Author: csaba

La LettriceDeiDueMondi. Dai Caraibi alle Crete, tutto per lei è cambiato,
tranne la sua occupazione principale: leggere, senza sosta.

Flannery O’Connor, il racconto compreso tra grazia divina e libertà umana

Ho letto per la prima volta di Flannery O’Connor circa tre anni fa, nonostante avessi in casa una sua raccolta di scritti e racconti acquistata almeno quindici anni prima. La raccolta porta il nome di uno dei suoi racconti più famosi, La schiena di Parker, e per qualche strana ragione mi ero convinta che quel racconto – come del resto tutto il libro - parlasse di [...]

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Joseph Roth. I suoi racconti, i suoi coralli

Provo una certa irritazione ogni volta che Joseph Roth, autore austriaco dell’ultimo periodo asburgico, viene confuso con Philip Roth, quello americano. Sia perché anagraficamente distanti – quando il primo moriva, l’altro aveva solo sei anni -, sia perché pur avendo avuto cognome, origini ebraiche e mestiere in comune, tali elementi hanno avuto un peso decisamente diverso nella biografia di ciascuno. E mentre di Philip ne parliamo e ne scriviamo sempre, soprattutto in prossimità del conferimento annuale del Premio Nobel per la letteratura, di Joseph non ce ne rammentiamo quasi mai, purtroppo. Dunque, eccomi qua a rendere omaggio e merito ad uno degli autori che hanno reso ricca e universale la letteratura mitteleuropea del primo Novecento, insieme a Canetti, Kafka, Musil, Schnitzler e Zweig.   

Joseph Roth
Un ritratto di Joseph Roth

Joseph Roth è stato giornalista, oltre che scrittore, e metà della sua produzione ne è la testimonianza; l’altra metà è composta di romanzi, saggi, novelle, racconti e poesie. Mi sono accostata a lui, per la prima volta, alcuni anni (decenni?) fa, quando da giovane studentessa universitaria, figlia di emigranti italiani rimpatriati cresciuta nel Nuovo Mondo, cercavo nelle mie letture quegli autori capaci di raccontare mondi perduti, società sgretolate, esili forzati, case dimenticate a cui non si poteva fare più ritorno. Li sentivo vicini, amici, provavo la loro stessa nostalgia, il loro stesso smarrimento, e leggerli mi era di grande conforto. Poi, gli anni sono passati, io sono cresciuta, e alcuni amici li ho dimenticati.

Poche settimane fa, insieme ad alcuni scratchreaders, ho riletto per combinazione uno dei suoi romanzi più famosi, La Cripta dei Cappuccini. Be’… è stato come ritrovare un vecchio amico che non è cambiato affatto, rimasto giovane e al tempo stesso saggio, così come lo avevo lasciato. Non ricordavo molto né delle sue storie né del suo stile, ma ricordavo di aver provato una bella sensazione quando lo avevo letto in passato: quella di poter credere nei miracoli. Solo chi ci crede veramente riesce a trasmettere ad un lettore una tale sensazione, la stessa che ho ritrovato nei giorni scorsi sfogliando, come fossero vecchi album di fotografie, tutti i libri che di lui possiedo. E così, subito dopo le vicende della famiglia Trotta, ho rispolverato una vecchia raccolta di racconti, otto in tutto, scritti da Joseph Roth nel corso di vent’anni, pubblicata in Italia per la prima volta da Adelphi negli anni settanta e intitolata Il mercante di coralli.

J. Roth è stato uno scrittore dallo stile generoso: ognuno di questi racconti, infatti, ruota intorno ad un personaggio e di ciascuno ci offre, sia pure in poche pagine, un passato che spiega il presente e che talvolta lascia intravedere un futuro, un insieme di storie utili a comporre quella grande casa con molte porte e molte stanze che Roth nella vita reale aveva perduto, in seguito al crollo dell’Impero Asburgico guidato dall’Imperatore Francesco Giuseppe, nel 1918.

I suoi personaggi abitano quella porzione di mitteleuropa che, sotto la guida degli Asburgo, racchiudeva popoli, religioni e tante lingue diverse, avvezza a coltivare le proprie radici senza rinunciare alla propria cultura, ad esprimere il proprio credo qualunque esso fosse, a preservare le proprie tradizioni identificandole con la terra in cui si è cresciuti e con il contesto in cui si è stati amati, educati e sorretti, cioè, la famiglia, a venerare il proprio imperatore, ad accettare, infine, lo smarrimento e la nostalgia conseguenti alla caduta della monarchia austro-ungarica.

Il castello di Schönbrunn (Vienna), residenza dell’imperatore Francesco Giuseppe

Tuttavia, i personaggi creati da Roth non sono degli eroi, ma un campionario di varia umanità. Anton Wanzl, in L’allievo modello, è ambizioso e falso, per tutta la vita offrirà di sé un’immagine contraria – di rettitudine e fedeltà -, aspettando di svelare finalmente se stesso in modo grottesco, tra le pareti della sua bara, con una risata, ridendo forte della credulità degli uomini e della stupidità del mondo. La piccola Fini, invece, protagonista de Lo specchio cieco, è l’immagine di chi crede ciecamente nelle false promesse di una vita migliore, per poi ritrovarsi sola e abbandonata, per di più senza poter fare ritorno a casa. In Aprile, la storia di un amore, un io narrante racconta una strana vicenda amorosa, dai toni vagamente surreali, che condurrà il protagonista a maturare la decisione di fuggire e di salpare verso New York, più per sottrarsi alle proprie responsabilità che per un sincero desiderio di scoperta.

Poi c’è Il capostazione Fallmerayer (uno dei miei racconti preferiti), di lui scopriremo che «distrusse la sua vita che, del resto, mai sarebbe stata brillante – e forse neanche a lungo andare felice – in un modo sorprendente»… il dottor Showronnek testimone, nel racconto Trionfo della bellezza, di ciò che seduzione e bellezza possono far ottenere e di ciò che la gelosia può invece distruggere, metafora di una società decadente… il conte Morstin, fedele al sovrano decaduto e a Il busto dell’imperatore, che una volta rimpatriato al termine della Grande Guerra, si domanda se quella sia davvero ancora la sua patria, poiché in realtà «si sente il cadavere di se stesso» ed è fermamente convinto che non sia «della politica mondiale che il popolo vive – e in ciò si differenzia simpaticamente dai politici, ma della terra che coltiva, del commercio che esercita, del mestiere che sa fare. Eppure, vota alle elezioni, muore nelle guerre, paga le tasse all’erario». Il conte rimarrà talmente fedele al suo passato da lasciare disposizioni testamentarie affinché la sua salma venga sepolta accanto alla fossa in cui giace il busto (non il corpo) di Francesco Giuseppe, busto rimosso dal giardino di casa sua per ordine delle democratiche autorità cittadine e sepolto non lontano da lì.

Ma è sugli ultimi due che vorrei soffermarmi: Nissen Piczenik – protagonista de Il leviatanoe Andreas Kartakquello de La leggenda del santo bevitore.

Il primo è un mercante di coralli, rispettato da tutti, «un ebreo di pelo rosso, la cui barbetta caprina color rame faceva pensare a una varietà di alga rossigna e conferiva a tutta la persona una sorprendente somiglianza con un dio marino». Un uomo convinto che i coralli fossero minuscoli animali marini che «solo per accorta modestia si fingevano alberi e piante, così da non essere attaccati o divorati dai pescecani». Piczenik è nato e cresciuto in pieno continente ma anela al mare e farà di tutto per trasferirsi laddove sente che il suo destino si potrà compiere, compreso imbrogliare i propri clienti vendendo loro coralli di plastica. Perderà tutto: clienti, denaro e moglie.

Alla fine, conscio di essere stato raggirato da un ciarlatano suo concorrente, di aver accettato di vendere chincaglieria pur di avere maggiori guadagni e di non aver più nulla da perdere, parte in un giorno d’aprile dal porto di Amburgo alla volta del Canada ma, pochi giorni dopo la partenza, la nave affonderà. Ma di lui non diranno mai che è annegato, solo che è «tornato dai suoi coralli, sul fondo dell’Oceano dove si torce il potente Leviatano».

Questo racconto, pubblicato per intero dopo la sua morte, è una struggente metafora di ciò che in vita Joseph avrebbe desiderato: ritornare in patria, dal suo imperatore, lui che era nato nel 1894 sotto l’Impero asburgico ed è morto in esilio dopo l’avvento del nazismo, nel 1939.

E se II Leviatano è una metafora, La leggenda del santo bevitore è una sorta di premonizione. Andreas Kartak, il protagonista, è un vagabondo che vive sotto i ponti lungo la Senna. Un giorno, incontra un misterioso benefattore che gli porge duecento franchi e che lui si impegnerà a restituire la domenica successiva, non allo stesso donatore ma come obolo da versare alla statuetta della piccola Santa Teresa di Lisieux – santa a cui l’ignoto benefattore è molto devoto -, che si trova nella cappella di Santa Maria di Batignolles.

Da quel momento in poi, prende il via un susseguirsi quasi ininterrotto di miracoli, il vagabondo sente di essere stato toccato dalla grazia ma non per questo inizierà a condurre una vita sana e proba, anzi, spenderà ogni franco in donne, alcol e cibo, rimandando di domenica in domenica la restituzione promessa fino a quando, colto da improvviso malore mentre si sta recando finalmente in chiesa, si accascia e viene trasportato di peso fino ai piedi della piccola statuetta della santa, dove poco dopo morirà. Il racconto si conclude con questa frase: «Conceda Dio a tutti noi, a noi bevitori, una morte così lieve e bella». Un auspicio personale?

Joseph Roth era un uomo di fede, nato ebreo ma morto cattolico, dopo essersi convertito al cristianesimo. Roth nella sua vita beveva, viaggiava e scriveva senza sosta. Un giorno, mentre era seduto al tavolino di un caffè parigino, dove spesso annotava i suoi pensieri, si è accasciato all’improvviso, morendo quattro giorni dopo.

Un passaggio sotto un ponte sulla Senna (Matt J Herring su Flickr)

A raccontarlo è Cees Nooteboom nel suo libro Tumbas, libro dedicato alle tombe di poeti e pensatori, tra cui figura quella di Joseph Roth. Riporta anche alcuni versi composti da Roth stesso proprio lì, in quel caffè, ora scolpiti in una targa ricordo:

Un’ora è un lago,
un giorno un mare,
la notte un’eternità,
il risveglio l’orrore dell’inferno,
l’alzarsi una lotta per la chiarezza.

Joseph Roth è stato un “mercante di coralli” che amava i suoi coralli, e i coralli erano le sue storie, nate dal suo vigile occhio osservatore, avvezzo a distinguere il vero dal falso, come un buon mercante deve saper fare.

Joseph Roth è stato un gran bevitore, a modo suo “santo” poiché credeva nei miracoli ed era convinto che all’interno di un miracolo non c’è nulla di cui ci si possa stupire.

Joseph Roth è stato un uomo d’onore anche se senza indirizzo, come il suo personaggio Andreas Kartak, costretto a vagare da un paese all’altro senza mai poter far ritorno a casa.

Mi auguro che alla fine Dio gli abbia concesso ciò che desiderava e che abbia trovato requie almeno nella patria celeste in cui credeva.


Nota: tutte le citazioni in corsivo sono tratte da Il mercante di coralli, Adelphi, 1981. Tranne quella di Nooteboom tratta da Tumbas, Iperborea, 2015

Di cosa parliamo quando parliamo di amore… e racconti?

amore racconti
Photo by Darwin Vegher, Unsplash

Domani è San Valentino.

Era ben presto di mattina

quand’io fanciulla innocente,

bussai alla tua finestra

per essere la tua Valentina.

(Amleto, atto IV scena V, di William Shakespeare)

 

Ogni anno, il 14 febbraio a San Valentino, si celebra la festa degli innamorati, in un tripudio di cuori di cioccolato, baci perugina, rose rosse, cene a lume di candela, dediche alla radio, canzonette stucchevoli e filmetti romantici in tv. Tutte attività che fanno molto bene al commercio e che hanno sostituito, nel corso del tempo, il semplice – e certamente desueto – scambio di biglietti d’amore d’origine anglosassone da cui è nato questo carosello: le c.d. Valentine.

E se invece volessimo scambiarci un racconto d’amore o sull’amore? Ecco… non fatevi troppe illusioni, spesso l’amore sta ai racconti come le acciughe stanno alla pizza Margherita: è del tutto assente!

Forse perché l’amore è difficile raccontarlo in poche pagine? O perché per scrivere un buon racconto occorre quella freddezza d’esecuzione, di cui parlano spesso gli autori di short stories americane, che le intermittenze del cuore e le sue mille implicazioni non favoriscono? Eppure, si dice spesso che un buon racconto dovrebbe prendere spunto da un particolare e condurre il lettore verso una piccola verità universale. E cosa c’è di più universale dell’amore?

O forse è vero che l’amore, con le sue mille sfaccettature, è meglio lasciarlo ai romanzieri, alla loro capacità di costruire intrecci complessi, malintesi fuorvianti, trame contorte, storie corpose che tanto servono a rendere quanto siano complicate le vicende del cuore, immaginando situazioni che possono culminare, a seconda dell’esigenza narrativa, in un finale felice o in una conclusione straziante?

Camus, ne L’uomo in rivolta, sosteneva che

Il mondo del romanzo non è che la correzione di questo mondo, secondo il desiderio più profondo dell’uomo. Perché si tratta proprio dello stesso mondo. La sofferenza è la stessa, e la menzogna e l’amore. I suoi eroi hanno il nostro linguaggio, le nostre debolezze. Le nostre forze. Il loro universo non è più edificante e più bello del nostro. Ma essi almeno corrono fino in fondo al loro destino e anzi, non ci sono eroi più commoventi di quelli che vanno all’estremo della loro passione». [1]

Ma nei racconti, invece, cosa succede quando di mezzo c’è l’amore? Il primo racconto a cui ho pensato mentre riflettevo sull’argomento, forse perché già il suo titolo è un invito a farlo, è stato Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Carver, un racconto che molti di voi conosceranno, per via di quella fortunata circostanza che qualche anno fa – tra il 2014 e il 2015 – lo portò alla ribalta, insieme al pluripremiato film Birdman di Iñarritu.

Nel film, di quel racconto veniva proposta una riduzione teatrale ad un gruppo di attori, e gli stessi si stavano preparando per portarlo in scena a Broadway; durante le prove, le due coppie protagoniste si vedono costrette, loro malgrado, a fare i conti con le domande piuttosto provocatorie e imbarazzanti che Carver pone, o fa porre, ai personaggi del racconto, passando così dalla finzione della recitazione teatrale a quella cinematografica, da una storia all’altra, in un continuum. Una di queste domande potremmo riassumerla così: dov’è che va a finire l’amore che abbiamo provato per qualcuno che ora non amiamo più?

C’eravamo messi a parlare d’amore. Secondo Mel, il solo vero grande amore era quello spirituale. (…) In effetti che ne sappiamo noi dell’amore? – ha proseguito Mel – Secondo me, siamo tutti nient’altro che principianti, in fatto di amore. (…) C’è stato un momento in cui credevo di amare la mia prima moglie più della vita. Invece ora la detesto con tutto il cuore. Davvero. Voi come lo spiegate? Che cosa è successo a quell’amore? (…) come se sapessimo di cosa parliamo quando parliamo d’amore. [2]

Già… dove va a finire? Certo, oggi non sarebbe proprio il giorno adatto per chiederselo, però si sa che noi di Tre racconti siamo un po’ lettori e un po’ samurai.

Comunque, un altro aspetto interessante è che nei racconti l’amore non è mai quello impacciato del corteggiamento o infuocato dell’innamoramento e gli eventi, di solito, precipitano in fretta: un tradimento, un terribile segreto, una morte improvvisa, un abbandono… insomma, in quattro e quattr’otto, tutto si compie! Qualche volta c’è il lieto fine, il più delle volte si consuma la tragedia.

E poi, i titoli! Non sono d’aiuto nemmeno quelli, alcuni sono perfino ingannevoli. La prima volta che ho letto Primo amore di Turgenev, ad esempio, sono rimasta un po’ delusa – da quella inguaribile romantica che sono -, perché è la storia di un sedicenne che s’innamora, per la prima volta e con ardore adolescenziale, di una principessina di cinque anni più grande di lui, e quindi uno si prefigura un’iniziazione amorosa mentre invece, nel giro di poche pagine, si passa dallo struggimento d’amore all’attraversamento della linea d’ombra che trasforma un ragazzo in un adulto, un Otello geloso in uno scolaretto: il giovane scopre che la ragazza, di nome Zinaida, è l’amante del padre e che questi è dunque il suo improbabile rivale in amore.

Altri sono fin troppo letterali. È il caso di Amore cieco di Pritchett. Dal titolo potremmo pensare ad una travolgente ed accecante passione amorosa, invece, è proprio la cecità in senso stretto a far incontrare e poi unire due persone che, altrimenti, forse non si sarebbero mai incrociate.

Poi ci sono i titoli fuorvianti. Anche la Welty, per esempio, ha intitolato un suo racconto Primo amore ma, in quel racconto, di amore in senso stretto non ce n’è traccia; il tema centrale è, in realtà, il fascino subito e l’ammirazione provata da un orfanello, sordo e dodicenne, che si trova casualmente a vivere la Storia con la esse maiuscola, niente baci e languide carezze.

Ma i miei racconti preferiti sono quelli in cui l’amore, se c’è, si tinge di grottesco e i personaggi diventano ridicoli, perché credo che non ci sia niente al mondo che ci renda più ridicoli dell’amore, o forse dovrei dire dell’innamoramento. Per il grottesco, chiamo in causa la regina del genere, Flannery O’Connor. In Brava gente di campagna c’è uno dei dialoghi amorosi più bizzarri che io ricordi: lui, venditore porta a porta di bibbie, ha furbescamente circuito una ragazza disabile con una gamba di legno, la porta in un fienile perché vuole una prova d’amore e quello che le chiede è di mostrarle la sua gamba di legno:

«Lo sapevo», brontolò lui, rizzandosi a sedere, «tu mi prendi in giro».
«Oh no!» gridò Hulga. «Si attacca al ginocchio, solo al ginocchio. Perché vuoi vederla?».
Il ragazzo le lanciò uno sguardo lungo e penetrante. Perché è quella, che ti rende diversa. Non sei come nessun’altra. [3]

Anche Cortázar mi ha regalato dei bei momenti col racconto Circe. Delia, una ragazza di ventidue anni, già al secondo lutto per via di due fidanzati morti stecchiti per cause non del tutto chiare, è oggetto dei pettegolezzi a mezza bocca di tutto il vicinato; si lascia corteggiare da Mario, che ha tre anni meno di lei; presto inizierà anche lui a frequentare la casa dei Mañara, in qualità di terzo fidanzato. Lei aveva una strana abitudine: preparare cioccolatini e bon bons (non necessariamente per una ricorrenza, tanto meno per San Valentino!) e farli assaggiare solo e soltanto al proprio fidanzato di turno. Be’, il fatto è che i cioccolatini di Delia erano molto particolari: contenevano un ingrediente segreto, croccante e munito di zampette… che lo sventurato fidanzato scopre al primo morso, giusto in tempo per darsela a gambe e lasciare la povera Delia ancora una volta senza fidanzato ed irrimediabilmente proiettata verso il nubilato perpetuo.

Il racconto si chiude con queste parole: «Gli fecero molta pena i Mañara che erano lì acquattati sperando che lui – finalmente qualcuno – facesse tacere Delia che piangeva, facesse finalmente cessare il pianto di Delia».

Parenti serpenti!

Insomma, per farla breve, se cercate qualcosa di romantico nei racconti (una frase, un’immagine) da dedicare a qualcuno, di romanticismo ne troverete sempre ben poco. Per quello, meglio rivolgersi alla poesia oppure sfogliare un bel romanzo che ruoti intorno all’amore. Però, attenzione: siate originali, niente frasi dal Piccolo Principe, troppo inflazionato.

Parola di Lettrice!

 

P.S. Oggi è anche il Mercoledì delle Ceneri, quello della locuzione latina memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris, che per tutti è quel famoso “polvere sei e polvere ritornerai”, il giusto richiamo per ridimensionare i nostri slanci e i nostri afflati amorosi.

 

____________________

[1] Albert Camus, “L’uomo in rivolta”, Bompiani, p. 287.

[2] Raymond Carver, “Da dove sto chiamando”, Einaudi, pag. 170 – 186. 

[3] Flannery O’Connor, “Tutti i racconti, Bompiani, p. 314. 

Tra Dante e Borges, El Aleph

Borges Dante e l'Aleph
www.wikimedia.org

«Perché negarci la gioia di leggere la Commedia?»
Jorge Luis Borges

 

«Tutto ebbe inizio poco prima della dittatura. Ero impiegato in una biblioteca del quartiere Almagro […] Il caso – ma non esiste il caso, ciò che chiamiamo caso è la nostra ignoranza della complessa meccanica della casualità – mi fece imbattere in tre piccoli volumi nella Libreria Mitchell, oggi scomparsa, e che mi evoca tanti ricordi. Quei tre volumi […] erano l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, tradotti in inglese da Carlyle.»[1]

Con queste parole, pronunciate durante una conferenza tenutasi il 1° giugno del 1977 a Buenos Aires, Borges racconta il suo primo incontro con la Divina Commedia di Dante, opera che leggerà molte volte, in edizioni diverse e a cura di commentatori diversi, per tutta la vita. Arriverà a sostenere che l’unico italiano che conosceva era quello delle terzine dantesche, lette e rilette, sia in silenzio che ad alta voce. Pochi sanno, però, che da questo fortunato incontro nascerà, qualche anno dopo, uno dei racconti più famosi dell’autore argentino, El Aleph.

«L’incandescente mattina di febbraio in cui Beatriz Viterbo morì, dopo un’imperiosa agonia che non si sottopose un solo istante né al sentimentalismo né alla paura, notai che i cartelloni in ferro di Plaza Constitución avevano rinnovato non so quale pubblicità di sigarette; il fatto mi addolorò, perché compresi che l’incessante e vasto universo cominciava già ad allontanarsi da lei e che quel mutamento era il primo d’una serie infinita.»[2]

Beatriz Viterbo era la donna sposata della quale l’io narrante – alter ego di Borges – si era innamorato. Nonostante fosse stato respinto, dopo la sua morte quell’amore si trasformò in devozione, alimentata da un desiderio insensato di contemplazione dei numerosi ritratti della defunta appesi ai muri della casa di famiglia in calle Garay, motivo che lo spinse a coltivare ancora per anni i rapporti con il padre di lei e con suo cugino Carlos Argentino, gli unici abitanti rimasti in quella casa.

Leggendo i Nove saggi danteschi di Borges, apprendiamo che Beatriz  in realtà è una trasposizione della ben più nota Beatrice Portinari, la giovane donna di cui Dante s’innamorò, da cui fu rifiutato e con la quale forse non scambiò mai neanche una parola. Le cronache dell’epoca narrano che Beatrice andò in sposa ad un banchiere fiorentino e morì poco dopo, a soli ventiquattro anni, lasciando un vuoto inconsolabile nel cuore di Dante.

Scrive Borges a questo proposito, in uno dei saggi: «Morta Beatrice, perduta per sempre Beatrice. Dante giocò con la finzione di ritrovarla, per mitigare la tristezza; io personalmente penso che abbia edificato la triplice architettura del suo poema per introdurvi quell’incontro.»[3]

Il poema a cui si riferisce è – naturalmente – la Divina Commedia e il momento dell’incontro è quello suggellato da quei ‘segni de l’antica fiamma’ che Dante avvertirà su di sé nel momento stesso in cui incrocerà lo sguardo di Beatrice, nel XXX canto del Purgatorio. Non saranno necessarie altre parole. Dante avrà così compiuto quel processo di spiritualizzazione che farà di Beatrice una santa donna, mitigando il dolore per la sua perdita.

Al contrario, Borges ne L’Aleph – molto più prosaicamente- avvierà un impietoso processo di denigrazione[4] di Beatriz Viterbo, di colei che lo ha rifiutato per sposare un altro uomo, dal quale poi comunque divorzierà, morendo anch’ella molto giovane e lasciando  di sé nient’altro che i dipinti che la ritraggono, esposti nella sua casa di calle Garay dove il nostro, il 30 aprile di ogni anno, si recherà per commemorarla insieme al padre e al cugino.
Questo lutto, silenzioso e prolungato, culminerà in una scoperta tragicomica:  quella di un’antica tresca tra la defunta e il cugino Carlos, rivelazione che avrà luogo in un modo piuttosto insolito, ovvero, attraverso una delle più belle invenzioni letterarie di Borges: guardando dentro l’Aleph, «uno de los puntos del espacio que contienen todos los puntos»[5] mostratogli dall’incauto  cugino di Beatriz, un punto che si trova nei sotterranei della casa di calle Garay,  luogo magico che rischia di scomparire poiché la casa sta per essere demolita, e proprio per evitarlo viene chiesto al protagonista del racconto di intercedere presso chi di dovere.  Ma l’aver scoperto l’inganno farà rinsavire definitivamente il narratore della storia e farà di Beatriz una parodia della Beatrice dantesca.

L’Aleph, l’altro punto di contatto tra Dante e Borges, altro non è che la rappresentazione borgesiana dell’Empireo dantesco, di quel luogo dove tutto è perfetto, vicino e lontano, al contempo presente e passato perché lì tempo e lo spazio non esistono ma sono. Dove, per dirla con Dante

“a quella luce cotal si diventa,
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta:
però che ‘l ben, ch’è del voler obietto,
tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò che lì è perfetto”[6]

Infatti, la piccola sfera di due-tre centimetri che sprigiona, illuminata dal sole, un’intollerabile fulgore, è il prodigioso Aleph che contiene lo spazio cosmico per intero, dove ogni cosa diventa un’infinità di altre cose diverse, un luogo pieno di occhi che ci guardano e di specchi che non riflettono alcunché, dove tutte le lettere di tutti i libri dell’intero universo sono presenti, dove il giorno e la notte, l’alba e il tramonto coesistono, e dove, al termine delle sue osservazioni attraverso la sfera, il narratore dopo aver visto circolare il sangue all’interno del proprio corpo, aver scrutato gli ingranaggi dell’amore, visto i cambiamenti della morte, e poi ancora, scoperto la Terra dentro l’Aleph e l’Aleph nella Terra, guardato il suo volto, le sue viscere… scoprirà le compromettenti lettere di Beatriz indirizzate a Carlos, piene di oscenità erotiche.

Povero Borges e povero Dante, cosa non si farebbe per una donna!

 


 

[1] Conferenza sulla Divina Commedia tenuta la sera del 1 giugno 1977 al Teatro Coliseo di Buenos Aires
[2] Incipit di “El Aleph”, edizione Alianza Editorial, p. 155, tdr
[3] Nove saggi danteschi di Jorge Luis Borges, edizione Adelphi, p. 93
[4] idem, p. 153
[5] El Aleph, edizione Alianza Editorial, p. 165
[6] Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, canto XXXIII, vv.100-105

 

 

Racconti? Perché no! (un anno dopo)

Alan Turing Enigma’s notes – Bletchley Park Trust

«Ah, dimenticavo, la prossima volta parleremo di qualche racconto indimenticabile».

Si erano lasciati così questi due strani personaggi, la Lettrice Dei Due Mondi (L) e il SignorNo (S) – la conversazione iniziale la trovate qui. Un anno dopo, del tutto casualmente, si ritrovano all’interno di una piccola libreria, lui intento a sfogliare romanzi fantasy, lei in cerca di novità tra i romanzi d’autore. Riprendono così il dialogo interrotto.

L: «…Insomma, hai letto per caso qualche racconto tra quelli che ti ho suggerito? Ne hai trovato almeno uno indimenticabile?»

S: «Ehm… Definisci indimenticabile?»

L: «Bella domanda. Be’, non credo che ci sia un’unica risposta perché dipende sia dal lettore che dallo scrittore. Comunque, per me indimenticabile è un racconto che posso anche definire classico, uno di quelli che ‘non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire’ per citare Calvino, uno che di racconti se ne intendeva»

S: «Di solito, però, è più facile definire classico un romanzo, non un racconto»
L: «Si ma, a pensarci bene, ci sono dei racconti di cui basta citare l’incipit per riconoscerlo proprio perché appartengono alla categoria degli indimenticabili. Ad esempio, questo: Gregor Samsa, destandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto immondo; sono certa che perfino tu sapresti indicare titolo e autore…o no?»

S: «Oh…ma che siamo, a una partita di Trivial Pursuit Letterario?»

L: «Non dirmi che non lo riconosci?»

S: «Io di ‘Gregor’ conosco solo la saga della Collins, quella che ha scritto anche Hunger Games»

L: «Uhm… la faccenda è grave, allora. Proviamo con questo: Per tutta una fosca giornata, oscura e sorda, d’autunno, col cielo greve e basso di nuvole, avevo cavalcato da solo traverso a una campagna singolarmente lugubre fino a che mi trovai, mentre già cadeva l’ombra della sera, in vista della malinconica casa degli Usher»
S: «Usher… Usher… Usher… non è il consigliere personale del Presidente in House of Cards

L: «Non ci posso credere! Mi verrà un infarto, di questo passo. Facciamo un altro tentativo, l’ultimo. Ti cito questo incipit facile facile: Dicevano che sul lungomare era comparso un nuovo personaggio: la signora col cagnolino»

S: «Questa la so, è il racconto che tanto piaceva alla protagonista del film The reader!»

L: «Sì, ma…chi era l’autore di quel racconto?»

S: «Ehm…uhm…boh, non lo so»

L: «Incredibile. Impossibile. Inammissibile. Intollerabile. Inaccettabile. In…»

S: «Ehi, ehi… Hai finito con le critiche? Oppure stai facendo una lista di aggettivi che iniziano con la ‘i’ per giocare a Nomi-Cose-Città? Non è poi così grave, dài!»

L: «No, certo che non è grave, è gravissimo. Secoli di favole, fiabe, novelle e racconti buttati al cesso, se tutti fossero come te»

S: «Guarda che, se non leggo racconti, mica divento una statua di sale, eh! Vivo bene lo stesso»

L: «Si, certo, è che…»

S: «È che…cosa?»

L: «Che non posso invitarti a partecipare alla gara del secolo, quella a cui si iscrivono dei veri nerd letterari, ti saresti divertito. È un concorso tipo Sarabanda, solo che invece di indovinare il titolo di una canzone ascoltando qualche nota musicale, bisogna indovinare quello di un libro partendo dall’incipit. C’è un elenco di autori da studiare e ci sono delle selezioni da superare ma una di queste riguarda proprio il racconto»

S: «Interessante. Lo sai che il lato ludico della vita è ciò che stimola maggiormente la mia materia grigia. Mi piacerebbe molto partecipare, come possiamo rimediare?»

L: «Ho un’idea. Ti propongo un brano crittografato che contiene sei incipit, più o meno famosi, di altrettanti racconti. Ti darò una dozzina di libri da leggere, un elenco di raccolte di racconti da consultare o leggere in biblioteca e una settimana di tempo per risolverlo. Se ci riuscirai e, senza esitazioni, saprai citarmi autori e racconti, verrai con me alla gara. Che ne dici?»

S: «Le sfide mi piacciono. Sono pronto»

L: «Mi sento come gli altissimi ministri Ping, Pang e Pong. Naturalmente, non hai la minima idea di chi siano, vero?»

S: «Già…»

L: «Lascia perdere. Una cosa in più da scoprire. Ecco il testo:

“1 2 3 4 5 4 6      2 7     8 9 1 10 6 3 2 3 8     5 10     3 8 11 12 6     7 5     13 5 6     1 2 7 3 8,    7 5     11 5 6 3 12 6     5 12    11 5 6 3 12 6     14 2 7 6     2 10 10 6 12 4 2 12 2 12 7 6 13 5     7 2 10 10 2     15 5 4 4 2     8     10 8     12 6 4 5 19 5 8      15 16 8     13 5     11 5 17 12 11 6 12 6     9 5    18 2 12 12 6     9 8 13 1 3 8     1 5 17     3 2 3 8.”   

“12 6 12     15’8`     11 3 2 12 15 16 8´     7’2 9 1 8 4 4 2 3 9 5     7 2     17 12     13 2 8 9 4 3 6     7 5     9 15 17 6 10 2: 19 17 8 9 4 6     10 6     9 6     15 6 12 8     6 11 12 5     2 10 4 3 6.”

“15 2 7 8 3 8     12 8 10    14 17 6 4 6     15 6 13 8     15 2 7 8 14 6     5 6, 12 89 9 17 12 6     7 5     14 6 5     9 2    15 6 9 2    14 17 6 10     7 5 3 8.”

“5 10 10 2 14 6 3 6     7 5     2 13 13 6 3 20 5 7 5 3 8     5 10     13 2 4 4 6 12 8     4 17 4 4 5     5     11 5 6 3 12 5, 5 10     10 2 14 6 3 6     7 5     2 1 3 5 3 9 5     17 12     1 2 9 9 2 11 11 5 6     12 8 10 10 2     13 2 9 9 2     2 1 1 5 15 15 5 15 6 9 2     15 16 8     9 5     1 3 6 15 10 2 13 2     13 6 12 7 6, 6 11 12 5     13 2 4 4 5 12 2    5 12 15 5 2 13 1 2 3 8     12 8 10     1 2 3 2 10 10 8 10 8 1 5 1 8 7 6     7 2 10     12 6 13 8    3 5 1 17 11 12 2 12 4 8.”

“4 8     10 2     18 2 15 15 5 6     14 8 7 8 3 8     5 6, 10 2    9 1 10 8 12 7 5 7 2     11 5 6 3 12 2 4 2, 9 8     12 6 12     9 15 8 12 7 5     7 2     19 17 8 10 10 2     14 2 10 5 11 5 2     5 13 13 8 7 5 2 4 2 13 8 12 4 8.”

“8`     12 6 4 4 8     18 6 12 7 2    8     15’8`     17 12     1 17 1 6     2 10 10 2     13 5 2     18 5 12 8 9 4 3 2.»       

S: «Vado. Alea iacta est. Comincio subito a leggere»

L: «Ti aspetto tra una settimana. Buona fortuna».

 

***************

 

Mentre il SignorNo si prepara, anche voi potreste provare a scoprire i racconti e gli autori nascosti e inviarci la soluzione a  redazione@treracconti.it . Il primo che ci riuscirà, avrà una menzione speciale… da qualche parte!

La soluzione verrà in ogni caso pubblicata sulla nostra pagina https://www.facebook.com/treracconti/ fra una settimana. Buon divertimento!

 

Heinrich Böll, la zia Milla e il dottor Murke

La Cupola del Reichstag (foto di Paola Sabatini)

 

Complice un breve soggiorno a Berlino, ho riletto da poco un’antologia di racconti di Heinrich Böll, edita da Bompiani negli anni ottanta, intitolata Racconti umoristici e satirici[1]. Non ricordavo questo filone della sua produzione letteraria, forse perché associo più facilmente il suo nome alle protagoniste dei suoi romanzi più celebri, donne che hanno accompagnato i miei anni universitari, come  Katharina Blum e il suo onore perduto, Leni Guytren  e la sua foto di gruppo, Maria e le opinioni del povero clown e infine, la meravigliosa e silenziosa Käte, protagonista di uno dei romanzi dedicati all’amore coniugale più belli che io abbia mai letto, che prende il titolo da uno spiritual che vi consiglio di ascoltare; si tratta di And he never said a mumbling word[2].

Ma torniamo ai racconti.

Nell’introduzione, il curatore della raccolta scrive: «Il racconto breve è una delle armi più affilate dell’arte narrativa di Böll. È proprio nella pratica del racconto breve che Böll ha scoperto la propria capacità di oppositore della società tedesca federale».

Böll, a quanto pare, si servì della forma breve come strumento per fare della satira e dello humor finalizzati, da un lato, a smascherare quella felicità posticcia che sembrava permeare la parte occidentale della Germania postbellica – tanto desiderosa di dimenticare il proprio recente passato, quanto di non giudicarlo -, frutto di un frenetico sviluppo consumistico; dall’altro, a criticare quella utopia comunista di stampo sovietico con cui la parte orientale tedesca provò ad auto assolversi dagli orrori del nazismo, al punto tale da identificarsi coi vincitori della seconda guerra mondiale, dimenticando di essere tra i vinti.

Questo sdoppiamento culturale, economico, sociale e politico culminò, durante gli anni della Guerra Fredda, nella costruzione del Muro di Berlino, quel muro che nella notte tra il 12 e il 13 agosto del 1961 divise in due la città e il paese, che avrebbe dovuto contenere il vento del capitalismo che soffiava da Ovest verso Est, che avrebbe dovuto difendere meglio l’Est dalle mollezze occidentali.

Böll è morto nel 1985, molto tempo prima che il maledetto Muro venisse abbattuto e anche prima che la bellissima Cupola del Reichstag fosse costruita, simbolo della riunificazione e della ritrovata trasparenza tedesca ritratta nella fotografia in apertura, che cattura come una cartolina il cangiante cielo sopra Berlino. Il mondo da lui raccontato non esiste più, ma egli ci ha comunque lasciato un’intera galleria di personaggi bizzarri, esilaranti e carichi di simbolismi che meritano di essere conosciuti e ricordati.

L’uomo che ride, ad esempio, è un curioso personaggio che vive del suo riso in quanto commercialmente molto richiesto, non è un clown né un comico, non rallegra l’umanità, ma ne rappresenta solo l’allegria, e siccome la sua risata è molto contagiosa, è richiestissimo perfino dai comici di terzo e quart’ordine durante i loro spettacoli di cabaret, per ravvivare il pubblico in platea. Ma quando la sera torna a casa, da sua moglie, diventa un altro: distende i muscoli e non ride più. Si congederà dal lettore con queste parole: «Con un viso immobile passo attraverso la mia vita […] così, rido in tante maniere, ma il riso mio, non lo conosco».

Per un uomo che ride, ce n’è uno «nato per fare la persona colpita da grave lutto», ingaggiato da un’impresa funebre per recitare la parte del parente addolorato del caro estinto, durante la veglia o dietro al carro in processione. È il protagonista di Qualcosa accadrà, il quale candidamente ammetterà che «anche il non fare nulla è un lavoro».

L’ironia sottesa è fin troppo evidente. Mestieri fasulli in una società poco autentica.

Poi c’è Bodo Bengelmann, poeta, considerato il rinnovatore dell’allitterazione – “Lotte, latente lombrica…” e “Magia modulata maliarda…” erano i versi iniziali di due delle sue poesie più note, versi decisamente poco profondi -, capace di scrivere solo a stomaco pieno, diventato famoso in poco tempo e in modo fortuito, ma che poté godere solo due anni di gloria, dato che morì per un accesso di riso; o l’impiegato dell’ufficio delle tasse sui cani, l’accalappiacani che, in quanto custode della legge, si sente  rafforzato nella sua certezza di poterla infrangere in continuazione – come lo erano gli agenti della Stasi che vivevano spiando le vite degli altri, diffondendo la cultura del sospetto ed adattando la legge alle loro esigenze -; oppure, il cittadino modello del racconto Ospiti sconcertanti che si ritrova un ippopotamo nella vasca del bagno, coniglietti, pulcini, tartarughe  e cani  in giro per casa, perfino un elefante in cantina e un leone sotto il tavolo di cucina, con una moglie che non dice mai di no a chi abbia bisogno di un riparo, tutto ciò a rappresentare la necessità di offrire asilo a chiunque ne avesse bisogno, sacrificando se stessi a costo della vita pur di garantire la libertà.

Quelli che preferisco, però, sono La raccolta di silenzi del dottor Murke e Tutti i giorni Natale. Quest’ultimo è tra i più celebri di Böll, e inizia così:

«Si cominciano a notare nella nostra parentela dei fenomeni di decadenza che per un certo periodo ci siamo sforzati in silenzio di non vedere; ma ora siamo decisi a guardare in faccia il pericolo.
Non vorrei già azzardare la parola crollo, ma gli avvenimenti preoccupanti si moltiplicano in tal maniera da rappresentare un pericolo e mi costringono a raccontare cose che suoneranno certo sorprendenti agli orecchi dei miei contemporanei, ma che nessuno può mettere in dubbio
».

Sembra incombere la tragedia dato che un avvenimento, di per sé irrilevante, rischia di avere delle conseguenze catastrofiche. La zia Milla, famosa in famiglia perché la cosa che amava fare di più era addobbare l’albero di Natale, viveva tutto l’anno in funzione di quel momento; trascorse gli anni della guerra solo come una continua minaccia allo splendore del suo albero e infatti, nel 1940, durante un attacco nemico, l’albero andò distrutto.

Solo dopo sette anni, la zia Milla riuscirà finalmente ad avere un suo nuovo albero di Natale, ricco e decorato, ma quando la sera della Candelora – la festa che   tradizionalmente chiude il periodo delle celebrazioni natalizie ed apre il cammino verso la Pasqua – i nipoti si accingono a smontarlo, lei comincerà ad urlare come una pazza, l’albero cadrà, si spezzerà, ma lei non smetterà di urlare un attimo. Fino a quando, dopo più di una settimana di urli e strepiti, un nuovo abete farà ingresso in casa sua, pieno di addobbi e di candele accese, riempiendo finalmente il salotto di casa. A quel punto, la zia Milla smette di urlare, riacquistando il sorriso ma, da quel momento in poi, avrà inizio una finzione, prima familiare e poi collettiva, che porterà la famiglia alla rovina.

Leggetelo, così scoprirete da soli come andrà a finire.

Infine, La raccolta di silenzi del dottor Murke, un racconto semplice ma geniale.

Murke lavora per la Radio nazionale, colleziona silenzi incisi su nastro e sarà protagonista di una beffa ai danni di un artista al servizio del regime. A lui, infatti, verrà affidato il compito di “eliminare Dio” da un discorso registrato del grande Bur-Malottke, improvvisamente pentitosi di una sua frettolosa quanto poco credibile conversione religiosa di qualche tempo prima. I piccoli pezzi di nastro, contenenti la parola Dio, verranno conservati in una scatola e, al momento giusto, riutilizzati sorprendendo perfino il lettore.

Chissà come racconterebbe, oggi, la sua Germania il caro Böll; mi piace pensare che riuscirebbe a trovare comunque un modo per far ridere – finalmente – i tedeschi, senza smettere mai i panni del “perturbatore dell’ipocrisia pubblica”, come da qualcuno venne definito.

 


[1] Heinrich Böll, Racconti umoristici e satirici, Bompiani, 2007 

[2] Heinrich Böll, E non disse nemmeno una parola, Mondadori, 2010

L’Italiano di Thomas Bernhard

«Non c’è nulla da celebrare,
nulla da condannare, nulla da denunciare,
ma c’è solo da ridere,
tutto è ridicolo quando si pensa alla morte».

È sempre molto difficile scegliere da quale libro cominciare quando decidiamo di leggere un autore per la prima volta, magari perché ce ne ha parlato bene qualcuno che stimiamo o perché abbiamo letto una recensione che ci ha incuriositi, oppure perché il suo nome è spuntato, all’improvviso, durante una conversazione tra amici di letture e ci siamo sentiti a disagio – e anche un po’ ignoranti – dato che non ne avevamo mai sentito parlare prima.

Ma è ancora più difficile, credetemi, consigliare a chi ce lo chiede da quale libro, raccolta, lavoro teatrale iniziare per conoscere Thomas Bernhard, perché è da questa nostra semplice indicazione che il lettore «a digiuno» dovrebbe, quanto meno, farsi un’idea sul suo stile, sulle tematiche ricorrenti, sulle ambientazioni predilette dall’autore, ecc.

La faccenda si complica ancor di più quando, per noi (per me, in questo caso), Bernhard è un autore essenziale, irrinunciabile, inclassificabile, amato, letto e riletto; quando i suoi testi campeggiano fieri sulla nostra mensola preferita (e personale) di casa e vengono periodicamente sfogliati (oltre che spolverati con estrema cura); quando siamo disposti ad organizzare delle trasferte romane infrasettimanali pur di assistere ad una rara – anzi rarissima – sua rappresentazione teatrale, in compagnia di quei pochi amici che, come noi, amano i suoi drammi, che poi sono anche commedie; quando interroghiamo periodicamente tutti i motori di ricerca a nostra disposizione, a caccia di un articolo, un saggio, una foto, un’intervista, una citazione che lo riguardi; quando ci sentiamo parte di una «confraternita bernhardiana segreta» cui possono affiliarsi soltanto coloro che hanno letto tutti i suoi libri e che da questi hanno tratto linfa vitale, si sono divertiti e sono stati folgorati dal suo incessante e ossessivo flusso di parole; ma, soprattutto, quando ci sentiamo degli eletti perché abbiamo saputo cogliere quello che ai più sfugge leggendolo per la prima volta: il talento indiscusso di questo austriaco, burbero e in apparenza molto pessimista, nel rendere ogni storia – seppur drammatica – un concentrato di ironia, un autore capace di regalare pomeriggi di immensa gioia e serate di grasse risate e di buon umore a teatro.

Per fortuna, Thomas Bernhard si è misurato sia con la forma breve – il racconto – che con il romanzo, ha scritto poesie, molti testi per il teatro ed anche un’autobiografia, per cui la scelta può essere indirizzata su più fronti. Ma, attenzione, Bernhard è un autore da assumere in piccole dosi, soprattutto all’inizio!

Un ottimo punto di partenza, in questo senso, potrebbe essere la sua prima opera tradotta e pubblicata in Italia nel 1981, una raccolta di tre racconti edita da Guanda, L’italiano. In questi brevi racconti si colgono già alcuni dei temi cari al nostro autore e si ha anche un primo esempio del suo personalissimo stile, reiterante e musicale.

«Più si avvicinava il giorno del rilascio dal penitenziario, più Kulterer aveva paura di tornare da sua moglie». Questo è l’incipit del primo racconto, che prende il titolo dal suo protagonista, già sufficiente a strapparci un primo sorriso. Kulterer è un uomo sempre contento di tutto tranne che di se stesso, che di notte scrive le storie che gli vengono in mente e di giorno le legge ai suoi annoiati compagni di cella. Sta per essere scarcerato ma, ancor prima di uscire, avverte già la nostalgia dell’unico luogo dove si è sentito libero, lontano dalla famiglia: la sua cella. Per Bernhard, infatti, la famiglia è la rovina di ogni essere umano. In questo primo racconto troviamo in nuce quello stile che lo contraddistingue, fatto di frasi che cambiano di significato cambiando solo una semplice congiunzione, «si poteva venire assegnati ad un lavoro più pesante o ad uno più schifoso oppure ad uno più pesante e più schifoso, quando ci si rendeva colpevoli di qualcosa», oppure di frasi ripetute in forma ossessiva e solo apparentemente uguali perché, a ben guardare, esprimono concetti molto diversi se non addirittura contrari. Come queste:

«Col tempo, dopo le riflessioni, confrontandosi col suo delitto, la sensazione di essere oppresso si era mutata in quella contraria di essere libero. Si basava sul ragionamento che il “libero” non è libero e che il “non libero” non è non libero.”Dov’è il limite della libertà e come è fissato?” si chiedeva. Era un ragionamento così chiaro che, la prima volta che lo fece, gli vennero i brividi. “Ora sono libero!” poteva dirsi. «Prima non avevo mai avuto la libertà!”.»

L’Italiano, il secondo racconto, introduce invece due elementi ricorrenti nelle sue storie:

1) il suicidio – talvolta, la morte accidentale – di uno o più parenti dell’io narrante, di cui al lettore viene data notizia fin dalle prime righe o pagine della storia, ma di cui verranno difficilmente svelate le ragioni o spiegate le cause;

2) un personaggio eternamente impegnato a scrivere un’opera scientifica o culturale che sarà di vitale importanza per l’umanità intera ma che non riesce mai a vedere la luce, perché continuamente oggetto di sgradite e penose interruzioni, rinvii o correzioni.

Nella sua autobiografia, a proposito del suicidio, Bernhard scrive:

«Ho una certa esperienza nel trattare con questa parola. Non c’era conversazione o insegnamento da parte sua [n. d. r. del nonno] che non si concludesse con l’inevitabile constatazione che il bene più prezioso degli uomini è quello di potersi liberamente sottrarre al mondo mediante il suicidio, di potersi uccidere come e quando ne hanno voglia».[1]

Bernhard, per fortuna, non mise mai in pratica le speculazioni e i consigli del nonno paterno; in compenso, i suoi libri pullulano di personaggi che grottescamente hanno vissuto e altrettanto grottescamente si sono sottratti alla vita, per tema di affrontarla.

Infine, il terzo racconto Al limite boschivo, ambientato nella locanda di uno sperduto paese di montagna, ha come protagonisti due giovani e misteriosi amanti, che alla fine si riveleranno essere altro da ciò che appaiono. La montagna rappresenta una delle ambientazioni preferite dall’autore e la ragione la ritroviamo ancora una volta nella sua autobiografia:

«Poi sono rimasto per mesi in un sanatorio di alta montagna. Davanti a me c’era sempre la stessa montagna. […] E lì, per totale noia, ho pensato di scrivere, perché semplicemente non si può stare sempre lì, sdraiati di fronte a una montagna e non far nulla, visto che non mi potevo certo muovere…».

La montagna come occasione e origine di tutto.[2]

***

Sia nei racconti che nei romanzi di Bernhard, la trama non è molto importante, lo sono di più i pensieri, le riflessioni dei singoli personaggi, che spesso si esprimono attraverso monologhi interminabili e ossessivi, con cui denunciano di essere stati costretti a o sul punto di effettuare delle scelte o a subirne delle altre. Ironicamente parlando, per questo autore, la scelta migliore rimane sempre quella di andare verso la direzione opposta rispetto a quella che il buon senso o le convenzioni sembrano indicare.

Figlio di una ragazza madre, che decise di partorire in Olanda pur di sfuggire allo scandalo per poi ritornare in Austria insieme al bambino, Bernhard visse un’infanzia tutto sommato felice insieme ai nonni materni; fu introdotto alla musica e all’arte dal nonno, una delle due figure più importanti e decisive per la sua formazione, oltre alla «donna della sua vita» – come chiamava Hedwig Stavianicek -, una cinquantacinquenne conosciuta a diciotto anni e con la quale trascorse molti anni, viaggiando e condividendo tutto, fino alla sua scomparsa.

Si ammalò precocemente di tubercolosi, trascorse mesi e mesi in vari sanatori, ricevette perfino l’estrema unzione ancora adolescente, conobbe e disprezzò il nazismo, inveì per anni contro la grettezza dello Stato austriaco, visse in uno stato di precarietà e di prossimità con la morte per tutta la vita, dichiarò spesso di aver pensato al suicidio.

Nelle sue opere, tutto questo dolore misto a disagio è stato trasformato in una serie di storie esilaranti, al limite della follia ma intrise di ironia. Detestava molte cose, era un misantropo ed anche un eccentrico, ma amava la vita e questo, leggendolo, alla fine lo si comprende, tanto da non poterne più fare a meno e di diventare un nostro amico, anche se un tantino snob.

 


[1] Autobiografia di Thomas Bernhard, Adelphi, pag. 462-463

[2] Come sopra, pag. 573

Un momento nel tempo

La pampa argentina

“Cualquier destino, por largo y complicado que sea,

consta en realidad de un solo momento:

el momento en que el hombre sabe para siempre quién es.”

(Biografia de Tadeo Isidoro Cruz – El Aleph, J. L. Borges)

Roberto Bolaño, cileno. 

Jorge Luis Borges, argentino.

Entrambi scrittori, poeti, saggisti. 

Bolaño ha scritto più romanzi di Borges, Borges più racconti di Bolaño.

Bolaño è postmoderno, Borges è… borgesiano.
Uno dei tanti punti di contatto tra i due, un racconto: Il gaucho insopportabile di Bolaño
[1], in cui viene citato Il Sud di Borges [2].

Incuriosita, li leggo entrambi. Prima Bolaño, poi Borges.
Scopro che le trame sono molto simili, ma in quello di Bolaño avverto un sotto testo. È solo un’intuizione. Qualcosa mi dice che non è solo quello che sembra, un semplice omaggio a Borges.

Mi concentro sui personaggi.

Héctor Pereda, avvocato e giudice, e Juan Dahlmann, segretario in una biblioteca comunale (occhio a questo particolare), sono rispettivamente i protagonisti dei racconti di Bolaño e di Borges. Entrambi vivono in città, a Buenos Aires, per motivi diversi – il primo, a seguito della crisi finanziaria che investì l’Argentina i primi anni dopo il duemila, l’altro, per trascorrervi un periodo di convalescenza, avendo rischiato da poco la morte a causa di una brutta infezione –  saranno costretti a trasferirsi in campagna.
Ma non in una località rurale qualunque, bensì nella pampa, la pianura argentina che tanti autori latinoamericani ha ispirato e la cui vastità Bolaño descrive – nel suo racconto – attraverso questa bella immagine:
«La donna e i bambini si avviarono a piedi su una pista per carri e anche se si allontanavano e le loro figure si rimpicciolivano ci vollero più di tre quarti d’ora, calcolò l’avvocato, prima che scomparissero all’orizzonte».

Pereda e Dahlmann raggiungeranno le loro mete viaggiando in treno, ma non sarà un semplice trasloco bensì un vero e proprio rito di passaggio: dalla metropoli rumorosa e cosmopolita al paesino sonnacchioso e primitivo, dal presente al passato, dalla realtà all’antologia letteraria. Come se, scendendo dal treno, entrambi fossero stati proiettati in un’altra dimensione, in uno spazio senza tempo o in un tempo senza spazio.

Così Bolaño:

«È rotonda la terra?, pensò Pereda. Certo che è rotonda!, si rispose, e poi si sedette su una vecchia panchina di legno addossata al muro degli uffici della stazione e si dispose ad ammazzare il tempo. Ricordò, inevitabilmente, il racconto di Borges, e dopo aver immaginato lo spaccio dei paragrafi finali gli si inumidirono gli occhi. […] Il riverbero del sole e la brezza tiepida che arrivava a folate dalla pampa gli fecero venire sonno e si assopì. Si svegliò sentendosi scuotere da una mano».

Così Borges:

«La pianura e le ore lo avevano attraversato e trasfigurato. […] Tutto era vasto, ma al tempo stesso intimo e, in qualche modo, segreto. Nella landa sterminata, a volte non c’era altro che un toro. La solitudine era perfetta e forse anche ostile, e Dalhmann pensò che stesse viaggiando verso il passato e non solo verso il Sud».

È da questo momento in poi che le trame vengono dipanate in maniera diversa.

Nel racconto di Bolaño, il giudice Pereda immagina, scendendo dal treno, di ritrovarsi in mezzo alla vita brava dei gauchos, uomini leggendari e coraggiosi che, oltre ad occuparsi del bestiame, vivono secondo un codice d’onore antico e muto, affrontano la vita a viso aperto, accettano ogni sfida senza mai tirarsi indietro, considerano il gesto più importante della parola. Invece, troverà dei contadini esitanti e pezzenti, cacciatori di conigli, privi della benché minima aura dell’eroismo epico del gaucho argentino per antonomasia, il Martin Fierro nato dalla penna di José Hernández.

Al contrario, nel racconto di Borges il segretario Dahlmann, appena sceso dal treno, si dirigerà verso l’unico spaccio che scorge vicino alla stazione, in attesa del mezzo che lo condurrà alla sua fattoria. Seduto per terra, in un angolo del locale, un vecchio gaucho silenzioso; attorno ad un tavolo, poco più in là, dei compadritos, ragazzotti prepotenti di periferia. Tutto a un tratto, accadrà qualcosa di imprevisto, qualcosa che cambierà per sempre il suo destino, Dahlmann affronterà “il momento in cui l’uomo sa per sempre chi è” [3], il momento che rende questo racconto indimenticabile.

Bolaño spezza il canone del racconto ‘gaucesco’ (ecco svelatasi l’intuizione iniziale che avevo avuto), Borges lo rispetta. Bolaño ne fa una parodia, Borges rende omaggio alla cultura ‘gaucesca’.

Pereda, infatti, il personaggio di Bolaño, diventerà un gaucho insopportabile per osmosi e, una volta tornato in città per sbrigare alcune faccende, vestito mezzo da gaucho e mezzo da cacciatore di conigli, affronterà alla maniera ‘gaucesca’ – impugnando il coltello  – un tizio che lo provoca in un caffè letterario. Questo fatto lo porterà a decidere di ritornare per sempre nella pampa, sia pure a cacciare conigli, perché ormai è il luogo che lo ha trasformato, da cittadino letterato in un gaucho, da uomo a personaggio della tradizione letteraria argentina, quella di Martin Fierro per intenderci. Dahlmann, invece, vivrà una situazione del tutto diversa, da gaucho inconsapevole ma molto fiero, affronterà in duello un compadrito, fuori dallo spaccio dove entrambi si trovavano, scoprendo in un attimo che tipo di uomo vuole essere.

A questo punto, potrei tentare di addentrarmi in un’analisi più approfondita dello stile e della forma adottati da questi due autori, oppure sottolineare l’elemento post moderno, fatto di citazioni di altri autori, del racconto di Bolaño o il surrealismo con cui Borges costruisce il suo personaggio, ma non è ciò che maggiormente mi ha colpito leggendo questi due racconti.

In realtà, entrambi mi hanno fatto riflettere su ciò che nella vita reale, sia Bolaño che Borges, hanno dovuto affrontare: quel «momento en que el hombre sabe para siempre quién es» e che in qualche modo li assimila ai loro personaggi.
Per Borges è stata, a cinquant’anni, la cecità; per Bolaño, a trentotto anni, scoprire di essere affetto da una grave malattia con la quale ha convissuto gli ultimi dodici anni della sua vita.
Il primo ha vinto la sfida continuando a scrivere e a leggere, sia pure col supporto di molti collaboratori, e ricoprendo l’incarico di direttore della Biblioteca Nacional argentina per molti anni. 

Bolaño, invece, ha continuato a scrivere fino alla fine dei suoi giorni, con un unico obiettivo in testa, garantire ai propri figli quella tranquillità economica che i diritti di autore avrebbero potuto loro assicurare dopo la sua morte, senza mai arrendersi alla malattia stessa. Durante una conferenza disse che «scrivere sulla malattia, soprattutto se uno è gravemente malato, può essere un supplizio. Scrivere sulla malattia se uno, oltre a essere gravemente malato, è ipocondriaco, è un atto masochistico o di disperazione. Ma può essere anche un atto liberatorio». [4] 

Come scrive Pauls ne Il fattore Borges, il duello (la sfida) per Borges era il modello stesso del racconto, una situazione narrativa in cui viene declinato il rapporto tra letteratura e vita. Il racconto altro non sarebbe, dunque, se non ciò che sospende la vita, ciò che sottrae un attimo all’esistenza, paradigma di quel momento in cui ogni uomo è solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera, per dirla con Quasimodo.
Come Pereda e Dahlmann.

Come Bolaño e Borges.



[1] e [4]Il gaucho insopportabile di Roberto Bolaño, ed. Adelphi, 2016.

[2] El Sur, racconto incluso nella raccolta Ficciones di J.L.Borges; il brano riportato è stato tradotto da me.

[3] dal racconto Biografia de Tadeo Isidoro Cruz, contenuto in El Aleph, di  J. L. Borges

Una pistola nella neve

I. E. Repin, Il duello tra Onegin e Lenskij.

All’alba di un mite giorno di primavera, due ussari si sfidano a duello ma uno dei due, sprezzante della morte, si presenta con un berretto pieno di ciliegie; subito dopo aver sparato e fallito il proprio colpo, in piedi e sotto la mira del suo avversario, sceglie dal berretto le ciliegie mature, le mangia una dopo l’altra, sputando i noccioli verso l’altro duellante. È un episodio tratto da Le novelle del defunto Ivan Petrovič Belkin di Puškin, racconti che – come le ciliegie – invogliano il lettore ad esser letti, uno dopo l’altro.

Ma chi era questo Ivan Petrovič Belkin? In realtà nessuno lo sa con certezza, neppure il suo editore: questi, accingendosi a preparare una breve nota biografica dell’autore, da unire alle novelle, avverte il lettore di non essere riuscito a racimolare che poche e striminzite notizie sul suo conto, neppure di prima mano, attraverso uno stimato signore e sedicente amico del defunto, che però preferisce rimanere nell’anonimato non prima di avergli fatto sapere che Belkin ha «lasciato una moltitudine di manoscritti, che in parte si trovano presso di me, in parte sono stati adoperati dalla cuoca per vari bisogni domestici. Così l’inverno scorso su tutte le finestre della sua ala era stata incollata la prima parte di un romanzo che egli non finì». [1]

È così che ha inizio il gioco letterario che rende indimenticabili questi racconti, un gioco fatto di specchi, di immagini cangianti, di voci che si alternano, dove i narratori si rivolgono a destinatari che a loro volta diventano narratori, impedendo al lettore di sapere chi sia il vero autore della raccolta: ci sono, infatti, un narratore fittizio e un editore fittizio di racconti fittizi, che sembrano veri, uniti da un autore esterno vero che si presenta però come l’editore fittizio A.P., e così via.

Puškin, a quanto pare, si proponeva di sperimentare una forma narrativa diversa, divertente e più leggera, priva di prediche e di intenti morali – come lo sono, invece, solitamente le novelle – perché, a differenza di ciò che comunemente si pensa, a lui interessava divertire e divertirsi, soprattutto quando scriveva racconti. Le novelle sono cinque: Il becchino, Il maestro delle poste, La signorina contadina, Un colpo di pistola (o I duellanti) e La tempesta di neve, scritte in quest’ordine tra settembre e ottobre del 1830.

Per alcuni studiosi, il gioco letterario di Puškin è anche un gioco di parodie dei generi letterari europei all’epoca molto in voga tra i nobili russi, talmente in voga da costituire la loro lettura principale e da farli esprimere sempre più spesso in francese o in inglese piuttosto che in russo! I generi in questione sarebbero: il racconto sentimentale, il racconto romantico, il racconto gotico e il marivaudage [2]. Tuttavia, la novità insita in questi racconti è che Puškin non inventa nuovi personaggi, ripropone quelli già esistenti nei generi citati, fa compiere loro le azioni che per loro sono abituali per poi, con estrema ironia e con colpi da maestro, portarli a soluzioni diverse ed imprevedibili rispetto al genere cui si rifà il racconto.
Così, ad esempio, ne Il maestro delle poste, la ragazza povera – e di rango inferiore – dovrebbe essere sedotta e poi abbandonata, suo padre – scoperto l’inganno – morire di crepacuore e il seduttore – di rango superiore – far perdere velocemente le sue tracce e invece… Non resta che leggerli, per scoprirlo.

Tornando ai nostri duellanti – il mio racconto preferito – e alle ciliegie, non svelerò qui la fine di questa sfida perché, in realtà, è un altro il duello che vi vorrei raccontare: quello che vide protagonista Puškin e che lo portò inesorabilmente alla morte. Nato nel 1799, a trent’anni non era già più il «galante e scapato giocatore e duellista» [3] che tutti conoscevano ma un uomo nel mezzo del cammin della sua vita, provato dalle tante esperienze vissute, desideroso di metter su famiglia e di costruirsi una casa. È proprio in tali circostanze che incontra e si innamora della bella, anzi, bellissima Natalia. Si sposeranno nel 1831 ma, subito dopo le nozze, cominceranno i guai per il novello sposo giacché sua moglie, definita bellezza tra le bellezze perfino dallo Zar, attirava schiere di ammiratori come le mosche al miele, tanto che pettegolezzi e dicerie non tardarono a farsi strada.

Tra cascamorti e galantuomini, comparve anche un certo Giorgio D’Anthés, un francese rubacuori e di bell’aspetto trasferitosi in Russia dopo essere stato cacciato dalla Francia, ammirato e conteso da tutte le ragazze dell’alta società in cerca di marito. E siccome pare che i belli attirino i belli, presto Natalia e Giorgio si ritrovarono spesso a ballare insieme, s’intrattenevano a lungo in amabili conversazioni, tanto che nuovi pettegolezzi furono alimentati. La situazione precipitò quando Giorgio, destinatario di un primo cartello di sfida intercettato dal patrigno, per evitare di battersi si disse perdutamente innamorato della sorella di Natalia, Caterina, e pronto a sposarla. Le nozze furono celebrate di lì a poco ma gli sposi, ahimè, furono sistemati in casa del nostro autore; benché Puškin avesse proibito alla bella Natalia ogni relazione con il novello cognato, i due ben presto ripresero a frequentarsi. Pare che D’Anthés ostentasse perfino un’intimità inesistente. Tanto bastò per rendere la situazione intollerabile e convincere Puškin a lanciargli una seconda sfida.

Il duello fu fissato alle quattro di un freddo pomeriggio di gennaio, con la neve alle ginocchia, nei pressi del Ruscello Nero. D’Anthés sparò per primo, ferendo il poeta gravemente ma questi, caduto bocconi sul suo mantello, con la pistola piena di neve, ebbe comunque la forza di sparare il suo colpo, ferendolo ad un braccio.

Puškin fu riportato a casa in condizioni disperate, morì due giorni dopo, non prima di aver esclamato «Adieu, les amis!» rivolto ai suoi amati libri.

Era il 29 gennaio del 1837.


[1] Puškin, Le novelle del defunto Ivan Petrovič Belkin, Meridiano Mondadori, p. 690
[2] Ibidem, dalla nota introduttiva alle novelle a cura di Eridano Bazzarelli, p.682. Quanto al marivaudage, il riferimento è alle commedie d’intreccio amoroso elegante e raffinata, come quelle scritte nel Settecento da Marivaux.
[3] Capitolo intitolato Morte di Puškin, tratto da I russi di Tommaso Landolfi, Adelphi edizioni.