Autore: Eleonora Paulicelli

Pugliese con l’animo mittleuropeo e il cuore in Norvegia.
Se sposasse uno dei Karamazov sarebbe senza dubbio Ivan.

I racconti e le domande che ci facciamo

Il BBC National Short Story Award è un concorso dedicato interamente alla forma del racconto breve ed è organizzato ogni anno dalla BBC insieme alla Cambridge University. La giuria legge i racconti senza conoscere il nome o il genere dell’autore e il vincitore si aggiudica un premio sostanzioso di 15mila sterline. Per chiunque conosca l’inglese, quindi, si tratta di un’occasione preziosa anche perché i cinque racconti finalisti vengono letti nel corso di una trasmissione speciale della BBC e successivamente pubblicati in volume.

La giuria, che quest’anno è presieduta da Nikki Bedi and Katie Thistleton, entrambe molto famose in ambito culturale, in radio e in tv, è composta da un gruppo di artisti e scrittori pluripremiati tra cui Daisy Johnson, scrittrice di racconti brevi che nonostante la giovane età è già stata selezionata per il Man Booker Prize. 

Tra le autrici che avevano attirato la mia attenzione negli anni scorsi c’è la londinese K J Orr che aveva vinto nel 2016 con il racconto Disappearances dopo essersi già fatta notare per altri racconti pubblicati su riviste come la Dublin Review e il Sunday Times Magazine. Disappearances è contenuto in Light Box,1  raccolta che esplora il disorientamento causato da eventi fuori dall’ordinario attraverso lo scavo nelle emozioni più recondite dei personaggi. Le storie sono ambientate tra Siberia, Papua Nuova Guinea e Londra e il filo che le unisce sta nel modo in cui i personaggi reagiscono agli eventi, cambiano prospettiva e prendono strade che in altre circostanze non avrebbero mai considerato. 

È ciò che succede anche in Disappereances, in cui una cameriera crede erroneamente che un suo cliente, un medico chirurgo appena andato in pensione, abbia speso la sua carriera a salvare vite. Il chirurgo, in realtà, non è un benefattore, ma invece di rivelarle che ha lavorato in una clinica per ricchi approfitta del malinteso per crearsi una nuova identità e fuggire così alla noia della sua vita da pensionato.

Anche la coppia protagonista di By the Canal mostra come eventi inaspettati possano portarci a compiere scelte impensabili. Durante una passeggiata in un parco i due vedono un cane in fin di vita e il ragazzo decide di sopprimerlo per porre fine alle sue sofferenze. La scelta però avrà come conseguenza la fine della storia. Dopo quella passeggiata, lei non lo guarderà più con gli stessi occhi e non si sentirà più in grado di tornare alla vita di prima.  

Il senso di disorientamento si ritrova anche in The Human Circadian Pacemaker in cui un astronauta appena tornato da una missione spaziale utilizza una light box (da qui il titolo della raccolta) per riabituarsi al ciclo della luce terrestre. Il senso di smarrimento in questo racconto è vissuto soprattutto dalla moglie dell’astronauta, che deve fare i conti con un compagno cambiato e con una situazione incompatibile con un ritorno veloce alla loro routine di coppia.

In Still Life, invece, l’autrice indaga le emozioni di un padre che vede la figlia spegnersi ogni giorno a causa della depressione. Un’altra indagine di un rapporto di coppia.

Non c’è effettivamente un tema unico che lega i racconti, ma solo eventi più o meno inaspettati che cambiano la prospettiva dalla quale i personaggi guardano se stessi e il mondo. L’autrice riesce a catturare questi momenti raccontando con eleganza e semplicità sentimenti come rabbia, invidia e gelosia, mostrando la vita interiore dei personaggi e ciò che succede oltre la superficie dei fatti.

Le domande a cui si cerca di rispondere sono riportate in uno dei racconti:

What do you do when you stop? When you have been up and running for such a long time, what is it you do? When you’re used to a schedule that takes care of each second of the day? When there is no goal?

In alcune di queste storie ci si immedesima con il protagonista, ma anche quando questo non avviene e si è solo osservatori l’autrice ci aiuta a scoprire alcune dinamiche nei rapporti con gli altri che spesso ci sfuggono e vanno oltre ciò che si percepisce.

L’invito implicito è quello di coltivare relazioni attive con gli altri e non credere che le cose saranno immutabili. Attraverso questi racconti K J Orr mette allo scoperto i bias che caratterizzano le nostre interazioni con gli altri, cioè le inclinazioni personali in base alle quali tendiamo a valutare le cose, le situazioni e le persone. I giudizi non necessariamente fondati sulla realtà che ci guidano nel mondo.

Questi racconti, insomma, fanno quella cosa che dovrebbero fare tutti i buoni libri: spingere a porci domande e a mettere in discussione noi stessi.



Inchiostro di Puglia. Racconti da una terra

Per me l'estate è sempre un momento delicato perché nasco pugliese, ma vivo all'estero. La sola parola estate evoca in me tante immagini: le scogliere di Polignano, le spiagge di Peschici e Vieste, la sabbia bianca del Lido Fatamorgana a Taranto, gli amici, la noia, le serate intere trascorse a decidere dove andare per poi non andare da nessuna parte. [...]

Read more

Help America Love Again

Help America Love Again. Il racconto globale dell’immigrazione

«Help America Love Again». È con questo auspicio che Viet Thanh Nguyen, scrittore vietnamita naturalizzato americano, chiude l’introduzione a It occurs to me that I’m America[1], la raccolta di racconti nata come risposta ad uno degli eventi più controversi avvenuti nella storia recente degli Stati Uniti: l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

Read more

Richard Brautigan. I fantasmi, l’ironia e il surrealismo


Foto di Eleonora Paulicelli

 

«Do you see what I’m getting at? Brautigan is a loser. Trout Fishing in America is a loser book. Most of the people who will buy it are probably losers. (I should mention that the first time I met Brautigan we got into a poker game with some people and everybody in the game lost)».

Con queste parole Don Carpenter recensisce Pesca alla Trota in America[1] di Richard Brautigan, il suo libro più famoso ristampato da Einaudi nel 2017. Brautigan nasce a Tacoma (Washington) nel 1935 e arriva a San Francisco negli anni in cui si legge Howl di Ginsberg (1955) alla City Lights Bookstore di Lawrence Ferlinghetti e si pubblica On the road di Jack Kerouac (1957). Anni davvero importanti per la letteratura americana. Diventa poi famoso per aver fatto parte della controcultura californiana degli anni ’60 e ’70.

Il suo romanzo più celebre è appunto Pesca alla Trota in America, pubblicato dalla Delacorte Press nel 1969 dietro suggerimento di Kurt Vonnegut dopo che alcuni studenti del suo corso di Harvard gliene fanno leggere una copia. La pubblicazione per una casa editrice così importante a quei tempi lo espone ad un pubblico molto ampio e gli fa vendere quasi 400mila copie in tutto il mondo. Successo che purtroppo Brautigan non riuscirà più a replicare con nessuna delle altre opere cadendo nell’oblio.

Tra le opere ingiustamente dimenticate c’è Revenge of the Lawn[2] una raccolta di racconti uscita nel 1971 contenente i racconti scritti tra il 1962 e il 1970. Narrazioni piene di ironia, surrealismo e metafore senza alcun senso alla prima lettura (forse anche alla seconda) in cui ad essere protagonista è la vita di tutti i giorni tra la costa americana del Pacifico e Tacoma. Per la loro struttura, molti di questi ricordano un diario personale poiché spesso non sono più lunghi di un paio di pagine, mentre altre volte sembrano riflessioni su articoli di giornale, come se l’autore avesse voluto fermare in queste pagine i suoi pensieri.

Alcuni parlano di temi più intimi come l’infanzia, l’amore e il sesso, altri raccontano di un amico da consolare perché lasciato dalla ragazza. Tutti, però, contengono il “marchio di fabbrica” di Brautigan: l’ironia (ed è questo il motivo per il quale spesso li ho riletti quando avevo bisogno di sorridere). Alcuni, come Coffe, ti conquistano già alle prime righe: «Sometimes life is merely a matter of coffe and whatever intimacy a cup of coffee affords» mentre altri sono surreali, come nel caso di The Ghost Children of Tacoma, in cui bambini uccidono soldati immaginari, affondano navi immaginarie, abbattono aerei immaginari.

A colpire, però, è che i protagonisti sono dannatamente “normali” e così, tra file in banca, chiacchierate con il macellaio e la dattilografa di Hemingway pagata 120$ al giorno, succede che il lettore riesce facilmente ad entrare nella vita quotidiana di un paesino qualunque degli Stati Uniti e ad ascoltarne i dialoghi surreali.

La mia curiosità verso Brautigan è arrivata anche grazie alla recente ristampa del suo ultimo romanzo American Dust[3], libro in cui prosegue il suo racconto della vita di provincia americana con la sua immancabile ironia e il suo talento per la narrazione delle situazioni surreali. Come quando racconta di una coppia che ogni sera si reca al lago per pescare portandosi letteralmente tutti i mobili di casa: divano, tavolo, cucina, lampade.

Ogni sera la stessa storia e ogni volta che inizia la descrizione del montaggio dei mobili in riva al lago il lettore non può fare a meno di ridere. Proprio il lago, tra l’altro, è uno dei palcoscenici intorno al quale si svolge la vita del giovane protagonista, da molti considerato una proiezione autobiografica dello stesso autore.

La capacità di Brautigan di usare situazioni paradossali per raccontare un’America che stava cambiando è evidente ad esempio quando riporta i pensieri del ragazzo che, nascosto alla vista, osserva la coppia stramba in riva al lago mentre pesca comodamente seduta sul proprio divano:

Me ne stavo lì seduto, a fissare il loro salotto che risplendeva nel buio, vicino al lago. Sembrava quasi una fiaba a lieto fine nel cuore gotico dell’America del secondo dopoguerra, prima che la televisione menomasse l’immaginazione collettiva e rinchiudesse la gente in casa, impedendole di vivere con dignità le proprie fantasie.
A quei tempi la gente aveva un’immaginazione tutta propria da coltivare, e del resto i piatti si preparavano in casa. Ora i nostri sogni si incarnano in una qualunque strada americana, costellata di ristoranti di catena. A volte mi viene da pensare che perfino la nostra digestione sia una colonna sonora registrata a Hollywood da una delle tante reti televisive.

L’utilizzo che Brautigan fa di questi “fotogrammi surreali” permette al lettore di dare la propria personale interpretazione alla scena, interpretazione che non sarà mai falsa e che anzi riuscirà a raccontare con maggiore forza cosa è andato perso del grande sogno americano.

Della sua amicizia con Don Carpenter rimane purtroppo il triste e identico epilogo: entrambi si suicidarono a undici anni di distanza l’uno dall’altro. Si racconta che dopo la scoperta del cadavere di Brautigan, scrittori, attrici ex mogli e amici si ritrovarono tutti nel famoso ristorante Enrico’s per parlare di alcool, donne e fantasmi. Fantasmi che erano già presenti nei suoi racconti e che forse avrebbero dovuto far presagire quel triste epilogo.

 

[1] Pesca alla Trota in America, Richard Brautigan, Einaudi, Maggio 2017

[2] “Revenge of the Lawn”, Richard Brautigan, Canongate, 2009 (Digital Edition)

[3] American Dust, Richard Brautigan, minimum fax, 2017

 

 

Bram Stoker e Dublino


Passeggiata gotica nei luoghi dell’autore di Dracula

Bram Stoker Dublino racconti
Targa sulla casa di Bram Stoker, foto di Eleonora Paulicelli

Bram Stoker è uno tra gli scrittori più famosi nati a Dublino e ogni anno ad Halloween si svolge il Bram Stoker Festival, una serie di incontri e parate per la città a tema gotico. Ho dato uno sguardo al programma di quest’anno e tra le varie iniziative organizzate c’erano percorsi per la città dedicati a due tra i libri fondamentali della letteratura gotica dei vampiri: Dracula[1] di Bram Stoker e Carmilla[2] di Joseph Sheridan Le Fanu. I percorsi li ho trovati incompleti perché potendo durare solo qualche ora non potevano coprire tutti i luoghi legati a questi due autori. Ci provo quindi io con questo post a farvi fare una passeggiata virtuale attraverso la Dublino di Bram Stoker portando con me la sua prima raccolta di racconti, Under the Sunset [3].

Quindi, si parte.

Punto di partenza: Spire, O’Connel Street

Iniziamo da 15 Marino Crescent, Clontarf, dove Bram Stoker nasce nel 1847, da Abraham e Charlotte Stoker. Sfortunatamente, a causa di una malattia tuttora sconosciuta, Bram Stoker passa tutta la sua infanzia a letto e la madre Charlotte trascorre molto tempo con lui raccontandogli della grande carestia che l’Irlanda visse a partire dagli anni ’30 dell’800. Carestia causata da un fungo che colpì le coltivazioni di patate, base dell’alimentazione irlandese, facendo crollare la produzione di questo tubero e provocando la morte di quasi un milione di persone. Charlotte racconta al giovane figlio immobilizzato a letto le scene di vita quotidiana in giro per le strade di Dublino e i poveri ricoperti di stracci che si trascinano per la città chiedendo cibo o vestiti per coprirsi. Echi dei racconti di Charlotte si riconoscono in alcuni brani del racconto The Invisible Giant:

In the city there were many great old houses, storey upon storey high; and in these houses lived many poor people. The higher you went up the great steep stairs the poorer were the people that lived there, so that in the garrets were some so poor that when the morning came they did not know whether they should have anything to eat the whole long day. This was very, very sad, and gentle children would have wept if they had seen their pain.

Questo racconto parla di una ragazza che salva il proprio Paese dai Giganti attraverso la sua devozione e la sua innocenza. I Giganti molto probabilmente si riferiscono alla grande carestia e la descrizione di queste case rimanda esattamente alle immagini della grande povertà che colpì Dublino e l’Irlanda durante il XIXesimo secolo.

Come arrivare: dallo Spire prendete il 123 direzione Marino e scendete a Griffith Avenue (sono 14 fermate in tutto). Invece, alla banchina di Custom House nella zona delle Docklands potete trovare una serie di sculture in bronzo dedicate alla Grande Carestia realizzate dallo scultore dublinese Rowan Gillespie. Per vedere le statue, tornate in centro e costeggiate il Liffey verso est. Le troverete dopo l’ufficio del governo federale.

Seconda tappa: Trinity College

Al Trinity College Bram Stoker studia e si laurea in Matematica. Avendo sconfitto la malattia che lo aveva tenuto a letto durante l’infanzia, diventa popolarissimo grazie alle vittorie nelle competizioni di sollevamento pesi, corsa e rugby. Qui scopre anche la sua passione per la letteratura e diventa presidente della Società Filosofica del Trinity College. Negli stessi anni frequenta molto la casa di Sir William and Lady Jane Wilde, i genitori di Oscar Wilde. Sir William Wilde, oltre che medico, era un famoso egittologo che partecipò anche a molte esplorazioni in Egitto nella prima metà dell’800. Bram Stoker inizia a sentir parlare dell’antico Egitto proprio in casa della famiglia Wilde. Le storie di mummie, amuleti e riti propiziatori influenzarono innegabilmente il romanzo Il Gioiello delle Sette Stelle[4], storia di un giovane avvocato che si ritrova coinvolto in un antichissimo rituale per resuscitare Tera, l’antica maga egiziana uccisa per aver acquisito poteri divini attraverso le sue arti.

La sua laurea in matematica è anche d’ispirazione per il racconto How 7 went Mad, in cui Stoker gioca molto con i numeri e con la nozione di numeri primi, dimostrando già la sua fervida immaginazione. Soprattutto nei dialoghi surreali tra un malato (che nel racconto si chiama proprio 7) e il suo medico:

«Now make the speech», said the Doctor.

«I can’t begin», said 7, «till I get a glass of water on a table. Who ever heard of any one making a speech without a glass of water!».

So they brought a glass of water.

«Ladies and Gentlemen» – began 7, and then stopped.

«What are you waiting for?» said the Doctor.

«For the applause, of course», said 7. «Who ever heard of a speech without applause?».

They all applauded.

«I am mad», said 7, «because I choose to be mad; and I never shall, will, might, could, should, would, or ought to be anything but mad. The treatment that I get is enough to make me mad».

«Dear me, dear me!» said the Doctor. «What treatment?».

«Morning, noon, and night am I treated worse than any slave. There is not in the whole range of learning any one thing that has so much to bear as I have. I work hard all the time. I never grumble. I am often a multiple; often a multiplicand. I am willing to bear my share of being a result, but I cannot stand the treatment I get. I am wrong added, wrong divided, wrong subtracted, and wrong multiplied. Other numbers are not treated as I am; and, besides, they are not orphans like me».

«Orphans?» asked the Doctor; «what do you mean?».

«I mean that the other numbers have lots of relations. But I have neither kith nor kin except old Number l, and he does not count for much; and, besides, I am only his great-great-great-great- grandson».

Come arrivare: dallo Spire dirigetevi presso O’Connel Bridge, attraversatelo e proseguite lungo Westemoreland St.. Troverete l’ingresso principale del Trinity College quattrocento metri più avanti sulla sinistra. Poi dall’uscita posteriore del Trinity continuate lungo Nassau Street fino ad arrivare a Merrion Square dove troverete la casa museo in cui viveva la famiglia Wilde.

Terza tappa: Il Castello di Dublino

Qui Bram Stoker inizia a lavorare prendendo il posto del padre dopo il pensionamento. Per salvarsi dalla noia del suo lavoro burocratico decide di accettare anche un lavoro al Dublin Evening Mail, dove si occupa di recensioni teatrali e dove inizia a frequentare Sheridan Le Fanu, uno dei proprietari del giornale. Non è molto difficile pensare che Stoker abbia subito l’influenza di Sheridan Le Fanu e della sua opera più famosa, Carmilla, storia di una vampira pubblicata venticinque anni prima di Dracula. Lavorare nel Castello di Dublino ha probabilmente ispirato anche l’unico romanzo ambientato in questa città, The Snake’s Pass[5] in cui il personaggio principale intraprende il sentiero del serpente che lo porterà alla deriva. Due sono gli elementi del Castello di Dublino che mi piace legare a questo romanzo: il sentiero nel giardino del Castello, che riproduce proprio un serpente, e un altro giardino più piccolo con una fontana a forma di serpente stilizzato.

Il castello è anche presente nel racconto The Castle of The King, in cui un poeta scopre la morte della sua amata e decide di raggiungerla nel regno dei sonni eterni. L’impresa, però, inizierà solo dopo aver superato gli ostacoli nel Castello del Re della Morte, così descritto:

To the eyes of the dying Poet the creeping mist was as a shadowy castle. Arose the tall turrets and the frowning keep. The gateway with its cavernous recesses and its beetling towers took shape as a skull. The distant battlements towered aloft into the silent air. From the very ground whereon the stricken Poet lay, grew, dim and dark, a vast causeway leading into the gloom of the Castle gate.

In questa descrizione possiamo già rintracciare in embrione le ambientazioni gotiche che ritroveremo più tardi in Dracula.

Come arrivare: dopo aver visitato il Trinity College andate ad ovest camminate lungo la Mercantile e vi ritroverete il castello sulla sinistra dopo circa 10 minuti.

Ultima tappa: le mummie di St. Michan

St. Michan è un’antichissima chiesa cristiana di Dublino. Visto che parliamo dell’autore di Dracula, una cripta e delle mummie devono essere compresi in questa passeggiata. Nei sotterranei della chiesa di St. Michan è possibile accedere a due cripte che contengono quattro mummie perfettamente conservate, probabilmente grazie ad una particolare combinazione di metano, aria secca e temperatura. Queste mummie fanno entrare immediatamente nelle atmosfere gotiche di un libro dell’800: sotterranei poco illuminati, ampli strati di polvere, bare scoperchiate. Nella prima cripta ci sono tre mummie: una donna, un ladro (riconoscibile perché gli furono tagliati un piede e una mano, così almeno dice la guida) e un’altra donna più piccola, probabilmente una suora. La vera star, però, è in un’altra stanza ed è la mummia di un crociato di 800 anni fa a cui hanno dovuto tagliare le gambe per farlo entrare nella bara; era troppo alto per quei tempi.

Le cripte presenti in St. Michan sono sei, ma solo due sono accessibili e le leggende raccontano che in una delle altre quattro sia conservata la tomba della madre di Stoker. Qui ci possiamo fermare e leggere Under the Sunset, racconto di un bellissimo paese che si chiama proprio Sotto il Tramonto che nessuno ha mai visto durante le ore diurne, ma solo al tramonto. Nessuno può lasciarlo e a fare la guardia sono degli angeli e dei cani che non mai riposano. Un giorno, però, il Diavolo si presenta e tutto cambia…

Come arrivare: dopo aver visitato il Castello di Dublino, ritornate lungo il Liffey, attraversate di nuovo uno dei ponti e seguite le indicazioni per la chiesa, che è distante solo 15 minuti. Dopo la visita potete andare alla distilleria Jameson che si trova lì vicino. Dopo le mummie e la lunga passeggiata ve lo siete meritati.

Stoker rimane a Dublino fino al 1878 per poi trasferirsi a Londra quando il famosissimo attore Henry Hirving  gli propone il lavoro di manager presso il Lyceum Theatre. È innegabile che sia stata Londra a ispirare maggiormente la sua opera più importante, ma il suo immaginario è stato sicuramente influenzato anche dalla grande carestia, da un sistema sociale che privilegiava i protestanti inglesi rispetto agli irlandesi, dai paesaggi della provincia irlandese, dai suoi castelli abbandonati lungo le coste, dalle mummie di St. Michan e dai racconti sull’Egitto di Sir William Wilde. La raccolta Under the Sunset che ci ha portati in giro per Dublino ne è una piccola testimonianza.

Con questo post termino le mie corrispondenze da Dublino e sono contenta di averlo fatto con l’autore di un libro che ho sempre amato. L’anno nuovo mi porterò in un nuovo Paese, con un nuovo lavoro e una nuova lingua da parlare. Ci rivediamo in Germania!


[1] Bram Stoker, “Dracula”, Oscar Mondadori, 2005
[2] Joseph Sheridan Le Fanu “Carmilla”, Tascabili Economici Newton, 1995
[3] Bram Stoker, “Under the Sunset”, Sampson Low, Marston, Searle and Rivington, London, 1881
[4] Bram Stoker. “Il Gioiello delle Sette Stelle”, SuperBur, 1992
[5] Bram Stoker, “The Snake’s Pass”, The Delphi Classics (Parts Edition), 2017

Belfast e The Peace Wall


Fotografia dell’autrice

 

Ogni volta che si pensa ad una vacanza in Irlanda si pensa a Dublino, a Galway, alle scogliere a picco sul mare e alla natura incontaminata. In realtà c’è un’altra città molto importante su questa isola, Belfast, famosa per tutt’altre ragioni. Chi come me è nato negli anni ‘70 o prima ricorderà infatti i telegiornali che riportavano quasi quotidianamente le notizie degli scontri tra cattolici e protestanti. Una visita a questa città è quindi molto attuale in questo periodo storico in cui si ritorna a parlare di chiudere le frontiere e alzare muri. Perché in questa città i muri ci sono realmente e in alcune zone possono arrivare fino a otto metri di altezza.

Comunque, andiamo con ordine.

Gli scontri tra cattolici e protestanti iniziarono negli anni ‘60 a causa delle discriminazioni subite dai cattolici dell’Irlanda del Nord che, dopo la proclamazione della Repubblica Irlandese e la relativa separazione da essa, si ritrovarono in minoranza scontrandosi con notevoli difficoltà: non riuscivano né a trovare lavoro né a trovare una casa (in giro per Belfast troverete tanti graffiti di denuncia di queste discriminazioni) e le regole elettorali erano scritte in modo tale che i cattolici non potessero mai vincere le elezioni. Ebbe così inizio questa lunga guerra durata 30 anni nella quale furono uccise 3000 persone.

La città alla fine degli anni ‘60 pensò di risolvere i conflitti costruendo un muro per dividere i quartieri cattolici da quelli protestanti. Il muro fu chiamato Peace Wall e già dalla scelta del nome si può immaginare quanto il governo Nordirlandese abbia sempre cercato di minimizzare il livello di scontro che realmente c’era (mi chiedo come si possa ancora pensare che le parole non abbiano un peso). Dobbiamo aspettare il 10 Aprile del 1998 per la firma dell’accordo di pace tra le parti, giorno che viene ricordato come il Good Friday. Di quegli anni rimangono ancora i muri costruiti. Ce ne sono “solo” 99 per un totale di circa 15 km di lunghezza e possono arrivare a otto metri di altezza con tanto di filo spinato e porte d’accesso che possono essere chiuse durante la notte o per il fine settimana.

Gli scontri nell’Irlanda del nord richiamano alla mente la famosa canzone degli U2 Sunday Bloody Sunday ispirata ad una manifestazione cattolica terminata in tragedia perché i soldati inglesi iniziarono a sparare sui manifestanti disarmati uccidendo 14 civili. Capitò spesso negli anni che i cattolici avessero come avversari non solo i protestanti civili, ma anche l’esercito inglese. Questo accadde nel 1972 a Derry e per farvi capire il delirio tra cattolici e protestanti basti pensare che la città si chiama Derry per i cattolici e Londonderry per i protestanti, per rimarcare la fedeltà alla Regina.

In seguito agli accordi del Good Friday le due fazioni vennero smilitarizzate e il clima ora è più tranquillo. Gli episodi di attrito però continuano. Ogni 12 luglio, per esempio, i protestanti celebrano la vittoria del re protestante Guglielmo III D’Orange sul Cattolico Giacomo II con una processione arancione, processione che ovviamente non perde l’occasione di sfilare attraverso i quartieri cattolici. E per iniziare i “festeggiamenti” i protestanti ammassano cinque metri in altezza di legna creando un enorme falò per intimidire i cattolici. Certo un po’ si sono calmati, adesso non mettono sulla sommità del falò la bandiera della Repubblica Irlandese dandole fuoco.

Sunday Bloody Sunday fu suonata a Belfast due mesi prima della pubblicazione del loro album War che la contiene e le leggende narrano che gli U2 chiesero al pubblico di Belfast se potevano inserirla nell’album o se preferissero non ascoltarla più. Quella canzone fu suonata solo un’altra volta sempre a Belfast e per molti anni non è più stata suonata dal vivo.

Questa visita mi ha particolarmente toccata e mi sono messa subito a cercare scrittori che avessero raccontato quegli anni. Ho scoperto una interessante raccolta di racconti brevi The Hurt World: Short Stories of the Troubles[1] del 1995 che però non credo sia mai stata tradotta in italiano. La raccolta inizia proprio con il racconto di Frank O’Connor di cui vi avevo parlato in precedenza ed è incluso Dead and Son di McLaverty, una storia che mi ha particolarmente colpito.

Dead and Son parla del rapporto tra un padre e un figlio che cercano di mantenere una apparente normalità attraverso attività come la pesca o la condivisione della cena a fine giornata. In realtà in quegli anni tutto può succedere e il padre, molto preoccupato per la vita di suo figlio, prende addirittura il Valium due volte al giorno per evitare una crisi di nervi. Ciò che lo preoccupa maggiormente sono i profondi sentimenti anti protestanti maturati dal figlio e la possibilità che il giovane sia entrato a far parte dell’IRA. Ipotesi e paure confermate successivamente dal ritrovamento di un fucile nascosto sotto il letto del figlio. Un giorno il ragazzo riceve la visita di un amico in camera sua, ma cinque minuti dopo si sente uno sparo: il padre corre in camera e trova il figlio morto per terra e la finestra aperta da dove probabilmente il suo amico è scappato.

Questo racconto è stato scritto prima del Good Friday e mostra la paura e la violenza che governava la vita dei cittadini di Belfast. Aver visitato Belfast l’ha reso tremendamente verosimile: le preoccupazioni del padre, il Valium per stare calmo, il figlio arruolato nell’IRA. Sono stati decenni difficili. Dead and Son è pieno di emozioni, come ansia e paura, e mostra come la guerriglia urbana a Belfast in quegli abbia predeterminato fortemente le vite dei suoi cittadini. Ovviamente le cose ora sono molto cambiate e le nuove generazioni non portano più avanti queste battaglie ideologiche, escono insieme, si sposano tra di loro, però la rabbia e la paura sono ancora vive nei ricordi di chi le ha vissute.

La guida cattolica che mi ha accompagnato quel giorno in giro tra quartieri protestanti e cattolici ha 60 anni e quel periodo se lo ricorda molto bene. Mi ha mostrato le foto dei palazzi distrutti, dei controlli che subivano prima di entrare nei supermercati. Mi ha anche raccontato dei lunghi anni di disoccupazione che ha passato. Gli ho chiesto se fosse ancora contento di avere un muro di otto metri a separarlo dai protestanti e lui mi ha risposto di sì. Mi ha detto che si sente più sicuro. Questa risposta mi ha fatto molto pensare e tutt’oggi mi torna in mente perché siamo nel 2017 e pensavo che almeno in Europa avessimo gli strumenti per poter vivere in pace tra di noi.

How long? How long must we sing this song?

La risposta a questa domanda che gli U2 si sono posti nel 1983 penso sia ancora aperta.

 


[1] The Hurt World: Short Stories of The Troubles, Micheal Parker, 1995

Johnny Panic and the Bible of Dreams


 

By the roots of my hair some god got hold of me

I sizzled in his blue volts like a desert prophet.

È con questi versi di Hanging man che Sylvia Plath racconta la sua esperienza all’ospedale psichiatrico McLean. Come vi scrivevo nell’ultimo post, il periodo che Sylvia Plath vi trascorse ispirò i suoi lavori. Lo ritroviamo nelle sue poesie, ne La campana di Vetro[1] e in alcuni racconti brevi. Tra questi ce n’è uno dal titolo molto curioso, Johnny Panic and the Bible of Dreams[2]. Scritto nel 1958, uscì postumo nel 1968 e ispirò i Tears for Fears a pubblicare un singolo con questo titolo nel 1991.

Johnny Panic and The Bible of Dreams racconta di una segretaria che lavora in una clinica psichiatrica passando le sue giornate a trascrivere i problemi dei pazienti nelle cartelle ciniche («Nobody comes to our office unless they have troubles»). Insieme a problemi lievi come mal di testa e insonnia, trascrive anche i sogni dei pazienti nella speranza che la loro vita inconscia fornisca elementi per salvare quella cosciente. I sogni dei pazienti diventano la sua più grande passione, se non addirittura ossessione: di giorno trascrive e di notte li memorizza nella Bibbia dei Sogni rimanendo sveglia tutto il tempo per riviverli con la sua immaginazione. Per i pazienti di cui non ha informazioni, prova a immaginare lei stessa quali possano essere i loro sogni:

«I also remember quite clearly the scenario of the dream I had worked out for this guy: a gothic interior in some monastery cellar, going on and on as far as you could see, one of those endless perspectives between two mirrors, and the pillars and walls were made of nothing but human skulls and bones, and in every niche there was a body laid out, and it was the Hall of Time, with the bodies in the foreground still warm, discoloring and starting to rot in the middle distance, and the bones emerging, clean as a whistle, in a kind of white futuristic glow at the end of the line. As I recall, I had the whole scene lighted, for the sake of accuracy, not with candles, but with the ice-bright fluorescence that makes skin look green and all the pink and red flushes dead black-purple. You ask, how do I know this was the dream of the guy in the black leather jacket. I don’t know. I only believe this was his dream, and I work at belief with more energy and tears and entreaties than I work at recreating the dream itself».

In questo racconto tutti i mali dei pazienti dipendono da una sola causa: «Panic with a dog-face, devil-face, hag-face, whore-face, panic in capital letters with no face at all – it’s the same Johnny Panic, awake or asleep». Johnny Panic è appunto colui che fa e che conserva i sogni. Johnny Panic è la risposta a tutto, non solo ha tutte le possibili facce immaginabili dei sogni che trascrive, ma è anche la rappresentazione dell’ansia. Il nome Johnny Panic è appunto il Panico di vivere, ma è anche la normalità richiesta della società rappresentata da un nome comune come Johnny. Questo racconto è un po’ anche l’esplorazione della follia e della normalità della mente umana attraverso tutti i personaggi che si incontrano. I protagonisti non sono solo i pazienti, ma anche i dipendenti di altre cliniche mentre ad essere riportate sono tutti i particolari e le ossessioni: tutte rappresentazioni della psicosi che ormai aveva preso il sopravvento della mente di Sylvia Plath.

In realtà il rifiuto di Frank O’Connor di accettare Sylvia Plath nella sua classe estiva fu solo la classica goccia che fece traboccare il vaso perché le prime avvisaglie delle sue crisi esistenziali si possono già trovare nei suoi diari o lettere del suo periodo newyorkese. Nel 1953 si trasferì a New York dove fu scelta scelta come guest editor della rivista Mademoiselle, molto famosa per essere una rivista di qualità per giovani donne intelligenti. La sezione dedicata alla cultura era in effetti veramente di tutto rispetto. Sulle sue pagine vennero pubblicati scritti di Albert Camus, Truman Capote, William Faulkner, Tennessee Williams e Dylan Thomas e sfogliando qualche copia online è possibile imbattersi quasi sicuramente in una Sylvia Plath versione modella.

Sylvia, eccitatissima di iniziare, ebbe attraverso quel lavoro l’opportunità di far parte della vita mondana del tempo, ma il contrasto tra la sua sensibilità e la durezza della vita in una città grande come New York mise a dura prova il suo benessere mentale sin dai primi giorni. In particolare, in una lettera inviata al fratello[3] racconta che dopo essersi persa nella metro di New York si ritrovò in una stazione piena di mendicanti, gente con gambe amputate che chiedeva l’elemosina tenendo in mano una piccola tazza per il tè, immagini in contrasto con la sua vita fatta di feste. In un’altra lettera al fratello aveva infatti definito New York la città «delle pene, delle feste e del lavoro».

New York è anche l’incubatore del suo unico romanzo, La Campana di Vetro, la cui protagonista Esther è ritenuta da molti la sua trasposizione letteraria. Scritto probabilmente proprio per liberarsi dai fantasmi del passato, contiene un episodio della vita newyorkese raccontato anche nel suo diario personale. Solo che mentre in quel diario aveva parlato dell’incontro ad una festa con un uomo peruviano che si limita a definire crudele, in La campana di Vetro si trasforma in ciò che realmente fu: il racconto di un atto di violenza da lei subìto.

Mentre, però, ne La campana di Vetro è evidente l’aspetto autobiografico, Johnny Panic and The Bible of Dreams, pur avendo elementi biografici, è visionario. Per esempio, ai pazienti della clinica viene prescritto l’elettroshock: «In our clinic, treatment doesn’t get prescribed. It is invisible. It goes right on in those little cubicles, each with its desk, its two chairs, its window arid its door with the opaque glass rectangle set in the wood».

Devo dire che qui si sente l’eco della psicanalisi di Freud. La stessa Bibbia dei Sogni è un richiamo a L’interpretazioni dei sogniJohnny Panic and The Bible of Dreams è come una finestra introspettiva nella mente di Sylvia Plath e mostra la continua lotta tra la sua sensibilità interiore e il mondo esterno, allo stesso modo in cui la sua protagonista a un certo punto si trova tra lo scegliere se vivere attraverso i propri sogni o quelli dei pazienti. Nel racconto, il direttore del centro, dopo aver sorpreso Esther a leggere la Bibbia dei Sogni, capisce che in realtà quella segreteria non è una dipendente, ma una paziente. Le prescrive, quindi, una serie di elettroshock. Lo stesso trattamento che subì Sylvia.

 


[1] Sylvia Plath, La Campana di Vetro, Mondadori, 2016.

[2] Sylvia Plath, Johnny Panic and the Bible of Dreams: and other prose writings, Faber & Faber, 1998.

[3] Sylvia Plath, Letters Home, Faber & Faber, 2011.