplessi.

Tra i temi ricorrenti: il gioco, la routine di coppia, l’ossessione, l’invenzione di strane macchine che quasi anticipano le premesse di Black Mirror.

Sono convinto che esiste intorno a noi un intero mondo di suoni che non percepiamo. È possibile che lassù, in quelle eccelse, acutissime regioni inudibili esista, venga creata una nuova musica eccitante, fatta di sottili armonie e acute, stridenti dissonanze, una musica così forte che impazziremmo se l’orecchio soltanto afferrasse di sfuggita. Può esserci di tutto… per quel che ne sappiamo (La macchina dei suoni, 1949).

Walt Disney e Roald Dahl (Photo Disney Archives)

La macchina dei suoni costruita da un uomo ossessionato dall’inudibile, rivela ciò che nessuno può sentire, come i lamenti delle piante. Questa invenzione (così come la macchina che tiene in vita il cervello dopo la morte in William e Mary, o le proprietà miracolose delle api in Pappa reale) svela ciò che è nascosto, la conturbante verità del dolore. L’inventore è mosso teoricamente dall’empatia. Ma è un’empatia narcisistica. Quando scopre le grida di un fiore reciso prova pietà. Eppure, per essere certo che la macchina funzioni, per capire davvero se quelle piante provano dolore, fa di tutto per infliggerlo. Anche l’epilogo in Pappa reale (1958) lascia inquieti sulle risposte di una scienza nuova e sconosciuta che porta il protagonista all’inevitabile metamorfosi finale. Ma sono in fondo gli anni ’50, e la paura nei confronti delle potenzialità distruttive della tecnologia (incorniciata dal clima gelido della Guerra Fredda) confluiva spesso in risultati di questo genere (ne sono un esempio i film fantascienza come The Fly, 1958).

Guardandolo in quel momento, mentre si spostava davanti a quella libreria con quei capelli corti e quella barba e quel corpo rotondetto, la moglie non poté fare a meno di pensare che in effetti quell’ometto aveva qualcosa dell’ape. Aveva spesso visto donne che erano finite con il somigliare ai cavalli che cavalcano, aveva notato anche che la gente che aveva uccelli, o bull terrier, o pomerani, spesso finisce con il somigliare un poco, e tuttavia in maniera che sorprende, alle creature alle quali si dedica.

La routine coniugale è spesso incentrata su capricci infantili, insofferenza, e dispetti dalla portata tragica e grottesca: quale moglie non ammazzerebbe il marito a colpi di cosciotti d’agnello (Cosciotto d’agnello, 1953)? E quale moglie, in preda all’ansia di perdere un volo, non mollerebbe il marito in fin di vita (L’ascesa al cielo, 1954)? Tutte le mogli descritte sono affettuose, devote e “servono bene” i loro mariti. Almeno inizialmente, fino a non poterne più (e il tradimento diventa la ripicca più inoffensiva).

«Non importa. Ora che ci penso non ricordo di aver mai adoperato in vita mia il mignolo della sinistra. Eccolo qua». Il giovanotto strinse il mignolo tra le dita della destra. «È sempre stato qui, e non ha mai fatto niente per me. Perché non dovrei scommetterlo? No, la trovo una bella scommessa». (La scommessa, 1948)

Puntare l’impossibile, scommettere l’assurdo, apre una riflessione sui bisogni e le necessità, così come sui valori, dell’uomo sociale percepito dall’autore. Il macabro vizio del gioco parte da una banale scommessa e diventa un patto col diavolo. Chi scommetterebbe mai la mano della figlia o il proprio mignolo (La scommessa Palato)?

Nei due racconti citati, infatti, tutto ruota attorno ad un accendisigari e a una banale bottiglia di vino. Da una parte abbiamo due uomini assolutamente convinti di poter fare qualcosa, dall’altra due incalliti scommettitori descritti con le fattezze riluttanti di un serpente viscido e demoniaco. Questi, sono pronti a mettere in piazza proprietà immobiliari e macchine di lusso in cambio di qualcosa di privato e “carnale”, come accade nel racconto Pelle (1952), in cui un mercante d’arte vorrebbe acquistare il tatuaggio firmato da un artista sulla schiena di un uomo povero, che potrebbe venderlo a caro prezzo, ma solo togliendosi la vita. Il diavolo diventa l’umana e terrena cupidigia, ma ognuno di questi patti si basa su due fattori: l’inganno e la stupidità.

Leggere Roald Dahl è sempre un’esperienza piacevole e rivoltante. Piacevole perché intrattiene, sorprende, stimola curiosità e immaginazione. Rivoltante perché, con i suoi finali aperti, sei lì che sorridi turbato e compiaciuto, stupito dal tuo cinismo incoffessato, e dalla tua infantile (nel senso di incontaminata e pura) sana e latente crudeltà, quella della verità nuda e cruda, che tanto piace ai grandi narratori.


[1] Tratta da un’intervista di Francesco Russo pubblicata su Millelibri (n. 34, settembre 1990).

 

Lucia Perrucci ha pubblicato Due sul numero VI di Tre racconti. Per leggerlo puoi sfogliare la rivista sul sito oppure scaricare il formato Pdf.

Amami, di Tiziano Scarpa

Di Alessandro Busi

ATTO I: VENEZIA

Ci sono alcune scelte, nella vita, che ce le spieghiamo solo se andiamo a fondo. Sono quelle scelte apparentemente controintuitive; quelle che, quando le raccontiamo, gli altri sgranano gli occhi e, in base al grado di confidenza che ci unisce, reagiscono con sorrisi di circostanza, pacche sulle spalle o considerazioni non richieste.

Se noi spiegassimo il momento in cui abbiamo fatto quella specifica scelta e il nostro modo di vedere le cose, se li avessimo chiari noi per primi, allora anche gli altri potrebbero comprenderne il senso. Invece, restiamo noi col dubbio di aver fatto qualcosa di assurdo e chi ci ascolta con la convinzione che siamo un bel po’ strani.

Se dovessi applicare questo ragionamento a una città fra tutte, lo applicherei a Venezia.

Spesso, passeggiandovi, le ho chiesto perché esistesse, come diamine fosse venuto in mente a qualcuno di andare a vivere sull’acqua.

tiziano scarpa racconti amami
Photo by Craig Philbrick on Unsplash

“Erano tutti aspiranti Gesù Cristi i tuoi fondatori?”, le ho chiesto, perso nelle calle della Giudecca. Ma non ho ottenuto risposta. Mi pare che Alberto Angela abbia affrontato questa questione in una trasmissione dedicata alla città, ma non ho mai verificato: stavolta sono io a scegliere di non approfondire.

Mi piace tenermi questo interrogativo, ma soprattutto, mi piace pensare a Venezia come a una città stramba, costruita in modo strambo, vissuta da persone strambe.

A Venezia si vive sulle spalle dei turisti ma si odiano i turisti. A Venezia si cammina sempre con i piedi storti perché tutte storte sono le pietre che pavimentano le calle[1]. A Venezia, se conosci un percorso alternativo a quello segnato per raggiungere uno specifico posto, ti senti fiero come Angus MacGyver. A Venezia, durante un aperitivo pubblico, una signora un po’ agè ti potrebbe raccontare la sua vita e confessarti che nel cassetto del comodino tiene una pistola, ma mica per fare del male agli altri, no!, per farla finita quando sarà il momento. A Venezia sono tutti aristocratici e tutti decaduti. A Venezia, se ci scrivi o se ne scrivi, hai a che fare con eredità un po’ ingombranti quali quelle di Carlo Goldoni e Thomas Mann. A Venezia, se c’è la nebbia, è Morte a Venezia. A Venezia, se c’è il sole, è Arlecchino.

Il 16 maggio del 1963, mentre l’astronauta LeRoy Gordon Cooper ammarava dopo aver stabilito il record di tempo speso nello spazio – trentaquattro ore e venti minuti -, mentre la cabina metallica coi comandi fuori uso veniva recuperata nel mezzo dell’Oceano Pacifico, a Venezia stava nascendo un bambino che immagino avesse pochi capelli biondi in testa e una voce che usava per gridare. A Venezia, questo bambino sarebbe stato registrato in anagrafe con il nome di Tiziano Scarpa.

ATTO II: TIZIANO SCARPA

Se nasci e cresci in un posto con eredità letterarie come quelle di Goldoni e Mann – già detti – nonché di Shakespeare e Pound – quest’ultimo, nel dubbio di non aver lasciato il segno, a Venezia ci si fece pure seppellire -, come diavolo ti viene in mente di fare lo scrittore?

La città è raccontata, la strada è segnata, l’impresa è impossibile. E questo è vero quanto è vero che non si costruiscono case sull’acqua.

Mi piace immaginare che questi siano stati i dubbi del giovane Tiziano Scarpa, quando sentiva di voler scrivere, ma carpiva, ovunque si voltasse, segnali chiari che gli consigliavano di evitare.

Meglio bersi un’ombra che scrivere.

Meglio leggere su una panchina di qualche campo.

Meglio fare il gondoliere, o il soffiatore di vetro, o il caricaturista a San Marco.

Assunto che, potrei metterci la mano sul fuoco, Scarpa sapeva dell’esistenza di queste alternative, come avrà deciso di perseguire comunque il suo sogno?

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Photo by Cristina Gottardi on Unsplash

Non lo so e, non conoscendolo di persona, anche qui lascio che l’incerto faccia la sua parte. Quello che so è che, da questa scelta controintuitiva, nacque una delle migliori penne che abbiamo oggi in Italia. Sempre presente e mai allineato, fu una delle più interessanti voci cannibali, senza aver fatto parte dei Cannibali. Nel corso della sua carriera ha attraversato la narrativa, la poesia, la saggistica, la scrittura per il teatro.

Ha creato una lingua ad hoc per il proprio bestiario poetico. Ha portato in scena domande scomode come “Pensa di essere attualmente la persona che avrebbe voluto diventare, o non ancora?”. Si è azzardato a presentare la sua Venezia, nel suo primo romanzo, tingendo il paesaggio con una scarica di diarrea. Ha dedicato pagine commuoventi a centrifughe di lavatrici e lettere rotanti di vecchi cartelloni ferroviari. Si è fatto portavoce dei desideri di una giovane vergine del ‘700 e del suo maestro di violino e della loro relazione complicata. Ha scomposto la sua città in parti anatomiche e l’ha esaminata come si può fare con un pesce[2].

E poi, assieme a quello che immagino essere un suo amico illustratore, Massimo Giacon, nel 2007 ha pubblicato un libro senza capo né coda, un libro che nessun editore saggio e attento al ritorno economico avrebbe dovuto pubblicare: Amami.

ATTO III: AMAMI

Amami (Mondadori, 2007) è un libro che non troverete più in libreria. Mondadori non lo stampa più. Amazon lo dà “inaccessibile”, mentre per LaFeltrinelli è “fuori catalogo”.

Se state continuando a leggere con l’idea di scrivermi per prestarvelo, non pensateci nemmeno, ne sono gelosissimo. Se siete solo curiosi e se leggete queste righe nonostante, agli occhi di molti, possiate fare ben di meglio, mi fa piacere, ma occhio a raccontarlo in giro.

“Amami” è una raccolta di racconti scritti da Tiziano Scarpa e illustrati da Massimo Giacon a tema amore, o meglio, sesso, o meglio, perversioni, o meglio, relazioni, o meglio: relazioni talvolta amorose con una forte componente sessuale.

Quello che fa Tiziano Scarpa, rinforzato dai disegni chinini di Giacon, è esplorare l’animo di sessanta personaggi nell’intimità delle loro abitudini più bizzarre, quelle che forse non avrebbero raccontato a nessuno, quelle che li svelano, quelle che li rendono contraddittori e umani. Il richiamo è ai Personaggi Precari di Vanni Santoni e alla letteratura pulp, scritture animate dall’intento di rappresentare elementi al limite per raccontare tutti.

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Venezia, Italia, 30 aprile 2015. Tiziano Scarpa – Wikimedia Commons

Così: Elena Reale mangia i suoi amanti per restare meno sola. Valerio Pieraschi, dopo la morte della sua famiglia, è diventato uno zombie. Tiberio Forni soffre perché ha degli organi sessuali troppo grandi, mentre Gianmarco Mililli vorrebbe un corpo meno imponente, che bilanci i suoi testicoli troppo piccoli. Gelinda Favretto ha sessantacinque anni e vorrebbe innamorarsi di una coppia di persone, da chiamare mamma e papà.

Sono storie brevi, quelle di Amami, prose poetiche, accenni, ritratti fatti da poche pennellate. Ogni vita è messa a nudo e ogni disegno lancia l’appello del titolo: una richiesta tanto semplice quanto difficile da pronunciare. Amami. Ognuno dei personaggi vive situazioni in cui la sua intimità viene messa in crisi, in cui l’incontro fra pubblico e privato genera incomprensione. Come se nessuno, a parte l’autore e i lettori, sapesse andare a fondo per capire le ragioni che portano queste persone a fare queste scelte controintuitive.

Come se con le loro storie, Tiziano Scarpa ci mettesse di fronte alle nostre richieste d’affetto, alle nostre contraddizioni apparenti, al nostro desiderio di seguire la strada che non sarebbe da seguire, al nostro intento più intimo e inespresso di costruire la nostra personale città sull’acqua.

 

Alessandro Busi ha pubblicato Trenta Ottobre sul quinto numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf oppure sfogliare la rivista.


[1]   Queste pietre sono detta in gergo maségni e questa considerazione sui piedi storti è tratta da Venezia è un pesce, libro di un certo autore veneziano che scopriremo tra poco.

[2]   Il bestiario è Groppi d’amore nella scuraglia (Einaudi, 2005). La domanda è tratta da I maggiorenni (regia di Giorgio Sangati, produzione Teatro Stabile del Veneto 2015-2016). La diarrea è in Occhi sulla Graticola. Breve saggio sulla penultima storia d’amore vissuta dalla donna alla quale desidererei unirmi in duraturo vincolo affettivo (Einaudi, 1996). Le centrifughe e le lettere sono in Il brevetto del geco (Einaudi, 2015). La vergine del ‘700 è in Stabat Mater (Einaudi, 2008). La città divisa in parti anatomiche è in Venezia è un pesce (Feltrinelli, 2000).

La notte dei pesci (e tutto quello che ci attraversa)

Texas, deserto

Di Mariano Macale

Nel suo Diario bizantino, la poetessa Cristina Campo (alias Vittoria Guerrini) scriveva, lapidaria: «Due mondi – e io vengo dall’altro».

Sono sempre stato personalmente convinto (Lavoisier forse sarà clemente se parafraserò il suo postulato fondamentale) che in letteratura “nulla è separato, ma si connette”, in un ciclo perpetuo di idee, nomi, cose, quasi che potessimo leggere costantemente e sempre lo stesso libro. D’altronde già il commediografo Publio Terenzio Afro ebbe a dire: Nullum est jam dictum, quod non dictum sit prius.

Quando, svariati anni fa (era il 2009), mi stavo dirigendo alla Sapienza per una lezione, deviai con piacere verso un’altra facoltà, quella di Lettere e Filosofia, dove, mi era stato riferito la mattina stessa, un tale, uno scrittore venuto dal Texas, Joe R. Lansdale, avrebbe tenuto un incontro con gli studenti.

Devo essere sincero: non sapevo chi fosse e cosa scrivesse. Passai in libreria, comprai al volo una sua antologia di racconti (non uno dei romanzi cui comunque deve gran parte della sua celebrità) dal titolo Maneggiare con cura (Fanucci Editore). Sono sempre stato convinto che un racconto dica più di uno scrittore di quanto possa dire un romanzo, per certi versi.

Quella mattina Lansdale raccontò del Texas, di come compendiasse la sua passione per le arti marziali (ha creato anche un suo stile personale, il Maverick Kenpo) con l’arte altrettanto combattiva della parola scritta. Parlò del padre che aveva vissuto la Grande Depressione, e della sua madre lettrice che gli aveva trasmesso l’amore per Mark Twain. Soprattutto, disse una cosa che mi colpì che appuntai, cioè che in Texas molte persone si narravano le storie: c’era una buona tradizione orale.

E forse deriva anche da questo la coloritura della sua scrittura, il suo “parlare per immagini” tale che la trasposizione cinematografica di alcune sue opere è risultata quasi naturale (l’ultimo lavoro è proprio una serie TV, Hap and Leonard, ispirata ai due personaggi frutto della sua penna e alle loro storie).

Ma di Maneggiare con cura, ricordo (e rileggo) avidamente soprattutto un racconto La notte dei pesci. Una perla che quasi si distingue dagli altri brani, pure pregevoli e che, se letta isolatamente, non dà indice della scrittura di Lansdale, approssimativamente associata all’etichetta di letteratura pulp o al genere horror.

Trovo che queste siano classificazioni a posteriori e, per capire davvero Lansdale, non bisogna rifarsi ad altro che a quell’arcaica esigenza di narrare, di trasmettere oralmente un fatto, vero o immaginato che sia, che appartenga a questo mondo o a quell’altro: la letteratura riunifica la cesura degli eventi, il bivio delle scelte, fornisce una chiave di mezzo.

Ed è quello che avviene anche ne La notte dei pesci: c’è un vecchio e, quasi di conseguenza, necessariamente un giovane. Il primo è un piazzista porta a porta, che non fa soldi e che è stanco di vedere «nient’altro che una città dopo l’altra, un motel dopo l’altro, una casa dopo l’altra, a guardare attraverso le porte con la zanzariera la gente che fa di no con la testa». Il giovane è un universitario, uno che sbarca il lunario aiutando solo per un’estate il vecchio nel suo lavoro di venditore di apriscatole porta a porta.

Già dalla terza pagina si avverte un senso apocalittico: «I giorni del rappresentante porta a porta sono finiti, figlio mio». E il senso della fine imminente, di qualcosa che sta per volgere, è anche nell’incipit «Era un pomeriggio bianco come un osso», ma anche nella cravatta del giovane «sciolta, come un serpente domestico morto nel sonno».

Si ritrovano entrambi nel deserto, la Plymouth in panne su una strada secondaria, distante dalla statale principale. E allora il vecchio inizia a raccontare. Dice: «Ho dei ricordi, lì fuori… e mi vengono ancora a trovare». E in questi ricordi, lui narra di molti anni prima, in una notte come questa, nello stesso posto, una macchina in panne.

Aveva preso a camminare e d’un tratto «sono usciti fuori i pesci. Nuotavano nella luce delle stelle, così belli, così naturali… di tutti i colori dell’arcobaleno».

È la notte dei pesci: un’antica leggenda indiana dei Navajo narra che tutte le cose possiedono uno spirito, il manitù. E così i pesci vengono fuori dal passato, come fantasmi, perché in altri eoni di tempo, ere geologiche prima, quel deserto era stato un oceano, e i fantasmi degli esseri che lo popolavano, al momento giusto, uscivano fuori.

I giovani sono fatti per dubitare: in fondo anche in Hemingway è il vecchio che va fino in fondo. Arriva la notte e arrivano anche i pesci, fantasmi di ogni genere e colore e dimensione, che attraversano il cielo, il deserto, i loro stessi corpi nella Plymouth, e il vecchio sveglia il giovane e ha come un’illuminazione.

Dice che i pesci sono puri, che lui appartiene a quel mondo (come nei versi di Cristina Campo), che se i pesci hanno fatto tutta quella strada, dal passato al futuro, allora forse si può andare nel passato.

«Questo non è il mio mondo. Io sono di quell’altro mondo. Voglio nuotare libero nel ventre del mare, lontano dagli apriscatole e dalle automobili…». E, davanti agli occhi del giovane, si denuda di tutte le bardature della civiltà (i vestiti, la dentiera) e balza in alto come una lepre e…

E non svelerò il finale.

Perché i finali, in un racconto prezioso come questo, sono la parte più delicata, da maneggiare con cura.


Mariano Macale ha pubblicato Rudimenti per biografie casuali sul quarto numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf oppure sfogliare la rivista.

Epifanie per una scrittura politica

Di Claudio Correggioli

Quando Vanni Santoni, nell’intervista che ha concesso a Gaia Mutone, ha detto che «gli scrittori godono ancora di un certo ascolto, e questo rende il mestiere intrinsecamente politico, anche quando non si fanno libri-inchiesta o di intervento diretto» io ho fatto un salto sulla sedia. Sì, perché avrei voluto urlarlo con lui al mondo, mentre ovunque mi volti vedo, nelle classifiche di vendita, in televisione, e a profusione nel mare magno della Rete, che le scritture di oggi nascono principalmente per raccontare intrecci di cliché. Che non spingono quasi mai i lettori a porsi domande e a uscire dalla propria comfort zone. Quello che credo è invece che anche l’arte abbia come fine quello di confortare gli afflitti e disturbare chi sia già comodo, come diceva Finley Dunne alla fine del diciannovesimo secolo a proposito della religione. E così non ho resistito, ho preso in mano la penna e ho scritto ai ragazzi di Tre racconti. Ragazzi che devo ringraziare per non essersi sottratti alla discussione e, anzi, per averne voluto approfondire alcuni aspetti. Il primo dei quali è se ci sia una responsabilità condivisa tra scrittori e lettori, in mezzo a tutti coloro che propongono la cultura.

La risposta è certamente positiva. La narrativa ha, a mio parere, una funzione precisa: quella di metterci nella condizione di fare esperimenti sociali di tipo mentale. Quello che intendo è che nessuno ha il potere di effettuare due scelte diverse, a fronte di un dilemma, per verificare oggettivamente quale sia la scelta migliore; l’unica nostra arma sono le supposizioni, pur sapendo che “è molto difficile fare previsioni, specialmente riguardo al futuro”. Dunque la narrativa ha (dovrebbe avere), nel campo della vita e delle emozioni, la stessa funzione che occupa un teorema in matematica o in fisica; questo significa che chi scrive ha l’obbligo di metterci la propria visione del mondo, nonché una qualche proposizione che ci insegni qualcosa sulle verità della vita. Quantomeno sulle sue verità. Come vedete, la struttura è identica: c’è un’ipotesi, che è la visione del mondo e c’è una tesi, che sono le conseguenze – in quel mondo – di una certa verità sulla vita. La narrazione non è altro che la dimostrazione, a volte per assurdo, attraverso cui l’autore ci mostra quanto sia vera la sua verità. Le storie che l’uomo si racconta da millenni nascono proprio per questo: altrimenti che senso avrebbero le favole, l’ira funesta del più prode degli eroi, le vicende di un capitano pazzo alla caccia di una balena bianca?

Per fare un esempio, prendiamo una storia noir come tante che si trovano in libreria. Mettere in scena il solito commissario e centellinare indizi è (dovrebbe essere) la scusa per mostrare al lettore come funzioni la vita, magari dicendo che la giustizia vince sempre perché… e i perché dipendono proprio dalla sensibilità dell’autore. Che potrebbe credere al fatto che i cattivi siano sempre stupidi, almeno più dei commissari. Che, magari, i commissari siano più duri e cattivi dei cattivi stessi. Oppure – dimostrazione per assurdo – che il crimine paghi solo quando la giustizia è ingiusta e corrotta. Come è facile capire queste sono tutte istanze di tipo politico, inteso nel senso più alto, perché mostrano uno spaccato di vita idealizzato, ripulito dal caos che regna sovrano nella realtà, in cui sono resi evidenti le catene di conseguenze che derivano dall’assunto iniziale.

Con questo non sto dicendo che la scrittura debba essere asservita solo alla denuncia, tanto meno a quella di un presente che, a parere dello scrittore, non funziona o dovrebbe essere diverso. A tal proposito, Paolo Zardi qualche settimana fa ha twittato: «Quando uno scrittore parla di precariato, fake news o bullismo, be’, è arrivato troppo tardi: lo scrittore dovrebbe muoversi nello spazio dell’inesplorato». Chi scrive narrativa e presume, di conseguenza, di poter far parte in una qualche misura della comunità artistica, ha il dovere di anticipare la vicende umane a favore di tutti coloro che non hanno il privilegio di condividere quella vocazione. L’artista può chiamarsi tale proprio perché vede e comprende prima degli altri, con una sensibilità che al resto delle persone fanno difetto. Si dice che a ogni giorno basti la sua pena. Ma se è vero che chi scrive pensa di possedere una qualche verità sul mondo, allora non può fare a meno di vedere la pena di oggi che proietta la propria ombra sul domani.

Ecco perché l’arte e lo sviluppo della cultura sono tanto importanti. Ecco perché è fondamentale che chi scrive non abdichi ai propri doveri e che chi pubblica non insegua solo il mero ritorno economico a breve termine: sono chiari a tutti i motivi per cui un libro è un prodotto industriale, almeno quanto un fon, ma, a differenza di quest’ultimo, un libro non si limita alla superficie e smuove quello che c’è sotto, vale a dire pensieri e coscienze. Tenendo ben presente una cosa: la cultura non esclude il profitto. Non è forse vero che Se questo è un uomo è stata una delle più grandi operazioni commerciali di Einaudi?

Allo stesso modo, alla fine di questa catena, c’è anche una responsabilità in chi legge, messa in campo quando si sceglie il prossimo libro da aprire. Scelta che non deve premiare con l’acquisto sempre e solo il volume meno impegnativo o le storie facili, perché proprio la narrativa d’intrattenimento è il miglior terreno per imparare giocando: dunque è sacrosanto leggere cose divertenti, persino frivole, ma senza per forza rinunciare a quella patina di denuncia che obbliga il lettore a riflettere su di sé e sul mondo che lo circonda o lo circonderà.

In questa rivista però amano la letteratura, quella che produce storie e racconti, assai più della teoria. D’altronde, come diceva Giacomo il Giusto: «tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere e io, con le mie opere, ti mostrerò la mia fede». Era inevitabile che mi facessero una domanda diretta: «Data una situazione X cosa dovrebbe fare lo scrittore Y? Cosa fai tu, o cosa pensi di fare, o cosa vorresti poter fare?».

I temi che mi stanno a cuore, e che auspico debbano stare a cuore a molti, sono parecchi e vorrei lasciar parlare prima il Claudio lettore, base fondante del Claudio che scrive. Dopo una china lunghissima in cui abbiamo subito più di altri gli andamenti economici, oggi assisto con sgomento alla rinuncia a diritti che trenta o quaranta anni fa erano normali, con scontri che mettono i padri contro i figli e le popolazioni l’una contro l’altra. Scontri che finiscono per ledere, quando non strappare, il tessuto sociale. Mi piacerebbe leggere scrittori che non si limitino a dirci in quante spanne d’acqua siamo: dovrebbero bastare giornalisti e saggisti a mostrarci quanto ci sia di sbagliato in tutti quei comportamenti che fanno perno sull’egoismo e sulle paure della gente, e a smantellare tutte quelle reti in cui contano di più le conoscenze e le affiliazioni invece delle capacità. Vorrei leggere scrittori che ci mostrino da che parte sia giusto puntare il timone della nostra vita comunitaria. Perché la Storia ha già mostrato molte volte quanto sia irragionevole pensare di salvarsi rinchiudendosi in una specie di protezionismo egoistico.

Come scrittore, invece, posso dire che non accendo il computer se non ho, dentro di me, l’urgenza di dimostrare una tesi. Altrimenti la scrittura non è altro che esercizio, al pari delle parole crociate: divertenti per chi le costruisce ma noiosissime da compilare. Anni fa, per esempio, ho scritto diversi racconti che avevano come sfondo la Grecia perché la cultura e la società greche erano molto simili, pur se non identiche, a quelle italiane: un mix interessante di come eravamo qualche decina d’anni prima unita al come avremmo potuto diventare nel giro di qualche anno. Ho utilizzato queste differenze come cartina di tornasole, perché l’Italia così com’è non mi piace più; nel caso foste curiosi, uno di quei racconti è finito sul primo numero di questa rivista.

In questo momento, invece, sto scrivendo di intelligenze artificiali: uno dei tanti ambiti sui quali sarebbe criminale non riflettere con opportuno anticipo, posto che si sia ancora in tempo per farlo. Per un verso è un’ottima scusa per porsi di nuovo l’antica domanda su cosa sia la coscienza e, subito dopo, domandarsi se una macchina possa pensare e se abbia persino senso fare queste domande. Dal lato opposto, invece, c’è una speculazione di tipo diverso: in un universo che ci appare desolatamente vuoto, in cui il paradosso di Fermi la fa da padrone, è probabile che il nostro primo contatto lo avremo con qualcosa che avremo creato noi stessi.

Il tema è estremamente complesso e alieno; per rendersene conto basta guardare lo stesso pezzo meccanico progettato e costruito dall’uomo e quello invece perfezionato da una IA. Non credo sia necessario specificare chi ha disegnato cosa. Questa invece è una scheda per computer mentre questa è una mappa della metropolitana, le cui tratte sono disegnate con angoli multipli di 45 gradi per aumentarne la leggibilità. Si vede a colpo d’occhio quanta umanità ci sia in quel computer. Ora immaginate cosa possa fare una IA che progetta un computer specificatamente concepito per contenere al proprio interno una IA di seconda generazione; immaginate quanta distanza finirà per esserci tra il nostro modo di pensare e quello di una macchina siffatta. E poi pensate che macchine del genere, aiutate dai robot, saranno (ma in realtà sono, non dimenticatelo) impiegate in tutti gli ambiti umani, dalla medicina alla vendita, ai social network, al lavoro, alla guerra.

Gli impatti già oggi sono devastanti, tanto che questa nuova tecnologia sta prendendo sempre più i contorni di una religione: è ubiqua attraverso i nostri smartphone, la preghiamo per avere delle cose, è all’apparenza onnisciente. Insomma: possiede molte delle caratteristiche che la scolastica attribuiva a Dio. E l’uomo, che Dio ha costruito a propria immagine e somiglianza, e che forse ha costruito Dio a propria immagine e somiglianza, sta per trovarsi di fronte a qualcosa di nuovo senza avere davvero una possibilità di un confronto o persino di uno scontro: non si può vincere una gara di corsa contro un treno.


Claudio Correggioli ha pubblicato Il geco sul primo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

 

 

Dago Red di John Fante

Conoscere un autore partendo dai suoi romanzi di successo e concludere con i suoi scritti d’esordio è a tratti un fatto scomodo, ma molto, molto diffuso. Così è accaduto a me, che di John Fante pensavo di conoscere tutto, la fotografia dell’autore sulla copertina dell’opera omnia a squadrarmi da un ripiano della mia libreria, quando Dago Red mi si è parato davanti al naso una mattina, in libreria, non quella di casa bensì quella enorme del centro. È la raccolta dei primi racconti di Fante, che dal 1932 cominciano a comparire su alcune riviste di punta dell’epoca, andando a comporre le salde radici dei suoi romanzi più noti, primo su tutti Aspetta primavera, Bandini.

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Dago Red è celebrazione e ferita, il palco su cui John Fante mette insieme una povertà tragicomica, quella delle sue radici famigliari, un motore inesauribile; ma è anche malinconica rievocazione di una dimensione che sempre e inevitabilmente dimorerà nella sua carne – come nel pranzo in famiglia di Casa, dolce casa.

E insomma, sarò di nuovo tra la mia gente, lì, al pranzo di benvenuto preparato da mia madre, e mio padre, mia sorella e mio fratello saranno radunati intorno al tavolo. L’altro fratello, quello più piccolo, che ha tredici anni, se ne sarà andato via ridendo del linguaggio zoppicante di mio padre, che di anni ne ha cinquantadue. Al suo fianco sarà seduta mia sorella, che ne ha diciassette, e vicino a lei mio fratello Mike, diciannovenne, ed entrambi mangeranno in silenzio come mia madre, che ha gli occhi troppo, troppo grandi, quarantanove anni, un corpo spezzato, i capelli ingrigiti sulle tempie, una sordità che avanza. Io ho ventuno anni, e capisco tutti loro più di quanto si capiscono l’uno con l’altro.

Una delle figure che con maggior potenza emerge dalla penna dell’autore è quella del padre, Nick Fante, muratore umorale e beone. Il suo è il personaggio dello squilibrio, l’incarnazione forte e disperata di un autoritarismo figlio dell’ignoranza, ancorato ai valori e alle gerarchie del meridione italiano trapiantato in America. Nick Fante sa parlare la lingua dei suoi quattro figli, incarna quella goliardia e quel senso di gioco proprio dell’infanzia, ma è una bomba a orologeria, un padre che decide per tutti il tempo e il modo di ogni cosa. C’è, in lui, la struggente condizione dell’alcolismo, il limite precario tra realtà e illusione, e l’angoscia, costante, della povertà imminente.

Ogni inverno, mio padre fioriva di risolute intenzioni e nuove idee per liberarsi dai debiti e migliorare le condizioni della casa. Arrivava a casa a metà pomeriggio con un secchio di vernice e si metteva a tinteggiare una stanza. Per un paio d’ore se ne stava lì a lavorare fischiettando e canticchiando. Era felice, e riusciva a far risuonare la casa di quel suo spirito cordiale, sicché tutti ne eravamo contenti. Poi a un tratto la stanchezza s’impadroniva di lui. Rimetteva il coperchio alla vernice e si sedeva di fronte alla finestra, a rimuginare sulla neve che gli impediva di guadagnare. Tornava a essere pericoloso. Non ci potevamo avvicinare. L’indomani avrebbe completato il lavoro. Ma quell’indomani non arrivava mai.

Con una prosa ancora acerba ma già in grado di fotografare la cornice ironica e instabile dell’esistenza umana, John Fante ci racconta i conflitti famigliari, i lutti improvvisi, le storie della sua infanzia e la fortissima componente cattolica, l’educazione scolastica che sembra più votata al pentimento che all’istruzione; una dimensione, quest’ultima, che l’autore traccia su carta con prepotenza, infilando una parola dietro l’altra come se fosse tutto contenuto nel medesimo respiro. Ed è forse in questi racconti, in particolare, che affiora la vera natura dell’autore, quella straordinaria capacità di corrodere fino al midollo le sue esperienze, trasformarle in materiale per raccontare una verità in qualche modo rinnovata e intrisa di quell’umorismo privo di speranza che caratterizza tutta la sua opera di scrittore, e di colui che fino alla fine è rimasto sempre il figlio di un muratore emigrato in America.

E allora, alla fine di tutto, dopo aver chiuso il libro, mi sono ritrovata a pensare che in fondo sia stato un bene aver incontrato John Fante molto presto nella mia vita, averlo amato con lo stesso fervore di chi sceglie un esempio da seguire per non ritrovarsi smarrito o fatto a pezzi da sé stesso, e che Dago Red sia arrivato al momento opportuno, per ricordarmi che alcuni scrittori sono una scoperta sempre, e che tornare all’inizio partendo dalla fine, toccare le radici quando già si son ammirati i fiori, può essere una vera fortuna, la conferma che a volte ritrovare le origini può donare nuova luce alle cose.

 

Bianca Bertazzi ha pubblicato Polvere sul terzo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

 

Thomas Ligotti e i sintomi dell’infestazione

Aeron Alfrey, dettaglio dalla copertina di Songs Of A Dead Dreamer, T. Ligotti – www.aeronalfrey.blogspot.it

 

Di Diletta Crudeli

L’orrore, la narrativa dell’orrore, è una creatura multiforme che cambia pelle durante lo scorrere del tempo e a seconda delle geometrie dello spazio in cui si trova. Un racconto di Lovecraft è diverso da un altro racconto di Lovecraft, una stanza in penombra di Chambers è differente da una di Poe, dove molto probabilmente c’è solo un teschio ghignante e non un antico demone. Questo per dire che nel parlare dei racconti di Thomas Ligotti contenuti nella raccolta Teatro Grottesco bisogna procedere con cautela, perché vi si incontra un tipo di orrore che con superbia e un’incantevole potenza risponde a questo tempo e a questo spazio in cui viviamo.

Teatro Grottesco piega intorno a sé la realtà e si rivela in una filosofia notturna, fornendo una chiave orrifica per svelare cosa davvero si cela dietro a questo momento fertile che l’essere umano pensa di poter definire con qualche semplice gesto. E per chi come me sceglie di poter assaporare il buio in ogni suo angolo più sconosciuto scoprire Ligotti è stata una rivelazione.

Partiamo con il dire che i racconti di Ligotti sono tutti ambientati in bolle di oscurità. Questo è il corollario che consegue alla realtà: ogni luogo è infestato. E questa infestazione è rivelata da personaggi che si accorgono di un errore nel sistema. Come potrebbe accadere in un romanzo di Philip Dick c’è qualcosa che attira la loro attenzione e sebbene la scoperta non sia piacevole, questi uomini fuori dall’ordinario non possono fare a meno di guardare. E qui entra in gioco il secondo elemento su cui è basata tutta la narrativa di Ligotti; se il cosa è il luogo infestato il come è completamente affidato all’elemento perturbante.

Il perturbante è quell’errore nel sistema. È qualcosa che viola la nostra percezione della realtà, che contravviene al sentimento placido e ormai consumato che ogni mattina ci fa alzare dal letto. Simbolo del perturbante è la marionetta. La marionetta è un essere umano, o almeno ne ha le sembianze. Perché la marionetta riesce in qualche modo a disturbare il suo spettatore? Perché è come lui, solo che ha i fili. Ma le cose si fanno ancora più strane quando la mente si piega e si rende conto che anche il nostro stesso corpo potrebbe essere dotato di fili. La marionetta non sa di averli, dovremmo forse saperlo noi?

E qui sta il trucco del perturbante, perché la sensazione non se ne va.  Non si tratta di un’apparizione spettrale, o una bambina posseduta, il perturbante non è fuori, è dentro la mente. Quindi una volta che questa sensazione si è insinuata è difficile lasciarla andare via, difficile che scompaia o che qualcosa si risolva. Di certo la mente umana ci proverà, perché è stata ammaestrata a cercare una risposta. E più si cerca la risposta più si torna al punto di partenza: è il perturbante che ci ha permesso di scoprire che ogni luogo è infestato.

Ma se ogni luogo è infestato c’è forse possibilità di salvezza? No. Non c’è.
Quelle di Ligotti sono preghiere nere, e per quanto il suo debito a Lovecraft sia enorme qui la differenza essenziale sta nel fatto che quest’orrore, per quanto cosmico e capace di diventare personaggio stesso del racconto, non ha un nome. Tutto è perduto, e poco importa se quella dell’uomo sia pazzia causata dall’aver spostato un angolo della tenda vellutata che ricopre la realtà o se davvero c’è dell’altro: quello che importa è la possibilità dell’orrore, la sua potenzialità e il suo ascendente sull’ingenua razza umana.

Come in un film di Lynch il mondo in realtà è innervato dal male e una volta superato un certo momento, una volta varcata la soglia, non c’è via di uscita (di nuovo Lynch: «Once we cross, it could all be different»).

Benché non l’avessi riconosciuta come tale, la botola, che sembrava comunicare con una cantina sotto la casa albergo dove risiedevo, era tra i più tipici dei cosiddetti «segni». Tutti, come garantivano isteriche tante persone, indicavano una qualche soglia, portale o varco che occorreva stare attenti a non superare e nemmeno avvicinare.

Ma la filosofia orrifica di Ligotti non si ferma qui, perché la finzione stessa è sintomo di questa maledizione. Con uno stile evocativo e sofisticato, dove il male è una recita cantilenante, dove sulla pagina vi è un pentametro fatto di buio (sentite come suona bene: «l’assenza, di una certa casa dallo spazio che un tempo occupava nella via fuori mano di una città sul confine settentrionale»), Ligotti persevera nel concepire i suoi orrori, ma sopratutto persevera nel svelarli.

L’infestazione è irrevocabile e chi narra queste storie lo fa per allontanarle da se stesso. Il mondo per come lo conosciamo è una bugia, e l’uomo stesso continua a raccontarsi la stessa storia per non essere costretto ad affrontare la vera realtà.

Ne Le varie forme dell’esperienza religiosa William James dice che «coloro che sono sanguigni e mentalmente sani vivono di solito dalla parte luminosa rispetto allo spartiacque della miseria; i depressi e i malinconici vivono oltre lo spartiacque, nell’oscurità e nell’apprensione».

Teatro Grottesco è semplicemente lo spettacolo stesso dell’uomo che vuole sfuggire alla sua natura, una natura debole e perennemente sconfitta dalle forze oscure che si nascondono là fuori, ovunque.


 

Diletta crudeli ha pubblicato Chiudi il becco! sul quarto numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

L’ubicazione del bene, di Giorgio Falco

Photo by Sam Ellis on Unsplash

 

Di Francesco Ferrara

Lavoravo. Tre anni fa, circa. Senza orari. Dalle otto del mattino alle otto di sera. Quando lavori per una piccola azienda fai qualunque cosa ti chiedono di fare. Se poi l’azienda è della tua famiglia, peggio ancora. Ero un po’ magazziniere, un po’ impiegato, un po’ rappresentante (che pessimo venditore! Certo, mi bloccava una timidezza innata, ma anche un’assoluta mancanza di talento. Per non parlare, poi, dei miei silenzi imbarazzati di fronte alla solita domanda: ma se ti sei laureato in lettere, perché non fai il professore?). Niente di esaltante, insomma. Mi calavo a forza in un’incolore desolazione con la speranza, un giorno, di uscirne vivo.

Un pomeriggio di tre anni fa un ragazzo con un geco tatuato sul collo mi chiede chi sono. Mi sento abbastanza sicuro della risposta, ma resto in silenzio. Nel riverbero del sole vedo il geco muoversi per andare ad infilarsi nel suo orecchio. «Francesco?», urla. Dico di sì con la testa. «C’è un pacco per te», mi fa lui. «Da parte di chi?». «Amazon», risponde. «Ma quei libri li avrò ordinati due mesi fa», gli faccio io, «nemmeno me li ricordavo più». «Sai com’è, ad agosto in Italia si ferma tutto». «Lo so com’è», dico tra i denti. «E allora? Avrei fretta di andare».

Quattro mesi dopo, alle sei e mezzo del mattino, leggo uno degli incipit più belli della narrativa italiana degli ultimi anni. Il titolo del racconto è Onde a bassa frequenza. Mi fermo, chiudo il libro, osservo la copertina. La scala cromatica va dal bianco al grigio. Uno specchio riflette degli interni domestici uniformi e lineari. Rassicuranti. Al centro dell’immagine, rubato al lessico catastale (e già questo è un piccolo capolavoro), il titolo: L’ubicazione del bene. L’autore è Giorgio Falco. Edizione Einaudi. (Provate a cercarlo, ma lo troverete solo in formato ebook o forse usato, e sarebbe già tanto). Riprendo la lettura del racconto. Inizio a leggere anche il successivo. Dovrei andare a lavoro, che ore sono? Ancora un po’ e poi vado. Leggo il successivo. Sono in ritardo, lo so. Un altro ancora, poi basta. Il cliente mi sta aspettando. Questo è proprio l’ultimo che leggo. Ho un appuntamento. D’accordo, scappo via. Ho almeno un paio d’ore di ritardo.

Cortesforza è il luogo dove vivono i personaggi di Giorgio Falco: è un luogo immaginario, ma a suo modo reale, un sobborgo ordinato a un quarto d’ora dalla Tangenziale Ovest di Milano, un piccolo mondo ovattato in cui sono le automobili dei pendolari a scandire il ritmo delle giornate. Cortesforza è un non-luogo, ma molto simile a tanti chilometri di provincia italiana: la provincia dei tentativi imprenditoriali falliti, dei figli messi in cantiere da coppie annoiate, degli annunci immobiliari lungo la statale, dei marciapiedi vuoti bagnati dalla pioggia e dei centri commerciali.

Il bene è quello immobiliare, ma anche quello morale. Entrambi possono essere acquistati, hanno un prezzo trattabile, sono messi in vendita dagli operatori delle agenzie. Il bene è una casa da ristrutturare, un capannone messo all’asta, una villetta indipendente su tre livelli. Basta un rogito, l’autorizzazione della banca, un mutuo a vent’anni ed è fatta, ecco la felicità. Ma a Cortesforza il bene non c’è. E non c’è neanche la felicità. C’è invece una sottile patina di quotidianità organizzata, sotto la quale vibra la disperazione silenziosa della classe media sempre in ascesa.

Una lei porta a casa un carlino per colmare il vuoto di un figlio che lui non vuole. Paolo, prima del T.S.O., acquista un boa e, insieme al serpente, anche il suo cibo, una scatola da dieci chili di pulcini surgelati. Giovanna, isolata dalla comunità a causa della sua personalità borderline, un giorno mette il suo cane nel forno. Il signor Moriero da quarantasei anni prende a pugni in testa la moglie. C’è da chiedersi perché? Forse non c’è un perché. Forse a Cortesforza c’è l’attaccamento istintivo ad una vita che, guardando bene oltre le finestre identiche delle villette a schiera, non ha nulla di desiderabile, ma nasconde, al contrario, solo un dolore vuoto e una quieta ferocia.

Fa paura, ecco, riconoscersi all’improvviso in uno degli abitanti di Cortesforza, una mattina uguale a tutte le altre, di fronte ad un cliente che, seccato dal tuo ritardo, con lo sguardo indifferente ti sta chiedendo: ma tu, in fondo, perché lo fai? Fa paura anche sorprendersi nel tentativo affannato di tenersi stretta una vita ormai anestetizzata dal lavoro, dalla quale in realtà ci si vorrebbe allontanare. Fa paura ritrovare nei propri atteggiamenti (anche solo per un attimo, non conta) i desideri inutili, la voglia di possedere cose e di abitare case. Tutto ciò fa paura, certo, ma la letteratura serve anche a questo, no? A guardarsi dentro e capirsi. E allora, coraggio.


Francesco Ferrara ha pubblicato Sempre con te sul terzo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

Ricorrenze, di Christian Raimo

 

Di Manuel Crispo

«Nel 1986 mi trasferii con tutta la famiglia da Potenza a Roma. Fu uno degli ultimi viaggi che feci in macchina con mia madre e mio padre. E l’ultimo che feci con mio fratello. Era il 12 maggio ed era uno di quei giorni di transito, di inespressive atmosfere celesti, di odori incomprensibili nell’aria, di cui la vita dei paesi più sviluppati dell’Europa, del NordAmerica, della Russia occidentale, cominciava a essere sempre più piena. Ero seduto dietro nella macchina, e nonostante la lucidità eccessiva per la levataccia, nutrita per via endovenosa ad agitazione, fibre allertate e bevande calde, quello che elaboravo mentalmente in quei momenti era quasi assolutamente nulla. Registravo il percorso e il paesaggio, ma non capivo se dovessi tenere a mente un’immagine globale o qualche dettaglio o che cosa. le insegne stradali indicavano ogni chilometro che passava, ogni paesello ci dava il benvenuto e ci diceva arrivederci un minuto dopo, ma quella forma essenziale di nostalgia cutanea che è tipica e forse necessaria in questi casi stava solo fermentando molto molto lentamente e di lì a poco avrebbe assunto delle fogge talmente inaspettate che definirle nostalgia anche oggi può al massimo far venir fuori un sorriso brevissimo, e forse ancora, leggermente, indifeso».

Comincia così il racconto Ricorrenze contenuto nella raccolta Latte dello scrittore, traduttore e insegnante Christian Raimo. Comincia con questo sorriso, un brevissimo sorriso di reazione alla parola (o al concetto di) nostalgia, molto più fragile di quello che chiuderà poi il racconto, come se nel corso del testo questo sorriso si andasse addensando un poco per volta, una pagina dietro l’altra.

La raccolta, uscita per minimum fax nel 2001, comprende altri nove racconti, nei quali Raimo sperimenta stili differenti (due sono in versi), ma tutti con un obiettivo in comune: indagare in profondità i dolori e le illusioni di una generazione cresciuta senza padri.

Ricorrenze si articola su due piani temporali. Da un lato c’è il resoconto di un viaggio in auto del protagonista-narratore, Giuseppe Libèri, con i genitori (il padre, impresario di pompe funebri, che tenta di educare i figli a gestire la morte; la madre, una quarantatreenne protettiva ma fondamentalmente ignava) e il fratello gemello Davide. Un’odissea che nasce e si sviluppa nell’irrazionale.

«Il motivo per cui dovemmo trasferirci da Potenza a Roma stava tutto nella ghiandola pineale di mio padre. Nella ghiandola pineale, diceva lui, ci sono tutte le scelte su cui non hai controllo».

Dall’altro c’è la vita attuale di Giuseppe, ormai dottorando, che sembra svolgersi nell’eterna attesa di una telefonata nei confronti della quale lui stesso sembra non sapere come porsi in termini emozionali.

Tanto concreto e dettagliato – definitivo – ci appare il suo passato, tanto è nebuloso il suo presente, agitato da una schiera di personaggi irrisolti: Lucio e il suo bisogno di “appropinquarsi all’estasi”, Obo che ha perso una gamba e indaga il tabù della menomazione, la ciclotimica Silvia che parla quasi solo per domande, Toni che ci dà sotto con la coca, la cinefila Eleonora e per finire l’enigmatica Aura, ex fidanzata di Davide e attuale compagna dello stesso Giuseppe.

Su Aura soprattutto si concentra lo sguardo dell’autore da un certo momento in poi, Aura che è un nome e una foto ripresa dall’alto, Aura che dorme, Aura che forse ha un nuovo ragazzo, Aura che è come un fantasma, impalpabile sin dal nome, irraggiungibile al pari degli altri personaggi di questa storia.

«Aura: s.f. In senso poetico, aria, brezza, vento leggero. Oppure: atmosfera, emanazione espressiva dell’intimo…».

In questo strano deserto fatto di volti e di nomi che si confondono, mentre Giuseppe fa il conto delle piccole cose che lo differenziavano da Davide, un accento appena un po’ diverso, la capacità di leggere in auto senza sentirsi male, la telefonata attesa sin dalle prime righe del racconto ci appare come una sorta di oasi, qualcosa a cui appigliarsi disperatamente per non lasciarsi travolgere.

La considerazione più ovvia è che questo è un racconto che parla di assenze. Assenza del fratello gemello, di cui Giuseppe conserva una foto soltanto («Ha un’espressione in viso, mezza sorridente, come sul punto di dire qualcosa, di cambiare faccia»), assenza di una figura genitoriale credibile, assenza di un rapporto personale reale. In ventiquattro densissime pagine Raimo descrive lo squilibrio un po’ frastornato di una generazione di genitori inaffidabili, laureati a spasso, disillusi cronici, conducendo con sorprendente sensibilità il lettore sul terreno ambiguo dell’illusione identitaria. Un’illusione che, in qualche modo, ci riguarda tutti.

 

Manuel Crispo ha pubblicato Il parrucchiere di Elvis sul terzo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

 

Tommaso Landolfi, Diario Perpetuo

Photo by Aaron Mello on Unsplash

 

Di Marco Parlato

Per un prevedibile gioco meta letterario avrei potuto scegliere di consigliare Tre Racconti, di Tommaso Landolfi. Tuttavia ho deciso di rifiutare l’opzione facile del gioco – seppure sia stata proprio tale coincidenza a aiutarmi nella scelta – in favore di Diario Perpetuo, che considero ideale per chi non ha mai approcciato l’opera di Landolfi, in quanto ne rappresenta una piccola summa.

Devo essere sincero: non ricordo come ho scoperto Tommaso Landolfi. Posso escludere di esserci arrivato come sono arrivato ad altri: i libri che avevo in casa.
Mi concedo una breve parentesi autobiografica.

Ho cominciato a leggere curiosando tra i libri dei miei genitori. Vedevo i volumi sugli scaffali, trascinavo una sedia da usare come scala, mi immergevo tra pagine e polvere.
Landolfi no. Sospetto di averlo scoperto nei mercatini dell’usato. Mentre posso confermare che rimane uno dei miei capisaldi da lettore, e poi da scrittore. Ne ammiro l’ecletticità, la fantasia e l’amaro disincanto tipico di chi, forse per autodifesa, vive di ironia.

Se volessi essere felice per qualche minuto, mi basterebbe invogliare chiunque a leggere Diario Perpetuo, che nasce come raccolta degli elzeviri apparsi sul Corriere della Sera tra il 1967 e il 1979.

Si susseguono racconti di genere vario, componimenti biografici, brevi riflessioni o scherzi. Eppure il dubbio che il romanzato conquisti sempre maggiore territorio, a sfavore della biografia, provoca un piacevole disorientamento nel lettore.
Qualcuno potrebbe illudersi di risolvere tale spaesamento affidandosi al soprannaturale. Nessuna storia di fantasmi può essere autobiografica. Sarà poi vero? O forse, citando l’anziano narratore di uno dei racconti della raccolta, La paura della paura, dovremmo dire che «i vecchi, purtroppo, non credono ai fantasmi»?

Senza contare che i racconti di Landolfi beneficiano di una tensione efficace, dove le presenze non umane, i fantasmi, cambiano continuamente posto, passano dalle suggestioni causate dal buio alle apparizioni, dai timori autoindotti alle illusioni ottiche. Non si può essere certi di cosa accada davvero ai protagonisti. Come per Passo vietato, dove un cacciatore racconta di non essere riuscito a oltrepassare un punto preciso della strada: «avvenne qualcosa d’inesplicabile e di terribile: egli cioè si sentì fermato».

Che una barriera invisibile esista davvero o che si tratti di autosuggestione sarà un enigma che toccherà risolvere al vero protagonista, memore del racconto del cacciatore e d’improvviso nella stessa situazione. Ma il fantastico landolfiano non vive solo di racconti di paura – definizione di comodo e sicuramente limitante; ne è un esempio Il millantatore, che rielabora uno dei più diffusi canovacci in tema di fantasmi, con la giusta dose di ironia sferzante, elemento che permea l’intera opera.

A tale proposito come non invogliare il lettore a leggere Il professore, raccontino che potrà appassionare molti universitari che tutt’oggi hanno la fortuna – molti direbbero il dispiacere e l’obbligo – di avere a che fare con insegnanti dalle risposte enigmatiche e, purtroppo, inopinabili a causa del timore reverenziale e della timidezza.

A proposito di timidezza, lo stesso Landolfi espone una formula matematica per aiutare i timidi ad approcciare le donne. L’esposizione del così battezzato Chiasma della Timidezza avviene in uno dei frammenti omonimi della raccolta, appena dopo avere elaborato la Formula delle Pazienze, utile per i giocatori d’azzardo.

La pazienza impiegata in ogni colpo sarà dunque eguale al prodotto delle pazienze impiegate in tutti i colpi precedenti, moltiplicato per gli elevatissimi coefficienti di delusione dei colpi perduti (dei quali coefficienti ognuno è, si capisce, almeno eguale al quadrato del precedente), diminuito appena della magra somma dei decrementi di soddisfazione sulle pazienze semplici impiegate nei colpi vinti. La seguente formula generale potrà forse risultare interessante per qualcuno:

Pn = (Ρ1α · Ρ2α2· Ρ3α4… Pn-1 αn-2) – dx in cui Pn esprime la pazienza al colpo n, α il coefficiente di delusione, x il numero dei colpi vinti sugli n colpi giocati, d il decremento di soddisfazione, P1 P2… le pazienze semplici ai colpi 1,2…

Composizioni che potremmo definire da fumistes, alle quali si aggiunge il formidabile dialogo a due voci Gli Incas, botta e risposta tra uno scrittore che non riesce a scrivere una lettera di presentazione e la moglie che si ostina a imporgli modifiche, nel tentativo di aiutarlo.
In breve entrambi si trovano impossibilitati a trovare una chiusura degna. Al contrario io ho vita facile: leggiamo e rileggiamo Diario Perpetuo.

 

 

Marco Parlato ha pubblicato Sotto di noi le stelle sul secondo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.


Tommaso Landolfi, Diario Perpetuo, Adelphi (Biblioteca Adelphi), 2012, 393 pp.