Autore: Linda Scapigliati

Stella splendente forgiata a Piombino. Inflessibile con i numeri,
è anarchica e ribelle quando sceglie libri e serie tv.

ben marcus

La disgregazione del linguaggio nelle storie di Ben Marcus

Per scrivere questo articolo sto usando un computer, cosa piuttosto ovvia, e lo sto facendo basandomi sull’assunto che chiunque sia interessato, in un qualsiasi momento, possa leggere e soprattutto capire ciò che le mie parole, messe in fila una dopo l’altra secondo un ordine convenzionale e analiticamente prestabilito vogliono comunicare.
Cosa c’è di strano in quello che ho appena detto? [...]

Read more

Tempo, oggetti e ossessioni. I racconti di Daniele Del Giudice

La prima volta che ho letto qualcosa di Daniele Del Giudice mi sono sentita disorientata, attratta da un testo che al contempo mi allontanava. Le parole, messe in fila una dopo l’altra con una precisione e una puntualità certosine, sembravano dedurre più che addurre informazioni, e io volevo saperne di più, volevo scavare in profondità, ma ad ogni tentativo mi veniva negato l’accesso ad una comprensione più ampia. [...]

Read more

Oggetti e altre mancanze. I racconti di A.M. Homes

«Nostalgia. Ha a che fare con il dolore, no?».
«Sì. Tipo il dolore di non poter più tornare indietro».
«Certo che si può. Basta ricordare».
«Io però ho una pessima memoria.
Forse è per questo che ho bisogno degli oggetti».[1]


Spesso, dopo un periodo di letture molto diverse, mi capita di avere un particolare tipo di smania, un bisogno da dover soddisfare per sentirmi di nuovo a mio agio. È un richiamo che percepisco solo per quelle cose davvero affini a me e familiari al mio essere, e quando si manifesta mi è impossibile non cercare rifugio nella letteratura americana, specie in questo anno per me ancora più americano del solito. Ed è con La sicurezza degli oggetti di A. M. Homes, la prima raccolta dell’esponente femminile del postmodernismo statunitense, che ho ritrovato ciò che cercavo e che in questi mesi avevo temporaneamente messo da parte.

Nel buio della sala Paul ed Elaine si innamorano. Si innamorano non tanto l’uno dell’altra, quella è acqua passata, ma dell’idea di essere innamorati, di essere così attratti da qualcuno. Lei gli appoggia la testa sulla spalla e lui non le dice che gli si indolenzisce il braccio con cui gioca a tennis. Dopo il film passeggiano lungo la via principale. Paul ha le mani in tasca e Elaine si tiene le braccia strette intorno al petto come se si stesse proteggendo da qualcosa. È come se nella sala buia del cinema si fossero giurati amore per tutta la settimana, ma fuori, nell’aria fresca della sera, nessuno dei due è sicuro che sia fattibile.[2]

A.M. Homes
Un ritratto di A.M. Homes

È una sensazione nota: significa ripercorrere quelle situazioni che già hanno saputo raccontare molti grandi autori prima, basti pensare a Yates con Revolutionary Road, o a Dubus in Non abitiamo più qui, o anche ad alcuni dei racconti di Cheever (di cui ho scritto qui), opere in cui la realtà viene dissezionata e analizzata per rivelare i segreti che si celano dietro perbenismo e perfezione, e per mostrare quel divario tra ciò che pubblicamente appare e ciò che privatamente è.

La Homes sembra voler ripartire da questo, riceve il testimone e rilancia, ma è proprio nel suo rilancio che si crea un punto di rottura con tutto ciò che l’ha preceduta, e rende nuovo e interessante un tema già trito.
Il suo intento infatti è smascherare non solo le ipocrisie, andando a frantumare gli ideali del sogno americano, ma anche quello di urlare, talvolta anche in modo osceno, tutto ciò che nessuno avrebbe il coraggio di dire ad alta voce, e per farlo usa scene disturbanti, spesso da un punto di vista maschile (tanto da far nascere una domanda sul motivo dell’utilizzo delle sole iniziali del proprio nome).

A rendere inoltre la scrittura della statunitense davvero particolare è una commistione di elementi all’apparenza molto diversi: un lessico semplice e asettico e continue immagini surreali che vanno a braccetto con un atteggiamento provocatorio e volutamente dissacrante.

Elaine non dice niente. È troppo complicato. Gli ha lasciato prendere le fettuccine perché lui non le piace, e non le importa quello che fa e spera che muoia presto. Gli ha lasciato prendere le fettuccine perché lo ama e non riesce a negargli i suoi piaceri ed è fermamente decisa a non fare la parte di sua madre.[3]

In questi racconti, la sensazione di spiare realtà private dalle finestre lascia spazio ad un fatto del tutto diverso: non stiamo spiando, ma siamo costretti a vedere e sapere cose che con ogni probabilità vorremmo ignorare, e per farlo la Homes “usa” protagonisti difficili da gestire, con pensieri tanto inquietanti quanto lucidi. Si tratta di genitori immaturi, bambini che non vorrebbero essere abbandonati dal proprio rapitore psicopatico, mariti disadattati, adolescenti chiuse nell’armadio della biancheria occupate a scrivere lettere d’amore ai propri piedi, tredicenni che hanno rapporti non platonici con la bambola della propria sorella.

Sto cercando di trovare qualche parte di me stessa che sia veramente me stessa, una parte che sarei disposta a portare come un gioiello intorno al collo. Il piede. Io amo il mio piede. Se dovessi mandare una parte di me a rappresentarmi in qualche altro Paese, o in qualche altro modo, mi amputerei il piede e lo spedirei avvolto in fazzoletti di carta bianchi su un cuscino con ricami di seta. Manderei il mio piede perché il mio piede sono io, sono io più di quanto voglia ammettere. Ci sono anche altre parti di me che non sono male – le mani, gli occhi, la bocca – ma dopo qualche mese potrei guardarle e non vedere la verità. Dopo qualche anno potrei guardarle e pensare a qualcun altro. Ma il piede è mio, tutto mio, è la cosa più autentica. È impossibile confondersi. Lo guardo; mi tolgo il calzino e lui grida il mio nome.[4]

Forse sarebbe più corretto dire che il centro dei racconti della Homes sono proprio i pensieri (e talvolta, le azioni): le storie si piegano alla volontà di portare alla luce del sole il fatto che siamo tutti vittime della nostra follia, che tutti quanti abbiamo idee o volontà che desideriamo tenere nascoste e che, a modo proprio, ciascuno è un matto abitante del proprio inferno, inconsapevole di esserlo.
Gli oggetti esistono per ricordarci cosa abbiamo perso, e l’americanità dei primi anni ’90 ne è soltanto la giusta cornice.

Tutti hanno il telefono e la televisione, e una persona su due ha il videoregistratore e la lavastoviglie. E il forno a microonde. Non vuol dire che siano più intelligenti. Se ti metti ad accumulare oggetti finisci nei guai. Cominci a pensare che a quella roba ci tieni veramente e ti dimentichi che sono solo oggetti, oggetti fabbricati dall’uomo. Diventano una parte di te e poi quando non ce li hai più ti sembra di essere sparito pure tu. Quando hai della roba e a un certo punto la perdi è come se scomparissi anche tu.[5]

Oggetti, scarpe
Foto di Jakob Owens su Unsplash

È proprio il titolo della raccolta ad anticipare l’ironia tragica che fa da sfondo ai racconti: la sbandierata sicurezza che dovrebbero dare gli oggetti è fittizia e ingannatrice, ogni oggetto è soltanto il riflesso di una mancanza che crea un campionario di perdite, contrapposto a ciò che sarebbe sensato trovare in un contesto così artificiosamente pieno.

Penso a un ladro. Arriverebbe sulla veranda, girerebbe la maniglia ed entrerebbe in casa mia. Prenderebbe delle cose: il televisore, il videoregistratore, l’argenteria, i miei gioielli, cose che ho raccolto in tutti questi anni, raccolto come simboli del mio matrimonio, cose che a volte sembra che siano esse stesse il mio matrimonio. Io lo aiuterei a riempire i sacchi. Prenderebbe le cose che fanno di me quella che sono, e a quel punto potrei essere un’altra persona.[6]

Si tratta di assenze identitarie, ma anche sentimentali e comunicative. È un mondo arido, superficiale, in cui mancano rapporti sani e conversazioni costruttive, sentite, e tutte quelle cose che nobilitano l’individuo, prima ancora che la coppia o la famiglia, e in cui le assenze si sono sedimentate in tanti calchi, uno per ogni storia: tante forme vuote che sono l’esatta copia di ciò che vogliono imitare ma in cui manca l’aspetto principale, l’empatia.

«Be’?»
«Be’ fa la pecora», disse lei.
Era quello che diceva sempre quando non restava niente da dire.[7]

Tre racconti, Adulti da soli, In cerca di Jhonny e Esther in the night, valgono da soli l’intera raccolta, ma l’ultimo, Una vera bambola, è probabilmente quello più scioccante per la sua capacità di farci scontrare a tutta velocità con un tir carico di parole e immagini fastidiose, mettendoci a disagio o in imbarazzo e costringendoci a leggere cose che non vorremmo dover sapere, ma fa tutto ciò in modo così surreale che smettere di leggere è francamente impensabile: tale è il potere della letteratura, e tale è il potere di un racconto come questo, che David Foster Wallace era solito far leggere ai propri studenti di letteratura inglese.
Wallace, infatti, di Una vera bambola diceva:

È un racconto molto intelligente, ma in superficie è anche molto perverso, malato, avvincente e veramente toccante per una classe di diciottenni che cinque o sei anni fa o giocavano ancora con le bambole o facevano i sadici con le sorelle. Quando vedo quei ragazzi scoprire che leggere narrativa di qualità può essere difficile, ma a volte ripaga lo sforzo, e che quel tipo di lettura riesce a darti qualcosa che non può darti nient’altro, quando li vedo rendersi conto di questo fatto, è una cosa fichissima.[8]

Be’ fa la pecora.


[1] Tratto da Tutto quello che non ricordo di Jonas Hassen Khemiri, Iperborea Editore.
[2] Tratto da “Adulti da soli”, in La sicurezza degli oggetti di A. M. Homes. Dalla stessa raccolta sono prese le citazioni seguenti.
[3] Sempre da “Adulti da soli”.
[4] In “Con affetto, tua”.
[5] In “In cerca di Johnny”.
[6] In “Esther in the night”.
[7] In “Acchiappare i proiettili al volo”.
[8] Tratto da Un antidoto contro la solitudine, di David Foster Wallace.

L’Atlante delle meraviglie. Viaggio nel mondo di Danilo Soscia

atlante delle meraviglie danilo soscia
photo by Joao Silas, Unsplash

«L’orrore visibile è niente se paragonato all’idea dell’orrore.

I miei pensieri, assassini virtuali,

scuotono la mia indivisibile natura di uomo

a tal punto che funzione e immaginazione si mescolano.

E nulla è, se non ciò che non è».[1]

Le epigrafi poste a introduzione dei libri sono sempre degli animali molto strani: a volte passano del tutto inosservate, ma in altri casi, come in questo, somigliano molto ad una dichiarazione di intenti dell’autore. Una dichiarazione che, anche se viene letta a posteriori, svela e riassume il carattere dell’intera opera che ci troviamo tra le mani.

Danilo Soscia, classe 1979, nato a Formia ma pisano di adozione, già autore di una raccolta di racconti intitolata Il condominio (Manni, 2008), progetta il suo Atlante delle meraviglie sulla falsariga della Wunderkammer, parola tedesca che significa letteralmente “stanza delle meraviglie”, andando ad arredare per noi un museo immaginario con sessanta storie ispirate ai più disparati ambiti, ai miti, alla letteratura o alla storia mescolando volti noti e sconosciuti con fatti reali o fittizi e dando vita a una collezione eterogenea di straordinaria bellezza.

I racconti che ne fanno parte sono infatti, anche per la loro brevità, delle immagini (da qui probabilmente la scelta della parola Atlante) o dei veri e propri frammenti che l’autore riprende, stravolge e rielabora lasciando al lettore il compito di destreggiarsi in uno scenario sempre mutevole. È un viaggio che prosegue orizzontalmente, passando di stanza in stanza, perché per quanto i personaggi scelti non siano sempre contemporanei tra loro (si salta da Gesù a Gagarin, da Walter Benjamin a Hitler, da Arianna e Teseo a un postino), è come se tutto accadesse nel presente e l’autore ci raccontasse con le sue parole una storia nuova. Una versione dei fatti rimasta per molto tempo inascoltata che ognuno di noi può assorbire in maniera personale e soggettiva.

L’apertura del libro avviene con Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino, in cui Danilo Soscia scrive:

Da giovane sono stato anche innamorato, ma per fortuna nulla è rimasto di quell’amore. Ho amato chi mi ha dato da mangiare, le femmine che mi hanno allattato quando ero un niente, inerme agli assalti del cielo e della sua luce, inesperto di ogni cosa, ignorante del mondo e della mia stessa volontà. Quelli come me nascono con la malattia della saggezza, e non guariscono, al più tardi si aggravano, galvanizzati dalla scoperta che la morte arriva per ciascuno, ma non è un evento di cui curarsi. [2]

danilo soscia atlante delle meraviglie racconti
Photo by Valentin Antonucci on Unsplash

I racconti, nonostante la loro apparente diversità, hanno molti elementi in comune. In primo luogo c’è il tema della morte, che ritorna di continuo sotto forma di fantasmi, ombre e cerimonie funebri, oppure in contrapposizione alla vita, mettendo a nudo l’uomo (o l’animale, come nel caso di Bao Bao, il panda protagonista di questo primo racconto) e “slatentizzando” le sue paure più profonde, dando voce a nuove e dolorose consapevolezze.

Nessuno di quelli che mi ha visto nascere e cadere è sopravvissuto. Se avessi saputo allora che sarei stato uno degli ultimi testimoni di me stesso, avrei digiunato anch’io fino a morire. Nemmeno le circostanze infelici del mio essere vivo mi hanno favorito nella conquista del coraggio. La solitudine non è uno stile, è un rito. Facilita l’invenzione delle cose, aiuta nel superare le curve strette del dolore, dei quotidiani dispiaceri. Sono stato visitato da milioni di volti. Seduto davanti ai miei ospiti con il ventre rigonfio, all’infuori, senza alcuna vergogna, venivo interrogato ed ero privo di risposte. […] Nel rumore sordido e agitato di organismi altrui, nel fluire dei liquidi, e nel gracidio croccante delle ghiandole salivari, intuii che ogni vocazione è una condanna. Ma l’aspetto compiuto della mia distanza, oggi che sto per morire, è il premio più grande. [3]

L’illusorietà della vita e lo scendere a patti con se stessi, che è necessariamente l’accettazione della parte marcia dell’Io, è il perno intorno a cui sembra ruotare tutto il progetto dell’autore. Sembra dire che la vita è un viaggio vano, senza uno scopo apparente o risposte, ma questa rassegnazione finisce per donare nuova forza alle parole, che come schegge si infilano sotto pelle per fare male a lungo.

In Tirannicidio, ad esempio, leggiamo:

Uscivo solo per raggiungere un telefono e chiamare mio marito. Le nostre chiacchierate avevano un sapore buono allora. Io mi stringevo alla cornetta come fosse l’ultima verità inconfutabile, e domandavo a quell’uomo ignaro, la cui idea delle cose era basata sui miei addolorati racconti, Perché? Perché tutto questo? Bastano i nostri dubbi sentenziosi a definire una verità che ci faccia finalmente rassegnare? E lui non rispondeva, mi diceva, Piccola scimmia. E io respiravo di nuovo.[4]

Un altro elemento comune è il modo di narrare queste storie, un tono quasi elegiaco che restando sullo sfondo esalta il ricordo e il rimpianto. Elemento che ben si concilia con il ricorso frequente alla forma epistolare perché l’atmosfera dominante è quella di una confessione, di un’ammissione di colpa, come se la lettera, di volta in volta, costituisse una sorta di testamento esistenziale istantaneo e fulmineo.

Bello in maniera dolorosamente puntuale è il racconto Blatta:

Quando io non ci sarò più, diffida degli uomini e delle donne che ti diranno che il mondo è diventato un luogo più grande. Quando io non ci sarò più, diffida di chi oserà parlare di fratellanza. So bene che mi dimenticherai. È un evento ovvio. La mia voce cesserà, e così il calore, le briciole di pane. E le parole, quelle trovate per bisogno, quelle che ho detto a mezza bocca per non farti svegliare, quelle escogitate con cattiveria nel desiderio morboso di diventare il perno infinito della tua esistenza. Quando ti dicevo che eri bella, quando ti dicevo che sentivo la tua mancanza, mentre dormivi, quando ti voltavi dall’altra parte perché la vita, questa nostra vita, non è fatta per coltivare affetti. [5]

racconti atlante delle meraviglie danilo soscia
Photo by chuttersnap on Unsplash

La disillusione, che aleggia continuamente nelle stanze di questa raccolta, coinvolge tutti, gli animali e le persone, con un continuo rovesciamento delle parti: l’animale viene umanizzato dalle continue riflessioni, mentre talvolta con una operazione di smascheramento è l’uomo a rivelare l’aspetto bestiale e la ferocia che lo contraddistinguono.

In Incitamento alla lotta di classe, l’ultimo dei sessanta, Antonio Gramsci, ormai vicino alla morte, afferma infatti:

Non ho certo la pretesa di essere l’unico testimone di quanto accade in questo carcere, in Italia, nel resto del pianeta. Fuori di qui uomini mangiano altri uomini, è molto semplice. Un processo millenario che avrà un esito solo: l’effimera sopravvivenza di colui che avrà mangiato tutti. Alla fine, costui morirà di fame, o mangerà se stesso.[6]

È una chiusa potente, come potente è l’immagine che evoca, la storia scelta per essere l’ultima in ordine di lettura. Ma questa raccolta non è pensata per essere letta soltanto in questo modo. Al caos dilagante ma ordito con cura, infatti, Danilo Soscia contrappone delle liste, presenti all’inizio e in calce al libro, venendo in soccorso al nostro bisogno di lettori di dare una forma e un ordine a tutto. Aiutandoci a dare una direzione consapevole e nostra a questo viaggio.

Oggi ho steso una lista degli eventi che rendono felice. La tengo ripiegata in quattro, nella scarpa. Ho steso una lista per non dovermi più preoccupare di cosa è buono e di cosa è nocivo per me. Non debbo usarla, niente e nessuno mi obbliga a farlo, nemmeno le circostanze terribili della quotidianità. La lista è la mia pistola. È lì, immemore e quieta, e ogni volta che avrò bisogno di morire, sparerò un colpo in aria. [7]

La raccolta di Danilo Soscia è insomma una collezione di piccole perle. Si può scegliere di leggerle un po’ alla volta o tutte di un fiato, ma il risultato in ogni caso è lo stesso: continueranno a parlare a distanza di tempo e staranno benissimo nella Wunderkammer delle librerie personali di ciascuno di noi.

«Da quando siamo nati mendichiamo qualcosa. L’amore, un lavoro, il tempo». [8]


[1] Tratto da Macbeth di W. Shakespeare
[2] Tratto da “Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia                     
[3] Tratto da “Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia    
[4] Tratto da “Tirannicidio”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia
[5] Tratto da “Blatta”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia
[6] Tratto da “Incitamento alla lotta di classe”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia           
[7] Tratto da “Ciclotimia”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia
[8] Tratto da “L’ultimo orso polare di Buenos Aires”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia

Birra scura e cipolle dolci, il sapore dei racconti di John Cheever

john cheever

«Per me la vita è stata piena di emozioni.
E l’unico modo che avevo per comprenderla
era attraverso la narrazione».[1]
John Cheever

Avvicinarsi alle opere giovanili di un autore che già si è amato e apprezzato è sempre un’esperienza particolare. Quando poi l’autore in questione è John Cheever, spesso trascurato senza motivo, l’unico rischio reale che si corre è quello di non rendergli sufficiente giustizia con le parole. Nel nostro caso la raccolta Birra scura e cipolle dolci, edita da Racconti edizioni con traduzione di Leonardo G. Luccone, di parole se ne meriterebbe tante, o perlomeno se ne meriterebbe di giuste, perché i racconti contenuti sono come tante piccole briciole di pane da seguire per poter tracciare il percorso letterario dell’autore e ritrovare sotto lo sguardo, seppur allo stato embrionale, tutti quei temi che, disseminati qua e là come indizi, verranno ripresi negli anni e approfonditi.

Scritti tra il 1931 e il 1942, eccezion fatta per L’opportunità, datato 1949, i racconti descrivono la realtà della provincia americana nel periodo della Grande Depressione, a cavallo tra le due guerre mondiali. Cheever non ha che vent’anni e ancora non è diventato quel cesellatore di sentimenti e stati d’animo che tutti conosciamo, caratteristica per cui verrà in seguito soprannominato “The Cechov of the Suburbs”, ma è già capace di tratteggiare una depressione che con un devastante effetto domino contagia tutto, andandosi a focalizzare sulle ipocrisie della middle class, sulle azioni e sui comportamenti dell’uomo comune quando ogni riferimento economico viene meno e quando a vacillare è un’intera comunità, e si ritrova da solo a fronteggiare una crisi tanto sociale quanto psicologica, compresso tra i propri desideri e i diktat della società.

L’incipit del primo racconto Fall river, in tal senso è molto significativo:

Erano già due anni che la gente lo sapeva, ma fu durante quell’inverno che divenne lampante. Le fabbriche si erano fermate e le grandi ruote si stagliavano immobili contro i soffitti. I telai, come macchinari abbandonati in un vecchio teatro dell’opera, erano lì sul pavimento a impedire il passaggio. Per terra, sulle travi e sugli scintillanti fianchi d’acciaio il velo di fili non ancora tessuti era ricoperto di polvere come neve vecchia.

L’eco di Hemingway, suo grande maestro, è facilmente individuabile. Le frasi sono semplici così come le trame dei racconti (famosa la citazione di Cheever: «Io non lavoro con la trama, lavoro con l’intuizione, la percezione, i sogni e i concetti. La trama implica la narrazione e un sacco di stronzate»[2]), ma per quanto questo passo sia poetico e funzionale ad introdurre quello che è il background del racconto, la cosa che subito salta agli occhi è quanto sia anche estremamente attuale, contemporaneo. La stessa sensazione la si avverte leggendo uno dei racconti successivi, Di passaggio:

“Tu hai conosciuto solo cosa vuol dire essere poveri, nient’altro. Ora hai probabilmente imparato che” disse, “non c’è potere più forte del denaro – incommensurabilmente più forte, per essere romantici, dell’amore o della morte – e tu, in questo mondo marcio, non sarai mai ricco e il potere non lo avrai mai. Il successo dipende dalla tua generazione, perché se c’è qualcuno che ha il diritto di chiedere giustizia o vendetta questi sono i giovani. E ce ne sono venti milioni” disse, “venti milioni di persone della tua età che si girano i pollici in ristoranti, agenzie di collocamento, stanze ammobiliate, pullman o, peggio ancora, a casa ad ascoltare la radio e leggere e rileggere i giornali. La giovinezza è preziosa e irritrattabile. E nessun uomo, qualsiasi sia il suo coraggio, può restare con le mani in mano e vivere giorno dopo giorno una vita che non ha nulla di intenso e giusto. Ci sono venti milioni di giovani. Hai idea di quanti sono?”.

È incredibile pensare che questo racconto risalga al 1936: sembra infatti che Cheever parli della nostra generazione, alla nostra generazione, ma, al contrario di quello che si potrebbe dedurre da questo estratto, l’autore non è interessato tanto alla questione politica, quanto ad evidenziare come in un tessuto sociale in crisi la prima cosa a sfaldarsi sia il concetto di comunità, e quanto l’uomo si ritrovi solo nella propria condizione di individuo, diviso tra le proprie paure e la necessità di nascondere il proprio disagio agli occhi degli altri.

Nello stesso racconto, infatti, la madre di famiglia, di fronte alla propria rovina economica parla così: «Non siamo che poveri peccatori, credo, e tutto ciò che abbiamo e tutto ciò che conosciamo e amiamo e ricordiamo è esposto alla polvere e alla ruggine».

Nei racconti a seguire, posteriori anche di anni, l’evoluzione dello scrittore è palpabile. Si incontrano frasi dal respiro più ampio, lo stile e le atmosfere si rifanno a quelle di F. S. Fitzgerald, ma rimane una costante la sensibilità che dimostra andando a tratteggiare, seppur in maniera acerba, quelli che saranno i temi cardine delle sue opere, specchio di quei dilemmi esistenziali che lo perseguiteranno per tutta la vita.

I protagonisti di queste storie infatti sembrano essere, più che i personaggi stessi, tutti quegli impulsi e tutti quei desideri che si nascondono abitualmente dietro i comportamenti più comuni: l’inaridimento di una classe sociale attaccata con le unghie e con i denti a un qualcosa che è stato e che non è più (Raduno serale), gli amori della fugace durata di una corsa di cavalli (La moglie giovane), i rapporti corrotti dal vizio e da un peccato capace di rendere soli anche nel momento di maggiore felicità (Saratoga), matrimoni falliti che vengono riesumati al solo scopo di ubbidire alle convenzioni sociali imposte (Pranzo di famiglia).

In Saratoga John Cheever dà voce a quelle inclinazioni che vengono messe invano a tacere in nome di una normalità che appare universalmente condivisa:

E malgrado non si fosse mai sforzato di cambiare vita, non faceva che pensare ai mondi migliori in cui vivevano gli altri uomini, alle case in campagna e al posto fisso, alle mogli e ai figli. Riusciva a vederla la casa in cui avrebbe voluto abitare un giorno. Bianca. Se la immaginava sempre bianca. Non lontana da un ruscello con le trote ma neppure troppo lontana dal mare.

Mi torna in mente una frase tratta dai suoi diari: «Forse la normalità non esiste, ma esiste qualcosa che ci va molto vicino».[3] Questo è un concetto semplice ma terribilmente importante nella vita di tutti, a cui spesso ci adeguiamo per non sentirci troppo distanti da un’idea che è astratta e che non esiste in natura, ma che in maniera più o meno inconsapevole vizia le nostre scelte e i nostri comportamenti, condannandoci ad un’esistenza di desideri polverosi e impulsi arrugginiti in cambio di quella normalità che per tutti gli altri sembra rappresentare la retta via da seguire, anche a costo di autoinfliggersi un tormento senza fine.

Questo Cheever lo sapeva bene, vittima di contraddizioni e dissidi interiori, condurrà un’esistenza in cui si vedrà come un peccatore per la consapevole incapacità di resistere ai propri impulsi e alle proprie passioni anche nei confronti di altri uomini, finendo per trincerarsi dietro la maschera del perfetto marito e padre di famiglia. Sottostando a quel conformismo borghese che disprezzerà sempre a gran voce, perché, come troviamo in un racconto scritto in età più matura, nella realtà «i John e le Mary non divorziano mai».[4]

Cheever visse quindi momenti di profonda crisi, schiacciato tra grandi amori e una solitudine alla quale sapeva non esserci rimedio, ma anche da un grande senso di inadeguatezza (non si diplomò mai) nei confronti delle proprie capacità artistiche, e quindi delle proprie opere. Cosa che traspare dalla lettura dei suoi diari. Ciononostante fu capace in vita di scrivere pagine di vera bellezza, alternando drammi umani a semplici storie felici, in virtù di una personale conoscenza di entrambe le condizioni. Un esempio di questo dualismo si può leggere in due sole righe: «Era stremata nel tentativo di separare il potere della solitudine da quello dell’amore; e si sentiva sola. E lo era».[5]

Forse sono state proprio le sue debolezze a rappresentare la sua forza creativa, e la sua profonda sensibilità a renderlo capace di trasferire su carta storie reali di gente comune, senza che si abbia mai la sensazione di leggere un qualcosa di artefatto, ma anzi di un’autenticità senza eguali.

Questi racconti sono perciò una conferma per tutti quei lettori che hanno già amato John Cheever, ma soprattutto rappresentano un buon punto di partenza per avvicinarsi ad un autore che fino ad oggi si è immeritatamente trovato in una posizione defilata nel panorama letterario.

Potrei addurre mille motivazioni a sostegno di questa tesi, ma quella fondamentale è che un’anima capace di mettersi così totalmente a nudo, di essere «così sentimentale senza ricatti emotivi»[6], ha il diritto di essere riscoperta e di essere assaporata fino in fondo.


[1] Tratto da Birra scura e cipolle dolci, postfazione di George W. Hunt S.J
[2] Tratto da Birra scura e cipolle dolci, prefazione di Christian Raimo
[3] Tratto da Una specie di solitudine di John Cheever
[4] La moglie di Cheever si chiamava davvero Mary
[5] Tratto da Cronache della famiglia Wapshot
[6] Tratto da Birra scura e cipolle dolci, prefazione di Christian Raimo

L’importanza dei suoni in The James Dean Garage Band

Photo by Gabriel Barletta on Unsplash

Esistono motivi diversi che possono spingere ciascuno di noi ad avvicinarsi ad un libro. Talvolta, però, accade semplicemente di trovarsene tra le mani uno di cui ignoravamo l’esistenza fino a pochi attimi prima, ma per una qualche ragione sentiamo che deve essere nostro. Questo è più o meno quello che è capitato a me con The James Dean Garage Band di Rick Moody.

Rick Moody nasce a New York nei primi anni Sessanta, ma cresce in Connecticut, dove oltre ad una naturale propensione per la scrittura creativa e la letteratura in genere, sviluppa anche una passione smodata per tutto ciò che è musica e ritmo, tanto da pubblicare molte opere, da romanzi a racconti ad articoli, a tema musicale (Tre vite, Cercasi batterista chiamare Alice e Musica celestiale solo per citarne alcuni). Anche in The James Dean Garage Band il titolo stesso, citando uno dei racconti della raccolta, ci fa immediatamente capire quanto la musica sia fondamentale per Moody, quanto i suoni più che i personaggi siano i veri protagonisti di molte delle sue storie. E, se il titolo non bastasse, ci pensa l’autore a sottolinearlo con l’incipit del primo racconto.

«Iniziai a registrare le telefonate di mia moglie a sua insaputa dopo il terzo weekend dell’aprile del 1993».

Apparentemente non sembra niente di particolare, se non il preludio di una storia che, come tante altre, si appresta a descrivere la vita matrimoniale di una coppia in crisi. In realtà Moody ci fa capire subito quanto la vita, o in questo caso una relazione, anziché essere analizzata per quello che è o per quello che ne facciamo, possa essere filtrata e reinterpretata attraverso i rumori e i suoni presenti sul nastro che li registra.

«Alzai un po’ il volume per sentire qualcosa in più del brontolio assonnato della sua voce in cucina. Lo alzai quanto bastava per sentire».

Sotto la lente d’ingrandimento dell’autore non ci sono tanto le parole che la donna si lascia sfuggire durante le conversazioni telefoniche, quanto l’intonazione dei dialoghi e tutti quegli stati d’animo che traspaiono dalla sua voce: la malinconia, la stanchezza e la frustrazione si propagano dai nastri con una limpidezza tale da superare in importanza anche la parola.
Alla base della raccolta, un melting pot di stili, strutture e tematiche, c’è infatti l’idea dell’autore per cui tutto ciò che ha un ritmo, proprio come la musica, abbia bisogno di ascolto, e che quindi la letteratura e la musica siano complementari.

Nel racconto Frasario, Moody scrive:

«Lucy non riusciva a capire se amare sua madre o amare quel tramonto, se l’amore avesse la minima rilevanza rispetto alla situazione in cui si trovava adesso, se l’amore non fosse semplicemente un determinato tipo di suono e niente più».

Se i sentimenti sono identificabili con i suoni, lo è anche la vita stessa e la realtà tutta: il ritmo diventa perciò una caratteristica imprescindibile a cui prestare attenzione, sia quello da dare alle proprie parole, che quello riconoscibile nei suoni emessi da tutto ciò che ci circonda e di cui noi, volenti o nolenti, facciamo parte. Il suono è quindi una sorta di mappa da decifrare per capire cosa c’è nel profondo dell’animo umano, l’unica parte non artefatta.

L’esempio più rappresentativo di tutta raccolta è proprio il racconto The James Dean Garage Band, in cui l’autore immagina che l’attore, vittima nella realtà di un incidente poco lontano da Lost Hills a bordo di un’auto da corsa che non avrebbe dovuto guidare, sopravviva e scappi, deciso a lasciarsi alle spalle la propria fama e poter così ricominciare.

«Il motore già in fiamme. Un’immobilità. Di nuovo: il rumore della sgommata e del telaio che cambia forma, scolpito dal caso, l’esplosione, il silenzio. Dean me lo raccontò dopo. Il silenzio. Potevi passare da una vita all’altra senza fare il minimo rumore».

La scelta delle parole non è casuale, la morte evitata per un soffio è paragonata al silenzio. E cosa c’è di più lontano dal silenzio della musica che una band di giovani e frustrati figli del disagio della provincia americana, una gioventù bruciata californiana che si arrabatta tra velleità artistiche mal espresse in rifugi antiatomici tipici del periodo della Guerra Fredda, è in grado di esprimere?

«Noi volevamo fare pezzi che suonassero come il vento che soffia in una stalla, o come un bollitore lasciato sul fuoco, o come il piccolo urlo di dolore che ti sfugge di bocca quando ti senti veramente solo. […] Non suonavamo altro che una semplice frase sulla nostra solitudine, la solitudine e l’abbronzatura da test nucleari in superficie, la solitudine e il lavoro alla pompa di benzina, la solitudine e la sciatteria e le umiliazioni della scuola elementare, la solitudine che solo ora cominciavamo ad elaborare in forma di canzone».

La musica che una Telecaster appoggiata al muro è in grado di produrre è quindi l’occasione di rinascita e di espressione: per un attore vivo ma creduto morto dal suo pubblico, per quei giovani sconosciuti cresciuti in una zona in cui la vita è soltanto un’eco della morte.

«Suonavamo finché le prove non traboccavano fuori, sugli ettari di vuoto che circondavano il rifugio antiatomico, e ci mettevamo a correre – ai quattro venti – nella notte, alla ricerca degli angeli che non venivano mai a salvarci. Alla ricerca dell’entità che ci sollevasse e trasportasse via dal proletariato e via dal buco di paese in cui eravamo cresciuti. Sì, la band ci aveva cambiati. La fama di Dean ci aveva contaminato, e il nostro anonimato aveva contaminato lui. Non eravamo intimi, noi quattro; non facevamo discussioni sentite, non eravamo tipi da rivendicazioni maschili, però in quelle notti ci riunivamo là fuori tra la salvia e accendevamo fuochi di mitologia del deserto e aspettavamo segni».

Per la band suonare equivale a riappropriarsi delle proprie esistenze dimenticate tra la polvere del deserto californiano e la vendita al dettaglio di pezzi di metallo caduti dal cielo, quel fare musica è una dimostrazione a se stessi prima che al mondo esterno (quattro tizi ubriachi): significa trascendere la realtà per il riscatto di tutte quelle anime perdute di Lost Hills, relegate ad una sopravvivenza stentata, perché, anche se non è possibile dimenticarsi da dove si viene, la musica è comunque una giusta direzione da darsi.

«Se la vita che fai non è quella che sognavi, scappa» dice James Dean, nella frase di chiusura. “Ma se scappi, ricordati che qui devi tornare”, sembra dica Moody, ed è allora che devi decidere in che modo farti sentire.


Rick Moody, The James Dean Garage Band, minimum fax, 2005