Author: ilsiviero

Copywriter di mestiere, è appassionato di divano & letteratura, meglio se
latinoamericana. Soffre della malattia dell’infinito.

Il sistema periodico di Primo Levi

Una vita in una raccolta di racconti.

Clark's Periodic Arrangement of The Elements, 1949
Clark’s Periodic Arrangement of The Elements, 1949

È sempre difficile stilare una classifica dei propri libri preferiti. Anzi, spesso è inutile: le classifiche cambiano con il passare del tempo e un libro che ci è sembrato speciale durante l’adolescenza, in età adulta ci risulta insignificante; mentre un libro che in gioventù non ci diceva nulla, con gli anni lo si considera fondamentale per la propria formazione. Pertanto, non posso dire di avere dei libri preferiti, ma posso affermare che nella mia carriera di lettore ho accumulato una lista di titoli che mi sono cari per diversi, solidi, motivi. Uno di questi è Il sistema periodico di Primo Levi.
Questo libro mi è caro prima di tutto perché mi ricorda l’epoca in cui frequentavo la Facoltà di Farmacia; ma più nello specifico, perché lo lessi in buona parte mentre stavo lavorando alla mia tesi sperimentale. E poi Il sistema periodico è un libro singolare nella bibliografia di Levi: è il libro che più avvicina il suo mestiere di chimico a quello di scrittore. Lo lessi proprio mentre per la prima volta mettevo in pratica anni di studi teorici e allo stesso tempo mettevo per iscritto i miei primi tentativi narrativi.
 

Il primo incontro con il libro di Levi fu casuale e risale a qualche tempo prima del periodo in cui lavoravo alla tesi. Sul vetro di una cappa del laboratorio di Preparazioni Estrattive e Sintetiche dei Farmaci del Professor M. c’era un cartello con scritto:

Distillare è bello. Prima di tutto perché è un mestiere lento, filosofico e silenzioso, che ti occupa ma ti lascia tempo di pensare ad altro, un po’ come l’andare in bicicletta. Poi perché comporta una metamorfosi: da liquido a vapore (invisibile), e da questo nuovamente a liquido; ma in questo doppio cammino, in su e all’ingiù, si raggiunge la purezza, condizione ambigua e affascinante, che parte dalla chimica e arriva molto lontano[1].

Era una citazione da un racconto de Il sistema periodico. Quello del professor M. era l’ultimo laboratorio del piano di studi e quella citazione rimase adsorbita da qualche parte nel mio cervello. Allora conoscevo il Levi di Se questo è un uomo, La tregua, I sommersi e i salvati. Il Levi testimone, se si può dire; il superstite, il reduce, il salvato da Auschwitz – per dirla a modo suo. Allora non sapevo che avesse scritto del mestiere di chimico, non avevo mai approfondito la sua bibliografia, non ero un suo fedele lettore. Così, forse per la meraviglia di aver scoperto qualcosa di inedito (per me era davvero una scoperta), incamerai quell’informazione, la adsorbii inconsciamente, ma non ebbi la tentazione di approfondire.

Il libro di Levi lo lessi effettivamente tempo dopo, mentre stavo lavorando alla mia tesi sperimentale, quando mi ritrovai a fare un lavoro parente stretto del mestiere del chimico distillatore: un’analisi spettroscopica su materiale solido. Non che ci fossero molti punti in comune tra i due lavori, tranne che, come per la distillazione, si trattava di un lavoro di pazienza. Ogni analisi durava una ventina di minuti: un niente se si ha altro da fare; un’eternità se si deve aspettare in una stanza sgombra, in un seminterrato senza riscaldamento in gennaio, al fondo di un sistema di corridoi spogli e oscuri di un edificio dei primi del Novecento. Fu allora che mi tornò in mente quella frase di Primo Levi. I campioni da analizzare erano molti, e mi occuparono diverse mattinate di lavoro. Allora acquistai il libro e lo lessi nei tempi morti, mentre aspettavo che lo spettroscopio completasse ogni analisi. Ricordo che cercai subito il racconto da cui era tratta la citazione che avevo letto sulla cappa del laboratorio di Preparazioni Sintetiche. La ricordavo ancora con una certa chiarezza.

Il racconto s’intitolava Potassio ed era una storia che il Calvino de Gli amori difficili avrebbe potuto definire «l’avventura di un chimico». Potassio era un racconto autobiografico – andando avanti nella lettura scoprii che quasi tutti i racconti della raccolta lo erano – che intrecciava un aneddoto degli anni in cui Levi stava lavorando alla sua tesi di laurea con ciò che stava accadendo negli stessi anni nell’Europa del 1941. È un racconto dal tono sommesso, un racconto cupo, la cui lettura mi trasmise tutta l’inquietudine che Levi doveva aver provato nel ricordare quel periodo molti anni dopo. Scoprii presto che la citazione che ricordavo era una delle pochissime frasi positive del racconto. E, inserita nel contesto, mi pareva avesse un significato più profondo di quello che poteva avere fuori dal contesto del racconto. Letta così, su una cappa da laboratorio, la frase suonava come un gioioso aforisma di un chimico che ama il proprio mestiere; nel racconto, invece, la frase aveva il sapore della salvezza: mi pareva la presa di coscienza di un uomo che è grato al proprio lavoro perché gli ha letteralmente salvato la vita. Il velo aneddotico legato ad una disavventura con una distillazione di benzene (in cui Levi inserì un «grumo di potassio della grandezza di mezzo pisello[2]», da cui il titolo del racconto) ricopre una quotidianità cupa e inquieta di un uomo che si sente “meno uomo” dei suoi colleghi di studio (sono gli anni delle leggi razziali) e che non vede nient’altro che un futuro nero: «Nel gennaio del 1941 le sorti del mondo sembravano segnate. Solo qualche illuso poteva ancora pensare che la Germania non avrebbe vinto[3]», tuona l’incipit.

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Dell’arte di ritagliare frammenti di realtà

Dariusz Sankowski – www.sankowski.it

Un racconto è come una fotografia: quel che si vede è solo ciò che è compreso nello spazio dell’inquadratura. Del resto un buon racconto mostra solo una parte di ciò che c’è da mostrare e poi c’è tutta una parte di non detto. Quest’ultima è un po’ come quello che rimane appena fuori dai margini della fotografia: non si vede ma la si può intuire. Ed è proprio quel dover indagare i margini per scoprire cosa c’è al di là di quello che si vede ciò che mi affascina del racconto; ed è ancora più affascinante scoprire che quello che non è compreso all’interno dell’inquadratura a volte è ancora più importante di ciò che è compreso.

È stato Julio Cortázar a paragonare il racconto alla fotografia [1] (del resto Cortázar era anche un appassionato fotografo): «Non so se abbiate mai sentito parlare un fotografo professionista della propria arte; a me ha sempre sorpreso il fatto che egli si esprima per molti versi come potrebbe fare uno scrittore di racconti. Fotografi del calibro di un Cartier-Bresson o di un Brassaï definiscono la loro arte come un apparente paradosso: quello di ritagliare un frammento della realtà fissandogli determinati limiti, ma in modo tale che quel ritaglio agisca come un’esplosione che agisca su una realtà molto più ampia, come una visione dinamica che trascenda spiritualmente il campo compreso dall’obbiettivo.»  Uno scrittore di racconti o un fotografo scelgono sempre il frammento di realtà, non ritagliano inquadrature a caso. La loro arte nasce dalla scelta di materiale «significativo». Il fotografo o lo scrittore di racconti devono allora tenere sempre conto dell’effetto della loro arte: non deve sussistere solo per se stessa, deve riguardare anche lo spettatore o il lettore. Cortázar aggiunge anche che l’immagine o l’aneddoto devono agire sullo spettatore o sul lettore «come una specie di «apertura», di fermento che proietti l’intelligenza e la sensibilità verso qualcosa che va molto oltre l’aneddoto visivo o letterario contenuto nella foto o nel racconto.»

La mia curiosità mi ha spinto a seguire le impronte di Cortázar: ho cercato tra gli scritti di diversi fotografi qualche buon consiglio per uno scrittore di racconti; ma a differenza dello scrittore argentino ho cercato qualche soluzione utile nella pratica di scrittura, prima che un concetto teorico. La mia attenzione si è concentrata più sulla realizzazione della fotografia che sulla fotografia in sé: ciò che mi interessava era ritrovare delle affinità nell’approccio alla realizzazione dell’opera.

Il concetto che mi interessava maggiormente era quello di «apertura»: il fotografo e lo scrittore di racconti devono tenere conto preventivamente di ciò che l’opera dovrà stimolare nello spettatore e nel lettore? O l’«apertura» è un concetto che si rileva a posteriori? E poi: quali sono gli strumenti del fotografo che possono tornare utili anche per uno scrittore di racconti?

Mi pare di aver trovato qualche risposta nelle Lezioni di fotografia di Luigi Ghirri: «C’è sempre un modo per far percepire l’apertura, attraverso la luce o la messa a fuoco, in modo tale che al centro dell’attenzione stia l’immagine ma anche quello che succede attorno, che si tenda a pensare a immaginare l’intorno». Ghirri suggeriva di lavorare con la luce e con la messa a fuoco per ottenere quell’effetto di apertura che hanno la fotografie ben riuscite. In altre parole oltre alla perfezione tecnica dello scatto, occorre che il fotografo ragioni prima su quello che intende poi mostrare una volta sviluppata l’immagine. Il fotografo deve prima di tutto osservare, capire quello che sta per fotografare, capire quali sono i confini dell’inquadratura, avere già idea di ciò che dovrà rimanere impresso sulla carta e ciò che non dovrà comparire. Gli strumenti che ha a disposizione sono tutti fortemente legati allo strumento: deve lavorare con la luce, l’ingrandimento, la messa a fuoco. Il fotografo deve applicare tali strumenti alla propria sensibilità personale nel cogliere i dettagli. Fotografare è scrivere con la luce. Il fotografo deve imparare come si comporta la luce quando incontra gli oggetti e quindi saper cogliere tale comportamento. È qui che deve lavorare anche lo scrittore di racconti: deve sapere quali sono gli elementi del racconto su cui è importante che si posi la luce e quando. Ma soprattutto tali elementi devono avere una caratteristica: devono essere gli elementi che provochino quell’«apertura» di cui parlava Cortázar, che in qualche modo guidino il lettore attraverso la soglia che separa il visibile dal non visibile; o che perlomeno scatenino nel lettore l’inquietudine della presenza di una storia tra le righe, che il racconto non sia solo quello che si legge.

«Il fascino dell’immagine sta anche nel trovare un equilibrio tra quello che si deve vedere e quello che non si deve vedere. Non deve essere una fotocopia della realtà. Mostrare come ci sia sempre nella realtà una zona di mistero, una zona insondabile che secondo me determina anche l’interesse dall’immagine fotografica», spiegava Ghirri ai suoi studenti. Una buona lezione anche per uno scrittore di racconti.

 

[1] Julio Cortázar, I racconti Einaudi, 2014.