Autore: Davide Bovati

Gli piacciono i corvi e la buona cucina.
Prende i libri in biblioteca.

diana e atteone fontanellato cheever

La metamorfosi di John Cheever

Fontanellato è una graziosa cittadina nella bassa parmense. Il piccolo borgo conserva al centro un fossato e all'interno del fossato una meravigliosa rocca medievale, la quale custodisce tra le sue mura una piccolissima stanza (ci possono entrare solo poche persone alla volta) con uno dei capolavori dell'arte italiana. Nella cosiddetta "stufetta" il Parmigianino ha infatti affrescato una scena che rappresenta [...]

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Primo Levi

La chiave a stella di Primo Levi, il riflesso della verità

L’incipit, per lo scrittore accorto, ha un’importanza fondamentale. È una parte della narrazione a cui dedicare particolare cura. Non ha infatti solo la funzione di convincere il lettore a proseguire nella lettura, ma è anche uno spazio utile per dare indicazioni al viaggiatore meno sprovveduto, in modo che non si perda nulla durante il viaggio. [...]

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voci di scrittori arabi di ieri e di oggi

Racconti arabi, voci di scrittori di ieri e di oggi

Quando si parla di cultura e letteratura araba è facile essere costretti nei movimenti all’interno di alcuni luoghi comuni riconoscibili. Più che altre letterature straniere, quella dei paesi di lingua araba sconta la permanenza di pregiudizi dovuti sia ai grandi capolavori del passato, sia – purtroppo – al peso gravitazionale pressoché impossibile da evitare di quel buco nero creato dai grandi drammi della guerra, delle migrazioni, del terrorismo. È per questo che un’antologia come Voci di scrittori arabi di ieri e di oggi mi ha sorpreso un pomeriggio, sugli scaffali della mia biblioteca, mentre cercavo tutt’altro.

voci di scrittori arabi di ieri e di oggi
photo by Joel Tashe

Anche per i lettori più allenati e aperti è difficile sfuggire alle immagini più convenzionali di questa cultura letteraria. Le mille e una notte è da quasi trecento anni tra i riferimenti fiabeschi di un Occidente favolosifago che ha ereditato dall’Antichità il concetto di un Oriente misterioso, molle, sensuale e ingannevole a cui contrapporsi. Oppure l’epica beduina di Lawrence d’Arabia e la sua impresa eroica e romantica tra dune e cammelli nel deserto, che però rimane pur sempre l’avventura di un europeo che ha voluto farsi condottiero. Da qui dobbiamo possiamo però partire per un’esplorazione più sincera di quello che oggi è la letteratura araba e la cultura che la produce.

Lei è uno di quegli inglesi innamorati del deserto. […] Gli arabi non amano il deserto. Noi amiamo l’acqua, il verde. Nel deserto non c’è niente. E nessuno vuole il niente. […]

Queste sono le parole che l’Emiro Faysal interpretato da Anthony Quinn rivolge a Lawrence nello splendido film del ‘62. Oggi, come già allora, sono sempre meno gli arabi che vivono nel deserto. Il Cairo, Ryhad, Baghdad, ma perfino Alessandria, Jedda o Casablanca, sono diventate metropoli enormi, con milioni di abitanti, più grandi di qualsiasi città italiana. Le loro vite come possono essere così diverse dalle nostre?

La curatrice e traduttrice della raccolta, Isabella Camera D’Afflitto, durante un’intervista a Radio Radicale ha raccontato come una lettrice, durante una presentazione, si fosse lamentata di come i racconti proposti fossero non solo facili da leggere, ma trattassero di tematiche non sufficientemente esotiche. L’obiettivo allora può considerarsi raggiunto, perché era proprio quello di mostrare un lato più intimo e quotidiano, che non prescinde dalla Storia, ma con la coscienza che al centro dei racconti ci sono le persone, altrimenti sarebbero saggi di geopolitica.

racconti arabi
photo by Sophia Valkova

Suddivisa in aree tematiche la raccolta propone sia grandi nomi della letteratura araba, come Nagìb Mahfùz, premio nobel egiziano per la letteratura o Tayyib Sàlih, autore di un bestseller internazionale; ma anche scrittori provenienti da aree più appartate e periferiche come l’Oman o lo Yemen. Biofisiche, scrittori di teatro, attivisti, espatriati, impiegati pubblici. Gli autori presenti in questa raccolta vogliono essere uno spettro il più vasto possibile delle società in cui vivono.

Tra le sezioni più belle quella intitolata Il disinganno dell’infanzia dove sono ospitati quattro racconti diversissimi per tono, stile, ambientazione, ma tutti che affrontano l’universale momento in cui i bambini smettono di essere tali. Affrontano un divorzio e la scoperta del tradimento nel racconto Il tappeto persiano, o l’ipocrisia del mondo nel breve ritratto di un cameriere egiziano in Peperoncino. La consolazione della lettura viene esplosa in due modi diversissimi nel racconto raffinato, poetico e modernissimo Orme di uccelli sulla sabbia, ambientato sulle assolate spiagge di Alessandria d’Egitto; oppure come risposta ad una madre anaffettiva in Arsenio Lupin.

La nostra ricerca della normalità dovrebbe tenersi alla larga dalle sezioni Oppressione politica, guerre e rivoluzioni, o L’esilio e l’assenza, per non parlare di Satira politica, ma anche da Ai confini della mente, perché anche il racconto L‘uomo ucciso con i miei vestiti, del libanese Rashid Al-Da’if ci racconta in modo assurdo della tragica guerra civile che ha insanguinato il suo paese, E anche tra i racconti I veri volti della donna troveremo sì il racconto di un’adescatrice disinibita tra le righe di Una notte a Casablanca, ma dovremo pur leggere la disperazione di Zagharid, una donna cristiana che non può andare al matrimonio del figlio, nella Palestina occupata.

racconti arabi contemporanei
photo by Ludo Sawicki

In realtà è impossibile sfuggire alla geopolitica in questi racconti, perché questi sono autori di lingua araba che scrivono in arabo per un pubblico di lettori arabi e per molti di loro guerre, dittature e conflitti sono la normalità, per cui descrivere il check-point detto La porta di Mandelbaum, dove una bambina attraversa inconsapevole il confine invisibile e impossibile tra Israele e Palestina, o la tragedia di una partenza, volontaria ma non per questo meno sofferente, durante la Nakba attraverso gli occhi dei figli ne La Terra delle arance tristi, è normale.

Eppure tra tanta sofferenza cogliamo ancora brevi scorci di umanità, sguardi tra innamorati, impotenza maschile, solitudini, rimpianti. Solo alla fine il racconto La lingua del libico Ibrahìm Al-Koni, che pur avendo vissuto a lungo in Russia, Polonia, Svizzera, Spagna, proprio non risce a dimenticare l’oasi di Ghadames dove è nato e ci regala una novella didattica meravigliosa e stavolta sì, piena di deserto e cammelli, tantissimi cammelli.

Isabella Camera D’Afflitto ha promesso un secondo volume, Voci di scrittori arabi di oggi e di domani e io non vedo l’ora di leggere le sperimentazioni letterarie dei racconti brevissimi che stanno andando sempre più di moda nel mondo arabo, e i viaggi futuristi delle elìte dei Paesi del Golfo, arroccate sulle loro torri di cristallo e acciaio, circondati da un deserto che non amano ma che è tutto attorno a loro. Ancora una volta i racconti, brevi, facili da pubblicare sulle riviste e da diffondere anche sotto una dittatura, sono il modo migliore per conoscere una letteratura e la gente per cui viene fatta. Vi lascio con le parole dell’introduzione:

Quest’opera vuole far conoscere novelle di esponenti di una cultura laica, a rappresentanza un mondo multietnico e multiconfessionale com’è quello arabo, nella speranza che la conoscenza della cultura degli altri, anche attraverso la novellistica, sia oggi un ulteriore tassello per una convivenza pacifica nel nostro mondo.

Nel bosco di Akutagawa Ryunosuke, scrittore di racconti

Akutagawa Ryunosuke nacque nel 1892 e visse una brevissima vita a cavallo dei due secoli. Era di una generazione nata quando la transizione del periodo Meji era già compiuta e si potevano già godere i frutti della missione che i governanti nipponici avevano avuto nei decenni precedenti: modernizzare il paese con “tecnologia occidentale e spirito giapponese”. Akutagawa aveva studiato nella massima università di Tokyo e conosceva in modo profondo la letteratura inglese e francese del secolo che era appena trascorso. Allo stesso tempo però facevano parte del suo bagaglio non solo la letteratura tradizionale giapponese, ma anche quella cinese, il vero e unico riferimento culturale prima dell’apertura al mondo.

Prima di togliersi la vita, riuscì a pubblicare alcuni tra i più memorabili racconti della letteratura giapponese, che non solo vengono tuttora letti e commentati nelle scuole, ma che hanno avuto diffusione ancora maggiore come adattamenti cinematografici. Rashomon, il film che consacrò Akira Kurosawa come regista di fama mondiale e che gli valse l’Oscar come miglior film straniero, doveva la trama al racconto Nel bosco, mentre il titolo proviene da un’altra storia breve dello stesso autore.

Akutagawa Ryunosuke
Akutagawa Ryunosuke

La forma letteraria dei racconti brevi funziona in questo modo. Su cento racconti, se dieci sopravvivono per le generazioni seguenti, si potrà parlare di un grande successo.

Questo è quello che scrive Murakami Haruki, forse il più importante scrittori giapponesi viventi e tra i più famosi in assoluto, proprio nell’introduzione alla raccolta di Akutagawa Rashomon e altri racconti curata da Einaudi. E non riescono infatti tutti i suoi lavori a superare il passare del tempo. Suddivisa grossomodo in due parti la sua produzione, emergono con prepotenza i suoi primi lavori, rielaborazioni di antiche storie tradizionali, contrapposti ai suoi ultimi lavori, frammenti introspettivi, lirici e autobiografici influenzati da quello spirito che in Giappone si fa chiamare “il romanzo dell’Io”.

Una delle fonti principali di Akutagawa era il Konjaku monogatarishū una raccolta di mille racconti di origine indiana, cinese e ovviamente giapponese composta poco dopo l’anno 1000. Saccheggiato con meticolosa costanza, questo enorme bacino di storie già raccontate fornì idee e personaggi a moltissimi racconti. Ed è proprio da una di queste storie, riguardante un furto e uno stupro, che nacque il racconto Nel bosco. Il racconto è la storia di un omicidio, raccontata attraverso la testimonianza di sei diversi personaggi: una donna e suo marito sono aggrediti da un ladro. Un monaco, un boscaiolo, un vigilante e la madre della donna, completano le voci della composizione.

akutagawa nel bosco racconto
Photo by Staffan Kjellvestad on Unsplash

Pubblicato nel 1922 è un perfetto esempio di modernismo giapponese, niente affatto lontano da quello che stava succedendo nel resto del mondo, mentre Faulkner ancora provava senza troppa convinzione a lavorare in posta. Ma a quanto pare neanche questa è un’idea di Akutagawa. Ci aveva già pensato nel 1868 Robert Browning, poeta laureato vittoriano, a scrivere un poema drammatico con la stessa struttura. Basato su un vero e intricato caso di omicidio nella Roma degli anni intorno al 1700, il poema L’anello e il libro affida a vari personaggi la narrazione dei fatti mentre essi accadono.

In entrambe le narrazioni i testimoni raccontano ciò che hanno visto o sanno riguardo al crimine di cui si cerca di venire a capo attraverso un processo. Ogni personaggio parla attraverso un monologo drammatico, rivelando così il proprio carattere, limitazioni, intenzioni. La strada però ad un certo punto si divide e mentre i personaggi di Browning vanno alla ricerca del colpevole e della verità, quelli di Akutagawa cominciano a rivelare una realtà molto più complessa, in cui si arriva a dubitare che l’omicidio stesso sia mai accaduto. Con precisione ed eleganza l’autore rende ogni singola testimonianza, anche quelle più banali o apparentemente affidabili, contraddittorie l’una con l’altra.

Il lettore, solo difronte ai monologhi e alle risposte a domande fantasma fatte da un narratore inesistente, entra in crisi, nell’impossibilità di arrivare alla soluzione di questo giallo. Cosa è successo nel bosco? E la risposta non può essere ottenuta senza mettere in discussione la qualità stessa della verità e della natura umana.

Nel bosco racconto akutagawa ryunosuke
Photo by Jason Ortego – Unsplash

Qui a Tre racconti non scriviamo solo articoli, ma passiamo anche molto del nostro tempo a leggere storie brevi e voci nuove per la nostra rivista letteraria. La proporzione dei racconti che dalla selezione arrivano alla pubblicazione è forse più bassa di quella indicata da Murakami per il canone. Ma questo non accade perché ci arrivino racconti particolarmente brutti o perché noi siamo particolarmente cattivi (solo un pochino) ma perché sempre più spesso incontriamo le stesse situazioni, luoghi, meccanismi, parole, topoi.

Akutagawa Ryunosuke, nonostante abbia copiato la storia da una antica novella giapponese, da un poeta vittoriano come Robert Browning e persino rubato un’idea a un trascurabilissimo autore come Ambrose Bierce, è stato in grado di realizzare un suo racconto. Ci è riuscito grazie all’attenzione per i dettagli, che hanno tenuto insieme quel mosaico di fonti. Oggi si tenderebbe a chiamare questo riuso “postmodernismo”, ma anche Shakespeare aveva letto qualche cronaca danese per scrivere l’Amleto. Io in questo caso lo chiamerei Letteratura.

Nelle terre di nessuno, il Kentucky Straight di Chris Offutt

nelle terre di nessuno chris offutt

Nel sud degli Stati Uniti il whiskey si fa con il granturco e si chiama Bourbon. Se si rispettano tutte le regole stabilite dall’autorità federale sulla procedura di produzione (il tipo di botte usato, gli ingredienti prescelti, il tempo e la zona di invecchiamento) allora lo si può chiamare Kentucky Straight, che in inglese significa molte cose: liscio, dritto, diretto, giusto, puro, onesto, leale. Chris Offutt dice di non essere molto bravo a scegliere i titoli e che di solito li fa scegliere al suo coinquilino dell’università, ma difficilmente si potrebbe trovare un nome diverso per la sua raccolta di racconti.

Pubblicata in Italia da Minimum Fax e tradotta da Roberto Serrai con il titolo Nelle terre di nessuno, il libro raccoglie nove storie brevi di persone che vivono tra le montagne e le colline degli Appalachi, lo stesso luogo in cui è nato e cresciuto lo scrittore. Bifolchi, redneck, melungeon, hillibilly, negri e minatori neri per il carbone. Vecchie e vecchi avvizziti, donne timorose di Dio e ragazzini sporchi. Sono i posti dove la gente di città non va, dove la gente vive nelle case mobili, dove la gente prende il sussidio ma odia il governo. Relitti, ma tutti veri e onesti abitanti del Kentucky, nati, vissuti e spesso molto presto morti tra i ruscelli e le foreste di una delle regioni più periferiche d’America.

Gli abitanti dei racconti di Chris Offutt sanno come gira il loro mondo, lo hanno imparato a proprie spese. Un negro non può bere dalla stessa bottiglia di un bianco, pensano sotto la pioggia i rumorosi spettatori del meraviglioso Tirar su case; se ti insultano la famiglia dovrai fare a botte, lo sa benissimo il protagonista di Segatura; se non vuoi farti seguire in qualche posto dai tuoi cani da caccia dovrai ammazzarne uno davanti agli altri e seppellire lì il suo cadavere, hanno insegnato all’uomo di Luna Calante. Sanno sempre cosa fare: che si tratti di mentire alla polizia come i bambini di Blue Lick, come aiutare un ferito, come sparare, quali piante raccogliere, come scaldarsi d’inverno, oppure di eseguire un rito scaramantico per liberarsi di una vecchia strega.

nelle terre di nessuno racconti offutt

Come i personaggi di Hemingway conoscono, vivono e lottano nella Natura in modo agonistico: prima hanno ucciso tutti gli orsi, poi tutti i puma, poi le linci e i lupi, hanno tagliato gli alberi e scavato gallerie per estrarre il carbone. Allo stesso tempo però loro – i puri, i dritti – non sono in grado di evitare in alcun modo le sventure e le violenze che li aspettano. Sono in grado di affrontarle o sopportarle, persino di prevederle, ma persistono con incredibile determinazione a battere la strada della propria rovina. A quasi tutti è morto qualche parente stretto prima del tempo, il sangue scorre abbondante nel fango, sono ubriaconi, incestuosi e ignoranti e per quanto ci provino – ci raccontano in Palla 9 – come gli eroi omerici hanno una strada da percorrere e per quante deviazioni incontreranno lungo la strada, torneranno sempre alla loro casa tra le colline del Kentucky.

«Il figlio non deve essere per forza come il padre».
«Da queste parti succede quasi sempre».
«Voi siete messi male quanto noi».
«Può darsi», disse Mercer. «Non conosco molti altri con cui fare il confronto».
Distolsero entrambi lo sguardo, mentre gocce di pioggia picchiettavano il fango. Coe guardava nella nebbia, e pensava che non era vero, che a quella gente era andata molto peggio. Coe sapeva come vivevano i neri. Sapeva come era successo e a chi dare la colpa. Quei bifolchi sulle montagne, invece, ignoravano tutto.

E allora forse è vero che questi personaggi vivono Nelle terre di nessuno, perché le compagnie minerarie stanno letteralmente spianando le cime delle montagne per estrarre il carbone e le valli già poco abitate si svuotano lentamente, drenando a valle verso le città sulle rive dell’Ohio. Quindi non è strano che i racconti meno riusciti siano proprio quelli con cui Chris Offutt prova a cercare una comunione magica e soprannaturale con la Natura. Anche se alcuni provano a darsi degli antenati Cherokee, non possederanno mai la terra su cui camminano. Quando invece l’autore si limita a raccontare le vite ostinate di questi abitatori delle colline con il suo stile esatto, l’estrema rarefazione degli aggettivi e le ipnotiche ripetizioni della narrazione orale, allora quello che ottiene sono sempre storie dritte, giuste, oneste, di gente rassegnata che continua a lottare.

«Verrà giù tutta la collina», disse Mercer.
«Se la casa mobile finisce sulla strada», disse Aaron, «io ce la lascio, e col trattore ci apro una strada tutto intorno. Io voglio vivere a Crosscut Ridge, e basta». Sospirò e guardò al cielo. L’acqua gli colava dalle sopracciglia. «Oggi fa buio presto».

Immaginare il pensiero

La signorina Else di Arthur Schnitzler e Manuele Fior

Quando nelle biblioteche appare una nuova sezione, significa che qualcosa di grosso sta succedendo. Lentamente, un paio di centimetri alla volta, nuovi volumi prendono possesso di un angolo, di una mensola, di uno scaffale. Alcuni libri che nessuno vuole più leggere dovranno lasciare spazio alla novità, gonfiando un numero di collocazione che prima nessuno avrebbe mai notato.

741.5 Vignette, caricature, fumetti.

Ancora non hanno un codice solo per loro, le graphic novel. Ma hanno già occupato stabilmente un posto nelle nostre biblioteche, librerie, modalità di espressione culturale.
La traduzione letterale dall’inglese è romanzo grafico, ma forse per una volta dovremmo fidarci di questo falso amico e tradurre con novella grafica. Questo termine dal gusto medievale infatti porta con sé un altro significato: la brevità. Difficilmente la lettura di un albo va oltre poche ore e le rare eccezioni consistono soprattutto in raccolte e antologie. In realtà il tempo di lettura della maggior parte delle nuove storie illustrate si aggira attorno all’ora. Perché paragonarle al romanzo quindi? Non sono molto più simili ai racconti?

Come i racconti, le graphic novel hanno poco tempo, poco spazio, pochissime pagine per convincere il lettore a stare con lui. I meccanismi che l’autore ha a disposizione sono altri, e se segui Tre racconti fedele lettore, saprai già quali. Ma sono gli stessi per entrambe le forme? Per non prendere subito il largo in questa nostra avventura alla ricerca della risposta cominceremo da un’opera che non si allontani troppo da casa. La signorina Else, nella doppia versione di racconto, pubblicato nel 1924 da Arthur Schnitzler, e del suo adattamento illustrato firmato da Manuele Fior nel 2009.

Il racconto di Schnitzler è ambientato in un non meglio precisato momento del primo novecento, forse tra i due conflitti mondiali, a San Martino di Castrozza nelle dolomiti trentine. Le tumultuose lotte politiche che agitano l’Austria negli anni della pubblicazione non hanno alcun riverbero tra le pagine: non ci sono politici, militari o nobili di sangue, unico indizio che il vecchio Impero sia già tramontato lasciando il posto alle lotte tra i socialdemocratici e le squadre fasciste di Dolfuss. Ma in realtà all’autore, di professione medico, non interessava la salute del paese quanto quella dell’animo dei suoi personaggi. Negli stessi anni in cui viene alla luce l’Ulysses di Joyce, Albert Schnitzler utilizza il monologo interiore per indagare l’interiorità, con risultati che provocano l’invidiosa ammirazione del fondatore della psicologia moderna. Un unico, indivisibile, capitolo di 120 pagine esplora i pensieri di Else, una giovane ragazza della buona società viennese, la cui famiglia è costantemente sull’orlo del tracollo finanziario e che si gode una breve vacanza ospite della zia materna. Il mondo esterno lo percepiamo solo grazie ai suoni che in corsivo o con le note di un pentagramma interrompono il discorso dei pensieri di Else, che commenta, giudica, sogna, racconta e ci mostra un ambiente meschino e ipocrita, da cui in ogni modo cerca di fuggire. La lettera della madre che chiede aiuto sarà solo un pretesto, che si accoda ai tanti piccoli indizi che l’autore ci lascia in crescendo, il sonnifero, la montagna, gli uomini che potrebbero salvarla.

La prima cosa che si nota nella trasposizione è l’intervento d’autore di Manuele Fior. Sempre nel massimo rispetto dell’originale la storia viene adattata, divisa, sezionata: prima in due sezioni e poi ovviamente dal ritmo stilistico e costrittivo delle vignette. Prima assenti, le immagini che appaiono sulla pagina come il dialogo che apre il racconto, poi sempre più fitte, per rallentare e allentare la loro presa durante un sogno, un ricordo, una lettura. Nonostante il suo tratto morbido, Fior rende più aguzzo il racconto, entrambi gli autori seguono un climax, ma lui segue un percorso molto più accidentato, tagliando, spostando e alterando la tensione. La seconda è lo stile. Nelle recensioni si legge sempre: «Un omaggio alla secessione viennese!» E poi come un mantra i nomi di Klimt, Schiele e Kokoshka, direttamente dal libro di Storia dell’Arte delle superiori. Peccato che sfogliando le pagine e osservando le forme e il tratto si possono riconoscere giusto un paio di citazioni, mentre la presenza più ingombrante è sicuramente quella di Tolouse-Lautrec, il pittore francese famoso per le sue stampe art noveau e per i grotteschi schizzi del sottobosco umano parigino. Fior vive e lavora in Francia e il suo viaggio a Vienna, con l’eccezione forse di Schiele, non ha riportato poi molto. Nelle forme dell’acquerello però forse si può intuire il ricordo di qualcosa di più profondo e lontano, che emerge soprattutto nei sogni oscuri e nella follia di Else, e anche le figure orrorifiche di Goya appaiono come un ricordo lontano. Manuele Fior ama studiare e cercare le forme di corpi, visi, mani e piedi e riesce così nella traduzione visiva di un’opera in cui non c’è quasi nessuna descrizione, (i capelli sono biondi, il pullover è rosa, il vestito nero) perché il mondo vero è quello dentro la mente di Else.

I due autori insieme e da soli riescono a dare voce, silenziosa, alla disperazione esistenziale di una bambina non ancora donna, che non può fronteggiare da sola la vita di menzogna, solitudine e prostituzione che le viene promessa. E che alla bramosia di un vecchio e all’inettitudine della famiglia sceglie, per un momento, una fuga senza fine.