Author: sgiulitti

“Quello alto”. Umanista, information architect, UX designer. Di tutto un po'.
Lettore onnivoro con la passione dei libri usati.

Le formiche di Boris Vian

Pillole di surrealismo dalla Parigi del secolo scorso

Le formiche di Boris Vian è una raccolta di racconti, edita da MarcosyMarcos in un agile volumetto dalla copertina rossa che raffigura un pesce intento a godersi, con tanto di  soffice guanciale, un pisolino all’interno di un lavandino. L’inizio di questo 2018, complici i sonnacchiosi giorni di ripresa dal capodanno, ha fruttato scoperte inaspettate e mi ha portato a fare la conoscenza di un sacco di autori interessanti. Uno dei più sorprendenti tra questi è stato certamente il signor Vian, che ha saputo regalarmi qualche ora di intrattenimento piacevolissimo.

Boris Vian le formiche
Immagine by emkanicepic via Pixabay

Classe 1920, Boris Vian viene definito dalla Wikipedia inglese con il bellissimo termine di polimath che con una perifrasi, brutta come tutte le perifrasi, possiamo tradurre più o meno come: esperto di diversi campi dello scibile umano. Oltre ad essere uno scrittore Vian è stato infatti un valente trombettista jazz e paroliere di numerose canzoni, traduttore, autore di lavori teatrali. Membro del Collège de Pataphysique, ma anche attore, inventore e ingegnere. Tra un impegno e l’altro trovò pure il tempo di aprire un locale dove si radunavano artisti, letterati e musicisti. Uno di quelli che tanto sono cari all’immaginario collettivo della Parigi dei primi anni del Novecento.

Se siete lettori di Tre racconti la probabilità che conosciate gli Scratchreaders, il gruppo di lettura fondato dalla nostra titanica capa, è piuttosto alta. Se non li conoscete invece, conosceteli. In compagnia di questi valentissimi compagni abbiamo occupato il mese di gennaio con la lettura di Tutto il ferro della Torre Eiffel romanzo di Michele Mari che ha come protagonista proprio la Parigi degli anni di Boris Vian. Approfitto della felice coincidenza (le coincidenze non esistono, direbbe sempre la capa) per proporvi una citazione da Mari che calza a pennello per introdurre il lavoro letterario di Vian.
A interrogarsi sul mondo editoriale è Robert Denoël, l’editore di Louis-Ferdinand Céline. Un autore che quando pubblicava qualcosa non passava propriamente inosservato:

Pubblichi un tale il tal anno, sei un mostro! Gronda sangue quel testo, come hai potuto! Corruttore! Traditore del popolo! Lo pubblichi trenta, cinquant’anni dopo, bravo! Si doveva! Un classico del Novecento, e che diamine! Con tutti i servigi della filologia, bravo editore! […] Mah… Chissà se ci sarà tempo perché si rivoltino ancora le cose, se verrà il giorno in cui, proprio perché reietti, i miei libri avranno un valore superiore ai tomi della Plèiade…[1]

Le analogie tra le preoccupazioni di Denoël e la carriera letteraria di Vian sono molte. Il nostro Autore infatti scrisse diverse opere, accolte tiepidissimamente da pubblico e critica e tutte caratterizzate dal più totale insuccesso dal punto di vista commerciale.

La notorietà arriva nel 1945, quando in Europa impazza la moda per gli hard boiled americani. Vian, convinto di poter fare meglio degli autori d’oltre Pacifico, scrive in soli quindici giorni Sputerò sulle vostre tombe pubblicato inizialmente con lo pseudonimo di Vernon Sullivan e che costa al suo autore un fiume di critiche e l’accusa di corruttore della pubblica morale. Nel 1946 Vian inizia a frequentare stabilmente i circoli letterari della capitale francese, in compagnia di personaggi come Simone de Beauvoir, Albert Camus e Jean-Paul Sartre. Per quest’ultimo in particolare Vian prova profonda stima tanto da farlo comparire come personaggio nel suo La schiuma dei giorni. Dal canto suo Sartre, con la grazia che spesso lo ha contraddistinto, prova a fregargli la moglie.

boris vian sartre le formiche
Jean-Paul Sartre, Boris Vian, Michelle Léglise, Simone De Beauvoir

I racconti che compongono Le Formiche, sono cinici, satirici e surreali, uniti tra loro da un umorismo nero che l’autore usa per descrivere con occhio distaccato fatti a volte terribili. Il nonsense la fa da padrone in più di una scena, ed è lo strumento che Boris Vian usa per spiazzare il lettore e per imporre brusche sterzate narrative alle sue storie. Il titolo della raccolta viene dal primo dei racconti, che narra in maniera satirica e distaccata quello che può essere facilmente riconosciuto l’arrivo degli Alleati nella Francia occupata. Il soldato protagonista non sembra eccessivamente turbato dagli orrori che lo circondano, e mentre è intento a cercare di salvarsi la pelle registra fedelmente quanto accade:

Arrivavano pallottole un po’ dappertutto, e a me non piace il disordine così tanto per. Siamo balzati in acqua, ma era più profonda di quanto sembrasse, sono scivolato su una tolla di conserva. Il tizio appena dietro di me si è ritrovato tre quarti del volto spazzati via da un ananas in transito, ho tenuto la tolla in ricordo. Ho messo i brandelli del volto nell’elmetto e glieli ho dati, lui se n’è ripartito per farsi curare, mi sa tanto che non ha imboccato la strada giusta, è entrato in acqua fino a dove non si toccava e non credo proprio che sul fondo ci veda abbastanza bene per non perdersi.[2]

Le formiche del titolo sono quelle che tutti noi conosciamo, quelle che vengono ai muscoli quando restano troppo tempo nella stessa posizione, e che hanno un loro ruolo all’interno del racconto. Tutti  i racconti della raccolta sono ambientati in Francia, molti a Parigi. Spesso vengono messe in scena situazioni paradossali, ma Boris Vian ci tiene a rassicurare il suo pubblico, le storie sono: “totalmente reali, perché me le sono inventate da capo a piedi”. Oltre a qualche piacevole ora di divertimento alla fine della lettura quello che resta è il ricordo di una moltitudine di personaggi che con le loro stravaganze si conquistano un posto sicuro nel cuore del lettore. Cinici e distaccati, menefreghisti un po’ sadici, anime derelitte, timidi patologici e distruttori impenitenti. Come se dovesse scrivere uno spettacolo teatrale Vian mette in scena un circo di personaggi tutti assolutamente caratteristici e che sanno bene come catturare l’attenzione di chi legge. Su tutte mi resterà impressa a lungo la figura del Maggiore, un personaggio che come un novello Rodomonte fa la sua comparsa sulla scena solo per distruggere tutto quello che trova sul suo cammino. Psicologicamente ma anche fisicamente:

Allora la sagoma del Maggiore, furioso perché non faceva parte del racconto, si drizzò dietro di lui e lo prese per il colletto, con le spalle sollevate, le braccia tese, la testa in avanti. André gesticolava qualche centimetro al di sopra del parapetto e gridava: «Mi lasci!» Ma era il solo a sapere che era stato il Maggiore a sollevarlo, perché questi si era appena reso invisibile.[3]

Come fai a non ricordarti di un personaggio così? Che come se saltasse da una pagina all’altra del libro va a insinuarsi in un racconto non suo e in un’altra linea narrativa. Per di più offeso per non essere stato nominato.
Ecco, i racconti di Boris Vian sono tutti così: deliranti, divertenti e assolutamente geniali. Se amate il genere non potete perderveli.

 


[1] Michele Mari, “Tutto il ferro della Torre Eiffel”, Einaudi, 2002 (pp. 63-64).

[2] Boris Vian, “Le formiche” in “Le formiche”, MarcosyMarcos, 2013 (p. 9)

[3] Boris Vian, “La nebbia” in op. cit. (pp. 171-172)

Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio

Una raccolta a tema nel centenario della rivoluzione del diciassette

Rivoluzione russa 1917
Forze bolscieviche marciano sulla Piazza Rossa via Wikimedia Commons

St’allegria nun me viene da voi
Me ce svejo da trent’anni e ormai
S’è mischiata alla rabbia e all’amore
Mo ch’è tempo de rivoluzione.

Il muro del canto – Intro[1].

Se ci seguite da un po’ vi sarete accorti che in questo spazio del mercoledì, che occupiamo a rotazione, noi della redazione cerchiamo di esprimere il nostro punto di vista sul mondo del racconto. Dal tema comune ognuno tira fuori il suo pezzo, mettendoci la propria esperienza e sensibilità, com’è normale che sia, e tentando di far sentire ciascuno la propria voce, per usare un’espressione cara alla nostra Capa. Io mi sono creato più o meno inconsapevolmente il ruolo di osservatore delle nuove uscite sul mercato editoriale; meglio se della nicchia indipendente, alla quale del resto siamo tutti piuttosto affezionati. Per questo, quando in redazione è arrivata la proposta di lettura di Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio, da parte di Minimum Fax, la scelta di passarlo al sottoscritto è stata condivisa da tutto il team. E in meno di centocinquanta messaggi sulla nostra chat, che per i nostri standard è poco eh! (Grazie della fiducia ragazzi!).

Vediamo quindi cosa ci riserva questa raccolta di racconti freschissima di stampa.

Com’è facile immaginare dal titolo il tema che accomuna i racconti di Davide Orecchio è quello della rivoluzione. Nello specifico la rivoluzione russa del 1917 di cui ricorre proprio quest’anno il centenario. L’autore oltre che uno scrittore è uno storico, e questo, anche senza andare a cercare la sua biografia online, è evidentissimo dallo stile con cui tutta la narrazione è costruita: la commistione tra storia e letteratura è infatti la cifra stilistica che contraddistingue Davide Orecchio. Una volta aperto il libro non ci troviamo davanti a “semplici” storie di fantasia, non solo, ma prendendo le mosse da personaggi storici realmente esistiti e fatti realmente avvenuti Orecchio inizia il suo percorso, che lo porta a esplorare con l’occhio del narratore gli avvenimenti della storia contemporanea recente.

Un esempio di questo modo di procedere nella narrazione è il primo racconto, che immagina un Lev Trockij sopravvissuto all’attentato che gli fu fatale e alle prese con il commento politico dei fatti d’Ungheria del 1956. Tra le pagine incontriamo personaggi storici più o meno famosi: ci sono Lenin e Stalin, Calvino e Rodari, ma anche il padre dell’autore, Alfredo Orecchio, che scrisse tra il 1944 e il 1945 un reportage dalla Sicilia dove erano da poco sbarcate le forze Alleate.

Tutta la raccolta è contraddistinta da uno stile estremamente ricercato, che richiede una costante attenzione del lettore per non perdere il filo della narrazione, molto spesso volutamente ingarbugliata, e che gioca a intrecciare tra loro piani temporali e personaggi diversi (un esempio è il racconto Iosif Adolf Vissarionvič dove Hitler e Stalin sono immaginati come un unico personaggio, facendo leva sulle molte somiglianze che caratterizzarono nazismo e stalinismo, oltre che quelle che accomunavano i due dittatori).

Il modo migliore che ho per spiegarvi lo stile dell’autore è quello di fornirvi un piccolo assaggio della sua prosa:

Entra l’anno cinquantasei del secolo d’oro, assomiglia a suo padre che fu il diciassette ed era l’androceo ed era il gineceo quando per gemmazione ebbe il tempo di dargli la vita; avanti a che morisse troppo giovane, quel garofano – l’anno diciassette – partorì un biancospino: il cinquantasei.
Tra le rusalche infuriate nella tempesta petrosa di un mare di ferro e di coke già i bolscevichi istoriavano i fossili finché il garofano cadde e, raccolto da terra, i bugiardi gli ingenui i sofisti i fanatici gli utopisti lo traslitterarono in mummia e mentre il canto funebre si mascherava a leggenda quelli dissero Noi siamo i guardiani del diciassette, noi siamo le guardie della rivoluzione.[2]

All’inizio non nascondo di essere rimasto un po’ stordito, ma una volta preso il ritmo il libro scorre in maniera piacevole fino all’ultima pagina.

L’impressione che ho avuto leggendo questa raccolta è quella di ascoltare un racconto orale. Oltre che alla voce dell’autore, sempre riconoscibile e molto uniforme in tutti e dodici i racconti, la sensazione è dovuta a qualche espediente retorico sapientemente dosato. Come nei poemi epici, infatti, qualche caratteristica particolare riemerge in tutti i racconti, e viene al bisogno ripetuta. Questo processo è evidente da subito nel modo in cui i vari anni vengono descritti: ogni anno è un fiore, con le sue caratteristiche particolari che ritornano di volta in volta. Abbiamo già conosciuto il 1917, garofano, e il 1956, biancospino. Altri esempi potrebbero essere il 1941 «fiore selvaggio, anno violento, unico figlio di Hitler»[3] oppure «questo fiore di palma, il quarantatré, mostrava una spata vistosa, una vita breve, e quando l’estate italiana eiaculava il suo duce in un seme non fertile, nel luglio del crollo»[4]. Ci sono altri fiori nel libro, che vi lascio il piacere di scoprire.

Ho particolarmente apprezzato le note presenti alla fine di ogni racconto, nelle quali l’autore ragguaglia il lettore su quanto appena letto ed esplicita le fonti utilizzate. C’è infatti un grande utilizzo delle fonti storiche in questo libro: proprio come in una ricerca i racconti sono impreziositi da citazioni tratte dagli scritti dei protagonisti, che vengono incastonate (e qualche volta rielaborate per farle calzare meglio) all’interno del racconto. Non mancano anche saggi storici e biografie: un intero racconto, Cast, è costituito interamente da citazioni legate insieme in modo da formare un percorso unitario e coerente. Potrebbe sembrare una scelta furba questa, ma il risultato finale è ben riuscito e il posizionamento strategico all’interno della raccolta aiuta il lettore a entrare nell’atmosfera del libro.

Se dovessi provare a utilizzare una metafora per descrivere questi racconti direi che sono un piatto ricercato, forse non adatto a tutti i palati. Io, come avrete intuito, li ho molto apprezzati, ma ho masticato anche la mia buona dose di studi sul tema e sono sinceramente interessato all’argomento dai tempi degli studi universitari (quindi più o meno dall’altroieri). Qualcuno potrebbe trovare questa pietanza indigesta, altri potrebbero semplicemente non trovarla adatta ai propri gusti. Per tutti gli altri Mio padre la rivoluzione offre un’esperienza singolare e entusiasmante. E un modo diverso dal solito di fare letteratura che lascerà certamente soddisfatti.

 


[1] Il muro del canto è un gruppo romano che fa musica folk-rock, non so quanto famoso al di fuori dei confini della Capitale. Forse un pochino di più ora che su Netflix danno Suburra. L’intro dei loro concerti mi è parsa ottima per introdurre anche questo articolo.

[2]Davide Orecchio, “Una possibilità di Lev Trockij”, in Mio padre la rivoluzione, Minimun Fax, 2017 (p.8)

[3]Davide Orecchio, op. cit. (p.31)

[4]Davide orecchio, “Il mondo è un’arancia coi vermi dentro”, in op. cit. (p.193)

La cosa marrone chiaro di Fritz Leiber

Racconti horror da brivido per combattere la calura estiva

Corridoio creepy buio
Photo by Herm via pixabay

 

Afa, Caldo torrido, trentotto gradi all’ombra.  Se vivete anche voi in Italia immagino che siano termini che in questi giorni evochino in voi sensazioni fin troppo familiari. Fortunatamente c’è la lettura a venire in soccorso di noi bibliofili, attività che mette in moto l’immaginazione, ovvero quella particolarissima facoltà dell’essere umano che ha il potere di «rapirci in un mondo interiore strappandoci al mondo esterno, tanto che anche se suonassero mille trombe non ce ne accorgeremmo»[1]. Cosa potrà mai quindi un po’ di calura contro il potere della fantasia?

Chi scrive abita in un posto discretamente isolato, di quelli in cui, se ti affacci dalla finestra in una notte senza luna, sei quasi totalmente circondato dall’oscurità. Gli unici suoni a far compagnia i versi di insetti e delle bestioline notturne che si aggirano nel cortile. Un’ambientazione perfetta insomma, per iniziare una bella raccolta di racconti dell’orrore.

Oggi infatti torno ad addentrarmi nel mondo della letteratura di genere (che se mi leggete da un po’ sapete quanto mi stia a cuore) con La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore di Fritz Leiber. Il volume è pubblicato in Italia dalla Cliquot, casa editrice romana che ha come mission quella di riportare alla luce e digitalizzare opere e autori dimenticati dalla grande editoria. Com’ è stato per i racconti di Fritz Leiber, che dopo un paio d’anni di disponibilità in formato esclusivamente digitale si sono da pochissimo incarnati anche in una bella edizione cartacea.

Fritz Leiber, è stato un autore americano molto prolifico, che ha sperimentato diverse forme della narrativa di genere. Le sue opere spaziano dalla fantascienza all’horror, passando per il fantasy. È a lui che si deve l’invenzione del termine sword and sorcery che ha dato il nome ad un intero filone di storie (quelle coi tizi con le spade che vanno in giro a caccia di malvagi negromanti per capirci) al quale i suoi romanzi hanno contribuito in buona misura ad accrescere le fila.

Come molti autori d’oltreoceano del secolo scorso, e in particolare quelli che si dedicavano ad un certo tipo di letteratura, gran parte della produzione letteraria di Leiber passò per le riviste specializzate. Riviste dai nomi evocativi, come Weird Tales, Fantastic stories of immagination, Whispers. In coda al libro troviamo anche uno scritto in cui l’autore ripercorre il suo travagliato rapporto con Weird Tales, una storia di amore “a distanza” la definisce Leiber, costellata anche da molti rifiuti che probabilmente contribuirono in una certa misura ad influenzarne lo stile. Federico Cenci, curatore e traduttore del volume, ricorda nell’introduzione come la trama di alcuni racconti sia stata, almeno all’inizio della carriera letteraria dell’autore, legata a molti stereotipi del genere considerati necessari per far sì che i racconti venissero pubblicati. Ciò non significa che Leiber sia rimasto fossilizzato in un’unica formula piegando la sua inventiva alle semplici logiche editoriali. Se nella sua prima produzione è molto riconoscibile l’impronta di autori come Lovecraft, le opere più mature hanno subito invece l’influenza della psicoanalisi e delle teorie junghiane.

Un grandissimo autore di storie horror, e precursore del genere, viene omaggiato con il ruolo di protagonista in uno dei racconti. Leiber ce lo descrive così:

«L’uomo sembrava più vecchio di quanto non fosse in realtà, almeno secondo la stima che farebbe un assicuratore. Anche lui era pallido e avvolto in abiti scuri. Indossava un cappotto di alpaca nero. Gli occhi infossati e permanentemente anneriti dalle bastonate invisibili della vita gli conferivano un certo fascino. Eppure c’era del brio, uno slancio romantico e disperato al contempo. Portava una camicia bianca con un cravattino nero, e una sobria riga di baffi all’altezza del labbro superiore.»[2]

Indovinato di chi si parla? Vi concedo un altro aiuto, siamo nel 1849, di più non dico per non incorrere nelle ire dei sensibili allo spoiler, temibili almeno quanto un mostro che si nasconde in un angolo buio.

La realtà quotidiana e una certa dose di elementi autobiografici sono altri ingredienti dei racconti di Fritz Leiber. La cosa marrone chiaro, racconto che dà il titolo alla raccolta, narra ad esempio di uno scrittore che è uscito con fatica dalla sua dipendenza dall’alcool, problema che afflisse anche l’autore per un certo periodo della sua vita.

Naturalmente non è certo il problema dell’alcolismo il tema centrale del racconto, e mi auguro per Leiber che nella sua vita non abbia mai dovuto avere a che fare con la terribile creatura marrone che viene affrontata in queste pagine. Nemmeno l’entità soprannaturale tuttavia riesce a far tornare il protagonista della storia tra le braccia dell’alcool e mi domando se l’autore non volesse dirci, in fondo, che nella vita di tutti i giorni possono nascondersi demoni ben peggiori di qualunque creatura di fantasia.

«Saresti in grado di fermare un missile atomico in rotta per San Francisco, in questo preciso momento, attraverso la ionosfera? Saresti in grado di controllare i germi del colera? Di sopprimere la tua Anima o la tua Ombra? Di fermare un poltergeist con un “Si prega di non bussare”? Non puoi rimanere in guardia ventiquattr’ore al giorno per mesi, per anni. Credimi, io lo so. Un soldato in trincea non può predire se la bomba successiva lo colpirà oppure no. Impazzirebbe se ci provasse. No, Franz, tutto ciò che puoi fare è sbarrare porte e finestre, accendere tutte le luci e sperare che l’entità non si fermi da te. E cercare di non pensarci. Mangiare, bere e stare allegri. Svagarsi. Dai, beviamoci su».
Ritornò verso Franz con un bicchiere pieno in ognuna delle due mani.
«No, grazie» disse Franz aspramente […]»[3]

Questo scambio di battute tra il protagonista e un suo amico è un esempio di quello che intendevo poco sopra. Il racconto verrà poi ripreso e rielaborato da Leiber, fino a trasformarsi nel romanzo Nostra signora delle tenebre[4], pubblicato nel 1977 e tra i suoi maggiori successi.

Al di là delle note personali e autobiografiche rintracciabili al loro interno, i racconti di questa raccolta sono un must per gli appassionati dell’horror, e più in generale per chi cerca una lettura non troppo impegnativa ma che sia in grado di regalare momenti di qualità. Le pagine del libro sono popolate di demoni, streghe e spettri, che possono annidarsi nei luoghi in cui meno ce lo aspettiamo. Anche e soprattutto nelle nostre moderne metropoli, dove ingenuamente crediamo di poter essere al sicuro, protetti da un’aura di razionalità e tecnologia che ci dà solo l’illusione di essere immuni dagli attacchi di queste presenze. Credetemi, dopo aver letto questi racconti non guarderete con gli stessi occhi nemmeno l’androne del vostro condominio. E l’afa estiva sarà l’ultimo dei vostri pensieri.

 


[1] La citazione è una parafrasi di Italo Calvino di un verso di Dante, che si può leggere nella sua lezione americana sulla Visibilità. Italo Calvino, Lezioni Americane, Mondadori, 1993, (p. 92).

[2] Fritz Leiber, “Richmond, fine settembre, 1849” ne La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore, Cliquot, 2015, (p. 69 dell’edizione in formato epub).

[3] [3] Fritz Leiber, “La cosa marrone chiaro (seconda parte)” op. cit. (pp. 152-153 dell’edizione in formato epub).

[4] Traduzione italiana del titolo originale Our lady of Darkness, Milano, Mondadori, 2002.

Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera

Meraviglie orientali di Natsume Sōseki

ciliegi_giapponesi - Natsume Sōseki
Photo by Kapa65 via pixabay

Quest’anno è il centocinquantesimo anniversario della nascita di Natsume Sōseki, mentre l’anno scorso è stato il centenario dalla morte, e se queste ricorrenze sono passate inosservate nel nostro Paese, Edizioni Lindau ha pensato bene di celebrarle con questa raccolta, freschissima di stampa, di racconti brevi dell’autore giapponese.

La prima cosa a colpirmi di questa raccolta è stata il titolo, tradotto con Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera, che ha subito catturato la mia attenzione, complici un inizio maggio freddo e una voglia di una primavera che stenta a fare capolino. È quindi con sorpresa che, leggendo l’introduzione (a cura di Tamayo Muto, che si è occupata anche della traduzione) ho appreso che una delle interpretazioni del titolo è proprio il sentimento di attesa delle giornate primaverili, e il desiderio che queste possano non finire mai. Permettetemi una piccola nota per complimentarmi con traduttrice ed editore, la cura nella traduzione è evidente anche ad un profano (come il sottoscritto) e i molti termini giapponesi rimasti in lingua originale sono accompagnati da note minuziose che ne chiariscono il significato.

Sōseki nacque nel 1867 e morì nel 1916, visse quindi durante l’epoca Meiji, detta anche della restaurazione, o del rinnovamento. Questo periodo storico fu caratterizzato dal ritorno al potere della figura dell’imperatore, dopo anni di dominazione degli shogun, e per il Giappone significò l’ingresso nell’epoca della modernità e l’inizio di una serie di riforme che portarono il Paese a diventare una potenza economica e militare. Sōseki ebbe un’esistenza ricca ma travagliata, seppur figlio di una famiglia influente infatti non fu particolarmente amato dai genitori (tanto che visse per alcuni anni in affido) e gli anni della sua infanzia e adolescenza segnarono profondamente la sua personalità. Cresciuto si specializzò in letteratura inglese all’Università Imperiale di Tokyo e successivamente iniziò ad insegnare presso vari istituti, carriera che proseguì per alcuni anni. Dal 1900 al 1903 si recò in Inghilterra, su incarico del governo, per condurre ricerche (Sōseki era considerato tra i massimi esperti di letteratura inglese del Giappone). Gli anni inglesi furono tuttavia molto infelici, e minarono la sua salute fisica e mentale. Sōseki non sentendosi a suo agio nell’ambiente universitario scelse di proseguire i suoi studi da autodidatta, passando il suo tempo a leggere libri chiuso nella sua stanza.

Alcuni anni dopo, a proposito del suo periodo inglese, scrisse:

«I due anni che passai a Londra furono tra i più sgradevoli della mia vita. Tra i gentlemen io vivevo in miseria, come un cane qualunque, messo controvoglia a far parte di un branco di lupi».[1]

Richiamato in patria iniziò la sua collaborazione con il quotidiano Asahi Shinbun, e la sua carriera letteraria, iniziata con la composizione di haiku. I racconti di questa raccolta sono stati scritti tra il 1909 e il 1910, e originariamente pubblicati sul giornale, per poi confluire in questa raccolta. L’autore affronta diversi temi, e molto della sua vita privata è presente in questi racconti. Troviamo infatti sia esperienze autobiografiche, ispirate al suo periodo come insegnante e a quello come studioso a Londra (pagine in cui traspare tutto il suo malessere e tutto il suo senso di inadeguatezza nel trovarsi nella capitale inglese, popolata da individui perennemente di corsa e indaffarati), sia scene di vita domestica. Tra i racconti più interessanti quello intitolato Il professor Craig, nel quale viene ricordata la figura di William James Craig, studioso ed esperto di Shakespeare dal quale Sōseki prese lezioni private per un certo periodo. Il professore è ricordato come un tipo eccentrico e stravagante, dal carattere freddo e tutto preso dalla stesura di un dizionario shakespeariano. L’insegnante è tuttavia ricordato anche con parole di affetto e con qualche nota di benevola ironia:

«Sai, dei tanti che vedo passare qua sotto, neanche uno su cento capisce la poesia. Poveretti! In fin dei conti gli inglesi sono un popolo che non riesce a comprendere la poesia, sai? Se ci penso, da quel punto di vista, noi irlandesi eccelliamo, e siamo di gran lunga più raffinati… In effetti devo dire che le persone come te o me, che riescono ad assaporare le poesie, sono proprio fortunate».[2]

La raccolta offre, oltre ai racconti autobiografici, una serie di opere di pura fiction, che Sōseki utilizzò anche come “palestra” per sperimentare un nuovo linguaggio letterario. In questi racconti, popolati da personaggi talvolta malinconici e crudeli, Natsume Sōseki dipinge, con la delicatezza di un acquerellista, un ritratto della società nipponica dei primi del novecento, filtrandola con il suo attento occhio di artista. Tra le immagini che mi sono rimaste più impresse c’è quella di un ubriaco, disteso nel fango, che viene salvato dalle risate della folla da un suo compagno:

L’ubriaco assunse un’aria felice e si lasciò cadere di schiena sul carretto dicendo «Grazie a Dio!»; guardando il cielo luminoso sbatté due o tre volte gli occhi stanchi e abbagliati dalla luce, e disse: «Imbecilli! Anche se non sembra, sono un essere umano!»[3]

Sōseki è maestro della forma breve, e i suoi racconti riescono a racchiudere in poche pagine, spesso in poche righe, contraddizioni e sentimenti personali e della sua epoca, e lasciano molto su cui riflettere rimanendo in mente anche a lettura ultimata. I suoi ultimi anni furono caratterizzati da crisi nervose e un’ulcera dolorosa (che ne causò la morte prematura nel 1916), ma anche da una vivace attività letteraria: l’autore teneva infatti un piccolo circolo letterario in casa sua ogni giovedì assieme ai suoi studenti, per i quali nutriva un sincero affetto e che compaiono spesso anche nei racconti. Nel frattempo i suoi lavori riscuotevano un crescente successo.

I racconti, pur costituendo una parte minoritaria della sua produzione, sono ricchissimi di spunti di riflessione e pagine di poesia, riescono a trasportare il lettore in un’altra dimensione temporale, e a farlo vivere in un’alterità che può essere apprezzata anche da chi non ama particolarmente la letteratura orientale. Ultimo ma non ultimo, sono il passatempo perfetto per trascorrere queste ultime giornate fredde in attesa della bella stagione.

 


[1] La citazione è tratta dall’introduzione, cui devo molto per la parte biografica di questo articolo. Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera, Introduzione di Tamayo Muto, Edizioni Lindau, 2017 (pagina 8 dell’edizione in formato epub).

[2] Il professor Craig, op. cit. (p. 110).

[3] Un essere umano, op. cit. (p. 61).

Trigger Warning: leggere attentamene le avvertenze di Neil Gaiman

Di racconti per persone sensibili

neil-gaiman-racconti
Photo by thisguyhere via pixabay

Neil Gaiman è uno di noi. Intendo uno come me, uno come noi di Tre Racconti, e uno come voi presumibilmente visto che state leggendo questo blog. Un rappresentante cioè, della piccola ma agguerrita comunità degli amanti del racconto. Oltre ad essere uno scrittore dal talento eccezionale naturalmente, talmente bravo che anche l’introduzione al volume di cui vi parlo oggi (generalmente una parte ritenuta necessaria ma un po’ noiosetta) è una piccola miniera d’oro dalla quale ho attinto abbondantemente per scrivere questo articolo. Gaiman racconta molto bene della sua passione per le short stories in una delle sue ultime fatiche: Trigger warning: leggere attentamente le avvertenze edito in Italia da Mondadori e uscito ad ottobre dello scorso anno nell’edizione in lingua nostrana.

Sono cresciuto nell’amore e nell’ammirazione per i racconti. Mi sembravano le cose più pure e perfette che una persona potesse scrivere: non una parola di troppo, nei migliori. Bastava un cenno della mano di uno scrittore e, voilà, ecco un mondo, e dentro quel mondo persone e idee. Un inizio, una parte centrale e una conclusione che ti accompagnavano fino in fondo all’universo e ritorno[1]

Come avrete già capito stiamo parlando di una raccolta di racconti. Il titolo si riferisce ad un’espressione inglese difficilmente traducibile nella nostra lingua (attenti all’innesco/ attenti al grilletto suona proprio male in effetti) che viene utilizzata per definire una frase utilizzata, principalmente sul web, per avvisare il lettore che sta per imbattersi in un contenuto “forte” e potenzialmente offensivo. Un qualcosa che potrebbe innescare una spiacevole reazione appunto. L’autore ricorda la sorpresa avuta quando si è reso conto che il concetto di trigger warning sta valicando i confini della rete, tanto che in alcune università americane si discute dell’opportunità di porre un’etichetta di avvertenze anche a certe opere letterarie, per evitare di turbare l’animo degli studenti più suscettibili. Il concetto che sta dietro a questa raccolta di racconti infatti è qualcosa che tocca tutti noi, ciascuno di noi ha qualcosa che lo turba, e che generalmente viene accantonato negli angoli più oscuri della nostra coscienza. Ma che può venire talvolta richiamato alla mente dalle circostante e dalle situazioni più inaspettate.

I mostri nell’armadio e nella nostra mente sono sempre lì nell’oscurità, come la muffa sotto il parquet o dietro la carta da parati, e ce n’è tanta, di oscurità, una riserva inesauribile. L’universo possiede un’ampia scorta di notti.[2]

Il filo conduttore del libro è appunto questo: una serie di racconti che potrebbero spiazzare il lettore (ma non per forza devono) lasciando un senso di sbigottimento e di lieve smarrimento a fine lettura. Neil Gaiman nello scrivere del suo amore per le raccolte di racconti dice di preferire quelle in cui, nell’introduzione, l’autore spiega come è arrivato a certe conclusioni, o come gli sono venute in mente alcune idee. Ed è proprio questo che fa anche lui, dedicando un breve paragrafo introduttivo a ciascuno dei 24 racconti che compongono questo volume. In realtà c’è anche qualche poesia, che Gaiman incoraggia a considerare come un bonus, un di più che viene assieme a tutto il resto, per calmare l’animo di eventuali lettori che potrebbero storcere la bocca in una smorfia di disappunto nel trovare delle poesie dove non se le aspettavano (e anche questa tutto sommato è un’avvertenza).

Non pensiate comunque che questa sia una raccolta di storie horror, alcune lo sono, ma si spazia molto attraverso vari tipi di racconti, che per comodità possiamo mettere tutti sotto l’ombrello della letteratura fantastica. Tra le cose degne di nota troviamo un commovente omaggio a Ray Bradbury, una riscrittura dal sapore fantasy di fiabe classiche come Biancaneve e i sette nani e la bella addormentata nel bosco, e non mancano riferimenti alla cultura pop, come un racconto ispirato alla musica di David Bowie e uno (tra i più belli, e lo dico non avendo mai visto nessuna puntata della serie) che ha come protagonista il Dr. Who.

Tra i numerosi avvisi che Neil Gaiman scrive all’inizio di questo libro ce n’è uno in cui l’autore si scusa (addirittura!) per la mancanza di uniformità della raccolta. A ben guardare però un elemento comune c’è, ed è l’uomo. Sono le persone, con le loro paure, fragilità e debolezze a dar vita all’universo di angosce più o meno grandi che le accompagnano, spesso nel corso di tutta una vita. E sono sempre le persone a far fronte a queste paure, il più delle volte attingendo a insospettate risorse interiori che vengono in loro soccorso proprio nel momento del bisogno.

Sperando di avervi incuriosito almeno un po’ e di avervi fatto venir voglia di prendere in mano questo libro vi lascio con quest’ultima, pirandelliana, citazione:

E penso a noi tutti, alle maschere che indossiamo, le maschere dietro cui ci nascondiamo e le maschere che svelano. Immagino persone che fingono di essere quello che sono davvero, persone che scoprono che gli altri sono molto di più o molto di meno di quanto si immaginano di essere o di come si presentano. E poi, poi penso al bisogno di aiutare gli altri, e a come per farlo ci mettiamo la maschera, e a quanto toglierla ci renda vulnerabili…
Tutti indossiamo delle maschere, grazie a questo siamo interessanti.
I racconti che avete in mano parlano proprio di queste maschere e delle persone che siamo dietro di esse.[3]

 


[1] Neil Gaiman, introduzione a Trigger Warning Mondadori, 2016

[2] Idem

[3] Idem

Martin il romanziere, di Marcel Aymé

Le Passe-Muraille

Quando i mondi della fantasia e della satira si uniscono

Come nel mio non troppo lontano primo articolo su queste pagine, oggi voglio tornare a parlarvi di narrativa di genere. Lo faccio con Martin il romanziere, una bellissima raccolta di racconti uscita lo scorso anno per L’orma editore.

Prima di tutto l’autore. Chi è questo Aymé? Ammetto di essermelo domandato anche io quando questo libro mi è stato raccomandato, ma vinto dalla curiosità e dall’ottima qualità dell’edizione mi sono portato a casa il volume senza stare a pensarci troppo su.

Marcel Aymé, come forse lascia intuire il nome, è uno scrittore di origine francese, vissuto nella prima metà del secolo scorso. Famoso in patria per i suoi romanzi e racconti fantastici e per le sue pièces teatrali, da noi ha avuto una certa fortuna editoriale quasi solo con una raccolta per ragazzi (Les Contes du chat perché, apparsi in diverse edizioni nel corso degli anni). Fino all’anno scorso almeno, quando L’orma ha deciso di riproporcelo con una selezione dei suoi racconti più riusciti, che spero tanto essere la prima di una lunga serie.

Marcel Aymé fu uno spirito ribelle e poco avvezzo ad adeguarsi a qualsiasi ruolo preconfezionato ci si sarebbe potuto aspettare per lui, non riconoscendosi in alcuna corrente politica fu fedele sempre e solo a quello che di volta in volta gli suggeriva il suo istinto e il suo spirito. Questo atteggiamento anticonformista gli procurò diverse critiche, soprattutto per alcune scelte vicine alla destra radicale durante il periodo di occupazione. Critiche alimentate anche da alcune frequentazioni, giudicate poco raccomandabili, tra le quali spicca Louis-Ferdinand Céline, che, come ci ricorda nella prefazione Carlo Mazza Galanti, traduttore e curatore dell’antologia, veniva considerato dal nostro autore come: «Il più grande scrittore francese vivente, e forse il più grande lirico che abbiamo mai avuto»[1]A Céline è riservato anche l’onore di comparire come comparsa nel racconto La carta del tempo il primo di questa raccolta. Coerentemente con il suo modo di essere il nostro autore rifiutò la Legion d’onore nel 1949 e l’invito ad entrare a far parte dell’Académie française dieci anni dopo, e visse guardando sempre con divertito distacco e un pizzico di disprezzo al mondo degli intellettuali parigini e della cosiddetta cultura ufficiale.

Chi di voi ha avuto la fortuna di visitare Parigi ha forse avuto anche l’occasione di passeggiare in piazza Marcel Aymé, caratterizzata dalla presenza della statua in bronzo di un uomo (la stessa che trovate nell’immagine in alto, sì), colto nell’atto di attraversare un muro. Quell’uomo altri non è che Dutilleul, o le passe mureille, protagonista dell’omonimo racconto (non contenuto in questa edizione), e personaggio con il quale diversi parigini e molti turisti di passaggio amano immortalarsi, nel tentativo di aiutarlo ad uscire dal muro. Le fattezze della statua, per altro, sono proprio quelle dell’autore.

Il monumento è una perfetta sintesi del modo di Aymé di fare narrativa. I suoi racconti partono tutti da un presupposto fantastico, per poi seguire lo svolgimento degli eventi in maniera naturale. Troviamo: personaggi che prendono vita per rivolgere lamentele all’autore che li ha creati (com’è il caso del racconto che dà il titolo alla raccolta), leggi che impongono alla popolazione di ringiovanire (nel corpo ma non nello spirito), personaggi che hanno la facoltà di potersi moltiplicare a piacimento, e simili situazioni fantastiche, che al lettore risultano molto gustose e divertenti, ma che per i protagonisti sono non di rado fonte di angosce e di problemi. Queste sono solo alcune delle trovate dell’autore transalpino, che poi procede nella narrazione sviscerando tutte le conseguenze della situazione paradossale che vi ha dato inizio. Fino ad arrivare ad un finale che spesso ribalta all’ultimo secondo le aspettative che il lettore si era formato fino a quel momento.

Oltre ai risvolti fantastici questi racconti, ciascuno dei quali è un piccolo gioiellino, sono caratterizzati da un’ironia pungente, e sbeffeggiano apertamente il mondo della borghesia parigina, con tutte le sue convinzioni e i suoi codificati regolamenti. Un esempio tra tanti: nel racconto La grazia il protagonista, come premio per le sue virtù e la sua condotta di cristiano modello (addirittura il migliore di tutta Montmartre!), viene ricompensato direttamente dall’Altissimo con una luminosissima aureola, da sempre simbolo di santità, che gli compare proprio attorno alla testa. Ebbene la reazione della moglie del pio uomo è:

«Che roba è questa?» diceva. «Vorrei sapere che figura ci facciamo coi vicini, coi negozianti del quartiere e con mio cugino Léopold! C’è poco di cui andare fieri. È soltanto una cosa ridicola. Vedrai, si metteranno tutti a parlare di noi.»

Inutile dire che l’atteggiamento della moglie dello sventurato protagonista avrà non poche conseguenze sullo sviluppo della trama.

Le storie raccontate da Marcel Aymé sono tutte così. Pur avendo all’incirca lo stesso schema, (situazione paradossale; conseguenze; finale imprevedibile) riescono a sorprendere il lettore con una freschezza sempre nuova, che non stanca. Pur essendo caratterizzati da una forte vena umoristica i racconti hanno la capacità di spingere il lettore a riflettere su aspetti della contemporaneità che sono ancora molto attuali, e che vengono messi alla berlina con uno stile satirico ma mai stucchevole. Non è sempre facile coniugare leggerezza con la profondità, ma questa antologia di racconti ci riesce benissimo. Consigliata per chi cerca una lettura leggera ma allo stesso tempo non banale.


[1] Carlo Mazza Galanti, prefazione a Martin il romanziere, L’orma editore, 2016, pag. 10.