Author: treracco

Storie brevi e voci nuove

Paesaggio innevato. Fabian Mardi per Unsplash

Puškin e il grado zero della neve

Nei racconti di Puškin si riscopre l’architettura essenziale della scrittura, le assi portanti, le fondamenta, i materiali con cui devono essere costruiti i muri, i fattori antisismici che rendono l’intero edificio resistente alle scosse del tempo, alle mode del momento, ai nomi dei fenomeni. È la lezione del classico, quel tipo di opera in grado di coniugare in sé tutte le celebri lezioni americane di Calvino.

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Il macabro quotidiano nei racconti di Roald Dahl

Di Lucia Perrucci

Chi adora Roald Dahl per Matilde o il GGG (io lo adoro per Le Streghe) non si stupirà quando leggerà i suoi racconti per adulti. Né si stupirà di scoprirlo tra gli autori di Playboy, o tra gli scrittori più censurati di sempre.

Nato nel 1934, in Inghilterra, da genitori norvegesi, pilota della Raf e consulente di guerra, prima di diventare lo scrittore che noi tutti conosciamo, Roald Dahl è stato protagonista (più che narratore) di tutto un altro tipo di storie.

Forse perché volando vedeva le cose dall’alto, o perché, precipitando nei deserti, ha potuto osservarle anche troppo da vicino, o forse perché ascoltare segreti internazionali fa sempre un discreto effetto, ma Roald Dahl, in tutto ciò che ha scritto, si è sempre mostrato un cinico esploratore del quotidiano, fino a consegnare a noi lettori un repertorio di racconti che sfiorano il grottesco, il cui sofisticato (e macabro) umorismo ribalta le situazioni di apparente e statica normalità.

Chi conosce Roald Dahl attraverso le sue opere per bambini, tutto questo lo sa già. Sguardo sincero, mai morbido, spesso beffardo e cattivo, la cui voce schietta e mai contorta consegna uno stile accessibile a tutti, scorrevole e assolutamente sorprendente.

Hemingway mi diceva che l’essenziale non è fare sfoggio d’intelligenza, ma comunicare al lettore nella maniera più semplice possibile[1]. 

Roald Dahl fa quindi della semplicità la chiave per sorprendere il lettore. Una semplicità non solo formale ma anche apparentemente contenutistica. Quella semplicità che incornicia ogni storia attraverso circostanze iniziali di assoluta (anche banale) quotidianità, capovolte da un aspetto imprevedibile e molto spesso bizzarro e crudele.

Quelli di Roald Dahl sono incipit che non arrivano subito al punto, non si servono del retroscena omesso, anzi descrivono quasi minuziosamente situazioni e personaggi introducendo il lettore nella dimensione della storia e consegnandogli tutto l’occorrente per afferrare ciò che verrà dopo. Il lettore se ne sta lì come un voyeur che spia un momento intimo e del tutto normale, fino all’inaspettato inciting event.

Roald Dahl, giovane pilota della Raf
Roald Dahl quando era un giovane pilota della Raf

Genitori in pena per la salute dei propri neonati, ricche signore con l’ossessione di perdere un volo, ospiti a cena dal palato raffinato, mogli che scongelano cosciotti di agnello per cena, banali scommesse sugli accendini, viaggiatori alla ricerca di una camera per dormire.

L’incidente scatenante, sia esso caratterizzato da un fatto, da una battuta, o da un dettaglio particolarmente strano, appare subito inquietante non tanto per l’eccezionalità dell’evento in sé, ma per il risvolto psicologico che lo muove. È il desiderio del personaggio a essere mosso da qualcosa di malato, una cinica visione della vita che punzecchia il lettore lasciandolo con quel retrogusto sul palato acre e amarognolo, come il veleno ben mescolato alla bevanda più innocua del mondo.

Si può mangiare l’arma di un delitto? Si può passare dalla pietà per un bambino in fin di vita a un sentimento disumano dopo aver letto il suo nome?

«Ogni giorno, per mesi, sono andata in chiesa a implorare in ginocchio perché a quest’ultimo sia concesso di vivere».
«Sì, Klara, lo so».
«La morte di tre figli è il massimo che riesco a sopportare. Te ne rendi conto?».
«Certo, certo».
«Adolf deve vivere, Alois. Deve, deve… Oh, Dio, sii misericordioso con lui…».

Ma è la beffa, l’ironia del destino, Genesi e Catastrofe la chiama l’autore, una tragedia mascherata, uno scherzo della natura che fa sorridere perplessi.

Tra i temi ricorrenti: il gioco, la routine di coppia, l’ossessione, l’invenzione di strane macchine che quasi anticipano le premesse di Black Mirror.

Sono convinto che esiste intorno a noi un intero mondo di suoni che non percepiamo. È possibile che lassù, in quelle eccelse, acutissime regioni inudibili esista, venga creata una nuova musica eccitante, fatta di sottili armonie e acute, stridenti dissonanze, una musica così forte che impazziremmo se l’orecchio soltanto afferrasse di sfuggita. Può esserci di tutto… per quel che ne sappiamo (La macchina dei suoni, 1949).

Walt Disney e Roald Dahl (Photo Disney Archives)

La macchina dei suoni costruita da un uomo ossessionato dall’inudibile, rivela ciò che nessuno può sentire, come i lamenti delle piante. Questa invenzione (così come la macchina che tiene in vita il cervello dopo la morte in William e Mary, o le proprietà miracolose delle api in Pappa reale) svela ciò che è nascosto, la conturbante verità del dolore. L’inventore è mosso teoricamente dall’empatia. Ma è un’empatia narcisistica. Quando scopre le grida di un fiore reciso prova pietà. Eppure, per essere certo che la macchina funzioni, per capire davvero se quelle piante provano dolore, fa di tutto per infliggerlo. Anche l’epilogo in Pappa reale (1958) lascia inquieti sulle risposte di una scienza nuova e sconosciuta che porta il protagonista all’inevitabile metamorfosi finale. Ma sono in fondo gli anni ’50, e la paura nei confronti delle potenzialità distruttive della tecnologia (incorniciata dal clima gelido della Guerra Fredda) confluiva spesso in risultati di questo genere (ne sono un esempio i film fantascienza come The Fly, 1958).

Guardandolo in quel momento, mentre si spostava davanti a quella libreria con quei capelli corti e quella barba e quel corpo rotondetto, la moglie non poté fare a meno di pensare che in effetti quell’ometto aveva qualcosa dell’ape. Aveva spesso visto donne che erano finite con il somigliare ai cavalli che cavalcano, aveva notato anche che la gente che aveva uccelli, o bull terrier, o pomerani, spesso finisce con il somigliare un poco, e tuttavia in maniera che sorprende, alle creature alle quali si dedica.

La routine coniugale è spesso incentrata su capricci infantili, insofferenza, e dispetti dalla portata tragica e grottesca: quale moglie non ammazzerebbe il marito a colpi di cosciotti d’agnello (Cosciotto d’agnello, 1953)? E quale moglie, in preda all’ansia di perdere un volo, non mollerebbe il marito in fin di vita (L’ascesa al cielo, 1954)? Tutte le mogli descritte sono affettuose, devote e “servono bene” i loro mariti. Almeno inizialmente, fino a non poterne più (e il tradimento diventa la ripicca più inoffensiva).

«Non importa. Ora che ci penso non ricordo di aver mai adoperato in vita mia il mignolo della sinistra. Eccolo qua». Il giovanotto strinse il mignolo tra le dita della destra. «È sempre stato qui, e non ha mai fatto niente per me. Perché non dovrei scommetterlo? No, la trovo una bella scommessa». (La scommessa, 1948)

Puntare l’impossibile, scommettere l’assurdo, apre una riflessione sui bisogni e le necessità, così come sui valori, dell’uomo sociale percepito dall’autore. Il macabro vizio del gioco parte da una banale scommessa e diventa un patto col diavolo. Chi scommetterebbe mai la mano della figlia o il proprio mignolo (La scommessa Palato)?

Nei due racconti citati, infatti, tutto ruota attorno ad un accendisigari e a una banale bottiglia di vino. Da una parte abbiamo due uomini assolutamente convinti di poter fare qualcosa, dall’altra due incalliti scommettitori descritti con le fattezze riluttanti di un serpente viscido e demoniaco. Questi, sono pronti a mettere in piazza proprietà immobiliari e macchine di lusso in cambio di qualcosa di privato e “carnale”, come accade nel racconto Pelle (1952), in cui un mercante d’arte vorrebbe acquistare il tatuaggio firmato da un artista sulla schiena di un uomo povero, che potrebbe venderlo a caro prezzo, ma solo togliendosi la vita. Il diavolo diventa l’umana e terrena cupidigia, ma ognuno di questi patti si basa su due fattori: l’inganno e la stupidità.

Leggere Roald Dahl è sempre un’esperienza piacevole e rivoltante. Piacevole perché intrattiene, sorprende, stimola curiosità e immaginazione. Rivoltante perché, con i suoi finali aperti, sei lì che sorridi turbato e compiaciuto, stupito dal tuo cinismo incoffessato, e dalla tua infantile (nel senso di incontaminata e pura) sana e latente crudeltà, quella della verità nuda e cruda, che tanto piace ai grandi narratori.


[1] Tratta da un’intervista di Francesco Russo pubblicata su Millelibri (n. 34, settembre 1990).

 

Lucia Perrucci ha pubblicato Due sul numero VI di Tre racconti. Per leggerlo puoi sfogliare la rivista sul sito oppure scaricare il formato Pdf.

Amami, di Tiziano Scarpa

Di Alessandro Busi

ATTO I: VENEZIA

Ci sono alcune scelte, nella vita, che ce le spieghiamo solo se andiamo a fondo. Sono quelle scelte apparentemente controintuitive; quelle che, quando le raccontiamo, gli altri sgranano gli occhi e, in base al grado di confidenza che ci unisce, reagiscono con sorrisi di circostanza, pacche sulle spalle o considerazioni non richieste.

Se noi spiegassimo il momento in cui abbiamo fatto quella specifica scelta e il nostro modo di vedere le cose, se li avessimo chiari noi per primi, allora anche gli altri potrebbero comprenderne il senso. Invece, restiamo noi col dubbio di aver fatto qualcosa di assurdo e chi ci ascolta con la convinzione che siamo un bel po’ strani.

Se dovessi applicare questo ragionamento a una città fra tutte, lo applicherei a Venezia.

Spesso, passeggiandovi, le ho chiesto perché esistesse, come diamine fosse venuto in mente a qualcuno di andare a vivere sull’acqua.

tiziano scarpa racconti amami
Photo by Craig Philbrick on Unsplash

“Erano tutti aspiranti Gesù Cristi i tuoi fondatori?”, le ho chiesto, perso nelle calle della Giudecca. Ma non ho ottenuto risposta. Mi pare che Alberto Angela abbia affrontato questa questione in una trasmissione dedicata alla città, ma non ho mai verificato: stavolta sono io a scegliere di non approfondire.

Mi piace tenermi questo interrogativo, ma soprattutto, mi piace pensare a Venezia come a una città stramba, costruita in modo strambo, vissuta da persone strambe.

A Venezia si vive sulle spalle dei turisti ma si odiano i turisti. A Venezia si cammina sempre con i piedi storti perché tutte storte sono le pietre che pavimentano le calle[1]. A Venezia, se conosci un percorso alternativo a quello segnato per raggiungere uno specifico posto, ti senti fiero come Angus MacGyver. A Venezia, durante un aperitivo pubblico, una signora un po’ agè ti potrebbe raccontare la sua vita e confessarti che nel cassetto del comodino tiene una pistola, ma mica per fare del male agli altri, no!, per farla finita quando sarà il momento. A Venezia sono tutti aristocratici e tutti decaduti. A Venezia, se ci scrivi o se ne scrivi, hai a che fare con eredità un po’ ingombranti quali quelle di Carlo Goldoni e Thomas Mann. A Venezia, se c’è la nebbia, è Morte a Venezia. A Venezia, se c’è il sole, è Arlecchino.

Il 16 maggio del 1963, mentre l’astronauta LeRoy Gordon Cooper ammarava dopo aver stabilito il record di tempo speso nello spazio – trentaquattro ore e venti minuti -, mentre la cabina metallica coi comandi fuori uso veniva recuperata nel mezzo dell’Oceano Pacifico, a Venezia stava nascendo un bambino che immagino avesse pochi capelli biondi in testa e una voce che usava per gridare. A Venezia, questo bambino sarebbe stato registrato in anagrafe con il nome di Tiziano Scarpa.

ATTO II: TIZIANO SCARPA

Se nasci e cresci in un posto con eredità letterarie come quelle di Goldoni e Mann – già detti – nonché di Shakespeare e Pound – quest’ultimo, nel dubbio di non aver lasciato il segno, a Venezia ci si fece pure seppellire -, come diavolo ti viene in mente di fare lo scrittore?

La città è raccontata, la strada è segnata, l’impresa è impossibile. E questo è vero quanto è vero che non si costruiscono case sull’acqua.

Mi piace immaginare che questi siano stati i dubbi del giovane Tiziano Scarpa, quando sentiva di voler scrivere, ma carpiva, ovunque si voltasse, segnali chiari che gli consigliavano di evitare.

Meglio bersi un’ombra che scrivere.

Meglio leggere su una panchina di qualche campo.

Meglio fare il gondoliere, o il soffiatore di vetro, o il caricaturista a San Marco.

Assunto che, potrei metterci la mano sul fuoco, Scarpa sapeva dell’esistenza di queste alternative, come avrà deciso di perseguire comunque il suo sogno?

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Photo by Cristina Gottardi on Unsplash

Non lo so e, non conoscendolo di persona, anche qui lascio che l’incerto faccia la sua parte. Quello che so è che, da questa scelta controintuitiva, nacque una delle migliori penne che abbiamo oggi in Italia. Sempre presente e mai allineato, fu una delle più interessanti voci cannibali, senza aver fatto parte dei Cannibali. Nel corso della sua carriera ha attraversato la narrativa, la poesia, la saggistica, la scrittura per il teatro.

Ha creato una lingua ad hoc per il proprio bestiario poetico. Ha portato in scena domande scomode come “Pensa di essere attualmente la persona che avrebbe voluto diventare, o non ancora?”. Si è azzardato a presentare la sua Venezia, nel suo primo romanzo, tingendo il paesaggio con una scarica di diarrea. Ha dedicato pagine commuoventi a centrifughe di lavatrici e lettere rotanti di vecchi cartelloni ferroviari. Si è fatto portavoce dei desideri di una giovane vergine del ‘700 e del suo maestro di violino e della loro relazione complicata. Ha scomposto la sua città in parti anatomiche e l’ha esaminata come si può fare con un pesce[2].

E poi, assieme a quello che immagino essere un suo amico illustratore, Massimo Giacon, nel 2007 ha pubblicato un libro senza capo né coda, un libro che nessun editore saggio e attento al ritorno economico avrebbe dovuto pubblicare: Amami.

ATTO III: AMAMI

Amami (Mondadori, 2007) è un libro che non troverete più in libreria. Mondadori non lo stampa più. Amazon lo dà “inaccessibile”, mentre per LaFeltrinelli è “fuori catalogo”.

Se state continuando a leggere con l’idea di scrivermi per prestarvelo, non pensateci nemmeno, ne sono gelosissimo. Se siete solo curiosi e se leggete queste righe nonostante, agli occhi di molti, possiate fare ben di meglio, mi fa piacere, ma occhio a raccontarlo in giro.

“Amami” è una raccolta di racconti scritti da Tiziano Scarpa e illustrati da Massimo Giacon a tema amore, o meglio, sesso, o meglio, perversioni, o meglio, relazioni, o meglio: relazioni talvolta amorose con una forte componente sessuale.

Quello che fa Tiziano Scarpa, rinforzato dai disegni chinini di Giacon, è esplorare l’animo di sessanta personaggi nell’intimità delle loro abitudini più bizzarre, quelle che forse non avrebbero raccontato a nessuno, quelle che li svelano, quelle che li rendono contraddittori e umani. Il richiamo è ai Personaggi Precari di Vanni Santoni e alla letteratura pulp, scritture animate dall’intento di rappresentare elementi al limite per raccontare tutti.

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Venezia, Italia, 30 aprile 2015. Tiziano Scarpa – Wikimedia Commons

Così: Elena Reale mangia i suoi amanti per restare meno sola. Valerio Pieraschi, dopo la morte della sua famiglia, è diventato uno zombie. Tiberio Forni soffre perché ha degli organi sessuali troppo grandi, mentre Gianmarco Mililli vorrebbe un corpo meno imponente, che bilanci i suoi testicoli troppo piccoli. Gelinda Favretto ha sessantacinque anni e vorrebbe innamorarsi di una coppia di persone, da chiamare mamma e papà.

Sono storie brevi, quelle di Amami, prose poetiche, accenni, ritratti fatti da poche pennellate. Ogni vita è messa a nudo e ogni disegno lancia l’appello del titolo: una richiesta tanto semplice quanto difficile da pronunciare. Amami. Ognuno dei personaggi vive situazioni in cui la sua intimità viene messa in crisi, in cui l’incontro fra pubblico e privato genera incomprensione. Come se nessuno, a parte l’autore e i lettori, sapesse andare a fondo per capire le ragioni che portano queste persone a fare queste scelte controintuitive.

Come se con le loro storie, Tiziano Scarpa ci mettesse di fronte alle nostre richieste d’affetto, alle nostre contraddizioni apparenti, al nostro desiderio di seguire la strada che non sarebbe da seguire, al nostro intento più intimo e inespresso di costruire la nostra personale città sull’acqua.

 

Alessandro Busi ha pubblicato Trenta Ottobre sul quinto numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf oppure sfogliare la rivista.


[1]   Queste pietre sono detta in gergo maségni e questa considerazione sui piedi storti è tratta da Venezia è un pesce, libro di un certo autore veneziano che scopriremo tra poco.

[2]   Il bestiario è Groppi d’amore nella scuraglia (Einaudi, 2005). La domanda è tratta da I maggiorenni (regia di Giorgio Sangati, produzione Teatro Stabile del Veneto 2015-2016). La diarrea è in Occhi sulla Graticola. Breve saggio sulla penultima storia d’amore vissuta dalla donna alla quale desidererei unirmi in duraturo vincolo affettivo (Einaudi, 1996). Le centrifughe e le lettere sono in Il brevetto del geco (Einaudi, 2015). La vergine del ‘700 è in Stabat Mater (Einaudi, 2008). La città divisa in parti anatomiche è in Venezia è un pesce (Feltrinelli, 2000).

La notte dei pesci (e tutto quello che ci attraversa)

Texas, deserto

Di Mariano Macale

Nel suo Diario bizantino, la poetessa Cristina Campo (alias Vittoria Guerrini) scriveva, lapidaria: «Due mondi – e io vengo dall’altro».

Sono sempre stato personalmente convinto (Lavoisier forse sarà clemente se parafraserò il suo postulato fondamentale) che in letteratura “nulla è separato, ma si connette”, in un ciclo perpetuo di idee, nomi, cose, quasi che potessimo leggere costantemente e sempre lo stesso libro. D’altronde già il commediografo Publio Terenzio Afro ebbe a dire: Nullum est jam dictum, quod non dictum sit prius.

Quando, svariati anni fa (era il 2009), mi stavo dirigendo alla Sapienza per una lezione, deviai con piacere verso un’altra facoltà, quella di Lettere e Filosofia, dove, mi era stato riferito la mattina stessa, un tale, uno scrittore venuto dal Texas, Joe R. Lansdale, avrebbe tenuto un incontro con gli studenti.

Devo essere sincero: non sapevo chi fosse e cosa scrivesse. Passai in libreria, comprai al volo una sua antologia di racconti (non uno dei romanzi cui comunque deve gran parte della sua celebrità) dal titolo Maneggiare con cura (Fanucci Editore). Sono sempre stato convinto che un racconto dica più di uno scrittore di quanto possa dire un romanzo, per certi versi.

Quella mattina Lansdale raccontò del Texas, di come compendiasse la sua passione per le arti marziali (ha creato anche un suo stile personale, il Maverick Kenpo) con l’arte altrettanto combattiva della parola scritta. Parlò del padre che aveva vissuto la Grande Depressione, e della sua madre lettrice che gli aveva trasmesso l’amore per Mark Twain. Soprattutto, disse una cosa che mi colpì che appuntai, cioè che in Texas molte persone si narravano le storie: c’era una buona tradizione orale.

E forse deriva anche da questo la coloritura della sua scrittura, il suo “parlare per immagini” tale che la trasposizione cinematografica di alcune sue opere è risultata quasi naturale (l’ultimo lavoro è proprio una serie TV, Hap and Leonard, ispirata ai due personaggi frutto della sua penna e alle loro storie).

Ma di Maneggiare con cura, ricordo (e rileggo) avidamente soprattutto un racconto La notte dei pesci. Una perla che quasi si distingue dagli altri brani, pure pregevoli e che, se letta isolatamente, non dà indice della scrittura di Lansdale, approssimativamente associata all’etichetta di letteratura pulp o al genere horror.

Trovo che queste siano classificazioni a posteriori e, per capire davvero Lansdale, non bisogna rifarsi ad altro che a quell’arcaica esigenza di narrare, di trasmettere oralmente un fatto, vero o immaginato che sia, che appartenga a questo mondo o a quell’altro: la letteratura riunifica la cesura degli eventi, il bivio delle scelte, fornisce una chiave di mezzo.

Ed è quello che avviene anche ne La notte dei pesci: c’è un vecchio e, quasi di conseguenza, necessariamente un giovane. Il primo è un piazzista porta a porta, che non fa soldi e che è stanco di vedere «nient’altro che una città dopo l’altra, un motel dopo l’altro, una casa dopo l’altra, a guardare attraverso le porte con la zanzariera la gente che fa di no con la testa». Il giovane è un universitario, uno che sbarca il lunario aiutando solo per un’estate il vecchio nel suo lavoro di venditore di apriscatole porta a porta.

Già dalla terza pagina si avverte un senso apocalittico: «I giorni del rappresentante porta a porta sono finiti, figlio mio». E il senso della fine imminente, di qualcosa che sta per volgere, è anche nell’incipit «Era un pomeriggio bianco come un osso», ma anche nella cravatta del giovane «sciolta, come un serpente domestico morto nel sonno».

Si ritrovano entrambi nel deserto, la Plymouth in panne su una strada secondaria, distante dalla statale principale. E allora il vecchio inizia a raccontare. Dice: «Ho dei ricordi, lì fuori… e mi vengono ancora a trovare». E in questi ricordi, lui narra di molti anni prima, in una notte come questa, nello stesso posto, una macchina in panne.

Aveva preso a camminare e d’un tratto «sono usciti fuori i pesci. Nuotavano nella luce delle stelle, così belli, così naturali… di tutti i colori dell’arcobaleno».

È la notte dei pesci: un’antica leggenda indiana dei Navajo narra che tutte le cose possiedono uno spirito, il manitù. E così i pesci vengono fuori dal passato, come fantasmi, perché in altri eoni di tempo, ere geologiche prima, quel deserto era stato un oceano, e i fantasmi degli esseri che lo popolavano, al momento giusto, uscivano fuori.

I giovani sono fatti per dubitare: in fondo anche in Hemingway è il vecchio che va fino in fondo. Arriva la notte e arrivano anche i pesci, fantasmi di ogni genere e colore e dimensione, che attraversano il cielo, il deserto, i loro stessi corpi nella Plymouth, e il vecchio sveglia il giovane e ha come un’illuminazione.

Dice che i pesci sono puri, che lui appartiene a quel mondo (come nei versi di Cristina Campo), che se i pesci hanno fatto tutta quella strada, dal passato al futuro, allora forse si può andare nel passato.

«Questo non è il mio mondo. Io sono di quell’altro mondo. Voglio nuotare libero nel ventre del mare, lontano dagli apriscatole e dalle automobili…». E, davanti agli occhi del giovane, si denuda di tutte le bardature della civiltà (i vestiti, la dentiera) e balza in alto come una lepre e…

E non svelerò il finale.

Perché i finali, in un racconto prezioso come questo, sono la parte più delicata, da maneggiare con cura.


Mariano Macale ha pubblicato Rudimenti per biografie casuali sul quarto numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf oppure sfogliare la rivista.