Autore: Andrea Siviero

Copywriter di mestiere, è appassionato di divano & letteratura, meglio se
latinoamericana. Soffre della malattia dell’infinito.

Primo Levi e il mondo invisibile

Primo Levi scrive come se mettesse la realtà su un vetrino da microscopio, per poi osservarla man mano a ingrandimenti superiori. Nel frattempo, durante l’osservazione, compone un brogliaccio, un quaderno di laboratorio in cui registra dati ed eventuali singolarità. Il brogliaccio, per lo scrittore torinese, è la memoria.

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Paolo Zardi

Contemporaneità e umanità nei racconti di Paolo Zardi

In una conferenza del 1961, intitolata Dialogo di due scrittori in crisi, Italo Calvino descriveva l’inquietudine e lo smarrimento che provava uno scrittore di fronte al problema di raccontare l’uomo in rapporto alla sua contemporaneità. La questione che si poneva Calvino, e che a sua volta animava la discussione con il coprotagonista del suo dialogo, lo scrittore Carlo Cassola, era quale fosse la strada da percorrere. [...]

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Tre momenti da «Vite di uomini non illustri» di Giuseppe Pontiggia

Vite di uomini non illustri di Giuseppe Pontiggia è una raccolta di diciotto brevi biografie organizzate secondo il modello delle Vite di autori classici come Cornelio Nepote e Plutarco. Tuttavia, mentre le biografie di Cornelio Nepote e Plutarco trattano le vite di uomini che hanno avuto un ruolo nella Storia, le biografie di Giuseppe Pontiggia trattano [...]

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Nel cuore della «Nuvola di smog» di Italo Calvino

Una breve premessa. Quest’articolo sarebbe dovuto essere diverso. Primo: si sarebbe dovuto intitolare “Viviamo ancora nella Nuvola di smog di Italo Calvino?”. Un titolo senza dubbio più accattivante e social media friendly di quello che ho scelto per la redazione finale. Secondo: avrebbe dovuto parlare di inquinamento e avrei voluto fare un parallelo tra l’Italia del boom economico, che fa da sfondo al racconto di Calvino, e il Paese in cui viviamo oggi che, come buona parte del mondo industrializzato, pare ancora troppo timido nell’approccio ai problemi ambientali.

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Dentro «il gioco del rovescio» di Antonio Tabucchi

Il gioco del rovescio era un racconto che mi affascinava molto per caratteristiche piuttosto superficiali: l’atmosfera lusitana, i rimandi a Pessoa e alla storia dell’arte, la sottile inquietudine che attraversava la storia e soprattutto una sua certa enigmaticità e mistero. Mi piaceva, Il gioco del rovescio, ma avevo la sensazione che mi sfuggisse qualcosa. [...]

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«Non risponde mai nessuno». I racconti di Simone Ghelli

Simone Ghelli, Non risponde mai nessuno
Simone Ghelli, Non risponde mai nessuno. Immagine di copertina del libro (photo by Nihat on pexels)

 

Se penso a una caratteristica che descriva cosa ci rende umani, la prima cosa che mi viene in mente è l’empatia. Trovo una grande umanità nella capacità di porsi nello stato d’animo o nelle condizioni di un altro essere che non siamo noi. Sia che si tratti di gioia, che di dolore. Tuttavia ci sono due nodi. Per prima cosa l’empatia non è un sentimento proprio solo dell’essere umano: anche gli animali sono in grado di provare empatia. Secondo: il mio modo di pensare all’empatia tiene conto soprattutto delle qualità positive. Se penso all’empatia, penso ad esempio a una persona in difficoltà e al farsi carico di almeno un pezzetto di quello che sente; oppure penso al partecipare con gioia alla gioia altrui.

Ma, a pensarci bene, mi accorgo che non basta solo l’empatia per descrivere che cosa ci rende umani. Allora mi viene da aggiungere che siamo umani nell’essere di continuo in contraddizione con noi stessi; sono umane le menzogne che ci raccontiamo e quelle che raccontiamo agli altri; è umana la vergogna che proviamo quando un certo cinismo, o un certo sentimento che cerchiamo di nascondere anche a noi stessi, viene messo a nudo. E poi ci metto anche l’inquietudine. Soprattutto quella che proviamo quando cerchiamo di capire quale sia la ricetta giusta per la nostra vita (se esiste davvero una ricetta) e quali siano le giuste strategie per evitare passi falsi (se esistono davvero delle strategie). Infine lo smarrimento che proviamo quando capiamo che la strada che abbiamo intrapreso porta a un vicolo cieco, e la ripercorriamo all’indietro per cercare vanamente di capire il punto dove abbiamo mancato il bivio giusto. Ecco, i racconti di Non risponde mai nessuno di Simone Ghelli (Miraggi edizioni) si muovono in questi territori.

La citazione di Gilles Deleuze in esergo ci avvisa: «La vergogna di essere uomo: c’è una ragione migliore per scrivere?». E riprende questo filo anche Wu Ming 2 nella prefazione: «I racconti di questa raccolta esplorano un sentimento simile, e a più riprese lo confrontano con altri, che portano lo stesso nome ma sono al fondo molto distanti»[1]. La vergogna è ad esempio quella provata da «un ragazzo imbottito di idee romantiche sulla follia, che nel rapporto quotidiano con i matti scopre di non essere “più buono degli altri”»[2] (I tafani della Merse), oppure quella che accompagna la rassegnazione di Cesare, protagonista del racconto Non risponde mai nessuno «che vergognandosi di un padre ormai demente, subisce l’immobilismo degli assistenti sociali, fatto di “tempi tecnici” e “sorrisi d’ordinanza”»,[3] come dice ancora Wu Ming 2.

Ma i racconti di Simone Ghelli non esplorano solo il sentimento della vergogna. Qualche volta è il ricordo di un passato a fare da filo conduttore. Il passato che riemerge da una fotografia ritrovata (sempre I tafani della Merse). Altre volte sono case diroccate (Natura in versi) o disabitate da tempo (Il borro), a cui spesso si arriva seguendo percorsi che attraversano come piccole selve oscure, a mettere in contatto i personaggi con emozioni, ricordi e con antichi rimorsi.

«Per quanto Livio cercasse di completarli con la memoria, non erano che oggetti abbandonati. Pensò che il tempo fosse proprio come il borro e che dentro vi precipitassero i ricordi.
Si chiese che cosa avesse amato mai di quelle pietre, di quelle montagne. Da bambino la casa era stata per lui un luogo meraviglioso e al tempo stesso terribile, abitato da bizzarre creature come le scolopendre e gli scorpioni, che col buio uscivano dai loro nascondigli per minare le sicurezze degli umani. L’immagine di quella notte in cui suo padre ne aveva scoperto uno vicino alla sua testa, a pochi centimetri dal cuscino, non si era mai spenta. Come una spia pronta a segnalare il pericolo, gli era rimasto quella specie di sesto senso che con gli anni lo aveva reso un codardo. Gli era rimasta la paura, anche quando era ormai un adolescente, di tutto quel dolore che avrebbero trovato al loro arrivo; delle condizioni in cui vivevano i nonni e il loro ultimogenito: lo zio Pietro».[4]

Infine ci sono l’inquietudine e lo smarrimento di cui scrivevo poco fa. Quello che si prova quando ci si trova di fronte una situazione che pare senza risposte né immediate vie d’uscita. Questo è un tema che emerge dai pensieri di Milena di Che bel sole, Milù!, un spaccato vivo, attuale, della vita di una coppia alla prese con le difficoltà di un’esistenza caratterizzata dalla precarietà e da aspettative che tardano a concretizzarsi:

«Quel tempo la spaventava, le ricordava troppo da vicino lo scenario dei propri incubi. La rendeva incapace di pensieri razionali e incline al fatalismo. Di fronte a quel cielo funesto la sua vita gli sembrò davvero una piccola cosa indifesa, rimboccata in un vaso sempre in procinto di cadere. In fondo, non avevano costruito ancora niente. Avevano una casetta, non era poco; ma tutto il resto? Chi si sarebbe ricordato di loro, di due giovani vite sprecate nei lavori anonimi, tra le file dei supermercati?»[5]

Ecco, nei racconti di Non risponde mai nessuno di Simone Ghelli c’è tutto questo. Ma vorrei aggiungere ancora una cosa, per chiudere. Ho apprezzato la scrittura leggera ed esatta, che non si perde mai in orpelli estetici. La prosa di Simone Ghelli è in grado di affrontare tematiche complesse senza mai perdere contatto con uno stile semplice e una pulizia formale che rende certi racconti dei meccanismi perfetti, in cui tutto è essenziale e messo nel posto giusto.

 


[1] Simone Ghelli, “Prefazione a cura di Wu Ming 2”, in Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017 (Pag.7)
[2] Simone Ghelli, “Prefazione a cura di Wu Ming 2”, in Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017 (Pag.8)
[3] Simone Ghelli, “Prefazione a cura di Wu Ming 2”, in Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017 (Pag.8)
[4] Simone Ghelli, “Il borro”, in Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017 (Pag. 25)
[5] Simone Ghelli, “Che bel sole, Milù!”, in Non risponde mai nessuno, Miraggi edizioni, 2017 (Pag. 78)

«Ogni racconto nasce a modo suo, è un continuo reinventarsi». Intervista a Elvis Malaj

Elvis Malaj Dal tuo terrazzo si vede casa mia
Elvis Malaj (Oblique studio)

Ho scoperto Elvis Malaj circa un anno e mezzo fa, grazie a un frammento di racconto che avevo letto su Grafemi, il blog di Paolo Zardi. Il racconto in questione era Il televisore, contenuto nel quarto numero della rivista effe. Quello che mi aveva colpito, allora, era stato il punto di vista di Elvis Malaj, davvero unico nel panorama della letteratura italiana. Zardi sul suo blog aveva scritto:

[…] è impossibile non vedere che qui c’è un mondo nuovo, qualcosa che fino a una decina di anni fa non esisteva e che solo adesso qualcuno sta iniziando a raccontare. Leggendolo, ho improvvisamente avvertito la distanza tra quanto viene scritto e pubblicato dagli “italiani da sempre” e questo racconto – e ho provato a immaginare come sarà la letteratura italiana tra venti o trent’anni, e poi ho provato a domandarmi come vorrei che fosse, e ho iniziato a sperare che le opere di Malaj non siano un caso isolato, che esista, o che inizi a formarsi, una letteratura nuova, piena di contaminazioni, dove non è diversa la lingua, o l’intenzione, o la struttura, ma la materia stessa di cui si compone.[1]

Leggendo Il televisore ho pensato la stessa cosa che ha scritto Zardi. Tra le righe di quel racconto di Elvis Malaj c’era il seme di qualcosa di inedito nella nostra letteratura. Qualcosa di impossibile da raccontare per un “italiano da sempre” come dice Zardi. Qualcosa che mi incuriosiva e mi affascinava moltissimo. Così a ottobre, quando ho scoperto che Dal tuo terrazzo si vede casa mia di Elvis Malaj sarebbe stato presentato proprio da Paolo Zardi alla libreria Zabarella di Padova, non ho potuto fare a meno di andare ad ascoltare quello che Malaj aveva da dire sulla sua opera d’esordio.

Devo dire che dalla presentazione ho avuto solo conferme: ho scoperto un autore con un tono di voce originale, con uno stile ricco di sfumature ritmiche (procuratevi il libro, cominciate a leggere ad alta voce l’incipit di Vorrei essere albanese, il primo racconto della raccolta, e capirete) e una consapevolezza sulla propria scrittura davvero rara per un esordiente. E nei giorni successivi, leggendo Dal tuo terrazzo si vede casa mia, tutte le buone aspettative che avevo intorno ai racconti contenuti in questa raccolta sono state ulteriormente confermate. Allora ho pensato di scriverci qualcosa su, ho provato a buttare giù una recensione, ma poi ho pensato che per raccontare al meglio questo libro e chi è Elvis Malaj sarebbe stata più opportuna un’intervista. Così ho contattato Elvis e ne è venuto fuori questo dialogo.

 

 

Elvis, da qualche settimana è nelle librerie Dal tuo terrazzo si vede casa mia, il tuo libro di esordio per i tipi di Racconti edizioni. Al di là del tuo punto di vista unico e originale sulla nostra società, leggendo i tuoi racconti non ho potuto fare a meno di apprezzarne lo stile. Nei tuoi racconti la storia sembra seguire una certa direzione e poi sterza all’improvviso e intraprende una nuova strada, perfino più plausibile della prima. Questo aspetto dona ai tuoi racconti un gran bel ritmo e dà carattere alla tua scrittura. La trovo una capacità rara, davvero singolare per quanto riguarda la forma racconto (forse i romanzi ci hanno abituato di più alle “sterzate”). Mi piacerebbe sapere da dove nasce la tua scrittura, quali sono i tuoi riferimenti letterari.

Diciamo che cerco di assorbire quello che c’è di buono, e che a me piace, da ogni libro e autore che leggo. Non so dirti un nome che mi ha influenzato più di altri, cosa che, invece, era molto evidente nella mia fase iniziale di scrittore, cioè il mio stile assomigliava dannatamente allo stile dell’ultimo autore che avevo letto. Comunque sia a me piacciono le soluzioni semplici, dinamiche e dal ritmo incalzante; probabilmente è dovuto anche a una mia sana fobia: la paura di annoiare. La mia scrittura è caratterizzata da continui cambiamenti di prospettiva ma non di colpi di scena, le storie quasi sempre finiscono in maniera pacata o, come dici tu, plausibile. Non c’è un voler stupire o un voler sorprendere, anche se dall’inizio alla fine del racconto il lettore non sa mai cosa aspettarsi e alla fine rimane stupito e sorpreso da quella che, col senno di poi, era la soluzione più plausibile. Comunque, penso che i miei riferimenti letterari rimangano quelli della mia fase iniziale – e più intensa – di lettore: Kafka, Svevo, Čechov, Schnitzler, Pirandello, Tozzi, Hesse, eccetera.

 

Be’ direi che la tua scrittura non annoia affatto. Anzi, già dal primo racconto, Vorrei essere albanese, c’è un bell’assaggio della musicalità della tua penna: «Avevo una ragazza, un lavoro, una busta paga di mille e tre netti al mese, e con gli straordinari, che di solito rifiutavo, potevo arrivare benissimo superare i mille e sei. Avevo un permesso di soggiorno, avevo amici quanti ne volevo, avevo un letto a una piazza e mezza…». [2] Mentre leggevi questo incipit ad alta voce, durante la presentazione del tuo libro alla libreria Zabarella, non ho potuto fare a meno di cominciare a battere il piede. La ripetizione di quell’avevo, avevo, avevo, che va avanti per quasi due pagine, descrive un bel crescendo, come si direbbe in linguaggio musicale, e al massimo dell’intensità culmina in «Avevo un nome ricco di significato, era il delirio e il dramma di un popolo». [3] Poi punto e a capo e si incontra il primo cambio di prospettiva di tutto il libro. Trovo che Vorrei essere albanese sia stato la scelta migliore per aprire il libro, un piccolo assaggio di alcune cose che il lettore potrà ritrovare negli altri racconti. Ma non parlo solo di temi, parlo soprattutto del tuo modo di strutturare i racconti e di come sono disposti nella raccolta. A questo punto mi è venuta la curiosità di sbirciare nel tuo “laboratorio” di scrittore: come nasce un tuo racconto e come si è sviluppata questa raccolta?

Sì, alla fine mi sono convinto anch’io che Vorrei essere albanese sia stata la scelta migliore. Però, ti confesso, delle perplessità c’erano; questo è l’unico racconto di tutta la raccolta in cui il tema del razzismo viene affrontato. Che poi, alla fine, non viene neanche affrontato, viene solo lambito. Non c’è un episodio di razzismo, c’è un episodio di mancato razzismo. Quindi c’era la perplessità che potesse dare un idea sbagliata del libro, ossia che i temi fossero l’immigrazione, il razzismo, l’integrazione e altre problematiche sociali, che ovviamente io non ignoro, però al centro dei miei racconti c’è l’individuo, la persona.

Come nasce un mio racconto? Non c’è una formula o una procedura, ogni racconto nasce a modo suo, è un continuo reinventarsi. Dovrei prenderne ognuno singolarmente e dirti com’è nato. Però la cosa che accomuna le mie storie è che quasi sempre sono dei frammenti di vissuto, sono delle istantanee in cui cerco di cogliere dei momenti di frattura del quotidiano, il fragile equilibrio che governa le vite dei mie personaggi salta, o minaccia di saltare. L’orco da cui scappano i miei personaggi non è il razzismo, la povertà eccetera, ma la loro inadeguatezza e il non senso delle situazioni in cui si cacciano.

 

Sì, infatti, leggendo gli altri racconti emerge proprio quello che dici: al centro ci sono prima di tutto le persone: il fatto che siano albanesi, italiani, o di qualsiasi nazionalità non è così importante. Il racconto Il televisore mi sembra un buon esempio. In quel racconto il tema dello straniero e della differenza tra la cultura albanese e quella italiana all’inizio sembra centrale. Poi, mano a mano che si procede con la lettura, la storia finisce par parlare dei rapporti tra le persone, in questo caso un rapporto sentimentale che va avanti nonostante un equilibrio precario e singolare. E sembra essere lo stesso equilibrio precario e singolare che il protagonista vive nel rapporto con la società. Quel televisore rotto che gira per tutta la città passando di mano in mano, e che il protagonista incrocia più volte durante la giornata, sembra diventare sempre più un marchio di diversità. Diversità che il protagonista non ha mai sentito così evidente e che invece vedendo quel televisore sembra percepire con una certa intensità. In questo racconto torna la parola “razzismo”, ma in realtà si parla più che altro del disagio esistenziale dell’individuo e di una certa sensazione di inadeguatezza di fronte alle meccaniche dei rapporti personali nella società di oggi. E quest’ultimo mi sembra un tema che si ritrova in quasi tutti i racconti.

Il televisore è anche il primo racconto tuo che ho letto e mi aveva già colpito molto. Ero davvero curioso di leggere altro di tuo. Quando ho saputo che una tua raccolta sarebbe stata pubblicata da Racconti edizioni devo ammettere che è stata una bella notizia. La pubblicazione di un tuo racconto su rivista ti ha aiutato a farti conoscere. Raccontaci un po’ come è andata.

Probabilmente, se non avessi pubblicato su effe#4, non avrei pubblicato questa raccolta. Il mio editore mi ha scovato sulle pagine di questa rivista. Paolo Zardi, uno dei primi che ha cominciato a parlare di me e a promuovermi, l’ho conosciuto perché l’anno scorso ci siamo trovati fianco a fianco nella libreria Limerick di Padova a presentare la rivista effe. Confesso che in un primo momento non le avevo dato la giusta importanza, ma col senno di poi posso dire che è stata una tappa fondamentale nel mio percorso, non solo per farmi conoscere ma anche per il confronto con il pubblico. Le persone hanno cominciato a leggere ciò che io scrivevo. Ecco, effe è stato un piccolo ma fondamentale passo. Poi per me ha anche un valore romantico perché è stata la mia prima pubblicazione cartacea.

 

L’anno scorso, qui su Tre racconti, abbiamo intervistato Philip Ó Ceallaigh, tuo compagno di collana, e gli abbiamo chiesto un parere sulla differenza di linguaggio tra racconto e romanzo. Lui ci ha risposto: «La differenza sta nel diverso livello di attenzione richiesto al lettore. I testi più corti sembrano suggerire una lettura più lenta. Per questo quella dei racconti è una forma più letteraria e meno popolare. Richiede un’attenzione speciale anche rispetto al come è costruito. Per la poesia vale ancora di più. La poesia richiede una lettura ancora più lenta. All’opposto, più ci si avvicina al romanzo, più si scivola in una forma di narrazione commerciale». Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi anche tu su questo tema, visto che oltre aver pubblicato una raccolta di racconti, ti sei misurato anche sulla lunga distanza scrivendo un romanzo (che al momento è ancora inedito).

Sono d’accordo con Philip in quanto in un racconto non puoi usare tutte le parole che vuoi, devi dire tante cose in poche parole, e quindi, in un certo senso, la lettura è più lenta. Poi il testo corto richiede un tipo di lettore più coraggioso perché i personaggi non li possiedi fino in fondo, non li conosci del tutto. Ma neanche lo scrittore stesso li possiede fino in fondo, almeno per quanto mi riguarda. Io conosco i miei personaggi solo per quello che racconto nella storia, non ne so di più. E spesse volte non so perché fanno ciò che fanno o perché succede quello che succede. Sì, ovviamente posso avere una mia idea in merito, però non la reputo più attendibile di quella di qualcun altro. Quindi tocca al lettore tirare le somme di ciò che ha letto, il che è impegnativo e non adatto al lettore a cui piace essere imboccato dall’autore. Nonostante generalmente si pensi il contrario, è più difficile scrivere un bel racconto che un bel romanzo. Ci vuole maestria per raggiungere la completezza con poche parole.

 

Sono d’accordo con te. A questo punto ti chiedo un’ultima cosa: tre racconti che consiglieresti di leggere a un aspirante scrittore. 

Bartleby lo scrivano di Melville, Acqua d’oro di Tyrewala e Corsia n. 6 di Čechov. Sono i primi tre racconti che mi sono venuti in mente, anche se ci sono molti altri che mi piacerebbe mettere nella lista, tra cui lo stesso Ó Ceallaigh che abbiamo citato prima.

 

Elvis Malaj è il primo autore italiano pubblicato da Racconti edizioni. Nato in Albania nel 1990, si è trasferito in Italia con la sua famiglia all’età di quindici anni. È stato finalista al concorso 8×8, e ha pubblicato racconti su effe e nella rassegna stampa di Oblique. Dal tuo terrazzo si vede casa mia è il suo esordio.

 


[1] Paolo Zardi, “Lo sguardo dello straniero”, grafemi.wordpress.org, 11/09/2016.
[2] Elvis Malaj, “Vorrei essere albanese”, in Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Racconti edizioni, 2017 (Pag. 7)
[3] Elvis Malaj, “Vorrei essere albanese”, in Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Racconti edizioni, 2017 (Pag. 8)

«Stelle ossee» di Orazio Labbate

Una raccolta in diciassette inquietudini notturne

Andrea Siviero Notturno per Orazio Labbate
Andrea Siviero. Notturno.

 

Questa non è una vera è propria recensione. È solo un piccolo gioco. Direi una sorta di autopsia. Come un anatomopatologo ho esaminato Stelle ossee di Orazio Labbate (LiberAria, 2017), ho raccolto degli indizi e ho scritto alcuni appunti. Non ho stabilito nessuna causa di morte, state tranquilli. Non c’era nessun cadavere: solo una raccolta di racconti davvero originale. Stelle ossee è composto da diciassette racconti brevi, tetri e inquietanti, a loro modo innovatori di una tradizione letteraria che affonda le proprie radici nelle migliori suggestioni gotiche ottocentesche.

Per esaminare Stelle ossee sono partito dall’incipit del racconto Luce accesa, si trova proprio a metà raccolta. Sono solo due frasi, molto semplici, ma in queste poche parole mi è sembrato di scorgere l’essenza di tutta la raccolta.

«Scrivo nel buio della mia camera. Devo fuggire da essa e accendere la luce perché possa smettere di sentirmi solo».[1]

Scrivo

Innanzitutto scrittura. Quella di Orazio Labbate suggerisce una profonda attenzione alla parola. In tutti i racconti si avverte una ricerca sul linguaggio: a tratti è una voce che ha il sapore del passato, ma che si contamina di inquietudini contemporanee.

«Il ragazzo si affacciò alla finestra e sorrise. Mite, era mite. Dietro di lui, sul bracciolo del divano, riposavano pillole bicolore, un vegetale selvaggio senza radice e una specie di cucchiaino piegato, il cui fondo bruciato era di un marrone annerito. Rinfilò la testa dentro la camera. Fece discendere le persiane. Dai fori rettangolari, come in una cella urbana, entrava la strada; i colori artificiali che, fulminei, dentro un tubo fittizio di luce, raggiungevano punti sparsi della camera, l’aggressione del freddo della notte e una brevissima scossa di vento che rappresentava l’aria. Aveva dolori al cranio».[2]

Buio

Il buio regna: sia quello della notte che quello dell’anima. L’inquietudine che permea Stelle ossee è sempre notturna. È nel buio che i personaggi labbatiani espiano il proprio senso di colpa. Ed è un senso di colpa che affonda le radici nella tradizione cristiana, nei riti e liturgie secolari. Ma il senso di colpa di questi personaggi non riesce a godere di redenzione, scivola spesso in un sentimento di dannazione perpetua e infinita.
Infinito è anche il tempo della sofferenza. Infinito e statico è il tempo che si trovano a vivere i personaggi. E in alcuni racconti, lo spazio e il tempo sono dimensioni così sospese e rarefatte da descrivere certe allegorie cupe, una sorta di purgatorio dei vivi, uno spazio onirico e di delirio in cui uomini e animali in carne e ossa stanno per liberarsi della loro dimensione terrena per trasformarsi in pure presenze.

«Ogni notte, a letto, a cinque anni dalla dipartita, con in mano il crocifisso, chiamavo Dio ché me la facesse vedere da fantàsima, o che mi riportasse da lei, negli Inferi o nella gola nera del Mediterraneo, era lo stesso».[3]

Camera

I luoghi sono quasi sempre spazi chiusi. Bare, camere da letto, lo spazio angusto tra il pavimento e la rete del letto, il ventre di una nave diretta in America. Ma anche gli spazi aperti hanno il loro lato claustrofobico. Che si tratti di cimiteri di periferia o una campagna deserta, interviene sempre l’elemento notturno a frustrare l’ampiezza dello sguardo.

«Le luci delle case, nella pianura gelese, singhiozzano come candele spente dal respiro spaventoso di un bambino. Mi fermo davanti all’ingresso delle abitazioni e prego affinché queste si spossessino dei demoni dentro gli armadi, delle persone sotto le lenzuola impaurite dal buio conchiuso anticamente sul soffitto».[4]

Qui emerge un altro particolare che caratterizza la raccolta. Negli episodi in cui l’universo letterario di Labbate sfiora i luoghi reali (Corsico, New York, la Sicilia) l’immaginario onirico fagocita i luoghi per restituirli trasfigurati. È palese nel caso della Sicilia: lontanissima dalle oleografie solari e dai panorami da cartolina, sostituita da un territorio nero, primitivo, inquietante.

Fuggire

La fuga è un elemento che ritorna. Può essere una fuga dalla vita, come nel caso del protagonista di Dentro una bara e la sua singolare scelta di attendere la morte da sepolto vivo, ad esempio. Ma la fuga è anche l’unico modo per evadere il tempo fermo. I personaggi di Stelle ossee spesso vagano, sperduti, senza bussola, avvolti dalla notte alla ricerca disperata di un’illuminazione risolutiva.

«Il mio amico muove la testa a studiare quelli che ci vengono pian piano incontro. Dice che dobbiamo fuggire, che arriveranno, mi tira la felpa nera, bestemmia l’anima di Dio che aspettiamo, lui però fugge come colei che mi baciò, io invece attendo lì».[5]

Luce

La luce illumina uno spazio molto piccolo. Spesso è ridotta appena un lumicino. Alcuni personaggi sono alla ricerca della luce, in altri casi la luce è l’elemento che offre i contorni stessi alla narrazione. Quando la luce manca realtà e immaginazione sono sullo stesso piano, possono convivere allo stesso tempo i vivi e i morti.

«Durante questo piccolo viaggio percepisco le lontane carezze dei morti: di mia nonna, di mio nonno, anche quelle dei miei cani morti quando ero bambino. Che senso ha allora voler accendere la luce se tutto quello di cui ho bisogno è già nel buio?»[6]

Solo

La solitudine è un altro leitmotiv. Spesso i personaggi di Labbate sono rimasti soli a causa della perdita di un familiare. E da soli tutti i personaggi sono chiamati a combattere contro i propri demoni interiori. I contatti umani sono rari e fugaci, dominati dalla diffidenza.

«Quante ere passano e quante ne svela la luce nelle camere notturne. La solitudine è ovunque… In quegli istanti in me si compiono anni, mi pare di avere piaghe e non poter studiare i misteri delle tane, dei nascondigli».[7]

 


[1] Orazio Labbate, “Luce accesa”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 52)
[2] Orazio Labbate, “Il divano”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 65)
[3] Orazio Labbate, “Tempesta di stelle”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 78)
[4] Orazio Labbate, “La notte della pianura”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pagg. 76-77)
[5] Orazio Labbate, “Case incendiate”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 19)
[6] Orazio Labbate, “Luce accesa”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 53)
[7] Orazio Labbate, “Il cimitero e il coniglio”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 30)