Autore: Davide Bovati

Gli piacciono i corvi e la buona cucina.
Prende i libri in biblioteca.

Bartleby lo scrivano

Il mistero dell’interpretazione

bartleby lo scrivano
photo by andrewrichardmalcolm.com/fox

Bartleby lo scrivano è un racconto famoso. L’autore, Herman Melville, è però più famoso per un’altra opera, che non potrebbe essere più diversa. Moby Dick è tanto lungo, complesso, variabile e ricco di citazioni quanto Bartleby è breve e agile, perfino ripetitivo. Nel primo abbiamo un autore inquieto, sperimentale, con un evidente problema di grafomania, una altrettanto palese ossessione per i cetacei e l’obiettivo di scrivere il Grande Romanzo Epico Americano; nel secondo invece domina apparentemente l’inerzia, il silenzio. Le distese sconfinate del mare aperto, contro un ufficio dalle finestre cieche.

Bartleby è un copista e lavora presso un avvocato a Wall Street, già allora cuore finanziario della nazione americana. Un giorno, senza motivo apparente, comincia a rifiutare le legittime richieste del suo capo con le parole: «avrei preferenza di no». Con il passare del tempo, preferisce di fare sempre meno e meno, diventando fantasma ed eremita, costringendo il suo smarrito datore di lavoro a scontrarsi contro un muro di gomma. L’impiegato, seppur sollecitato in ogni modo, non fornisce mai spiegazione al suo comportamento, si limita a preferire di non farlo. La trama è tutta qui, una straordinaria sequenza di pressanti domande e di altrettanto sfuggenti risposte.

Cominciai la mia prima lettura subito dopo aver trovato un lavoro: lontano da casa, molto tempo da passare sui mezzi da dedicare ai libri. E mi sembrò anche tremendamente adeguato: io non più studente, una grande azienda, ritmi in cui incasellarsi, l’efficienza della monotonia lavorativa. Lui, Bartleby lo scrivano, una perfetta trasfigurazione del piccolo impiegato travolto dall’omologazione utilitaristica, che eroico ci illumina di una ribellione assurda e immateriale: nessuna protesta, violenza, reazione, addirittura contestazione. Solo il semplice rifiuto di compiere il proprio dovere di clerk, solo una frase, estremamente barocca nella sua monotonia: «I would prefer not to». Solo che ovviamente anche io ero stato condotto lontano e avevo creato il mio copista personale, qualcuno che fosse lì ad ascoltare le mie preghiere. La mia immedesimazione non spiegava certo il “perché” di Bartleby: quali fossero le sue intenzioni, quali le cause, quale l’intuizione che lo aveva portato a scontrarsi con la normalità. Il copista restava un personaggio vuoto, fatto solo di parole.

Il racconto e il suo protagonista (proprio come il loro Autore e Demiurgo) si trovano in una strana posizione tra i personaggi di carta: schiacciato in quegli strani decenni prima dell’inizio della sovversiva modernità novecentesca e dopo la sovversiva modernità romantica. Guardandolo noi possiamo ben provare a incastrarlo tra le nostre figurine, non ancora Josef K. ma non di certo titano ribelle romantico.
Se dovessimo cercare somiglianze tra i suoi contemporanei dovremmo sì guardare oltreoceano, ma per cercare il «Please Sir, I want some more» di Oliver Twist, ripetuto con la stessa innocente determinazione, ma così diverso per tono, motivi e obiettivi.

Charles Dickens, che pure è prepotentemente presente in ogni lavoro di Melville e particolarmente in questo racconto, è un uomo del suo tempo. Cresciuto nello spirito romantico, è l’autore di romanzi di formazione per eccellenza, e se pure popola i suoi mondi di sordidi criminali dei docks londinesi e di orripilanti fabbriche mangia persone è solo per farne uscire i suoi protagonisti lindi come lenzuola appena candeggiate. Eroi di semplicità e tenerezza che lottano contro un mondo ingiusto per fare trionfare il bene. Il povero orfano però, che porta lo scompiglio nella Working House con la sua candida richiesta di un piatto supplementare di zuppa, è molto più vicino a un Lord Byron vestito di seta eroe per la libertà della Grecia che a Bartleby. Loro hanno una missione luminosa e buona, una causa superiore, mentre lo smunto impiegato fa quasi innervosire per la sua sterile ribellione ad un datore di lavoro che guardando bene, permette ai suoi dipendenti persino una certa ubriachezza molesta. Non bastano certo le giustificazioni o la fragile storiella riferita dall’avvocato a giustificare un tale comportamento, la diagnosi rimane incompleta.

Il mistero di Bartleby, della forza che lo spinge nella sua lotta senza senso, non ha ancora trovato una soluzione definitiva. Tra le tante interpretazioni e letture portate da Gianni Celati in coda all’edizione Feltrinelli nessuna soddisfa pienamente e probabilmente nessuna arriverà mai a farlo, perché il genio letterario di Melville voleva proprio questo: portare il linguaggio ai suoi limiti naturali e mostrarne la potenza nel momento di massima negazione, l’assenza di parola e significato, un silenzio custodito tra dolci fili d’erba. «Nessun discorso sarà mai più potente d’un silenzio in risposta a una domanda che ci è stata rivolta»[1]. scrive Celati.

Eppure.

Se tutto questo fosse solo un inutile ricamare su una banale frase? Se Bartleby non nascondesse nessun enigma? Se la misteriosa e delicata potenza che si cela sotto la cartapesta non fosse tanto profonda? Allora forse, per continuare a gustarmi per sempre il racconto, avrei preferenza di non saperlo.

 


[1] pp. XXVI, Introduzione a Bartleby lo scrivano di Gianni Celati, Feltrinelli, 1991 Milano

Il Babau di Dino Buzzati

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Il Babau – Illustrazione di Dino Buzzati, Le storie dipinte

A volte il fantastico, nei racconti, è percepito come uno strumento poco flessibile e quindi, poco originale. In fin dei conti si tratta pur sempre di piazzare una qualche creatura dalle strane forme o poteri e farle perseguitare un malcapitato personaggio. Se ci si sente avventurosi si può scegliere una tra le tante categorie del fiabesco: oggetti magici, aiutanti magici, pericoli magici, nemici magici. Nelle sue caratteristiche profonde, quelle che derivano direttamente dai nostri danzanti progenitori poco vestiti, il racconto serve anche ad esorcizzare le tremende paure umane che, nella maggior parte dei casi, sono solo ombre contro al muro.

È allora più difficile, e occorre una grande maestria, per gestire un materiale che sembra così poco malleabile. Immaginate di dover dipingere un quadro e di aver a disposizione solo tonalità di blu. È molto difficile, ma ogni Picasso ha avuto il suo periodo.

Un maestro dell’eterna variazione di un unico tema è senza dubbio Dino Buzzati, prolifico autore di racconti, e uno di quei grandi scrittori che per tutta la vita hanno raccontato una storia sola: quella del destino mortale dell’uomo. Inscatolando l’autore nel comodo recinto del realismo fantastico, ci siamo apparentemente sistemati le coscienze, ma così facendo abbiamo smarrito l’incredibile gamma di sfumature, stili, tecniche e generi che possiamo riciclare dentro a un racconto. E allora la fiaba viene a convivere con il giornalismo, la cronaca nera con gli spauracchi dei bambini. La storia e le storie si mescolano con gradazioni variabili, per creare cocktail sempre nuovi.

Il Babau[1] è uno dei racconti più dolci e delicati di Buzzati, ma allo stesso tempo uno dei più amari. Questa volta è la tradizione orale ad essere saccheggiata: l’Uomo Nero usato come minaccia per i bambini irrequieti dalle bambinaie di ogni era e latitudine viene rubato e trasformato in un apax contemporaneo. Nella moderna metropoli, è un raro esempio di fantasia incarnata che continua a vivere, stimolando una sana paura nei piccoli creduloni. Il suo vero aspetto è solo in apparenza orribile e spaventoso: guardando bene, infatti, assomiglia piuttosto ad un grosso tapiro. L’occhio è placido e il sorriso amichevole. Ma ecco la prima virata: ad essere tormentato non è un bambino, ma un adulto, l’ingegner Roberto Paudi, dirigente alla COMPRAX. L’autore, con il suo tocco leggero e fiabesco (e ovviamente moralista), ci intrattiene con il mutaforma Babau, che per spaventare meglio l’ingegnere prende l’aspetto del suo direttore, togliendogli il sonno. In realtà, l’insofferenza e l’incapacità di comprensione dell’adulto fanno virare nuovamente il racconto, attraverso un processo kafkiano al mostro e al suo inquietante finale, comprensivo di morale sulla fantasia perduta.

Altro mostro, altro stile, altro racconto, Il mostro[2].

Siamo sempre in una città contemporanea, ma questa volta qualche dettaglio in più è sufficiente a caratterizzare l’ambiente, abbandonando così l’aria fiabesca che pure avvolgeva il Babau. Una mansarda, una porta, un telone. C’è una servetta, Ghitta Freilaber, anche qui con nome e cognome come in un qualsiasi reportage, che ha avuto uno strano incontro con qualcosa di informe e mostruoso nella soffitta del condominio. Non sono molto lontani gli articoli di cronaca nera scritti da Buzzati sul Corriere: misteriosi delitti nelle case di ringhiera di Milano, la stessa oscurità, la stessa reticenza dei vicini. Il mostro non ha nome, non ha perché. Anzi, sembra che nessuno voglia averci niente a che fare, al punto da fingere che non esista. Nell’angoscia crescente, il curioso caso diventa un’ansiogena critica alle convenzioni borghesi, senza mai però soddisfare il lettore con qualsiasi chiarimento.

Sono quindi i piccoli dettagli, le variazioni sul tema, a rendere speciali racconti in apparenza così semplici e così poco originali. La stessa allucinazione urbana, declinata e dosata più verso la fiaba o verso la cronaca, può arrivare a due risultati completamente diversi, dimostrando la grandissima abilità di un narratore che lavora con materiali apparentemente “poveri” per stile e originalità, ma che si aggira con sicurezza da funambolo sul margine dell’abisso delle insicurezze umane, rivelando con mostri e apparizioni le nostre paure più oscure.

 


[1] Tratto dalla raccolta Le notti difficili.
[2] Tratto dalla raccolta Paura alla scala.

 

 

Wilderness nei sobborghi americani. Intervista con D. J. Poissant

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Photo by Davide Bovati

leggi QUI la versione
in lingua originale 

La sede di NN è all’interno di una classica corte milanese, le case di ringhiera tutto attorno. David è già arrivato, ci saluta e ci offre da bere come se fossimo a casa sua, il caldo è atroce, si accetta senza sforzo. La sua gentilezza e disponibilità rompono presto il ghiaccio e ognuno pone le sue domande.

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Nella tua raccolta di racconti Il paradiso degli animali si nota la presenza di un paesaggio “addomesticato”: quartieri suburbani, autostrade con i famosi diners, un tòpos americano, ma nessun tipo di scontro con la natura selvaggia, persino con la natura selvaggia che può essere trovata in una metropoli, tutto è calmo e vivibile. È corretto?

Sì e no (ride), quello che volevo rappresentare in un paio di racconti è lo straniamento e la tensione di alcuni luoghi. In America abbiamo invaso molti ambienti dove vivono gli animali. Io ad esempio vivo ad Orlando e a trenta miglia lungo la strada c’è Disneyworld: una cosa da matti! Abbiamo costruito un castello sopra una palude e non ha alcun senso, perché noi non apparteniamo a questo luogo! È assurdo! Amo passeggiare nel mio quartiere per pensare. E ci sono molti animali di cui abbiamo invaso lo spazio. Si incontrano cervi, armadilli, una volta si incrociavano anche cinghiali e orsi, ma le persone li hanno fatti scappare. Ci sono molti uccelli, tartarughe, abbiamo anche un alligatore, l’alligatore è il mio vicino di casa in pratica. Ci sono molti stagni in Florida, tu non li vedi, ma sono lì sotto. Sì, credo di essere molto interessato a questa cosa: ci sono gli animali che possiamo tenere con noi: cani, gatti, gli animali domestici, e ci sono quelli che invece non possiamo. Come nel racconto L’Uomo Lucertola, quel tizio prova ad allevare un alligatore in una gabbia e le persone lo fanno per davvero, in Florida! Ogni anno qualcuno finisce sui telegiornali perché ha tentato di tenersi in casa un animale che non dovrebbe essere addomesticato, poi si stupiscono se vengono morsi. Guardalo, è un alligatore! Non è un cucciolo! Ci sono degli spazi che noi crediamo ci appartengano. Crediamo che non siano luoghi selvaggi, ma la wilderness è proprio ad un passo, rigogliosa, e possiamo coglierla. Ho risposto alla tua domanda?

Sì, avevo una domanda simile sugli animali, che sembrano altrettanto addomesticati: i bisonti nella riserva, o il mostro di Gila costretto in una scatola, quello non è il posto per un mostro di Gila. Ma tutte le interazioni tra uomini e animali avvengono in luoghi che non sono la wilderness, un altro tòpos americano. Come ti fa sentire?

Beh io stavo cercando di rappresentare una certa tristezza, il mostro di Gila in una scatola e l’alligatore in una gabbia. Noi tendiamo ad utilizzare gli animali per i nostri scopi. Penso che mentre sceglievo il titolo per la raccolta, ne volessi uno con una storia che mi parlasse. A volte capita di pensare se gli animali hanno un’anima, se c’è un dio anche per gli animali. Non so… io sono cresciuto in Georgia, sono cresciuto nei sobborghi. E anche ora che vivo in una zona più rurale della Florida, non conosco la wilderness come altri scrittori. Ce ne sono alcuni che stanno facendo un ottimo lavoro, ma vivono in altre parti d’America.

Un’altra cosa che si nota è la presenza di alcuni personaggi con un aspetto grottesco. Dan, nel racconto che dà il nome alla raccolta viene descritto con una cicatrice sul volto e gli manca un pezzo di orecchio. Ovviamente anche la ragazza de Il Braccio. Cosa cerchi in questi personaggi? Perché li hai scelti?

Dunque, io amo Flannery O’Connor, e lei era molto interessata al southern grotesque, al genere gotico, ma un’altra cosa che amo davvero arriva dai buoni film e dalla buona televisione. Come in The Wire, una delle mie serie preferite. Per questo show hanno scelto persone vere, che vivono veramente in un posto, e non sono persone bellissime. Quando guardi Friends, ad esempio, è divertente ma loro sono belli in maniera irrealistica! Chi ha sei amici che sono così belli? È una specie di paese immaginario. Io sono nato nella classe operaia, mio padre era un conciatetti, metteva le tegole sui tetti delle case. L’ho fatto anche io per un’estate ed è stato il lavoro più brutto che tu possa fare, fa così caldo, e le tue ginocchia devono tenere la presa sulle tegole come se fossero legate assieme. Io sono nato a New York, ma quando avevo sei anni ci siamo trasferiti ad Atlanta, mio padre ha cominciato a guadagnare di più e siamo diventati un po’ più classe media, ma mi sento ancora molto legato alle persone della classe operaia. Quindi una delle cose che volevo fare è raccontare le storie di persone che non sono per forza belle. Le persone si meritano che qualcuno racconti la loro storia, non importa quali abilità o disabilità abbiano.

Stai scrivendo un romanzo, vero? Qual è la differenza tra i due generi? Tra racconto e romanzo.

Sì, è vero… la risposta è sia facile che difficile, perché da una parte la prima bozza richiede molto più tempo. Posso scrivere la bozza di un racconto in un paio di giorni o un paio di settimane e passare il mese successivo a percorrere la bozza in lungo e in largo finché non è finito: riesci a tenere tutto tra le mani mentre scrivi. Al romanzo invece sto lavorando da due anni, e quando scrivi  trecento, quattrocento pagine, non puoi ricordarti cosa hai scritto a pagina cento, non puoi ricordarlo e basta. Quindi ci sono molte ripetizioni, bisogna fare molte revisioni. D’altra parte puoi scrivere e rivedere meglio perché è un unico blocco, e in quattro o cinque anni hai finito. Per fare questa raccolta ci sono voluti quasi nove anni, invece. Ogni racconto è breve, ma per averne abbastanza da mettere in un libro, ci vuole più tempo che a scrivere il più lungo dei romanzi, perché non è una storia sola.

E in Italia? Hai mai letto un autore italiano?

Calvino! Ho letto le sue raccolte e ne apprezzo soprattutto l’inventiva. Ci sono alcuni racconti un po’ strani nel mio libro, come ad esempio Il Bambino che Brilla o Quello che Vuole il Lupo, e credo che a tutti piaccia avventurarsi a volte in un mondo un po’ più magico.

È curioso, perché l’Italia non è un paese per racconti, solo ora qualcosa si sta muovendo. Ma alcuni dei più importanti scrittori di racconti, come Buzzati e Levi e lo stesso Calvino, scrivevano racconti fantastici, molto fantasiosi e che molto spesso avevano come protagonisti gli animali.

Allora devo leggerli! È interessante che tu dica che i racconti non vengono apprezzati, è lo stesso in America. E io conosco un paio di amici che lo dicono tutt’ora. Tutti preferiscono i romanzi! Io ovviamente amo entrambe le forme, e le leggo, entrambe. La cosa più bella del racconto è la sua concentrazione, la sua economia di linguaggio. Puoi ottenere il racconto perfetto. Quando hai cinquemila parole puoi lavorare su ogni singola parola, non ci sono scuse perché ogni parola non sia perfetta, al posto giusto. Invece il romanzo ha centinaia di migliaia di parole, non avrai mai un romanzo perfetto. Ho letto romanzi molto molto ben fatti, certo. Ma non perfetti. C’è sempre qualcosa che avresti scritto in un altro modo, o un capitolo che toglieresti.

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Dopo l’incontro con il pubblico e la traduttrice Gioia Guerzoni nella libreria Verso, ma soprattutto dopo alcuni boccali di birra e bicchieri di vino, torniamo umani, e come tutti gli umani parliamo di serie tv.

Sì! La tizia di Olive Kitteridge, quella che fa lo sceriffo in Fargo? È la moglie di uno dei Coen!

Ah sì? Non lo sapevo! Ecco perché è in tutti i loro film!

(ridiamo)