Autore: Redazione

Storie brevi e voci nuove

Thomas Ligotti e i sintomi dell’infestazione

Aeron Alfrey, dettaglio dalla copertina di Songs Of A Dead Dreamer, T. Ligotti – www.aeronalfrey.blogspot.it

 

Di Diletta Crudeli

L’orrore, la narrativa dell’orrore, è una creatura multiforme che cambia pelle durante lo scorrere del tempo e a seconda delle geometrie dello spazio in cui si trova. Un racconto di Lovecraft è diverso da un altro racconto di Lovecraft, una stanza in penombra di Chambers è differente da una di Poe, dove molto probabilmente c’è solo un teschio ghignante e non un antico demone. Questo per dire che nel parlare dei racconti di Thomas Ligotti contenuti nella raccolta Teatro Grottesco bisogna procedere con cautela, perché vi si incontra un tipo di orrore che con superbia e un’incantevole potenza risponde a questo tempo e a questo spazio in cui viviamo.

Teatro Grottesco piega intorno a sé la realtà e si rivela in una filosofia notturna, fornendo una chiave orrifica per svelare cosa davvero si cela dietro a questo momento fertile che l’essere umano pensa di poter definire con qualche semplice gesto. E per chi come me sceglie di poter assaporare il buio in ogni suo angolo più sconosciuto scoprire Ligotti è stata una rivelazione.

Partiamo con il dire che i racconti di Ligotti sono tutti ambientati in bolle di oscurità. Questo è il corollario che consegue alla realtà: ogni luogo è infestato. E questa infestazione è rivelata da personaggi che si accorgono di un errore nel sistema. Come potrebbe accadere in un romanzo di Philip Dick c’è qualcosa che attira la loro attenzione e sebbene la scoperta non sia piacevole, questi uomini fuori dall’ordinario non possono fare a meno di guardare. E qui entra in gioco il secondo elemento su cui è basata tutta la narrativa di Ligotti; se il cosa è il luogo infestato il come è completamente affidato all’elemento perturbante.

Il perturbante è quell’errore nel sistema. È qualcosa che viola la nostra percezione della realtà, che contravviene al sentimento placido e ormai consumato che ogni mattina ci fa alzare dal letto. Simbolo del perturbante è la marionetta. La marionetta è un essere umano, o almeno ne ha le sembianze. Perché la marionetta riesce in qualche modo a disturbare il suo spettatore? Perché è come lui, solo che ha i fili. Ma le cose si fanno ancora più strane quando la mente si piega e si rende conto che anche il nostro stesso corpo potrebbe essere dotato di fili. La marionetta non sa di averli, dovremmo forse saperlo noi?

E qui sta il trucco del perturbante, perché la sensazione non se ne va.  Non si tratta di un’apparizione spettrale, o una bambina posseduta, il perturbante non è fuori, è dentro la mente. Quindi una volta che questa sensazione si è insinuata è difficile lasciarla andare via, difficile che scompaia o che qualcosa si risolva. Di certo la mente umana ci proverà, perché è stata ammaestrata a cercare una risposta. E più si cerca la risposta più si torna al punto di partenza: è il perturbante che ci ha permesso di scoprire che ogni luogo è infestato.

Ma se ogni luogo è infestato c’è forse possibilità di salvezza? No. Non c’è.
Quelle di Ligotti sono preghiere nere, e per quanto il suo debito a Lovecraft sia enorme qui la differenza essenziale sta nel fatto che quest’orrore, per quanto cosmico e capace di diventare personaggio stesso del racconto, non ha un nome. Tutto è perduto, e poco importa se quella dell’uomo sia pazzia causata dall’aver spostato un angolo della tenda vellutata che ricopre la realtà o se davvero c’è dell’altro: quello che importa è la possibilità dell’orrore, la sua potenzialità e il suo ascendente sull’ingenua razza umana.

Come in un film di Lynch il mondo in realtà è innervato dal male e una volta superato un certo momento, una volta varcata la soglia, non c’è via di uscita (di nuovo Lynch: «Once we cross, it could all be different»).

Benché non l’avessi riconosciuta come tale, la botola, che sembrava comunicare con una cantina sotto la casa albergo dove risiedevo, era tra i più tipici dei cosiddetti «segni». Tutti, come garantivano isteriche tante persone, indicavano una qualche soglia, portale o varco che occorreva stare attenti a non superare e nemmeno avvicinare.

Ma la filosofia orrifica di Ligotti non si ferma qui, perché la finzione stessa è sintomo di questa maledizione. Con uno stile evocativo e sofisticato, dove il male è una recita cantilenante, dove sulla pagina vi è un pentametro fatto di buio (sentite come suona bene: «l’assenza, di una certa casa dallo spazio che un tempo occupava nella via fuori mano di una città sul confine settentrionale»), Ligotti persevera nel concepire i suoi orrori, ma sopratutto persevera nel svelarli.

L’infestazione è irrevocabile e chi narra queste storie lo fa per allontanarle da se stesso. Il mondo per come lo conosciamo è una bugia, e l’uomo stesso continua a raccontarsi la stessa storia per non essere costretto ad affrontare la vera realtà.

Ne Le varie forme dell’esperienza religiosa William James dice che «coloro che sono sanguigni e mentalmente sani vivono di solito dalla parte luminosa rispetto allo spartiacque della miseria; i depressi e i malinconici vivono oltre lo spartiacque, nell’oscurità e nell’apprensione».

Teatro Grottesco è semplicemente lo spettacolo stesso dell’uomo che vuole sfuggire alla sua natura, una natura debole e perennemente sconfitta dalle forze oscure che si nascondono là fuori, ovunque.


 

Diletta crudeli ha pubblicato Chiudi il becco! sul quarto numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

L’ubicazione del bene, di Giorgio Falco

Photo by Sam Ellis on Unsplash

 

Di Francesco Ferrara

Lavoravo. Tre anni fa, circa. Senza orari. Dalle otto del mattino alle otto di sera. Quando lavori per una piccola azienda fai qualunque cosa ti chiedono di fare. Se poi l’azienda è della tua famiglia, peggio ancora. Ero un po’ magazziniere, un po’ impiegato, un po’ rappresentante (che pessimo venditore! Certo, mi bloccava una timidezza innata, ma anche un’assoluta mancanza di talento. Per non parlare, poi, dei miei silenzi imbarazzati di fronte alla solita domanda: ma se ti sei laureato in lettere, perché non fai il professore?). Niente di esaltante, insomma. Mi calavo a forza in un’incolore desolazione con la speranza, un giorno, di uscirne vivo.

Un pomeriggio di tre anni fa un ragazzo con un geco tatuato sul collo mi chiede chi sono. Mi sento abbastanza sicuro della risposta, ma resto in silenzio. Nel riverbero del sole vedo il geco muoversi per andare ad infilarsi nel suo orecchio. «Francesco?», urla. Dico di sì con la testa. «C’è un pacco per te», mi fa lui. «Da parte di chi?». «Amazon», risponde. «Ma quei libri li avrò ordinati due mesi fa», gli faccio io, «nemmeno me li ricordavo più». «Sai com’è, ad agosto in Italia si ferma tutto». «Lo so com’è», dico tra i denti. «E allora? Avrei fretta di andare».

Quattro mesi dopo, alle sei e mezzo del mattino, leggo uno degli incipit più belli della narrativa italiana degli ultimi anni. Il titolo del racconto è Onde a bassa frequenza. Mi fermo, chiudo il libro, osservo la copertina. La scala cromatica va dal bianco al grigio. Uno specchio riflette degli interni domestici uniformi e lineari. Rassicuranti. Al centro dell’immagine, rubato al lessico catastale (e già questo è un piccolo capolavoro), il titolo: L’ubicazione del bene. L’autore è Giorgio Falco. Edizione Einaudi. (Provate a cercarlo, ma lo troverete solo in formato ebook o forse usato, e sarebbe già tanto). Riprendo la lettura del racconto. Inizio a leggere anche il successivo. Dovrei andare a lavoro, che ore sono? Ancora un po’ e poi vado. Leggo il successivo. Sono in ritardo, lo so. Un altro ancora, poi basta. Il cliente mi sta aspettando. Questo è proprio l’ultimo che leggo. Ho un appuntamento. D’accordo, scappo via. Ho almeno un paio d’ore di ritardo.

Cortesforza è il luogo dove vivono i personaggi di Giorgio Falco: è un luogo immaginario, ma a suo modo reale, un sobborgo ordinato a un quarto d’ora dalla Tangenziale Ovest di Milano, un piccolo mondo ovattato in cui sono le automobili dei pendolari a scandire il ritmo delle giornate. Cortesforza è un non-luogo, ma molto simile a tanti chilometri di provincia italiana: la provincia dei tentativi imprenditoriali falliti, dei figli messi in cantiere da coppie annoiate, degli annunci immobiliari lungo la statale, dei marciapiedi vuoti bagnati dalla pioggia e dei centri commerciali.

Il bene è quello immobiliare, ma anche quello morale. Entrambi possono essere acquistati, hanno un prezzo trattabile, sono messi in vendita dagli operatori delle agenzie. Il bene è una casa da ristrutturare, un capannone messo all’asta, una villetta indipendente su tre livelli. Basta un rogito, l’autorizzazione della banca, un mutuo a vent’anni ed è fatta, ecco la felicità. Ma a Cortesforza il bene non c’è. E non c’è neanche la felicità. C’è invece una sottile patina di quotidianità organizzata, sotto la quale vibra la disperazione silenziosa della classe media sempre in ascesa.

Una lei porta a casa un carlino per colmare il vuoto di un figlio che lui non vuole. Paolo, prima del T.S.O., acquista un boa e, insieme al serpente, anche il suo cibo, una scatola da dieci chili di pulcini surgelati. Giovanna, isolata dalla comunità a causa della sua personalità borderline, un giorno mette il suo cane nel forno. Il signor Moriero da quarantasei anni prende a pugni in testa la moglie. C’è da chiedersi perché? Forse non c’è un perché. Forse a Cortesforza c’è l’attaccamento istintivo ad una vita che, guardando bene oltre le finestre identiche delle villette a schiera, non ha nulla di desiderabile, ma nasconde, al contrario, solo un dolore vuoto e una quieta ferocia.

Fa paura, ecco, riconoscersi all’improvviso in uno degli abitanti di Cortesforza, una mattina uguale a tutte le altre, di fronte ad un cliente che, seccato dal tuo ritardo, con lo sguardo indifferente ti sta chiedendo: ma tu, in fondo, perché lo fai? Fa paura anche sorprendersi nel tentativo affannato di tenersi stretta una vita ormai anestetizzata dal lavoro, dalla quale in realtà ci si vorrebbe allontanare. Fa paura ritrovare nei propri atteggiamenti (anche solo per un attimo, non conta) i desideri inutili, la voglia di possedere cose e di abitare case. Tutto ciò fa paura, certo, ma la letteratura serve anche a questo, no? A guardarsi dentro e capirsi. E allora, coraggio.


Francesco Ferrara ha pubblicato Sempre con te sul terzo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

Ricorrenze, di Christian Raimo

 

Di Manuel Crispo

«Nel 1986 mi trasferii con tutta la famiglia da Potenza a Roma. Fu uno degli ultimi viaggi che feci in macchina con mia madre e mio padre. E l’ultimo che feci con mio fratello. Era il 12 maggio ed era uno di quei giorni di transito, di inespressive atmosfere celesti, di odori incomprensibili nell’aria, di cui la vita dei paesi più sviluppati dell’Europa, del NordAmerica, della Russia occidentale, cominciava a essere sempre più piena. Ero seduto dietro nella macchina, e nonostante la lucidità eccessiva per la levataccia, nutrita per via endovenosa ad agitazione, fibre allertate e bevande calde, quello che elaboravo mentalmente in quei momenti era quasi assolutamente nulla. Registravo il percorso e il paesaggio, ma non capivo se dovessi tenere a mente un’immagine globale o qualche dettaglio o che cosa. le insegne stradali indicavano ogni chilometro che passava, ogni paesello ci dava il benvenuto e ci diceva arrivederci un minuto dopo, ma quella forma essenziale di nostalgia cutanea che è tipica e forse necessaria in questi casi stava solo fermentando molto molto lentamente e di lì a poco avrebbe assunto delle fogge talmente inaspettate che definirle nostalgia anche oggi può al massimo far venir fuori un sorriso brevissimo, e forse ancora, leggermente, indifeso».

Comincia così il racconto Ricorrenze contenuto nella raccolta Latte dello scrittore, traduttore e insegnante Christian Raimo. Comincia con questo sorriso, un brevissimo sorriso di reazione alla parola (o al concetto di) nostalgia, molto più fragile di quello che chiuderà poi il racconto, come se nel corso del testo questo sorriso si andasse addensando un poco per volta, una pagina dietro l’altra.

La raccolta, uscita per minimum fax nel 2001, comprende altri nove racconti, nei quali Raimo sperimenta stili differenti (due sono in versi), ma tutti con un obiettivo in comune: indagare in profondità i dolori e le illusioni di una generazione cresciuta senza padri.

Ricorrenze si articola su due piani temporali. Da un lato c’è il resoconto di un viaggio in auto del protagonista-narratore, Giuseppe Libèri, con i genitori (il padre, impresario di pompe funebri, che tenta di educare i figli a gestire la morte; la madre, una quarantatreenne protettiva ma fondamentalmente ignava) e il fratello gemello Davide. Un’odissea che nasce e si sviluppa nell’irrazionale.

«Il motivo per cui dovemmo trasferirci da Potenza a Roma stava tutto nella ghiandola pineale di mio padre. Nella ghiandola pineale, diceva lui, ci sono tutte le scelte su cui non hai controllo».

Dall’altro c’è la vita attuale di Giuseppe, ormai dottorando, che sembra svolgersi nell’eterna attesa di una telefonata nei confronti della quale lui stesso sembra non sapere come porsi in termini emozionali.

Tanto concreto e dettagliato – definitivo – ci appare il suo passato, tanto è nebuloso il suo presente, agitato da una schiera di personaggi irrisolti: Lucio e il suo bisogno di “appropinquarsi all’estasi”, Obo che ha perso una gamba e indaga il tabù della menomazione, la ciclotimica Silvia che parla quasi solo per domande, Toni che ci dà sotto con la coca, la cinefila Eleonora e per finire l’enigmatica Aura, ex fidanzata di Davide e attuale compagna dello stesso Giuseppe.

Su Aura soprattutto si concentra lo sguardo dell’autore da un certo momento in poi, Aura che è un nome e una foto ripresa dall’alto, Aura che dorme, Aura che forse ha un nuovo ragazzo, Aura che è come un fantasma, impalpabile sin dal nome, irraggiungibile al pari degli altri personaggi di questa storia.

«Aura: s.f. In senso poetico, aria, brezza, vento leggero. Oppure: atmosfera, emanazione espressiva dell’intimo…».

In questo strano deserto fatto di volti e di nomi che si confondono, mentre Giuseppe fa il conto delle piccole cose che lo differenziavano da Davide, un accento appena un po’ diverso, la capacità di leggere in auto senza sentirsi male, la telefonata attesa sin dalle prime righe del racconto ci appare come una sorta di oasi, qualcosa a cui appigliarsi disperatamente per non lasciarsi travolgere.

La considerazione più ovvia è che questo è un racconto che parla di assenze. Assenza del fratello gemello, di cui Giuseppe conserva una foto soltanto («Ha un’espressione in viso, mezza sorridente, come sul punto di dire qualcosa, di cambiare faccia»), assenza di una figura genitoriale credibile, assenza di un rapporto personale reale. In ventiquattro densissime pagine Raimo descrive lo squilibrio un po’ frastornato di una generazione di genitori inaffidabili, laureati a spasso, disillusi cronici, conducendo con sorprendente sensibilità il lettore sul terreno ambiguo dell’illusione identitaria. Un’illusione che, in qualche modo, ci riguarda tutti.

 

Manuel Crispo ha pubblicato Il parrucchiere di Elvis sul terzo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

 

Tommaso Landolfi, Diario Perpetuo

Photo by Aaron Mello on Unsplash

 

Di Marco Parlato

Per un prevedibile gioco meta letterario avrei potuto scegliere di consigliare Tre Racconti, di Tommaso Landolfi. Tuttavia ho deciso di rifiutare l’opzione facile del gioco – seppure sia stata proprio tale coincidenza a aiutarmi nella scelta – in favore di Diario Perpetuo, che considero ideale per chi non ha mai approcciato l’opera di Landolfi, in quanto ne rappresenta una piccola summa.

Devo essere sincero: non ricordo come ho scoperto Tommaso Landolfi. Posso escludere di esserci arrivato come sono arrivato ad altri: i libri che avevo in casa.
Mi concedo una breve parentesi autobiografica.

Ho cominciato a leggere curiosando tra i libri dei miei genitori. Vedevo i volumi sugli scaffali, trascinavo una sedia da usare come scala, mi immergevo tra pagine e polvere.
Landolfi no. Sospetto di averlo scoperto nei mercatini dell’usato. Mentre posso confermare che rimane uno dei miei capisaldi da lettore, e poi da scrittore. Ne ammiro l’ecletticità, la fantasia e l’amaro disincanto tipico di chi, forse per autodifesa, vive di ironia.

Se volessi essere felice per qualche minuto, mi basterebbe invogliare chiunque a leggere Diario Perpetuo, che nasce come raccolta degli elzeviri apparsi sul Corriere della Sera tra il 1967 e il 1979.

Si susseguono racconti di genere vario, componimenti biografici, brevi riflessioni o scherzi. Eppure il dubbio che il romanzato conquisti sempre maggiore territorio, a sfavore della biografia, provoca un piacevole disorientamento nel lettore.
Qualcuno potrebbe illudersi di risolvere tale spaesamento affidandosi al soprannaturale. Nessuna storia di fantasmi può essere autobiografica. Sarà poi vero? O forse, citando l’anziano narratore di uno dei racconti della raccolta, La paura della paura, dovremmo dire che «i vecchi, purtroppo, non credono ai fantasmi»?

Senza contare che i racconti di Landolfi beneficiano di una tensione efficace, dove le presenze non umane, i fantasmi, cambiano continuamente posto, passano dalle suggestioni causate dal buio alle apparizioni, dai timori autoindotti alle illusioni ottiche. Non si può essere certi di cosa accada davvero ai protagonisti. Come per Passo vietato, dove un cacciatore racconta di non essere riuscito a oltrepassare un punto preciso della strada: «avvenne qualcosa d’inesplicabile e di terribile: egli cioè si sentì fermato».

Che una barriera invisibile esista davvero o che si tratti di autosuggestione sarà un enigma che toccherà risolvere al vero protagonista, memore del racconto del cacciatore e d’improvviso nella stessa situazione. Ma il fantastico landolfiano non vive solo di racconti di paura – definizione di comodo e sicuramente limitante; ne è un esempio Il millantatore, che rielabora uno dei più diffusi canovacci in tema di fantasmi, con la giusta dose di ironia sferzante, elemento che permea l’intera opera.

A tale proposito come non invogliare il lettore a leggere Il professore, raccontino che potrà appassionare molti universitari che tutt’oggi hanno la fortuna – molti direbbero il dispiacere e l’obbligo – di avere a che fare con insegnanti dalle risposte enigmatiche e, purtroppo, inopinabili a causa del timore reverenziale e della timidezza.

A proposito di timidezza, lo stesso Landolfi espone una formula matematica per aiutare i timidi ad approcciare le donne. L’esposizione del così battezzato Chiasma della Timidezza avviene in uno dei frammenti omonimi della raccolta, appena dopo avere elaborato la Formula delle Pazienze, utile per i giocatori d’azzardo.

La pazienza impiegata in ogni colpo sarà dunque eguale al prodotto delle pazienze impiegate in tutti i colpi precedenti, moltiplicato per gli elevatissimi coefficienti di delusione dei colpi perduti (dei quali coefficienti ognuno è, si capisce, almeno eguale al quadrato del precedente), diminuito appena della magra somma dei decrementi di soddisfazione sulle pazienze semplici impiegate nei colpi vinti. La seguente formula generale potrà forse risultare interessante per qualcuno:

Pn = (Ρ1α · Ρ2α2· Ρ3α4… Pn-1 αn-2) – dx in cui Pn esprime la pazienza al colpo n, α il coefficiente di delusione, x il numero dei colpi vinti sugli n colpi giocati, d il decremento di soddisfazione, P1 P2… le pazienze semplici ai colpi 1,2…

Composizioni che potremmo definire da fumistes, alle quali si aggiunge il formidabile dialogo a due voci Gli Incas, botta e risposta tra uno scrittore che non riesce a scrivere una lettera di presentazione e la moglie che si ostina a imporgli modifiche, nel tentativo di aiutarlo.
In breve entrambi si trovano impossibilitati a trovare una chiusura degna. Al contrario io ho vita facile: leggiamo e rileggiamo Diario Perpetuo.

 

 

Marco Parlato ha pubblicato Sotto di noi le stelle sul secondo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.


Tommaso Landolfi, Diario Perpetuo, Adelphi (Biblioteca Adelphi), 2012, 393 pp.

Un inverno a Marsiglia di Jean-Claude Izzo

Marseille, le Vieux Port (Wikimedia Commons)

 

Di Francesca Ceci

Partimmo per Marsiglia in quattro, ognuno con qualche libro in valigia, senza conoscere i titoli l’uno degli altri. Sapevamo solo che non erano libri di Jean-Claude Izzo, quelli li avevamo già letti prima di partire, era quasi solo per quello che stavamo viaggiando. Passavamo i giorni camminando nelle strade ombreggiate del Panier, facendo poca spesa al Vieux Port o limitandoci a guardare le barche dei pescatori che entravano e uscivano lentamente, come a occhi chiusi, come se conoscessero a memoria ogni manovra. Non ce lo dicevamo ma ci pesava l’assenza dell’uomo che ci aveva condotto là e che non si era fatto trovare, sapeva di tradimento. Marsiglia era come le sue parole ce l’avevano fatta immaginare: densa, diretta, pessimista, a seconda della luce e dell’ora ci pareva senza speranza o raramente contenta.

Senza dirlo a nessuno, mi ero portata dietro anche due piccole raccolte di racconti di Izzo, quei libri di cui si procrastina la lettura sapendo che saranno proprio gli ultimi. Uscii da sola e passeggiai lungo la Corniche fino ad una curva con due panchine vuote, poco prima di arrivare al Vallon des Auffes. Di fronte si riuscivano a intravedere, nell’aria afosa di fine giugno, pezzi di isole dell’arcipelago delle Frioul; poco più in basso, su un pezzo di spiaggia libera, alcuni ragazzi facevano il bagno vestiti, non so se per vergogna o per non perdere tempo, alcune ragazze magre ridevano all’angolo opposto. Mi venne in mente la frase di Izzo: «Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide».

Mi sedetti e iniziai a leggere Vivere stanca dalla fine, dall’ultimo racconto fuori tempo: Un inverno a Marsiglia[1]. Mi ritrovai d’improvviso di fronte Fabio Montale, il personaggio più rappresentativo di Izzo, che credevo non avrei più incontrato dopo la fine delle trilogia marsigliese (Casino totale, Chourmo, Solea). Lo riconobbi così come lo avevo lasciato, deluso ma ancora forte, disincantato, stanco di pensare. Era il giorno dopo il Natale ed era in pieno rimpianto. Aveva fatto tardi ad andare a trovare Joëlle – come si era ripromesso -, in prigione da cinque anni per aver ucciso il suo ragazzo per paura.

Joëlle dopo si era persa nel silenzio. Per sempre. Pazza, dicevano che era diventata. Perché comunque c’è bisogno di una parola per dire l’incomprensibile.

Oggi era già oggi e lei non lo aveva aspettato e lui si ricordò che una volta un sociologo gli aveva spiegato come cambiano gli omicidi e i suicidi durante le stagioni, doveva averne parlato a lungo per poi concludere che la teoria non spiega niente e che niente dipende da una spiegazione. Montale riappariva come era sempre stato, immerso nelle storie più grigie e con la testa da un’altra parte, migliore. Izzo ce lo regala un’ultima volta in pochissime pagine in cui ne lascia impresso il ritratto, le poche cose che ama, il vino bianco di Provenza, l’incomprensione del mondo. Finii di leggere ed ero sempre sulla stessa panchina, a guardare probabilmente le stesse immagini che avevano visto Izzo e Montale ogni giorno. E pensai che quel breve racconto poteva essere la scoperta che corona una fine o l’inaugurazione di un nuovo inizio.

Lasciai andare lo sguardo sul mare. Verso l’orizzonte. Non avevo ancora trovato di meglio per dimenticare le schifezze del mondo.

Francesca Ceci ha pubblicato Altre parole sul secondo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.


[1] Jean-Claude Izzo, Un inverno a Marsiglia è contenuto in Vivere stanca (trad. Franca Doriguzzi), Edizioni E\O, pp. 128, euro 8,50; lo stesso racconto si trova anche in Aglio, menta e basilico (Ed. E\O) con il titolo La cena di Natale di Fabio Montale. La prima versione di Souris, Montale, c’est Noël è stata pubblicata sulla rivista Regards nel 1996.

Il palcoscenico di Ivano Porpora

Photo by Paul Green on Unsplash

 

Di Sara Gambolati

«Larga è la foglia stretta è la via / dite la vostra che io ho detto la mia», metteva Calvino in chiusura di fiaba per invogliare i bambini a spegnere la luce, ma io dicevo a mio papà quando chiudeva il libro: e poi?Cosa succede dopo che Masino ha smascherato la Maschera Micillina, il Gobbo Tabagnino è sfuggito ancora una volta all’Uomo Selvatico, chi si ama è convolato a giuste nozze e chi è stato cattivo ha avuto una camicia di pece?

Noi che le amiamo, sappiamo bene che le storie non finiscono mai. Continuano nella penna di chi le ha scritte e nella testa di chi le ha lette, nelle orecchie di chi le ha ascoltate o di chi ne ha sentite appena due parole mentre passava in corridoio.

E poi? potremmo chiedere a Ivano Porpora alla fine del racconto Il palcoscenico contenuto nell’antologia Teorie e Tecniche di indipendenza, a cura di Gianluigi Bodi.

Il palcoscenico è un racconto condensato nei cinque o cinquecento passi di una scrittrice-attrice-funambola, dalle quinte al centro del palco. Un tempo enormemente dilatato ed estremamente denso. Il narratore, squintato sulla poltroncina rossa e impegnato in un muto dialogo con l’artista (è la sua donna, hanno condiviso l’ispirazione, lui l’ha osservata metterla su carta caffè dopo caffè, sonno dopo sonno, e lei gli ha ripetuto infinite volte l’attacco: ci sono un italiano e uno svizzero che entrano in banca), ci fa vedere tutto: gli stucchi e il grande lampadario, il tatuaggio giallo e rosa che freme d’indecisione e le cicatrici incistate sul braccio della donna, le ombre azzurrine. Sentiamo i criiiic dell’assito tarlato, e i sospiri degli spettatori sospesi sulla battuta di apertura.

«Ma poi succede qualcosa che non avevi preventivato. E questo qualcosa che non avevi preventivato, mentre le termiti con le loro mascelle ti precludono ogni via di fuga, e ormai non puoi più fare scena muta, non puoi ritirarti, ci sono anche le autorità, ecco, è che a quel punto le parole che usi sono diverse. Non: sostitutive. Non stai trovando un modo migliore di esprimerti. Stai proprio parlando di altro».

L’italiano e lo svizzero, provati e logorati per mesi di vita quotidiana, scompaiono e il racconto erutta in un altro racconto, un po’ come nella teoria degli universi sequenziali.

Leggere Ivano Porpora, scrittore dalle parole imbizzarrite, è un po’ come avere un pennarello e dover unire dei puntini. Dobbiamo allontanare il foglio dagli occhi per riuscire a vedere cosa stia venendo fuori.

I puntini sono tanti: la banca, la bambina che si sporge dalla vetrina, vestita d’azzurro come la donna sul palcoscenico e come le ombre, che è ripetuto ossessivamente, sono il frutto della mescola del colore del corpo e del suo complementare.

Allontano di nuovo il foglio e lo avvicino, allontano e avvicino e finalmente lo vedo.

«Un bambino è nascosto dietro quel pilastro, dall’altra parte della strada, e quel bambino ha la maglietta che avevo io trent’anni fa, e i mie capelli; e non so come, ma io la bambina che si confondeva nell’ombra la ricordo».

Inizialmente pensavo che si trattasse del narratore. La storia sottesa a quella sua paura dell’ascensore, il modo che ha di segnare la fronte alla sua donna quando dorme. Ma alla quarta lettura mi sono chiesta: e se il bambino che fa capolino fossimo noi? Noi spettatori, lettori, passeggiatori di corridoio rimasti ingarbugliati nel racconto.

Forse abbiamo una storia in comune, con lei e con lui, una storia che ha bisogno di uno squarcio per colare fuori come un pianto che deve erompere dopo una risata liberatori.

Quel parlare di altro inizia a parlare di me.

A ciascuno nella sua testa. A ciascuno il suo poi.

Ci sarebbe una chiusa: Ma è già finito. Anche una data.

Ma non è vero. La fine del racconto è il vero inizio.

La storia non finisce mai.

 


Sara Gambolati ha pubblicato La donna del cecchino sul secondo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

L’angelo Esmeralda di Don DeLillo

Di Ilaria Marcoccia

Dovete sapere che Don DeLillo è in grado di costruire una storia avvincente anche solo intorno a una fotografia. Partendo da una singola immagine lui può dire tutto, intrecciare avvenimenti inavvicinabili, raccontare di vite solitarie, inscenare dialoghi assurdi, e da quella stessa foto far sgorgare una infinità di parole. Le fotografie di DeLillo sono violente, non per il contenuto, ma per il modo in cui riempiono lo spazio dei sensi, della vista, della mente. Barthes diceva che la vita è fatta di piccole solitudini, e le storie di DeLillo sono popolose, ricche, ma non di persone, di parole. Le parole stesse sono protagoniste, il linguaggio che ci salva dalla consapevolezza perturbante che le cose non esistono, che potrebbero sparire se smettiamo di nominarle. Dire le cose, definirle, elencarle, è l’unico modo per porre fine allo spaesamento, per riempire i nostri piccoli luoghi solitari.

Consiglio a tutte le persone che incontro di leggere questo autore contemporaneo e lungimirante, perché le sue storie sono ricche di belle parole che danno significato a momenti quotidiani e allo stesso tempo sono in grado di racchiudere l’umanità intera, tutta la terra e anche lo spazio, o meglio noi stessi visti dallo spazio. I racconti di DeLillo, con i loro finali sospesi, sono brevi passeggiate nello spazio, registrano ciò che avviene sulla terra, i ritmi sparsi, le circostanze, le occorrenze e le restituiscono come rumore umano, parole. Lasciamo che le parole siano i fatti.

C’è una suora nel Bronx che crede di poter salvare la vita degli street artist e dei tossici del quartiere correggendo i loro errori di grammaticali; c’è una donna ad Atene che vive in una eterna pausa e, in attesa che la terra tremi sotto i suoi piedi, dimentica di vivere; c’è un uomo che va al cinema cinque volte al giorno, incontra persone sugli autobus e il suo pensiero ormai scorre per inquadrature; c’è una donna misteriosa su un’isola che fa l’amore con un uomo che ha la continua necessità di stilare liste nella sua mente per dare senso alle cose; e poi ci sono due uomini nello spazio che osservano la terra durante la terza guerra mondiale mantenendo nell’orbita spaziale l’ultimo briciolo di umanità:

«Per uomini così lontani dalla Terra è come se la forma fisica delle cose avesse l’unico scopo di rilevare la semplicità nascosta in una profonda verità matematica. La Terra si svela la semplice, incredibile bellezza del giorno e della notte. Esiste per contenere e incarnare questi eventi concettuali».

Cercando di dare una struttura ordinata delle cose, L’angelo Esmeralda raccoglie in totale nove racconti, scritti tra il 1979 e il 2011, che condensano l’immensità della scrittura di Don DeLillo in circa duecento pagine. Molti dicono che siano i romanzi di DeLillo ad essere oscuri e misteriosi, ma in realtà il vero mistero siamo noi: gli esseri umani che popolano la Terra hanno questo incessante bisogno di dare senso alle cose terrene, di elencarle, di costruire una catena di causalità, di nominarle. Assegniamo nomi agli eventi distanziandoli, matematizzando la vita scientificamente e crediamo che questo sia vivere, pensare. «Se non siamo qui per sapere che cos’è una cosa, allora che ci stiamo a fare?». La vita dei personaggi di DeLillo si svolge nel pensiero, un pensiero che categorizza ma che a volte non riconosce gli oggetti:

«Nel profondo c’è solo un caos indistinto. Abbiamo inventato la logica per mettere in fuga la nostra essenza creaturale. Affermiamo o neghiamo. Alla M facciamo seguire una N. Le uniche leggi che contano sono quelle del pensiero».

Ogni cosa è al suo posto. Non siamo noi a dover sospendere l’incredulità durante la lettura di un racconto, viviamo già in un mondo fatto di storie, ed è quello nella nostra testa. Quando un racconto finisce, è necessario che ce ne sia un altro e poi un altro ancora, perché vivere in un mondo senza storie ci fa regredire fino ad uno stato di animalità. Vedere il viso di Esmeralda su un cartellone con la pubblicità di un succo di frutta, forse è questo che ci rende umani: credere.


Ilaria Marcoccia ha pubblicato Suoni sul primo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

David Poissant, Il paradiso degli animali

Di Claudio Correggioli 

C’è gente che ha la muscolatura striata di tipo uno ed è adatta per le maratone e poi c’è gente con la muscolatura di tipo due, perfetta per gli scatti. Comincio subito da un’ammissione di colpa: la mia fantasia, se fosse un muscolo, sarebbe di tipo uno: concepisce con una certa facilità storie lunghe e complicate, ottime per essere riempite di cose e tradotte in romanzi. Il racconto, però, è il regno della brevità. Della perfezione formale. Della sintesi e di quel delicato equilibrio di superfici che fanno intuire lo spazio che sottendono.

Ho scritto pochi racconti ma ciò non significa che io ne abbia letti pochi o che – peggio – non mi piacciano. Falso. Nella mia infanzia e adolescenza ho letto quasi solo storie brevi e brevissime, per la maggior parte di genere, e adesso che “sono diventato grande” apprezzo fino in fondo la capacità di uno scrittore di concentrare le emozioni nei racconti – non più di genere, però – che continuo a leggere. Distillarle, persino.

Uno degli autori che ho letto con maggior soddisfazione in questo senso è David J. Poissant con il suo Il paradiso degli animali pubblicato da NN Editore. Un autore giovane, con il quale Tre racconti ha avuto modo di fare due chiacchiere. Io ho scoperto questa raccolta grazie a quella forma moderna di passaparola che sono i commenti lasciati in rete da blogger, lettori e addetti ai lavori. So che mi posso fidare, perché è così che ho letto i libri migliori negli ultimi anni.

Il paradiso degli animali è un testo che mi è piaciuto subito perché la sua trave portante è una forma sottile di tristezza sulla quale si innestano squarci di salvezza mai banali. Il tutto sostenuto da una scrittura che mi è rimasta dentro con una sensazione che ormai provo di rado ed è questo il motivo per cui non posso fare a meno di accostarlo a certi racconti di Salinger o di David Foster Wallace, anche se so che qualcuno rabbrividirà a questa mia affermazione. Non sto parlando della scrittura in sé o dell’adesione più o meno formale a certe poetiche; parlo invece di una cosa molto intima che io per primo fatico a definire ma che non posso fare a meno di sentire; una cosa che mi fa esclamare senza ombra di dubbio: «Questi racconti mi piacciono!»

Come autore invece, cioè come persona addentro alle cose tecniche che riguardano la scrittura, ammiro il modo in cui Poissant trascina il lettore nelle proprie storie, facendolo sentire protagonista. Il narratore spesso in prima persona. L’uso dei tempi verbali. Soprattutto, la ricerca del termine che produca quella magia che la traduttrice, Gioia Guerzoni, ha indicato giustamente nel termine empatia.

Perché è proprio questo che mi affascina de Il paradiso degli animali: l’empatia tra me, che lo leggo, il protagonista che lo vive e l’autore, con cui sto dialogando al di là del tempo e dello spazio con quella meravigliosa forma di telepatia che è il libro.


Claudio Correggioli ha pubblicato Il geco sul primo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

 

 

Ottaedro, di Julio Cortázar

Di Federico Iarlori

«Chiunque non legga Cortázar è condannato», recita l’ormai famosissima citazione di Pablo Neruda. Io aggiungerei che uno scrittore di racconti – o aspirante tale – lo è a maggior ragione. Non solo perché lo scrittore argentino ci ha lasciato delle raccolte di racconti memorabili, ma anche perché Cortázar non ha mai smesso di riflettere sulla forma racconto, né di auspicarne un futuro più radioso rispetto alla condizione di minorità in cui era stato confinato.

«Vivo in un paese, la Francia – scrive Cortázar nel testo di una conferenza sul racconto pubblicato nel 1962 -, dove questo genere ha scarso vigore […]. Mentre i critici continuano ad accumulare teorie e a intrattenere accese polemiche in merito al romanzo, quasi nessuno si interessa alla problematica del racconto».

Cortázar, invece, lo ha sempre fatto, continuando a leggere, a tradurre, a citare e a entusiasmarsi davanti a un testo breve di Poe o di Henry James, di Kafka o di Čechov. Per lui il racconto non è affatto un genere minore, ma è «il fratello misterioso della poesia in un’altra dimensione del tempo letterario»; per Cortázar:

«l’efficacia e il senso del racconto – scrive nel testo Del racconto breve e dintorni (in Ultimo round, 1969) – dipendono da quei valori che danno alla poesia e anche al jazz il loro carattere specifico: la tensione, il ritmo, la pulsazione interna, l’imprevisto dentro parametri pre-visti, quella libertà fatale che non ammette alterazione senza una perdita irreparabile». 

Pochi come Cortázar hanno saputo coniugare quell’istinto poetico, quell’esigenza di creazione spontanea, quello slittamento in uno stato di trance, nel cosiddetto état second, con la lucidità della sapienza narrativa e – nei suoi racconti fantastici in modo particolare – con il perfetto dosaggio del soprannaturale nell’intreccio.

La mia ammirazione incondizionata per Cortázar, tuttavia, è recente e risale a pochi anni fa. Avevo già letto Il gioco del mondo e qualche racconto (tra cui Il persecutore, ispirato al sassofonista Charlie Parker, e il meraviglioso Autostrada del Sud), ma la passione è scoppiata quando – un po’ per caso – incontrai in un bar parigino una ragazza spagnola, professoressa di italiano a Barcellona, che tra una birra e l’altra mi parlò di un racconto che non conoscevo: Manoscritto trovato in una tasca. Fissandomi con i suoi occhi scuri e luminosi e stuzzicandomi con il suo sorriso un po’ sornione, mi disse che il testo parlava di un gioco di incontri casuali tra un uomo e alcune donne in metro. C’era di mezzo il riflesso dei loro volti sui finestrini del treno e quell’hasard objectif dall’eco surrealista per cui io andavo matto. Le promisi che l’avrei letto e le chiesi il numero per farle sapere cosa ne pensavo. Le solite scuse, insomma.

La sera stessa, cercandolo su internet, scoprii che il racconto era incluso nella raccolta Ottaedro e in breve tempo realizzai di averlo già comprato ai tempi dell’università. Decisi, quindi, di aspettare di tornare al paesello – laddove tutti i libri di quel periodo della mia vita erano custoditi – per leggerlo. Non solo trovai quel racconto eccezionale, non tanto per la tematica – di per sé molto attraente (oggi un uomo come il protagonista di quel racconto sarebbe stato denunciato per stalking) – ma per lo stile, che mi fece l’effetto di uno stream of consciousness perfettamente decifrabile, ma soprattutto molto elegante ed estremamente onirico, pur nella concretezza della storia che delineava.

Con calma, affrontai anche gli altri sette racconti della raccolta: un uomo che immagina il suo funerale, un letterato che scrive una biografia sul suo mentore smascherando in maniera grottesca le invidie e gli arrivismi dei salotti culturali, la bella e giovane Lina che seduce il vecchio Marcelo e via dicendo. Otto racconti che rappresentano le otto facce dell’ottaedro del titolo e, di conseguenza, la poliedricità di temi, di stili, di linguaggi, di punti di vista, di strategie testuali con cui Cortázar è capace di giocare, senza mai rinunciare alla poesia.

Insomma, Ottaedro – per quanto rappresenti un’opera ambiziosa e non di facile accesso è stata per me un valido apripista per la progressiva scoperta di tutte le altre raccolte di racconti di Cortázar, ma soprattutto un autentico detonatore della mia voglia di provare a scrivere un racconto e a lavorare su un’idea – in primis – e poi sul suo sviluppo narrativo. Una perla rara. Per palati fini.


Federico Iarlori ha pubblicato L’ora del bucato sul primo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

Discesa dalle nuvole

un racconto di Natale

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Photo by Scott Umstattd – www.picture-power.com

 

Confesso francamente che io non avevo mai messo a cuocere un cappone.
Gli altri anni… ma lasciamo stare gli altri anni, sogno svanito.
La realtà presente è che io oggi, giorno di Natale, ho messo per la prima volta in vita mia a cuocere un cappone.
La donna era andata alla messa, sebbene sia miscredente, e non tornava né viva né morta: e si capisce che oggi doveva andare alla messa, perché il mercato si chiude alle nove, e lei di solito torna verso le dieci: Dio è sempre buono a qualche cosa.
Ed eccomi in cucina, di un umore tra il cattivo e il buono e con i soliti quesiti da districare.
Sono io una grande signora decaduta, per il fatto che mi trovo in cucina costretta a dar battaglia alla formidabile fila schierata delle pentole, o sono ancora una potenza rispettabile poiché davanti a me, vittima e olocausto, è la grande bestia in questi ultimi anni divenuta simbolo popolare delle nuove ricchezze?
Eccomi dunque di fronte alla grande bestia morta. È gialla, con la testa in cima al lungo collo abbandonata da un lato, le zampe ripiegate su sé stesse con abbandono e tristezza: intorno, sulla piazza del vassoio, le stanno i visceri, e dentro è vuota come una cattedrale donde sono appena usciti i fedeli.
Il compito più penoso è quello di riempire d’acqua la pentola. L’acqua delle bocchette a chiave, che a volte schizza addosso con tutta la rabbia della sua forzata prigionia, a me desta sempre un misterioso senso di paura e anche di invincibile ripugnanza.
Io la sfuggo, come la sfugge il gatto, sebbene come il gatto io ami straordinariamente la pulizia.
Atavismo? Ricordo di luoghi dove si è vissuto con la sola acqua del cielo e delle piccole fonti vergini, affidando per necessità naturale al sole, al vento, al fuoco, la purificazione delle cose?
Certo è anche, però, che una espertissima Signora di Parigi mi disse che il segreto per tenere la carnagione fresca è di lavarsi il meno possibile. E credo che lei lo facesse davvero perché era meravigliosamente rosea e brillante come una tazza di porcellana.
A ogni modo, forza e coraggio, ed ecco la pentola piena a metà d’acqua.
E il cappone vi scende; ed ho l’impressione di buttare un cadavere in un pozzo: il cappone vi scende, si rannicchia in fondo, e la sua testa è più che mai rassegnata; e mai ho veduto, neppure nel mendicante vero che si chiude tutto in sé per il freddo, e neppure nel malato inguaribile che nei momenti di maggiore stanchezza cerca di riprendere la posizione che aveva nel ventre materno, la tristezza, la disperazione e l’impotenza di quelle zampe ripiegate su sé stesse.
Ne ho provato veramente una pietà materna, della quale ho subito sogghignato.
La pentola è al fuoco e io sono contenta della mia bravura: e persino penso follemente di potermi un giorno liberare dalla schiavitù della serva.
Sogni, e sempre sogni.
Non sono passati tre minuti che una cosa spaventevole mi richiama alla realtà.
Una forza misteriosa ha sollevato e buttato fino a terra il coperchio della pentola: e due artigli gialli, protesi e feroci più di quelli che un giorno ho veduto al nibbio, salgono su dalla profondità dell’acqua calda.
Ho l’impressione che al calore del fuoco la bestia sia tornata viva.
Cerco di spingere giù col coperchio le atroci zampe e rinchiudere la bestia nella sua tomba. È come ributtare nelle onde il cadavere che il mare respinge.
Allora ho cercato un peso da mettere sul coperchio: una grossa lima che introduco nell’ansa di quello; ma la pentola sobbalza, e un vero disastro sta per accadere.
Poche volte in vita mia mi sono veduta così confusa.
Fortunatamente a salvarmi arriva la donna, col velo in testa e la corona in mano come una vera santa.
Con un colpo d’occhio indovina tutto ed ha un sorriso ambiguo, di pietà e di beffe. È una donna rispettosa, che forse mi ama, forse mi odia; il tipo della schiava ancora non del tutto emancipata.
Nell’accorgersi che io sto per darle la colpa di tutto, mi dice con calma:
«Sono io che dovrei arrabbiarmi. Bella figura mi fa fare, oggi, bella figura!».
«Anche!».
«Ma quando vossignoria ha mai veduto arrivare a tavola un cappone con le zampe? Avrà veduto il fagiano con le sue penne, il zampone con le sue unghie, ma il cappone con le zampe mai. È la verità?».
È la verità, e io non la posso discutere.
«Le zampe vanno stroncate, abbrustolite, pulite e messe dopo; e il loro troncone va ficcato nel corpo vuoto del cappone. Ha capito, vossignoria?».
Ho capito, e ripeto fra di me l’insegnamento, per un’altra volta.
Ella intanto stronca con le sue dita bruciate le terribili zampe e le tira via: la bestia ha finalmente pace, va giù, si annega nel bollore dell’acqua schiumante.
«E adesso vossignoria se ne vada a scrivere, che fa molto meglio di stare qui. Qui non è il suo posto» dice la donna, con protezione e umiltà, ma anche con una certa imponenza.
Io però non mi arrendo.
«No, non ci vado, nello studio: basta. Troppo ho vissuto tra le nuvole».
Allora lei ha un sorriso fine, enigmatico.
«Dia retta a me, vossignoria; torni, torni nello studio, o fra le nuvole, come dice vossignoria: vedrà che sarà più contenta lei e gli altri».
Io non replico, ma non so perché, o forse perché da qualche tempo in qua vedo egualmente anche rasentando la terra le fantasmagorie delle nuvole, ho voglia di piangere.

 


 

Grazia Deledda nasce a Nuoro il 27 settembre 1871 da una famiglia benestante. Figlia della provincia italiana più isolata fu in grado di raccontare la sua terra e allo stesso tempo attraversare un’epoca di grandi rinnovamenti. Nonostante la scarsa considerazione se non il disprezzo della critica diventa un’autrice di successo. Collocata soprattutto in ambiente verista, corrente da cui però si distanzia per originalità della poetica e stile. Nel 1926 arriva la definitiva consacrazione con il Nobel per la Letteratura.

 

 

Il racconto di Natale Grazia Deledda è pubblicato da Edizioni Lindau,  all’interno della raccolta Racconti sotto l’albero.