Autore: Eleonora Paulicelli

Pugliese con l’animo mittleuropeo e il cuore in Norvegia.
Se sposasse uno dei Karamazov sarebbe senza dubbio Ivan.

Belfast e The Peace Wall

Fotografia dell’autrice

 

Ogni volta che si pensa ad una vacanza in Irlanda si pensa a Dublino, a Galway, alle scogliere a picco sul mare e alla natura incontaminata. In realtà c’è un’altra città molto importante su questa isola, Belfast, famosa per tutt’altre ragioni. Chi come me è nato negli anni ‘70 o prima ricorderà infatti i telegiornali che riportavano quasi quotidianamente le notizie degli scontri tra cattolici e protestanti. Una visita a questa città è quindi molto attuale in questo periodo storico in cui si ritorna a parlare di chiudere le frontiere e alzare muri. Perché in questa città i muri ci sono realmente e in alcune zone possono arrivare fino a otto metri di altezza.

Comunque, andiamo con ordine.

Gli scontri tra cattolici e protestanti iniziarono negli anni ‘60 a causa delle discriminazioni subite dai cattolici dell’Irlanda del Nord che, dopo la proclamazione della Repubblica Irlandese e la relativa separazione da essa, si ritrovarono in minoranza scontrandosi con notevoli difficoltà: non riuscivano né a trovare lavoro né a trovare una casa (in giro per Belfast troverete tanti graffiti di denuncia di queste discriminazioni) e le regole elettorali erano scritte in modo tale che i cattolici non potessero mai vincere le elezioni. Ebbe così inizio questa lunga guerra durata 30 anni nella quale furono uccise 3000 persone.

La città alla fine degli anni ‘60 pensò di risolvere i conflitti costruendo un muro per dividere i quartieri cattolici da quelli protestanti. Il muro fu chiamato Peace Wall e già dalla scelta del nome si può immaginare quanto il governo Nordirlandese abbia sempre cercato di minimizzare il livello di scontro che realmente c’era (mi chiedo come si possa ancora pensare che le parole non abbiano un peso). Dobbiamo aspettare il 10 Aprile del 1998 per la firma dell’accordo di pace tra le parti, giorno che viene ricordato come il Good Friday. Di quegli anni rimangono ancora i muri costruiti. Ce ne sono “solo” 99 per un totale di circa 15 km di lunghezza e possono arrivare a otto metri di altezza con tanto di filo spinato e porte d’accesso che possono essere chiuse durante la notte o per il fine settimana.

Gli scontri nell’Irlanda del nord richiamano alla mente la famosa canzone degli U2 Sunday Bloody Sunday ispirata ad una manifestazione cattolica terminata in tragedia perché i soldati inglesi iniziarono a sparare sui manifestanti disarmati uccidendo 14 civili. Capitò spesso negli anni che i cattolici avessero come avversari non solo i protestanti civili, ma anche l’esercito inglese. Questo accadde nel 1972 a Derry e per farvi capire il delirio tra cattolici e protestanti basti pensare che la città si chiama Derry per i cattolici e Londonderry per i protestanti, per rimarcare la fedeltà alla Regina.

In seguito agli accordi del Good Friday le due fazioni vennero smilitarizzate e il clima ora è più tranquillo. Gli episodi di attrito però continuano. Ogni 12 luglio, per esempio, i protestanti celebrano la vittoria del re protestante Guglielmo III D’Orange sul Cattolico Giacomo II con una processione arancione, processione che ovviamente non perde l’occasione di sfilare attraverso i quartieri cattolici. E per iniziare i “festeggiamenti” i protestanti ammassano cinque metri in altezza di legna creando un enorme falò per intimidire i cattolici. Certo un po’ si sono calmati, adesso non mettono sulla sommità del falò la bandiera della Repubblica Irlandese dandole fuoco.

Sunday Bloody Sunday fu suonata a Belfast due mesi prima della pubblicazione del loro album War che la contiene e le leggende narrano che gli U2 chiesero al pubblico di Belfast se potevano inserirla nell’album o se preferissero non ascoltarla più. Quella canzone fu suonata solo un’altra volta sempre a Belfast e per molti anni non è più stata suonata dal vivo.

Questa visita mi ha particolarmente toccata e mi sono messa subito a cercare scrittori che avessero raccontato quegli anni. Ho scoperto una interessante raccolta di racconti brevi The Hurt World: Short Stories of the Troubles[1] del 1995 che però non credo sia mai stata tradotta in italiano. La raccolta inizia proprio con il racconto di Frank O’Connor di cui vi avevo parlato in precedenza ed è incluso Dead and Son di McLaverty, una storia che mi ha particolarmente colpito.

Dead and Son parla del rapporto tra un padre e un figlio che cercano di mantenere una apparente normalità attraverso attività come la pesca o la condivisione della cena a fine giornata. In realtà in quegli anni tutto può succedere e il padre, molto preoccupato per la vita di suo figlio, prende addirittura il Valium due volte al giorno per evitare una crisi di nervi. Ciò che lo preoccupa maggiormente sono i profondi sentimenti anti protestanti maturati dal figlio e la possibilità che il giovane sia entrato a far parte dell’IRA. Ipotesi e paure confermate successivamente dal ritrovamento di un fucile nascosto sotto il letto del figlio. Un giorno il ragazzo riceve la visita di un amico in camera sua, ma cinque minuti dopo si sente uno sparo: il padre corre in camera e trova il figlio morto per terra e la finestra aperta da dove probabilmente il suo amico è scappato.

Questo racconto è stato scritto prima del Good Friday e mostra la paura e la violenza che governava la vita dei cittadini di Belfast. Aver visitato Belfast l’ha reso tremendamente verosimile: le preoccupazioni del padre, il Valium per stare calmo, il figlio arruolato nell’IRA. Sono stati decenni difficili. Dead and Son è pieno di emozioni, come ansia e paura, e mostra come la guerriglia urbana a Belfast in quegli abbia predeterminato fortemente le vite dei suoi cittadini. Ovviamente le cose ora sono molto cambiate e le nuove generazioni non portano più avanti queste battaglie ideologiche, escono insieme, si sposano tra di loro, però la rabbia e la paura sono ancora vive nei ricordi di chi le ha vissute.

La guida cattolica che mi ha accompagnato quel giorno in giro tra quartieri protestanti e cattolici ha 60 anni e quel periodo se lo ricorda molto bene. Mi ha mostrato le foto dei palazzi distrutti, dei controlli che subivano prima di entrare nei supermercati. Mi ha anche raccontato dei lunghi anni di disoccupazione che ha passato. Gli ho chiesto se fosse ancora contento di avere un muro di otto metri a separarlo dai protestanti e lui mi ha risposto di sì. Mi ha detto che si sente più sicuro. Questa risposta mi ha fatto molto pensare e tutt’oggi mi torna in mente perché siamo nel 2017 e pensavo che almeno in Europa avessimo gli strumenti per poter vivere in pace tra di noi.

How long? How long must we sing this song?

La risposta a questa domanda che gli U2 si sono posti nel 1983 penso sia ancora aperta.

 


[1] The Hurt World: Short Stories of The Troubles, Micheal Parker, 1995

Johnny Panic and the Bible of Dreams

 

By the roots of my hair some god got hold of me

I sizzled in his blue volts like a desert prophet.

È con questi versi di Hanging man che Sylvia Plath racconta la sua esperienza all’ospedale psichiatrico McLean. Come vi scrivevo nell’ultimo post, il periodo che Sylvia Plath vi trascorse ispirò i suoi lavori. Lo ritroviamo nelle sue poesie, ne La campana di Vetro[1] e in alcuni racconti brevi. Tra questi ce n’è uno dal titolo molto curioso, Johnny Panic and the Bible of Dreams[2]. Scritto nel 1958, uscì postumo nel 1968 e ispirò i Tears for Fears a pubblicare un singolo con questo titolo nel 1991.

Johnny Panic and The Bible of Dreams racconta di una segretaria che lavora in una clinica psichiatrica passando le sue giornate a trascrivere i problemi dei pazienti nelle cartelle ciniche («Nobody comes to our office unless they have troubles»). Insieme a problemi lievi come mal di testa e insonnia, trascrive anche i sogni dei pazienti nella speranza che la loro vita inconscia fornisca elementi per salvare quella cosciente. I sogni dei pazienti diventano la sua più grande passione, se non addirittura ossessione: di giorno trascrive e di notte li memorizza nella Bibbia dei Sogni rimanendo sveglia tutto il tempo per riviverli con la sua immaginazione. Per i pazienti di cui non ha informazioni, prova a immaginare lei stessa quali possano essere i loro sogni:

«I also remember quite clearly the scenario of the dream I had worked out for this guy: a gothic interior in some monastery cellar, going on and on as far as you could see, one of those endless perspectives between two mirrors, and the pillars and walls were made of nothing but human skulls and bones, and in every niche there was a body laid out, and it was the Hall of Time, with the bodies in the foreground still warm, discoloring and starting to rot in the middle distance, and the bones emerging, clean as a whistle, in a kind of white futuristic glow at the end of the line. As I recall, I had the whole scene lighted, for the sake of accuracy, not with candles, but with the ice-bright fluorescence that makes skin look green and all the pink and red flushes dead black-purple. You ask, how do I know this was the dream of the guy in the black leather jacket. I don’t know. I only believe this was his dream, and I work at belief with more energy and tears and entreaties than I work at recreating the dream itself».

In questo racconto tutti i mali dei pazienti dipendono da una sola causa: «Panic with a dog-face, devil-face, hag-face, whore-face, panic in capital letters with no face at all – it’s the same Johnny Panic, awake or asleep». Johnny Panic è appunto colui che fa e che conserva i sogni. Johnny Panic è la risposta a tutto, non solo ha tutte le possibili facce immaginabili dei sogni che trascrive, ma è anche la rappresentazione dell’ansia. Il nome Johnny Panic è appunto il Panico di vivere, ma è anche la normalità richiesta della società rappresentata da un nome comune come Johnny. Questo racconto è un po’ anche l’esplorazione della follia e della normalità della mente umana attraverso tutti i personaggi che si incontrano. I protagonisti non sono solo i pazienti, ma anche i dipendenti di altre cliniche mentre ad essere riportate sono tutti i particolari e le ossessioni: tutte rappresentazioni della psicosi che ormai aveva preso il sopravvento della mente di Sylvia Plath.

In realtà il rifiuto di Frank O’Connor di accettare Sylvia Plath nella sua classe estiva fu solo la classica goccia che fece traboccare il vaso perché le prime avvisaglie delle sue crisi esistenziali si possono già trovare nei suoi diari o lettere del suo periodo newyorkese. Nel 1953 si trasferì a New York dove fu scelta scelta come guest editor della rivista Mademoiselle, molto famosa per essere una rivista di qualità per giovani donne intelligenti. La sezione dedicata alla cultura era in effetti veramente di tutto rispetto. Sulle sue pagine vennero pubblicati scritti di Albert Camus, Truman Capote, William Faulkner, Tennessee Williams e Dylan Thomas e sfogliando qualche copia online è possibile imbattersi quasi sicuramente in una Sylvia Plath versione modella.

Sylvia, eccitatissima di iniziare, ebbe attraverso quel lavoro l’opportunità di far parte della vita mondana del tempo, ma il contrasto tra la sua sensibilità e la durezza della vita in una città grande come New York mise a dura prova il suo benessere mentale sin dai primi giorni. In particolare, in una lettera inviata al fratello[3] racconta che dopo essersi persa nella metro di New York si ritrovò in una stazione piena di mendicanti, gente con gambe amputate che chiedeva l’elemosina tenendo in mano una piccola tazza per il tè, immagini in contrasto con la sua vita fatta di feste. In un’altra lettera al fratello aveva infatti definito New York la città «delle pene, delle feste e del lavoro».

New York è anche l’incubatore del suo unico romanzo, La Campana di Vetro, la cui protagonista Esther è ritenuta da molti la sua trasposizione letteraria. Scritto probabilmente proprio per liberarsi dai fantasmi del passato, contiene un episodio della vita newyorkese raccontato anche nel suo diario personale. Solo che mentre in quel diario aveva parlato dell’incontro ad una festa con un uomo peruviano che si limita a definire crudele, in La campana di Vetro si trasforma in ciò che realmente fu: il racconto di un atto di violenza da lei subìto.

Mentre, però, ne La campana di Vetro è evidente l’aspetto autobiografico, Johnny Panic and The Bible of Dreams, pur avendo elementi biografici, è visionario. Per esempio, ai pazienti della clinica viene prescritto l’elettroshock: «In our clinic, treatment doesn’t get prescribed. It is invisible. It goes right on in those little cubicles, each with its desk, its two chairs, its window arid its door with the opaque glass rectangle set in the wood».

Devo dire che qui si sente l’eco della psicanalisi di Freud. La stessa Bibbia dei Sogni è un richiamo a L’interpretazioni dei sogniJohnny Panic and The Bible of Dreams è come una finestra introspettiva nella mente di Sylvia Plath e mostra la continua lotta tra la sua sensibilità interiore e il mondo esterno, allo stesso modo in cui la sua protagonista a un certo punto si trova tra lo scegliere se vivere attraverso i propri sogni o quelli dei pazienti. Nel racconto, il direttore del centro, dopo aver sorpreso Esther a leggere la Bibbia dei Sogni, capisce che in realtà quella segreteria non è una dipendente, ma una paziente. Le prescrive, quindi, una serie di elettroshock. Lo stesso trattamento che subì Sylvia.

 


[1] Sylvia Plath, La Campana di Vetro, Mondadori, 2016.

[2] Sylvia Plath, Johnny Panic and the Bible of Dreams: and other prose writings, Faber & Faber, 1998.

[3] Sylvia Plath, Letters Home, Faber & Faber, 2011.

The Easter Rising

 

La ricorrenza pasquale è legata a un avvenimento molto importante della storia irlandese: il 24 Aprile 1916, lunedì di Pasqua, iniziò la rivolta per l’indipendenza dalla Gran Bretagna. La lettura della proclamazione della Repubblica Irlandese e l’occupazione dell’ufficio postale in O’Connell Street segnarono l’inizio della ribellione che sarebbe stata sedata dall’esercito britannico sei giorni più tardi in un bagno di sangue. Molti partecipanti furono giustiziati a morte e tra questi James Connolly che guidava l’Esercito dei cittadini irlandesi, figura di spicco nella storia della ribellione irlandese.

A testimonianza di ciò che diventa l’uomo in tempi di guerra, occorre ricordare che Connolly era su una sedia a rotelle e che gli ufficiali inglesi, per umiliarlo definitivamente, decisero di sparargli dopo averlo legato saldamente alla sedia. Questi giorni, ricordati come The Easter Rising, furono solo l’inizio del cammino verso la Repubblica che venne proclamata nel 1923. La testimonianza letteraria di questi fatti ci è stata lasciata da Frank O’Connor, lo scrittore irlandese legato alla ribellione e alla guerra civile irlandese per antonomasia.

Frank O’Connor registrato all’anagrafe come Micheal O’Donoval nasce a Cork nel 1903 ed è uno dei nomi di spicco tradizionalmente associati alla forma del racconto breve. Carver, ad esempio, lo inserì nell’elenco degli scrittori che lo ispirarono maggiormente e utilizzò spesso i suoi racconti come oggetto delle lezioni universitarie. L’autobiografia di Frank O’Connor[1] fu invece citata da John Fitzgerald Kennedy per descrivere gli sforzi compiuti durante le missioni spaziali. Proprio in quel testo infatti O’Connor raccontava che da ragazzo passava molto tempo ad attraversare le campagne irlandesi con i suoi amici e che quando si trovavano di fronte ad un muro molto alto, per darsi coraggio, lanciavano al di là di questo i propri cappelli: a quel punto l’unica cosa che potevano fare era superare il muro e andare a riprenderli. Kennedy mentre era in visita presso la Air Force School di San Antonio riportò questa immagine del cappello nel suo discorso e la utilizzò per descrivere l’avventura spaziale intrapresa dagli USA: «… Questa nazione ha lanciato il suo cappello al di là del muro dello spazio e non abbiamo scelta se non di seguirlo» [2]. Il giorno dopo questo discorso J. F. Kennedy fu assassinato.

La ribellione di Pasqua è legata in particolare ad un racconto, Ospiti della Nazione, che dà anche il nome ad una raccolta pubblicata originariamente in Irlanda nel 1931 e recentemente ripubblicata in Italia[3]. Ospiti della Nazione racconta dell’amicizia che nasce tra due soldati dell’IRA, Bonaparte e Noble, e due soldati dell’esercito inglese, Hawkins e Belcher, ostaggi dall’esercito irlandese. I quattro soldati passano molto tempo insieme giocando a carte, parlando di politica ed economia e questa amicizia provoca una vera crisi di coscienza nei due soldati irlandesi quando viene ordinata l’esecuzione dei due ostaggi. L’ordine viene dato proprio a Bonaparte e Noble che non solo non vogliono eseguire gli ordini, ma cercano pure di convincere i loro superiori dell’inutilità dell’esecuzione.

Nel dilemma esistenziale di questi due soldati c’è rappresentato tutto il dramma dell’uomo: le regole scritte della guerra dominano tutto ciò che di umano c’è nella nostra esistenza. L’autore, attraverso la storia di questi soldati, ci invita a riflettere sulla inadeguatezza degli ideali quando si è in guerra, perché non c’è nulla di umano in essa. Questo messaggio rende il racconto universale.

In un altro racconto di questa raccolta, La moglie di Jumbo, c’è la storia di una moglie che, malmenata e continuamente umiliata dal marito, per vendetta mostra ad un ufficiale inglese una lettera indirizzata a Jumbo. Questa lettera dimostra all’ufficiale che Jumbo in realtà è una spia e segna di fatto la sua condanna. «Ognuno di noi non sa che effetto avranno le nostre azioni» è una frase contenuta in questo racconto. Ci ho ripensato spesso nei giorni seguenti la lettura perché realmente non abbiamo alcun potere sulle conseguenze delle nostre azioni. La guerra in questa raccolta di storie è sempre presente, ma non attraverso la descrizione di scene di violenza, quanto nel suo modo di insinuarsi nei rapporti piegandoli alle proprie regole.

La giovane età di O’Connor non gli impedì di partecipare alla successiva guerra di indipendenza arruolandosi nell’Irish Republic Army (IRA) nel 1919 a soli 16 anni. Nel febbraio del 1923 O’Connor fu arrestato ma non fucilato perché fortunatamente non aveva armi con sé. In seguito fu deportato nel campo di prigionia di Gormanstown condividendo la cella con i futuri esponenti della vita politica irlandese come Sean O’Kelly, futuro Presidente dell’Irlanda. Con questi ebbe moltissime discussioni a proposito della guerra e celebre è una sua frase in cui dichiarava il suo rifiuto della sua violenza: «Meglio vivere, leggere, visitare luoghi d’arte». Inutile dire che si attirò le antipatie di molti, ma questo non lo fermò mai dall’esprimere le sue posizioni nette contro la guerra. Da questa esperienza in carcere nascerà il racconto A Boy in Prison che molti ritengono tra i più cupi (purtroppo introvabile). Stupisce sicuramente che nonostante O’Connor sia entrato nell’IRA giovanissimo e abbia vissuto tutte le atrocità di una guerra civile, non abbia mai sviluppato sentimenti di vendetta nei confronti del popolo inglese. Ospiti della Nazione è considerato il suo manifesto contro la guerra, scritto perché non si cadesse nell’errore di glorificarla dimenticando le atrocità commesse.

Ospiti della Nazione ha anche ispirato il film Moglie del soldato di Neil Jordan.

La guerra civile irlandese e tutto ciò che ne è derivato, per esempio la separazione della Repubblica d’Irlanda dal Nord e il terrorismo che per molti anni ha fatto parte della quotidianità di questa nazione, ha ispirato moltissimi artisti. Ne sono due esempi la celebre canzone Sunday Bloody Sunday degli U2 e Zombie dei The Cranberries, a proposito della quale la cantante Dolores O’ Riordan disse che era una rappresentazione di ciò che si diventa quando la violenza fa parte integrante della propria vita. Appunto degli Zombie, totalmente assuefatti alla sua atrocità.

C’è una particolarità editoriale legata a Ospiti della Nazione: O’Connor non ha mai autorizzato la ristampa perché lui aveva l’abitudine di riscriverli più volte. A proposito di questa abitudine, ecco cosa diceva Carver:

Frank O’Connor, a great Irish short story writer, probably the best short story writer in this century, would rewrite them his stories twenty, thirty, forty times – those great long stories of his. And then he would oftentimes rewrite them after they were published. He said, you just put down any old rubbish on that first draft, and you put black on white – just let it go, that first draft, just get anything out.[4]

La vita di O’Connor in Irlanda dopo la rivoluzione continuerà con persistenti scontri con la società: viene spesso censurato perché le sue idee vengono ritenute antipatriottiche e insieme a lui vengono censurate anche le opere del premio Nobel per la letteratura Yeats. Forse la definizione migliore della personalità di O’Connor la diede Robert Frost: «Le sue polemiche con il mondo intero erano quelle di un uomo che del mondo era profondamente innamorato». E nei suoi racconti lui è in grado di restituire quel poco di umanità che rimane nell’uomo quando fuori la porta di casa c’è la guerra.

In questo clima di continuo scontro, nel 1950 accetta l’invito ad andare a insegnare come professore universitario negli USA, dove molti dei suoi racconti brevi furono pubblicati (sul New Yorker). Celebre è il suo corso di letteratura irlandese che terrà a Harvard e i suoi suggerimenti ai giovani scrittori che vengono tutt’oggi citati. Tra i consigli che dava più spesso c’era quello di raccontare ciò che accadeva a loro o a persone che conoscevano perché questo avrebbe conferito realtà ai loro racconti e avrebbe permesso loro di raccontare qualcosa che realmente conoscevano. Consiglio che proprio lui era il primo a seguire: tutti ricordano casa sua sempre piena di amici con figli al seguito e utilizzava quelle vite come ispirazione per i suoi racconti.

A quel corso di letteratura a Harvard, però, è legato anche un episodio spiacevole: O’Connor rifiutò di accettare Sylvia Plath tra i suoi studenti avendola ritenuta a un livello troppo avanzato per la sua classe. Le cronache del tempo raccontano che questo rifiuto spinse la poetessa al suicidio portandola a ingerire quaranta pillole per dormire. Gesto dal quale riuscirono per fortuna a salvarla. In seguito, tuttavia, la madre fece ricoverare Sylvia presso il McLean Mental Hospital di Boston, ospedale che in seguito avrebbe “vantato” ospiti illustri come Ray Charles e David Foster Wallace. Durante quegli anni non erano ancora disponibili trattamenti standard e sicuri per la cura della depressione e la terapia dei pazienti a cui veniva diagnosticato questo male consisteva nell’impiego dell’elettroshock. Trattamento cui, purtroppo, anche Sylvia Plath venne sottoposta. Rimase ricoverata tutto l’autunno del 1953 e fu dimessa agli inizi del 1954. Proprio a questo periodo risalgono alcune sue poesie e alcuni dei suoi racconti brevi pubblicati postumi nella raccolta di racconti intitolata Johnny Panic and The Bible of Dreams[5].

Di questo, però, vi parlerò la prossima volta.


[1] “An Only Child” Frank O’Connor, Ed Knopf

[2] “J. F. Kennedy. Una non-biografia”, Marisa Deswaef, Ed De Ferrari

[3] “Ospiti della Nazione”, Frank O’Connor, Ed Paginauno

[4] Conversations with Raymond Carver, ED Marshall Bruce Gentry and William L.Stull, 1990

[5] “Johnny Panic and The Bible of Dreams and othe prose writings”, Sylvia Palth, edizioni Faber and Faber

Il curioso caso delle antologie irlandesi

La libreria Hodges Figgis di Dublino (foto dalla pagina facebook).

Una tra le prime cose che ho fatto appena trasferita qui a Dublino è stata visitare la libreria Hodges Figgis, famosa perché citata nell’Ulisse di Joyce: «She, she, she. What she? The virgin at Hodges Figgis’ window on Monday looking in for one of the alphabet books you were going to write.»[1]. Ogni volta che entro mi fa sempre uno strano effetto pensare che Joyce sia stato qui. A piano terra, accanto alle casse, c’è uno scaffale con i libri più letti del mese e ad inizio ottobre il secondo posto era occupato da una antologia di racconti brevi di scrittrici irlandesi, The Glass Shore: Short Stories by Women Writers from the North of Ireland[2].

Non posso non nascondervi che la cosa mi abbia meravigliato molto considerato che in Italia, si sa, non solo si legge poco, ma sicuramente i racconti brevi non sono ai primi posti delle classifiche di vendite. Questa antologia raccoglie la voce di venticinque scrittrici nordirlandesi ed è stata curata dalla giornalista, scrittrice ed editrice Sinéad Gleeson.

La scelta di sole scrittrici nordirlandesi non è stata casuale. L’editrice ha voluto fortemente dare voce e spazio a queste scrittrici perché spesso nelle antologie di racconti brevi compaiono solo uomini e tra le pochissime voci femminili ci sono quasi sempre le più celebri come Mary Lavin o Edna O’Brien. La particolarità di questa antologia è il tema attorno a cui ruotano i racconti: l’identità e i confini. Sono storie di donne che emigrano da Belfast a Londra, da Dublino ad Abu Dhabi, dal nord dell’Irlanda a Cork lasciando la famiglia al confine.

Disturbing words di Evelyn Conlon è la mia preferita, la protagonista lascia la sua famiglia al confine con il nord dell’Irlanda e dice alla famiglia: «Yes, I had gone away. First to Dublin, where they couldn’t stop hearing the headlines in my accent, and then to further away, where it didn’t matter». Perché sì, quando emigri, ci saranno sempre particolari che ti porti via con te a ricordarti ogni giorno che sei ospite nella nuova terra in cui vivi. Come l’accento. Questa antologia ti fa ripensare sotto un’altra luce l’immigrazione che non è solo il viaggio fisico, ma anche una modifica della propria identità attraverso il distacco dalla propria terra e l’integrazione nel nuovo paese: il passaggio del confine non è una mai solamente una questione geografica o fisica, è una trasformazione irreversibile. In questi racconti il confine è qualcosa di fisico e mentale che definisce quale vita farai e quando decidi di superarlo tutto cambia.

Sinéad Gleeson ha curato una precedente antologia di scrittrici irlandesi: The Long Gazeback edita nel 2015. Questa prima antologia è molto particolare perché raccoglie la voce di 30 scrittrici irlandesi viventi e non, ricoprendo un periodo temporale di 217 anni. Sì, avete letto bene: 217 anni. L’obiettivo della curatrice per questa antologia era non solo di guardare ai tempi che viviamo, ma anche indietro, a quando alle donne non erano concesse molte occasioni per essere pubblicate. L’editrice con questa antologia voleva dare il giusto spazio negato in passato ed esaminare cronologicamente come si siano sviluppate le voci femminili dalle prime pioniere come la Edgeworth fino alle voci più recenti come Eimar Ryan o Roisin O’Donnell.

La raccolta inizia proprio con un racconto breve di Maria Edgeworth ed ha come protagonista una bambina che vuole un paio di scarpe nuove, ma posta di fronte ad una scelta, preferisce comprare un vaso viola pensando che all’interno del vaso ci fosse un liquido viola. Quando arriva a casa, scopre la verità e pretende di uscire di nuovo per comprare le scarpe, ma i genitori si rifiutano dicendole che occorre sempre assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Molti critici hanno rivisto questo racconto come uno dei primissimi esperimenti di descrizione della società capitalista nella quale siamo poi entrati gradualmente nei secoli successivi. Non so se questa visione sia corretta, ma ho trovato il racconto molto piacevole e sono riuscita a riconoscermi nelle dinamiche raccontate e nel rapporto che la bambina ha con i suoi genitori, nonostante sia stato scritto più di due secoli fa.

I lavori di Edgeworth sono stati si ispirazione per Scott, Yeats, Coleridge, Flanangan e Louise May Alcott, mentre John Ruskin dichiarò che c’è più da imparare nel romanzo The Absentee sull’Irlanda che da cento giornali. Non la conoscevo ed è stato bello scoprirla.

Il secondo racconto è di Charlotte Riddell e parla di un matrimonio in cui entrambi i partner sono insoddisfatti passando il tempo ad incolpare l’altro delle proprie insoddisfazioni. In questo racconto l’autrice invita le donne a lavorare perché, se proprio devono sentirsi infelici, lo siano a causa di un brutto lavoro e non di un marito insensibile. In questo racconto ho ritrovato in forma primordiale le idee di Virginia Woolf, questo probabilmente a testimonianza del fatto che le idee sull’emancipazione femminile avevano già iniziato a fecondare la società da qualche tempo.

Sono stata molto contenta di aver ritrovato in questa raccolta Evelyn Conlon con il racconto The meaning of missing nel quale ritorna sul tema della migrazione ed esplora la relazione tra due sorelle lontane, una a Dublino e l’altra in Australia, con tutte le difficoltà che ci possano essere nel mantenere rapporti quando si è molto lontani. Anne Enright nel racconto dal titolo Three stories about love, un po’ tre racconti in uno, declina alcune forme dell’amore: verso i proprio genitori, verso un figlio non ancora nato, verso un uomo appena incontrato e che finisce nel tuo letto. In queste dieci pagine c’è tutto: il rapporto con i social, le nuove e vecchie paure, frustrazioni e felicità legate a queste diverse forme di amore. C’è poi My little Pyromaniac di Mary Costello che racconta come sia difficile farsi capire in una relazione e come questo fallimento porti inevitabilmente a sentirsi soli. Questo è sicuramente il mio racconto preferito.

È stato poi interessante leggere come autrici in tempi diversi abbiano raccontato drammi come la perdita di un figlio: The Eldest Child è stato scritto in un periodo in cui di rado a una madre capitava di assistere alla morte di un figlio e questo tema è ripreso più in là negli anni nel racconto Somewhere to be, ma affrontato con un approccio diverso. L’ultimo racconto Lane in Stay è la storia di una vedova che dopo la morte del marito con il quale è stata sposata per una vita decide di sperimentare l’amore più frivolo, con ragazzi più giovani.

Devo dire che leggere i primi racconti è stato un po’ più complesso da un punto di vista dello stile, l’inglese non è ancora quello a cui sono abituata a leggere oggi sui giornali o nei romanzi. Questa raccolta non è solo interessante per le scrittrici a cui è stata data voce, ma anche perché la struttura temporale dell’antologia riesce a mostrare i cambiamenti della società irlandese attraverso le protagoniste. Le donne che, nei primi racconti sono angeli del focolare, diventano attive protagoniste dei cambiamenti dei costumi della società. E man mano che si percorre il ‘900 attraverso questi racconti, si nota subito come queste donne dimostrano di assumere sempre più coscienza e un ruolo attivo nelle storie raccontate: non sono più solo una voce narrante, ma tracciano e determinano l’evoluzione del racconto stesso. Qui non ci sono storie da romanzi rosa o, come si dice in inglese, “girly” in cui la donna viene raccontata mediante cliché. Al contrario, ci sono storie di donne che provano gioia, passione, compassione, dolore. È rappresentata tutta la ricchezza della vita declinata al femminile, anche se ormai trovo questa distinzione di genere un po’ sterile: soffriamo tutti e credo che molti uomini si possano riconoscere in molte dinamiche raccontate in queste storie. Spesso leggo dibattiti sulla necessità di dare più spazio e di leggere più autrici femminili, io credo che la risposta sia tutta in queste due raccolte.

Infine, è molto interessante notare il numero di scrittrici irlandesi che abbiano avuto la possibilità di sviluppare il proprio talento di scrittrice e mi chiedo se una operazione del genere si possa fare anche con scrittrici italiane e fare un’antologia in grado di ricoprire due secoli. Credo che una delle cose che renda posti come Dublino più culturalmente in fermento è l’esistenza di importanti università che riescono a catalizzare le energie creative. La presenza del Trinity College fondato a Dublino nel 1592 ha permesso di diffondere nella città idee nuove, di sviluppare lo spirito critico, di diffondere la cultura. E la stessa Edgeworth era figlia di un uomo di cultura che la invitava a coltivare le sue doti di scrittrice. Negli ultimi anni di vita del padre curarono insieme addirittura un trattato da presentare al governo sull’educazione scolastica nazionale. Qualunque famoso autore dublinese come Joyce, Stoker, Le Fanu o Wilde intreccia la propria vita con il Trinity College. Il segreto è sempre lo stesso da secoli: alzare il livello culturale della società promuove sempre la crescita dei talenti e la circolazione delle idee. E non sono proprio le università i luoghi di eccellenza a ricoprire questo ruolo?


[1] «Lei, lei, lei. Lei cosa? La vergine alla vetrina di Hodges Figgis lunedì, alla ricerca dei libri alfabetici che avresti scritto».

[2] The Glass Shore: Short Stories by Women Writers from the North of Ireland, Edited by Sinéad Gleeson, New Island Books, 2016. L’antologia non è stata tradotta in italiano.

Di un racconto scomparso e un poeta sconosciuto

Lo skyline di Boston – foto dell’autrice

 

La musica è insieme alla lettura un’altra mia grande passione e ad essa devo molto. Ho iniziato ad apprezzare la poesia proprio leggendo i testi delle canzoni e senza Bob Dylan, Patty Smith e tanti altri non mi sarei mai avvicinata al linguaggio della poesia che per molti anni ho trovato incomprensibile. Nella musica come nella lettura vado sempre alla ricerca di autori nuovi e qualche anno fa mi capitò di ascoltare Lungo i Bordi dei Massimo Volume, gruppo rock della scena indipendente italiana. Rimasi subito impressionata dai testi sempre inclini alla poesia, in particolare mi colpì la prima canzone di Lungo i Bordi, Il Primo Dio, questa una parte del testo:

Emanuel Carnevali, morto di fame nelle cucine d’America

sfinito dalla stanchezza nelle sale da pranzo d’America

scrivevi

E c’è forza nelle tue parole

Sopra le portate lasciate a metà, i tovaglioli usati

Sopra le cicche macchiate di rossetto

Sopra i posacenere colmi

Sapevi di trovare l’uragano

Emidio Clementi, cantante dei Massimo Volume, scrisse e dedicò questa canzone al poeta Emanuel Carnevali, nato a Firenze nel 1897 e immigrato a 16 anni negli Stati Uniti perché sognava di diventare un poeta. Non avevo assolutamente idea di chi fosse Emanuel Carnevali e la mia prima scoperta fu che frequentò il circolo letterario di Ezra Pound, Sherwood Anderson, William Carlos Williams, Edgar Lee Masters e Robert McAlmon che ne apprezzarono le sue doti poetiche. Williams lo descrive come «il poeta nero, l’uomo vuoto, la New York che non esiste», e nella sua autobiografia dice:

«McAlmon pubblicò il libro di Em[anuel], che nessuno ricorda più, uno dei migliori esempi di – di che cosa? Di un libro, un libro che è tutto di un uomo, un uomo giovane, superbamente vivo. Condannato. Quando penso a ciò che si pubblica e si legge e si loda e, regolarmente, si premia, mentre un libro così resta sepolto sotto un mucchio di cadaveri, giuro di non voler più avere successo, sono disgustato, tornano le vecchie tentazioni. Che cos’altro può fare un libro per un uomo?» [1]/p>
Sherwood Anderson compose un racconto proprio ispirato a Carnevali dal titolo Italian Poet in America pubblicato nel 1941; peccato sia introvabile e che sul web ci sono pochissime informazioni a riguardo. Per recuperare il ricordo di Anderson su Carnevali occorre leggere le sue memorie, ed ecco cosa racconta:

«Faceva ogni cosa in gran fretta. Era come un vecchio, tutto cinismo e, un momento dopo, come un fanciullo. Se ne stava seduto tranquillamente, un giovanotto ben fatto, dalla pelle olivastra, dai folti capelli neri, il tipo d’uomo, si sarebbe detto, che piace alle donne, benché egli mi avesse detto che non era vero. Diceva che quello era il grande problema, il dolore della sua vita. “Ho bisogno di una donna,” diceva “terribilmente, ma le spavento”». [2]

Emidio Clementi scoprì Carnevali grazie a un cliente di un ristorante dove lavorava come cameriere che una sera gli porse un libro dicendogli: «Qui si racconta di uno come te». Era Il Primo Dio di Emanuel Carnevali, il libro autobiografico di Carnevali pubblicato in Italia dalla Adelphi insieme alle sue poesie. Ho iniziato a leggere le poesie di Carnevali e ne sono stata rapita. Questa è per esempio una parte della poesia L’Ultimo Giorno:

I miei occhi/ sono grida acute

come gli occhi di un cane frustato, affamato

C’è un giornale

accartocciato

ucciso dal fango

Le mie mani spaventate

tremano

dissennate

e la tua mano bianca

la sento

dentro di me che strappa quel poco di anima

che ancora mi resta.

Carnevali collaborò con la Little Review durante il suo periodo americano (nel numero 11 un suo racconto è tra il XIII capitolo dell’Ulisse e le poesie di Sherwood Anderson) e fu vicedirettore di Poetry. La caratteristica principale dello stile di Carnevali è l’urgenza di raccontare la sua vita con l’entusiasmo tipico di chi arriva dalla periferia. E poi scriveva in inglese, la lingua dell’esilio imparata servendo ai tavoli dei ristoranti, per le strade di New York («Quante volte nelle strade di Manhattan/ho scagliato il mio odio») e le sue poesie sono piene delle ribellioni, sogni e immaginazioni tipiche degli immigrati.

Nel periodo passato a Chicago andava spesso a trovare Sherwood Anderson e per un certo periodo ha anche vissuto proprio a casa sua. Ed è proprio Sherwood Anderson che, in questa assenza di informazioni su questo poeta, ha raccontato quando e come Carnevali perse il contatto con la realtà: era una notte di neve a Chicago, Carnevali lo va a trovare – dopo mesi che non si incontravano – e gli chiede se vuole uscire a camminare con lui. È molto malato, magrissimo, poco coperto, senza cappotto. Dopo mezz’ora corre fuori da casa, Anderson prova a rincorrerlo per convincerlo a prendere almeno il cappotto, ma era già andato via e per ore vaga nella bufera. Lo trovano più tardi in ginocchio nella neve davanti alla casa della prostituta che lo manteneva e gridava, gridava a Dio, di salvare la sua anima e l’anima della sua donna che era al lavoro.

Questa è invece la versione fornita da Emanuel Carnevali nella sua autobiografia:

«Corsi da Sherwood Anderson e lo pregai che mi desse qualcosa da mangiare, pensando che l’azione meccanica del masticare mi avrebbe aiutato a riportarmi alla realtà. Divorai tutto quello che mi diede, ma non valse a nulla. Con il pretesto che sua moglie sarebbe rientrata da lì a poco e che forse si sarebbe spaventata nel vedermi in quello stato, Sherwood Anderson, mi mise garbatamente alla porta. Barcollai, fuori, nella neve, ubriaco per quei terribili sintomi di follia, vagando per strade che mi erano da sempre note e da sempre sconosciute. Avevo per compagne la tremenda Paura delle Paure, la paura di non esser più in grado di capire il significato delle cose e la Miseria di tutte le Miserie: quella di capire che era scomparsa in me la facoltà di distinguere una cosa dall’altra e perfino la volontà di distinguerle».

In quel periodo la mano destra gli tremava continuamente e non riusciva più a lavorare, gli mancavano le forze, non riusciva a concentrarsi a lungo. La diagnosi purtroppo fu terribile: encefalite letargica. L’ultimo suo lavoro è stato quello di trasportare sacchi di tappi di sughero da una parte all’altra di Chicago. Dopo, si abbandonerà completamente alla malattia. Emanuel Carnevali «accarezza il sogno, ma non riesce a stringere la presa»[3] : nel 1922 è costretto a rientrare in Italia, dove il padre lo fa ricoverare nell’ospedale civile dove muore nel 1942.

Fatevi regalare Il Primo Dio[4], è bellissimo. Nel 2013 Emidio Clementi ha realizzato Notturno Americano insieme a Corrado Nuccini e a Emanuele Reverberi, entrambi componenti dei Giardini di Mirò, dove propone un reading di testi Emanuel Carnevali. Li ho visti dal vivo qualche estate fa e ancora ho i brividi ripensando a quella serata. E torno a quel cd ogni volta che sono in difficoltà perché trovo conforto nella poesia con la quale viene raccontata la vita di miseria di Emanuel Carnevali negli Stati Uniti. Grazie Emidio Clementi, senza Lungo i Bordi avrei continuato a ignorare l’esistenza di questo poeta. E grazie a chi leggendo questo post potrà darmi informazioni sul racconto scomparso di Sherwood Anderson.

p.s.: vi lascio con un indovinello. Nella canzone Bye Bye Bombay degli Afterhours, Manuel Agnelli dice a un certo punto: «Sai Mimì che la paura è una cicatrice». Chi è Mimì?


[1] William Carlos Williams, “The Autobiography of William Carlos Williams”, New Directions, 1967
[2] Sherwood Anderson, “Sherwood Anderson’s Memoirs: A Critical Edition”, Ed. Ray Lewis White, 1969
[3] Emidio Clementi, L’Ultimo Dio, Fazi Editori, 2004
[4] Emanuel Carnevali, Il Primo Dio, Adelphi, 1978

 

Corrispondenze da Dublino

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Photo by Eleonora Paulicelli

Ci sono settimane della propria vita in cui accade tutto e tutti i rinnovamenti – in meglio – che hai atteso per anni finalmente arrivano. Contemporaneamente all’inizio di questa avventura di Tre Racconti c’è stato un cambiamento importante nella mia vita: mi sono trasferita a Dublino. Erano anni che volevo migliorare le mie competenze lavorative con un’esperienza all’estero e finalmente si è presentata una grande occasione. Sinceramente mi sento fortunata non solo per l’occasione di crescita lavorativa, ma anche perché qui a Dublino sono nati moltissimi scrittori che ho letto e amato: Bram Stoker, Oscar Wilde, Samuel Beckett, Sheridan Le Fanu e James Joyce.

Sin dalle prime passeggiate per la città ho notato subito lo stretto rapporto con James Joyce: camminando per Dublino è facile incontrare targhe con l’immagine di Leopold e frasi tratte dall’Ulisse. Inoltre la sorte mi ha riservato in dono di lavorare proprio al numero civico dove viveva la famiglia Bloom dell’Ulisse: ogni giorno entro a lavoro e ad attendermi c’è la targa con il viso di Leopold Bloom. Ho sempre guardato Joyce con estremo rispetto, ma anche con molto timore a causa dei miei ricordi scolastici legati a quel libro, ma ora sono a Dublino, dove l’autore irlandese è nato ed è in parte vissuto, quindi colgo l’occasione per accorciare le mie distanze con James.

Poiché qui a Tre Racconti parliamo di racconti brevi, Gente di Dublino è sicuramente il testo con cui occorre confrontarsi. È una raccolta di 15 racconti brevi ambientati nella Dublino della fine del XIX secolo nei quali Joyce descrive la vita e le difficoltà della classe media. Quello che ho notato sin dalle prime pagine è la presenza della città: in ogni racconto ci sono le sue strade, piazze, ponti, stazioni e linee ferroviarie che fanno da architettura portante ai racconti. In I Due Galanti Joyce racconta una chiacchierata tra due ragazzi che percorrono la città e i dialoghi di questo racconto sono intervallati dalle strade percorse: Dorset street, Nassau street, Stephen’s Green e io che vivo qui riesco a creare una forte connessione tra me e i personaggi di questi racconti perché li localizzo geograficamente mentre leggo, li vedo camminare per queste vie. Provate a leggerlo con la cartina di Dublino sotto mano!

Un altro esempio di come Joyce utilizzi la città è nell’incipit di un altro racconto, Arabia:

Dato che era un vicolo cieco, la North Richmond Street era tranquilla, eccetto che nell’ora in cui i Fratelli delle Scuole Cristiane, finite le lezioni, lasciavano uscire i ragazzi. Una casa disabitata a due piani occupava il fondo cieco ed era separata dalle abitazioni vicine da un quadrato di terreno. Le altre case, consapevoli della vita dignitosa che si viveva al loro interno, si guardavano l’un l’altra con facce scure e imperturbabili.

In questo modo Joyce utilizza la città per creare un set cinematografico per il racconto, come l’allestimento di una pièce teatrale, come la scenografia di un film. Il Liffey, fiume che attraversa Dublino, è inserito spesso da Joyce nei racconti conferendogli anche la valenza simbolica dell’energia contenuta nella città. In Un Incontro, racconto di due ragazzi che saltano un giorno di scuola e passano la giornata senza meta in giro per la città, il Liffey rappresenta un confine fisico e psicologico e una volta attraversato gli umori cambiano e la stessa innocenza dei ragazzi è in parte persa.

E ora che vivo qui, posso immaginare perché Joyce abbia utilizzato Dublino: i colori del fiume, del cielo e della città sono pura poesia, soprattutto al tramonto. La foto di questo post l’ho fatta io con un semplice telefonino e quando capita una giornata di sole, mi piace uscire dal lavoro, andare verso O’Connell Street e trovare ristoro in quei colori sull’ O’Connell Bridge. Anche i Radiohead gli hanno dedicato un verso di How to Disappear Completely, canzone che vi consiglio di ascoltare, se non la conoscete già:

That there,
that’s not me
I go where I please
I walk through walls,
I float down the Liffey
I’m not here,
this isn’t happening

Fin qui si potrebbe pensare che questa in realtà sia solo la storia di uno scrittore che racconta la propria città, ma non è così semplice. Infatti, Joyce lasciò Dublino nel 1904 senza farvi più ritorno e questo rende ancora più singolare pensare che invece Dublino sia il centro del suo universo letterario. Celebre è la sua lettera inviata a un editore di Londra in cui spiega perché sceglie Dublino come luogo per i suoi racconti: «La mia intenzione era di scrivere un capitolo della storia morale del mio paese e ho scelto Dublino come scena perché quella città mi pareva essere il centro della paralisi.»[1]

La paralisi è un tema ricorrente in questi racconti, in altre parole l’impossibilità dei protagonisti di agire, prendere decisioni, migliorare le proprie condizioni di vita e le cause di questa paralisi vanno ricercate molto spesso nella famiglia. In Un Caso Pietoso ecco cosa pensa uno dei protagonisti: «Sembrava che un unico essere umano l’avesse amato, e lui le aveva negato la vita e la felicità, l’aveva condannato all’ignominia, a una morte vergognosa».

Anche le descrizioni delle case e delle famiglie contribuiscono notevolmente a creare questo senso di claustrofobia che aleggia in questi racconti. Nonostante questa paralisi e decadimento, Joyce conferisce però dignità e umanità ai protagonisti utilizzando la sua scrittura per rendere poetica la loro vita che altrimenti sarebbe rimasta invisibile, come accade sempre agli ultimi.

La pubblicazione di Gente di Dublino fu un parto lungo quasi 10 anni, iniziò a inviarlo agli editori a partire dal 1905 e vide la luce solo nel 1914 dopo averlo sottoposto all’attenzione di 15 editori differenti. Il ritardo nella pubblicazione fu dovuto alla richiesta di modifiche da parte degli editori per timore di suscitare scandali, ma lui difese i suoi racconti sempre a spada tratta. Sempre dalla lettera all’editore di Londra:

L’ho scritto [Gente di Dublino, ndr] per la maggior parte in uno stile scrupolosamente povero e con la convinzione che è un uomo audace colui che osa cambiare nella presentazione e ancor più deformare qualunque cosa abbia visto o udito.

Quando Joyce riuscì a far pubblicare i suoi racconti la prima guerra mondiale era in corso e quasi nessuno si accorse di questa pubblicazione. Grazie alla sua determinazione, però, abbiamo una testimonianza della città e della società dublinese del tempo che altrimenti avremmo perso. Per tornare al nostro sito e al perché siamo qui, vi ringrazierò se vorrete essere tanto determinati nello scrivere e inviarci dei racconti e abbastanza determinati nel capire le nostre ragioni se abbiamo deciso di non accettarli. E spero siate altrettanto determinati nel chiederci spiegazioni, e nel riprovarci ancora.

Siamo qui per imparare.

 

 


[1] James Joyce, Lettere. Il carteggio del più grande scrittore del Novecento, Ed. Pgreco 2012

Anche questo è un racconto

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Tra mezz’ora e due ore in una singola seduta: secondo Edgar Allan Poe questo è il segreto che la forma del racconto breve ha per eccitare ed elevare l’anima del lettore. Poe afferma infatti che il breve tempo impiegato da chi legge racconti garantisce all’autore «… di realizzare la pienezza della sua intenzione»E se invece di mezz’ora l’autore impiegasse solo 5 minuti, per esempio il tempo di una canzone? Potrei ancora parlare di racconto? Secondo me sì. E scomodo Bob Dylan per dimostrarvelo.

Here comes the story of the Hurricane
The man the authorities came to blame
For somethin’ he never done
Put in a prison cell, but one time he could been
The champion of the world

Avevo 13 anni e avevo appena iniziato a studiare inglese. In quel periodo giocavo a riconoscere quante più parole possibili ascoltando canzoni inglesi alla radio. Un giorno alla radio ho ascoltato Hurricane, una canzone di Bob Dylan che racconta la storia di Rubin Carter, un pugile di colore di nome d’arte Hurricane, incolpato ingiustamente per il triplice omicidio commesso a Lafayett Bar (New Jersey) il 17 giugno 1966.

Pistol shots ring out in the barroom night
Enter Patty Valentine from the upper hall
She sees a bartender in a pool of blood
Cries out my God, they killed them all

Hurricane non era a Lafayett Bar, ma venne accusato ingiustamente del triplice omicidio per pregiudizio razziale.

To the white folks who watched he was a revolutionary bum
And to the black folks he was just a crazy nigger
No one doubted that he pulled the trigger

Il processo fu una farsa, tutto venne deciso prima.

All of Rubin’s cards were marked in advance
The trial was a pig-circus, he never had a chance
The judge made Rubin’s witnesses drunkards from the slums
[…]
How can the life of such a man
Be in the palm of some fool’s hand
To see him obviously framed
Couldn’t help but make me feel ashamed to live in a land
Where justice is a game

Hurricane fu scarcerato solo nel 1985, quando un giudice della corte federale sentenziò che non aveva ricevuto un processo equo.

Con questa canzone ho iniziato a riflettere sul razzismo e su come questa storia fosse una degna rappresentazione del pregiudizio razziale che ancora anima molte aree degli Stati Uniti. E tutt’ora quando leggo notizie di aggressioni xenofobe ritorno sempre con la mente a HurricaneBob Dylan venne a conoscenza di questa storia  leggendo The Sexteenth Round, autobiografia che lo stesso Hurricane gli inviò dal carcere. La canzone fu pubblicata nell’album Desire del 1976  ed è sicuramente una delle canzoni più amate e conosciute di questo cantante. Tra i meriti di Bob Dylan c’è sicuramente quello di aver ridato dignità alla poesia rendendola popolare attraverso le sue canzoni. Riuscì a dare una voce folk alla poetica della Beat Generation che fino ad allora si era espressa solo attraverso altre forme artistiche. Lo stesso Allen Ginsberg disse: «Vedere se la grande arte può essere realizzata per mezzo di un juke box costitutiva una sfida, e Dylan ha dimostrato che è possibile»

Bob Dylan è sempre stato cosciente della limitatezza che una canzone ha come forma espressiva rispetto alla poesia:

È difficile riuscire a essere liberi con una canzone – riuscire a farvi entrare tutto. Le canzoni hanno troppi limiti… Si possono modificare le parole e in parte anche la metrica, ma una struttura deve pur sempre esserci… Ecco perché scrivo un sacco di poesie, se questa è la parola giusta per indicare ciò che scrivo; la poesia può creare da sé la propria forma.

In Hurricane però riesce a dare forma a una storia d’ingiustizia e nei 5 minuti della canzone ci porta lì: durante gli spari nel locale, quando vanno a prendere Hurricane per portarlo in carcere, durante il processo, quando gli leggono la sentenza di condanna. Molte persone, compresa me, non avrebbero mai sentito parlare di Hurricane se Bob Dylan non avesse scritto questa canzone.

Tante volte pensiamo a una canzone come un motivetto da canticchiare sovrappensiero, ci fossilizziamo nel considerare ogni forma d’arte chiusa in compartimenti stagni separati indissolubilmente l’uno dall’altro. Bob Dylan è riuscito a «realizzare la pienezza della sua intenzione» in Hurricane (come scriveva Poe a proposito dei racconti brevi) perché in 5 minuti ci ha mostrato come i pregiudizi che permeano la nostra società possano portarci ad opinioni sbagliate. E Hurricane è la dimostrazione che anche una canzone può essere un racconto (per me). Scommettete che ve lo dimostro ancora?

 

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