Autore: Eleonora Paulicelli

Pugliese con l’animo mittleuropeo e il cuore in Norvegia.
Se sposasse uno dei Karamazov sarebbe senza dubbio Ivan.

Di un racconto scomparso e un poeta sconosciuto

Lo skyline di Boston – foto dell’autrice

 

La musica è insieme alla lettura un’altra mia grande passione e ad essa devo molto. Ho iniziato ad apprezzare la poesia proprio leggendo i testi delle canzoni e senza Bob Dylan, Patty Smith e tanti altri non mi sarei mai avvicinata al linguaggio della poesia che per molti anni ho trovato incomprensibile. Nella musica come nella lettura vado sempre alla ricerca di autori nuovi e qualche anno fa mi capitò di ascoltare Lungo i Bordi dei Massimo Volume, gruppo rock della scena indipendente italiana. Rimasi subito impressionata dai testi sempre inclini alla poesia, in particolare mi colpì la prima canzone di Lungo i Bordi, Il Primo Dio, questa una parte del testo:

Emanuel Carnevali, morto di fame nelle cucine d’America

sfinito dalla stanchezza nelle sale da pranzo d’America

scrivevi

E c’è forza nelle tue parole

Sopra le portate lasciate a metà, i tovaglioli usati

Sopra le cicche macchiate di rossetto

Sopra i posacenere colmi

Sapevi di trovare l’uragano

Emidio Clementi, cantante dei Massimo Volume, scrisse e dedicò questa canzone al poeta Emanuel Carnevali, nato a Firenze nel 1897 e immigrato a 16 anni negli Stati Uniti perché sognava di diventare un poeta. Non avevo assolutamente idea di chi fosse Emanuel Carnevali e la mia prima scoperta fu che frequentò il circolo letterario di Ezra Pound, Sherwood Anderson, William Carlos Williams, Edgar Lee Masters e Robert McAlmon che ne apprezzarono le sue doti poetiche. Williams lo descrive come «il poeta nero, l’uomo vuoto, la New York che non esiste», e nella sua autobiografia dice:

«McAlmon pubblicò il libro di Em[anuel], che nessuno ricorda più, uno dei migliori esempi di – di che cosa? Di un libro, un libro che è tutto di un uomo, un uomo giovane, superbamente vivo. Condannato. Quando penso a ciò che si pubblica e si legge e si loda e, regolarmente, si premia, mentre un libro così resta sepolto sotto un mucchio di cadaveri, giuro di non voler più avere successo, sono disgustato, tornano le vecchie tentazioni. Che cos’altro può fare un libro per un uomo?» [1]/p>
Sherwood Anderson compose un racconto proprio ispirato a Carnevali dal titolo Italian Poet in America pubblicato nel 1941; peccato sia introvabile e che sul web ci sono pochissime informazioni a riguardo. Per recuperare il ricordo di Anderson su Carnevali occorre leggere le sue memorie, ed ecco cosa racconta:

«Faceva ogni cosa in gran fretta. Era come un vecchio, tutto cinismo e, un momento dopo, come un fanciullo. Se ne stava seduto tranquillamente, un giovanotto ben fatto, dalla pelle olivastra, dai folti capelli neri, il tipo d’uomo, si sarebbe detto, che piace alle donne, benché egli mi avesse detto che non era vero. Diceva che quello era il grande problema, il dolore della sua vita. “Ho bisogno di una donna,” diceva “terribilmente, ma le spavento”». [2]

Emidio Clementi scoprì Carnevali grazie a un cliente di un ristorante dove lavorava come cameriere che una sera gli porse un libro dicendogli: «Qui si racconta di uno come te». Era Il Primo Dio di Emanuel Carnevali, il libro autobiografico di Carnevali pubblicato in Italia dalla Adelphi insieme alle sue poesie. Ho iniziato a leggere le poesie di Carnevali e ne sono stata rapita. Questa è per esempio una parte della poesia L’Ultimo Giorno:

I miei occhi/ sono grida acute

come gli occhi di un cane frustato, affamato

C’è un giornale

accartocciato

ucciso dal fango

Le mie mani spaventate

tremano

dissennate

e la tua mano bianca

la sento

dentro di me che strappa quel poco di anima

che ancora mi resta.

Carnevali collaborò con la Little Review durante il suo periodo americano (nel numero 11 un suo racconto è tra il XIII capitolo dell’Ulisse e le poesie di Sherwood Anderson) e fu vicedirettore di Poetry. La caratteristica principale dello stile di Carnevali è l’urgenza di raccontare la sua vita con l’entusiasmo tipico di chi arriva dalla periferia. E poi scriveva in inglese, la lingua dell’esilio imparata servendo ai tavoli dei ristoranti, per le strade di New York («Quante volte nelle strade di Manhattan/ho scagliato il mio odio») e le sue poesie sono piene delle ribellioni, sogni e immaginazioni tipiche degli immigrati.

Nel periodo passato a Chicago andava spesso a trovare Sherwood Anderson e per un certo periodo ha anche vissuto proprio a casa sua. Ed è proprio Sherwood Anderson che, in questa assenza di informazioni su questo poeta, ha raccontato quando e come Carnevali perse il contatto con la realtà: era una notte di neve a Chicago, Carnevali lo va a trovare – dopo mesi che non si incontravano – e gli chiede se vuole uscire a camminare con lui. È molto malato, magrissimo, poco coperto, senza cappotto. Dopo mezz’ora corre fuori da casa, Anderson prova a rincorrerlo per convincerlo a prendere almeno il cappotto, ma era già andato via e per ore vaga nella bufera. Lo trovano più tardi in ginocchio nella neve davanti alla casa della prostituta che lo manteneva e gridava, gridava a Dio, di salvare la sua anima e l’anima della sua donna che era al lavoro.

Questa è invece la versione fornita da Emanuel Carnevali nella sua autobiografia:

«Corsi da Sherwood Anderson e lo pregai che mi desse qualcosa da mangiare, pensando che l’azione meccanica del masticare mi avrebbe aiutato a riportarmi alla realtà. Divorai tutto quello che mi diede, ma non valse a nulla. Con il pretesto che sua moglie sarebbe rientrata da lì a poco e che forse si sarebbe spaventata nel vedermi in quello stato, Sherwood Anderson, mi mise garbatamente alla porta. Barcollai, fuori, nella neve, ubriaco per quei terribili sintomi di follia, vagando per strade che mi erano da sempre note e da sempre sconosciute. Avevo per compagne la tremenda Paura delle Paure, la paura di non esser più in grado di capire il significato delle cose e la Miseria di tutte le Miserie: quella di capire che era scomparsa in me la facoltà di distinguere una cosa dall’altra e perfino la volontà di distinguerle».

In quel periodo la mano destra gli tremava continuamente e non riusciva più a lavorare, gli mancavano le forze, non riusciva a concentrarsi a lungo. La diagnosi purtroppo fu terribile: encefalite letargica. L’ultimo suo lavoro è stato quello di trasportare sacchi di tappi di sughero da una parte all’altra di Chicago. Dopo, si abbandonerà completamente alla malattia. Emanuel Carnevali «accarezza il sogno, ma non riesce a stringere la presa»[3] : nel 1922 è costretto a rientrare in Italia, dove il padre lo fa ricoverare nell’ospedale civile dove muore nel 1942.

Fatevi regalare Il Primo Dio[4], è bellissimo. Nel 2013 Emidio Clementi ha realizzato Notturno Americano insieme a Corrado Nuccini e a Emanuele Reverberi, entrambi componenti dei Giardini di Mirò, dove propone un reading di testi Emanuel Carnevali. Li ho visti dal vivo qualche estate fa e ancora ho i brividi ripensando a quella serata. E torno a quel cd ogni volta che sono in difficoltà perché trovo conforto nella poesia con la quale viene raccontata la vita di miseria di Emanuel Carnevali negli Stati Uniti. Grazie Emidio Clementi, senza Lungo i Bordi avrei continuato a ignorare l’esistenza di questo poeta. E grazie a chi leggendo questo post potrà darmi informazioni sul racconto scomparso di Sherwood Anderson.

p.s.: vi lascio con un indovinello. Nella canzone Bye Bye Bombay degli Afterhours, Manuel Agnelli dice a un certo punto: «Sai Mimì che la paura è una cicatrice». Chi è Mimì?


[1] William Carlos Williams, “The Autobiography of William Carlos Williams”, New Directions, 1967
[2] Sherwood Anderson, “Sherwood Anderson’s Memoirs: A Critical Edition”, Ed. Ray Lewis White, 1969
[3] Emidio Clementi, L’Ultimo Dio, Fazi Editori, 2004
[4] Emanuel Carnevali, Il Primo Dio, Adelphi, 1978

 

Corrispondenze da Dublino

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Photo by Eleonora Paulicelli

Ci sono settimane della propria vita in cui accade tutto e tutti i rinnovamenti – in meglio – che hai atteso per anni finalmente arrivano. Contemporaneamente all’inizio di questa avventura di Tre Racconti c’è stato un cambiamento importante nella mia vita: mi sono trasferita a Dublino. Erano anni che volevo migliorare le mie competenze lavorative con un’esperienza all’estero e finalmente si è presentata una grande occasione. Sinceramente mi sento fortunata non solo per l’occasione di crescita lavorativa, ma anche perché qui a Dublino sono nati moltissimi scrittori che ho letto e amato: Bram Stoker, Oscar Wilde, Samuel Beckett, Sheridan Le Fanu e James Joyce.

Sin dalle prime passeggiate per la città ho notato subito lo stretto rapporto con James Joyce: camminando per Dublino è facile incontrare targhe con l’immagine di Leopold e frasi tratte dall’Ulisse. Inoltre la sorte mi ha riservato in dono di lavorare proprio al numero civico dove viveva la famiglia Bloom dell’Ulisse: ogni giorno entro a lavoro e ad attendermi c’è la targa con il viso di Leopold Bloom. Ho sempre guardato Joyce con estremo rispetto, ma anche con molto timore a causa dei miei ricordi scolastici legati a quel libro, ma ora sono a Dublino, dove l’autore irlandese è nato ed è in parte vissuto, quindi colgo l’occasione per accorciare le mie distanze con James.

Poiché qui a Tre Racconti parliamo di racconti brevi, Gente di Dublino è sicuramente il testo con cui occorre confrontarsi. È una raccolta di 15 racconti brevi ambientati nella Dublino della fine del XIX secolo nei quali Joyce descrive la vita e le difficoltà della classe media. Quello che ho notato sin dalle prime pagine è la presenza della città: in ogni racconto ci sono le sue strade, piazze, ponti, stazioni e linee ferroviarie che fanno da architettura portante ai racconti. In I Due Galanti Joyce racconta una chiacchierata tra due ragazzi che percorrono la città e i dialoghi di questo racconto sono intervallati dalle strade percorse: Dorset street, Nassau street, Stephen’s Green e io che vivo qui riesco a creare una forte connessione tra me e i personaggi di questi racconti perché li localizzo geograficamente mentre leggo, li vedo camminare per queste vie. Provate a leggerlo con la cartina di Dublino sotto mano!

Un altro esempio di come Joyce utilizzi la città è nell’incipit di un altro racconto, Arabia:

Dato che era un vicolo cieco, la North Richmond Street era tranquilla, eccetto che nell’ora in cui i Fratelli delle Scuole Cristiane, finite le lezioni, lasciavano uscire i ragazzi. Una casa disabitata a due piani occupava il fondo cieco ed era separata dalle abitazioni vicine da un quadrato di terreno. Le altre case, consapevoli della vita dignitosa che si viveva al loro interno, si guardavano l’un l’altra con facce scure e imperturbabili.

In questo modo Joyce utilizza la città per creare un set cinematografico per il racconto, come l’allestimento di una pièce teatrale, come la scenografia di un film. Il Liffey, fiume che attraversa Dublino, è inserito spesso da Joyce nei racconti conferendogli anche la valenza simbolica dell’energia contenuta nella città. In Un Incontro, racconto di due ragazzi che saltano un giorno di scuola e passano la giornata senza meta in giro per la città, il Liffey rappresenta un confine fisico e psicologico e una volta attraversato gli umori cambiano e la stessa innocenza dei ragazzi è in parte persa.

E ora che vivo qui, posso immaginare perché Joyce abbia utilizzato così tanto la città in Gente di Dublino: i colori del fiume, del cielo e della città sono pura poesia, soprattutto al tramonto. La foto di questo post l’ho fatta io con un semplice telefonino e quando capita una giornata di sole, mi piace uscire dal lavoro, andare verso O’Connell Street e trovare ristoro in quei colori sull’ O’Connell Bridge. Anche i Radiohead gli hanno dedicato un verso di How to Disappear Completely, canzone che vi consiglio di ascoltare, se non la conoscete già:

That there,
that’s not me
I go where I please
I walk through walls,
I float down the Liffey
I’m not here,
this isn’t happening

Fin qui si potrebbe pensare che questa in realtà sia solo la storia di uno scrittore che racconta la propria città, ma non è così semplice. Infatti, Joyce lasciò Dublino nel 1904 senza farvi più ritorno e questo rende ancora più singolare pensare che invece Dublino sia il centro del suo universo letterario. Celebre è la sua lettera inviata a un editore di Londra in cui spiega perché sceglie Dublino come luogo per i suoi racconti: «La mia intenzione era di scrivere un capitolo della storia morale del mio paese e ho scelto Dublino come scena perché quella città mi pareva essere il centro della paralisi.»[1]

La paralisi è un tema ricorrente in questi racconti, in altre parole l’impossibilità dei protagonisti di agire, prendere decisioni, migliorare le proprie condizioni di vita e le cause di questa paralisi vanno ricercate molto spesso nella famiglia. In Un Caso Pietoso ecco cosa pensa uno dei protagonisti: «Sembrava che un unico essere umano l’avesse amato, e lui le aveva negato la vita e la felicità, l’aveva condannato all’ignominia, a una morte vergognosa».

Anche le descrizioni delle case e delle famiglie contribuiscono notevolmente a creare questo senso di claustrofobia che aleggia in questi racconti. Nonostante questa paralisi e decadimento, Joyce conferisce però dignità e umanità ai protagonisti utilizzando la sua scrittura per rendere poetica la loro vita che altrimenti sarebbe rimasta invisibile, come accade sempre agli ultimi.

La pubblicazione di Gente di Dublino fu un parto lungo quasi 10 anni, iniziò a inviarlo agli editori a partire dal 1905 e vide la luce solo nel 1914 dopo averlo sottoposto all’attenzione di 15 editori differenti. Il ritardo nella pubblicazione fu dovuto alla richiesta di modifiche da parte degli editori per timore di suscitare scandali, ma lui difese i suoi racconti sempre a spada tratta. Sempre dalla lettera all’editore di Londra:

L’ho scritto [Gente di Dublino, ndr] per la maggior parte in uno stile scrupolosamente povero e con la convinzione che è un uomo audace colui che osa cambiare nella presentazione e ancor più deformare qualunque cosa abbia visto o udito.

Quando Joyce riuscì a far pubblicare Gente di Dublino la prima guerra mondiale era in corso e quasi nessuno si accorse di questa pubblicazione. Grazie alla sua determinazione, però, abbiamo una testimonianza della città e della società dublinese del tempo che altrimenti avremmo perso. Per tornare al nostro sito e al perché siamo qui, vi ringrazierò se vorrete essere tanto determinati nello scrivere e inviarci dei racconti e abbastanza determinati nel capire le nostre ragioni se abbiamo deciso di non accettarli. E spero siate altrettanto determinati nel chiederci spiegazioni, e nel riprovarci ancora.

Siamo qui per imparare.

 

 


[1] James Joyce, Lettere. Il carteggio del più grande scrittore del Novecento, Ed. Pgreco 2012

Anche questo è un racconto

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Tra mezz’ora e due ore in una singola seduta: secondo Edgar Allan Poe questo è il segreto che la forma del racconto breve ha per eccitare ed elevare l’anima del lettore. Poe afferma infatti che il breve tempo impiegato da chi legge racconti garantisce all’autore «… di realizzare la pienezza della sua intenzione»E se invece di mezz’ora l’autore impiegasse solo 5 minuti, per esempio il tempo di una canzone? Potrei ancora parlare di racconto? Secondo me sì. E scomodo Bob Dylan per dimostrarvelo.

Here comes the story of the Hurricane
The man the authorities came to blame
For somethin’ he never done
Put in a prison cell, but one time he could been
The champion of the world

Avevo 13 anni e avevo appena iniziato a studiare inglese. In quel periodo giocavo a riconoscere quante più parole possibili ascoltando canzoni inglesi alla radio. Un giorno alla radio ho ascoltato Hurricane, una canzone di Bob Dylan che racconta la storia di Rubin Carter, un pugile di colore di nome d’arte Hurricane, incolpato ingiustamente per il triplice omicidio commesso a Lafayett Bar (New Jersey) il 17 giugno 1966.

Pistol shots ring out in the barroom night
Enter Patty Valentine from the upper hall
She sees a bartender in a pool of blood
Cries out my God, they killed them all

Hurricane non era a Lafayett Bar, ma venne accusato ingiustamente del triplice omicidio per pregiudizio razziale.

To the white folks who watched he was a revolutionary bum
And to the black folks he was just a crazy nigger
No one doubted that he pulled the trigger

Il processo fu una farsa, tutto venne deciso prima.

All of Rubin’s cards were marked in advance
The trial was a pig-circus, he never had a chance
The judge made Rubin’s witnesses drunkards from the slums
[…]
How can the life of such a man
Be in the palm of some fool’s hand
To see him obviously framed
Couldn’t help but make me feel ashamed to live in a land
Where justice is a game

Hurricane fu scarcerato solo nel 1985, quando un giudice della corte federale sentenziò che non aveva ricevuto un processo equo. Con questa canzone ho iniziato a riflettere sul razzismo e su come questa storia fosse una degna rappresentazione del pregiudizio razziale che ancora anima molte aree degli Stati Uniti. E tutt’ora quando leggo notizie di aggressioni xenofobe ritorno sempre con la mente a HurricaneBob Dylan venne a conoscenza di questa storia  leggendo The Sexteenth Round, autobiografia che lo stesso Hurricane gli inviò dal carcere. La canzone fu pubblicata nell’album Desire del 1976  ed è sicuramente una delle canzoni più amate e conosciute di questo cantante.

Tra i meriti di Bob Dylan c’è sicuramente quello di aver ridato dignità alla poesia rendendola popolare attraverso le sue canzoni. Riuscì a dare una voce folk alla poetica della Beat Generation che fino ad allora si era espressa solo attraverso altre forme artistiche. Lo stesso Allen Ginsberg disse: «Vedere se la grande arte può essere realizzata per mezzo di un juke box costitutiva una sfida, e Dylan ha dimostrato che è possibile». Ma Bob Dylan è sempre stato cosciente della limitatezza che una canzone ha come forma espressiva rispetto alla poesia:

È difficile riuscire a essere liberi con una canzone – riuscire a farvi entrare tutto. Le canzoni hanno troppi limiti… Si possono modificare le parole e in parte anche la metrica, ma una struttura deve pur sempre esserci… Ecco perché scrivo un sacco di poesie, se questa è la parola giusta per indicare ciò che scrivo; la poesia può creare da sé la propria forma.

In Hurricane però riesce a dare forma a una storia d’ingiustizia e nei 5 minuti della canzone ci porta lì: durante gli spari nel locale, quando vanno a prendere Hurricane per portarlo in carcere, durante il processo, quando gli leggono la sentenza di condanna. Molte persone, compresa me, non avrebbero mai sentito parlare di Hurricane se Bob Dylan non avesse scritto questa canzone.

Tante volte pensiamo a una canzone come un motivetto da canticchiare sovrappensiero, ci fossilizziamo nel considerare ogni forma d’arte chiusa in compartimenti stagni separati indissolubilmente l’uno dall’altro. Bob Dylan è riuscito a «realizzare la pienezza della sua intenzione» in Hurricane (come scriveva Poe a proposito dei racconti brevi) perché in 5 minuti ci ha mostrato come i pregiudizi che permeano la nostra società possano portarci ad opinioni sbagliate. E Hurricane è la dimostrazione che anche una canzone può essere un racconto (per me). Scommettete che ve lo dimostro ancora?

 

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