Autore: Andrea Boschi

Ferroviere ligure e mezzo laureato in filosofia,
ama Céline perché ama la musica.

Milano calibro 9 di Scerbanenco

Milano calibro 9, un fotogramma del film.

 

«Fai agli altri quello che loro vorrebbero fare a te, ma fallo prima!»

L’ Americano[1]

Sono arrivato a Giorgio Scerbanenco partendo da lontano: Quentin Tarantino.
Fin dagli inizi della sua carriera, il grande regista americano non ha mai perso occasione di rimarcare la sua grandissima passione verso il cinema italiano, specialmente per quei film di genere considerati da sempre, e più che altro da una certa critica intellettualoide e snob, di serie B. Tarantino invece ne è stato ispirato e influenzato, omaggiandoli anche attraverso diverse citazioni. 
Ma se di Tarantino avevo visto praticamente tutto, nulla sapevo di questo cinema che tanto lo aveva affascinato.

È stato un amico a convincermi a guardare uno di questi famigerati B-movie, dicendomi che non si trattava solo di paccottiglia tutto sparatorie, violenza e inseguimenti con l’Alfetta, ma di storie avvincenti, profonde e psicologiche, capaci di tenerti incollato allo schermo.
Così ho iniziato col botto, e cioè proprio con quello che è considerato uno dei capolavori dei film di genere made in Italy.

Il film è il primo episodio della trilogia del milieu, insieme agli altri due titoli: La mala ordina e Il boss. Milano calibro 9 di Fernando Di Leo è una classica bomba: Attori straordinari, tensione, dialoghi indimenticabili e una colonna sonora che cambia ritmo e potenza continuamente, rendendo memorabili diverse sequenze e proiettandoti immediatamente dentro questa eccezionale storia noir in cui il crimine si muove veloce nel tessuto sociale di una Milano post boom economico torbida e nostalgica. Caratteristica, questa delle bellissime colonne sonore, che ha contraddistinto moltissima produzione noir e non solo, del nostro cinema. 

Ma da dove arriva questo film di Di Leo? Quindi, da dove arrivano tutto quel mondo, quel modo, quello stile e quelle tematiche? Ecco allora dove mi ha portato il mio percorso a ritroso: Milano calibro 9 è prima di tutto il titolo di una delle raccolte di racconti più famose di Giorgio Scerbanenco e una delle più importanti in assoluto della letteratura noir italiana.

Di Leo, che è stato anche sceneggiatore del film, non si era lasciato ispirare da un solo racconto in particolare, ma aveva raccolto diversi elementi da molte delle storie che compongono la raccolta. Ma la vicenda che fa da spina dorsale al film e che scatenerà poi tutti gli avvenimenti paralleli, arriva soprattutto dal racconto Stazione centrale ammazza subito, storia drammatica di un uomo qualunque che fa da intermediario nel traffico di valuta destinata a conti svizzeri. Il suo compito è quello di scambiarsi pacchi contenenti i soldi con altri corrieri dei quali non conosce assolutamente nulla. Un pesce piccolo qualsiasi preso dalla strada e che, attratto da una bella somma, aspetta il giorno di una ultima sostanziosa consegna, per poter uscire definitivamente dal giro.

Il protagonista del film, invece, è ispirato ai racconti Vietato essere felici e La vendetta è il miglior perdonoNel primo, un uomo con alle spalle anni di crimini e galera, una volta fuori cerca di condurre una vita più o meno normale, fino a quando un vecchio socio non si fa rivedere offrendogli la possibilità di tirare su un sacco di soldi con un colpo facile facile, apparentemente senza rischi.

«Tu non hai capito bene, si tratta di venticinque milioni per te e di quindici per me, e non c’è nessun rischio.

Ho capito bene, ma non mi interessa.

Non credeva molto ai colpi perfetti e senza rischio. Franceschino non era uno stupido, ma la gente non si lascia fregare una quantità di milioni, così, senza dire neppure oh. A pizzighettone lo aveva capito, perché c’erano tutti furbissimi come Franceschino, tutti inventori di colpi straordinari che avrebbero fruttato decine di milioni e che come risultato passavano gli anni lì, a vuotare ogni mattina il bugliolo, a mangiare le patate marce, i fagioli col radicchio e la pasta con dentro gli scarafaggi»[2]

Inizialmente titubante, alla fine accetta. Il suo problema è però rappresentato da un funzionario di polizia particolarmente scrupoloso, non tanto per senso del dovere, ma perché convinto che il lupo perda il pelo ma non il vizio. Per lui un delinquente il crimine ce l’ha nel DNA. 

Considera la redenzione impossibile per natura, e quindi solo una copertura per continuare a delinquere. Sente puzza di marcio ogni volta che un ex detenuto sembra rimettersi sulla retta via, decidendo così di far pedinare coloro che fuori di galera da un po’, sembrano condurre vite fin troppo oneste e tranquille. Nel secondo racconto, l’unico motivo che spinge il protagonista a tornare alle vecchie maniere, nonostante sia appena uscito di prigione dopo diciotto anni, è la vendetta.

Oltre a gangster di professione, il più delle volte circondati da un’umanità sbandata e ingenua, le protagoniste dei racconti di Scerbanenco sono molto spesso donne, di cui molte prostitute maltrattate e sfruttate, costrette a subire violenze di ogni tipo. Oppure ex criminali che restano incastrati in quel mondo al quale si vorrebbe voltare le spalle, ma che allo stesso tempo non riescono a smettere di guardare con la coda dell’occhio. È il loro mondo, quello in cui hanno sempre vissuto: misero, corrotto, senza vie di uscita anche dopo una redenzione costruita con fatica e onestà, ma il loro. La tentazione di entrare, o tornare nel giro del crimine è troppo forte anche perchè, benchè si tratti del passato, è qualcosa che continua a far parte di te, di quello che inevitabilmente sei stato.

Mi viene in mente la bellissima scena, tratta dalla serie tv crime The Wire, in cui il carcerato D’Angelo Barksdale partecipa con altri detenuti ad un gruppo di lettura sul Grande Gatsby ed espone a tutti la sua riflessione riguardo la frase di Francis Scott Fitzgerald secondo cui non esiste un secondo atto nelle vite americane:

«Vuol dire che il passato non ci abbandona mai. Da dove veniamo, cosa abbiamo fatto e come lo abbiamo fatto. Ed è importante. Pensate alla fine del libro, ok? Tutta quella storia delle barche controcorrente. Cioè, tu puoi pure cambiare, no? Puoi pure dire di essere diverso e rifarti una vita. Ma solo ciò che eri prima è ciò che sei veramente. E solo ciò che è successo prima è successo veramente. Uno non ci mette niente a dire che è cambiato, ma l’unica cosa che ti cambia davvero è quello che fai e quello che hai vissuto».

A Scerbanenco non interessa catturare il lettore con enigmi da risolvere, o indagini particolarmente cervellotiche, ma attraverso la sua prosa incalzante, fatta di poche descrizioni e poche battute di dialogo, ti fa capire immediatamente da dove arrivano e in quale ambiente si muoveranno i suoi protagonisti. Molto spesso si capisce subito chi sarà la vittima e chi il carnefice, anche se non ci sono mai dei veri giusti, dei veri buoni, perché tutti giocano sporco. Commissari, sbirri e criminali sono tutte anime contaminate, e la bravura dell’autore sta proprio nel farti entrare nell’ordine morale di quel microcosmo di personaggi, dove il lettore smette di giudicare, sospende l’indignazione e si lascia trascinare nella storia, applicando lo stesso metro di misura dei protagonisti su questioni come vendetta, risentimento, riscatto, violenza e mettendo in discussione il concetto stesso di giustizia.

« […] appena lo trovate e siete sicuri che è lui, sparate, perché è molto svelto anche lui, e non scherza neppure lui, sparate e distruggetelo in qualunque luogo vi troviate, anche in mezzo a una piazza piena di folla, non me ne importa se la polizia italiana vi prenderà, in poco tempo vi tiro fuori io, state tranquilli, e ricordatevi che questa è una Steik, per ammazzare, non per ferire».[3]

La raccolta esce nel 1969, e le sue atmosfere e tematiche sono indissolubilmente legate a quel determinato momento storico. Ed è proprio Milano a rappresentare il luogo in cui hanno inizio gli anni di piombo, uno dei periodi più bui della storia italiana, cominciato con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

Ma è anche la Milano della cronaca nera locale, molto spesso non troppo considerata, e di quella microcriminalità che invece secondo Scerbanenco, che fu anche giornalista, rappresenta la realtà che sta sullo sfondo di una città violenta e comunque in crisi, all’indomani di quel miracolo economico italiano che aveva indubbiamente aumentato ed esteso il benessere della popolazione, gravando però molto su una classe lavoratrice ancora poco tutelata. È infatti sul finire degli anni sessanta che nelle grandi città cominciano le mobilitazioni di massa di operai e studenti.

Scerbanenco trova lì le sue storie. Significative le parole di George Pelecanos, che Stephen King ritiene il miglior scrittore noir d’America:

«Se ben scritto, un romanzo criminale può diventare l’arena dove mettere in scena le domande sulle nostre vite, sul dove stiamo andando come nazione. Quando scrivo queste storie sono ben consapevole delle mie responsabilità: devo attenermi al realismo, tirare dritto. I lettori mi chiedono di portarli in territori nei quali non possono o non vogliono addentrarsi».[4]

Una vita davvero incredibile quella del nostro autore. Nato a Kiev con il nome di Volodymyr-Džordžo Ščerbanenko nel 1911 durante la rivoluzione russa, da padre russo e professore universitario che di quella rivoluzione fu vittima e madre romana, dopo la morte di lui si trasferì in Italia dove vissero in povertà, tanto che non finì nemmeno le elementari. Iniziò giovanissimo a fare qualsiasi tipo di lavoro, tra i quali l’operaio e, nonostante la sua formazione incompleta, il giornalista, restando così a stretto contatto con tutto quel mondo che ne influenzerà l’opera.

Fu uno scrittore instancabile e straordinariamente prolifico che oltre ai noir pubblicò romanzi rosa a puntate per svariate riviste, e tenne persino sotto pseudonimo una celebre posta del cuore su Annabella. Oltre alla raccolta in questione, i suoi romanzi più famosi sono quelli che costituiscono la quadrilogia di Duca Lamberti, personaggio considerato un classico del genere, e grazie al quale raggiunse anche una certa fama. A lui è inoltre dedicato il Premio Scerbanenco, massimo riconoscimento italiano per la letteratura noir e poliziesca.

Personalmente, quando penso a Milano Calibro 9 non posso separare il film dal libro perché, leggendo l’uno e guardando l’altro, ho sempre l’impressione di trovarmi davanti a due autori che sono riusciti quasi a completarsi, sovrapporsi, ognuno con i propri mezzi e linguaggi.

Andrea G. Pinketts, vincitore in passato del Premio Scerbanenco, usa forse l’espressione migliore sostenendo che i due si siano in un certo senso meritati a vicenda, anche senza aver mai collaborato. Comune è anche l’approccio al realismo della vita, dell’ambiente, e qui bisogna fare i complimenti a Di Leo per il suo casting eccezionale, e aver scelto le facce che hanno dato vita a quei personaggi. Su tutti svettano sia Ugo Piazza, che potrebbe tranquillamente essere uscito dalla penna dello scrittore italo ucraino, interpretato da un sorprendente Gastone Moschin negli insoliti panni dell’ex criminale chiuso, duro e riflessivo che Rocco Musco, ex amico e socio di Piazza. A dar vita e corpo a questo amico-nemico è Mario Adorf che, all’opposto di Moschin, riempie ogni volta la scena con memorabili discorsi da gangster, in un’alternanza tra l’esagerazione espressiva e mimica di colui che sembra quasi irridere invece che minacciare, e la serietà di chi un secondo dopo, con una sola mossa del sopracciglio, fa ben intendere che non c’è nessuno scherzo nelle sue parole.

Anche Di Leo, come Scerbanenco, è stato prima di tutto un mestierante, uno che per scelta ha imparato prima la parte tecnica del cinema, il “come si fa un film”, lavorando tantissimo su diversi generi e dedicandosi solo successivamente alla sceneggiatura, firmando per altro capolavori di genere non solo noir. Sue infatti le sceneggiature di Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più, che non credo abbiano bisogno di presentazioni.

Oggi considerati di culto, furono invece relegati dalla poco lungimirante critica dell’epoca, alla nicchia delle opere di genere, senza attribuire loro troppa importanza e ritenendoli non così meritevoli di considerazione, soprattutto da un punto di vista artistico.

Sorte toccata soprattutto a Di Leo che, fino alla rivalutazione dovuta anche all’ammirazione di Tarantino, era stato un po’ accantonato nel grande calderone dei “poliziotteschi” termine dispregiativo inventato dalla critica per definire il gangster movie all’italiana, cioè quei prodotti di puro intrattenimento, infarciti di commissari-eroi che risolvono tutto da soli nel bel mezzo di sparatorie e inseguimenti mozzafiato, ma che poco o nulla hanno a che fare con l’ambizione e lo stile narrativo di Milano calibro 9.

 


[1] Milano calibro 9, regia di Fernando Di Leo

[2] Giorgio Scerbanenco, “Vietato essere felici”, in Milano calibro 9, Garzanti, 2000 (pag.177)

[3] Giorgio Scerbanenco, “Milano calibro 9”, in Milano calibro 9, Garzanti, 2000 (pag.8)

[4] Giancarlo De Cataldo, “George Pelecanos: La letteratura è una guerra che non è mai finita”, La Repubblica, 30/09/2014

Lo Sfidante di F.X. Toole

Un giorno Mr. Nat Sobel, agente letterario di New York, riceve una raccolta di racconti sul pugilato. A mandargliela è un tizio abbastanza curioso: un ex rissaiolo settantenne con una montagna di sbronze sulle spalle, tre ex mogli, tre figli e che fra le varie cose ha combattuto i tori in New Mexico e fatto l’investigatore privato. Sobel resta impressionato e decide di cercare un editore, alla fine lo trova e Lo Sfidante (titolo originale Rope Burns: Stories from the Corner) viene pubblicata. Jerry Boyd, in arte F.X. Toole, diventa uno scrittore.

Non è tutto. Angelica Huston legge il libro e dopo aver pianto tantissimo dalla commozione, contatta un amico produttore cinematografico nel tentativo di piazzare una di queste storie a Hollywood. Per un tot di anni niente da fare, nessuno è interessato. Nessuno, tranne Clint Eastwood.
La fine di questa storia vera si chiama Million Dollar Baby: un film da quattro premi Oscar, certo, ma anche un racconto di Toole.

Quella di Boyd-Toole è la classica storia personale che viene fuori quando la fortuna, tra un rimbalzo casuale e l’altro, picchia addosso al talento di qualcuno che vive, anonimo, in quell’incasinato e polveroso mucchio selvaggio così tipicamente americano, fatto di reietti, scartati e mezzi falliti, che hanno come missione quella di campare e – magari – riuscire a rimediare ad un qualche errore o scelta avventata fatta lungo il percorso.

Terreno fertilissimo per la boxe. Ed è proprio da quel giro che arriva Toole, e si sa, da quelle parti le cose non vanno mai a finire del tutto in gloria. Non sarebbe né coerente, né estetico.

Toole getta la spugna, definitivamente, due anni prima che il film venga realizzato e diventi conosciuto in tutto il mondo, cospargendo tutta questa storia con un velo di leggerissima e romantica amarezza.

Lo Sfidante rimarrà la sua unica pubblicazione, assieme ad un romanzo uscito postumo e incompiuto dal titolo A bordo ring, che non ha però né la freschezza né l’originalità di questi racconti.

Che cosa ci sia per lui di così magico, esaltante e straordinario nel pugilato, lo racconta splendidamente nell’introduzione-confessione della raccolta, dal titolo Come entrare nel giro: un’introduzione. È una mini biografia ma, più che essere una serie di fatti cronologici della la sua vita, è la piccola storia dell’origine del suo amore per la boxe e la scrittura:

«La magia del ring è diversa da quella del teatro, perché il sipario non cala mai – e il sangue sul ring è sangue vero, e i nasi e i cuori che vanno a pezzi sono veri, e talvolta vanno a pezzi per sempre. La boxe è la magia di uomini nell’atto di combattere, la magia della volontà, della capacità, e del dolore, e di rischiare il tutto per tutto, così che uno possa rispettare se stesso per il resto della sua esistenza. Un po’ come scrivere.
Come per uno scrittore, più un pugile padroneggia la sua arte, più grande è la magia. Sia per lui, sia per gli altri».[1]

Nulla di particolarmente originale, si potrebbe di certo dire, anzi ha proprio quel gustaccio di banalotto che hanno tutti i discorsi motivazionali; ma è questa retorica del sacrificio, impastata di sudore, coraggio, fatica e dolore, senza nessun’altra speculazione filosofica, che costituisce la vera fede di ogni pugile (e scrittore). Non potrebbe essere diversamente.
Se un pugile non credesse con tutto il suo cuore che non c’è cosa più dignitosa che rialzarsi e continuare davanti ad un K.O. o ad una sconfitta, semplicemente non sarebbe un pugile. Deve crederci e basta. Le motivazioni sono tutte lì, in quella semplice magia di cui ci parla Toole.

Oppure nei soldi, se diventi abbastanza bravo da far sì che qualcuno paghi per vederti combattere. «È il business della boxe» ripete spesso l’autore.

Toole, rispetto ad alcuni grandissimi scrittori che pure hanno praticato il pugilato a vari livelli di semiprofessionismo come Hemingway e London, la sua passione l’ha vissuta da ogni prospettiva, ricoprendo praticamente tutti i ruoli che bazzicano attorno ad un ring.
È stato pugile, allenatore e “cucitagli”, ovvero colui che sta all’angolo e si occupa di sistemare ferite e sanguinamenti dei pugili per farli tornare a combattere. Forse, proprio l’aver saltato da un punto di vista all’altro, potendo così osservare la boxe in tutte le sue sfaccettature e angolazioni, gli ha permesso di non scriverne in maniera troppo idealizzata ed epica.
Ha il pregio di descrivere momenti atipici, situazioni che nessuno vede mai, aspetti privati e nascosti presenti in ogni disciplina, o arte, di cui vediamo solo l’esibizione pubblica o il prodotto finito, quando tutto è stato ripulito e il lavoro grosso terminato.

Come per ogni storia conclusa, anche dietro ad ogni match, si tratti anche del più infimo incontro da palazzetto di periferia, c’è l’enorme sacrificio, fisico e mentale, di quei pugili che al suono della campana faranno di tutto per staccarsi vicendevolmente la testa dal collo.
Ed è questo destino, che lega e accomuna coloro che salgono su un ring, a richiamare l’interesse di Toole: cioè che tutti, per tutta la carriera, negli allenamenti come negli incontri, verranno presi a botte, anche se sono dei vincenti.

Tra i suoi personaggi ci sono anche pugili viziati, manager sciacalli; attraverso le sue storie ci mostra trucchi, scorrettezze, giri di soldi, ci fa sedere all’angolo con uno dei suoi vecchi “cucitagli” e ci racconta quanto è frustrante seguire in maniera religiosa la dieta per non uscire dal peso, una vera prigione, rischiando di non combattere e perdere la borsa. Bisogna fare i conti con persone squallide, che però sono bravi pugili e soprattutto sono capaci di dare spettacolo, oltre che vincere. Vogliono solo guadagnare bene, per spendere bene. Fine.

È anche vero, però, che basta mettersi contro l’esperto uomo che sarà all’angolo, per mandare tutto a rotoli. Decisivo per rimettere in sesto le ferite, cercare di fregarlo sulla borsa o trattarlo come un povero vecchio scoppiato, è sufficiente per far finire male il match.
È il caso di Hoolie Garza, presentato così dal suo “cucitagli”, appunto:

«Fatemelo dire: Hoolie era un pugile coi controcazzi, un piccolo bastardo attaccabrighe. Con la mascella e il naso a becco che puntavano in due direzioni diverse. E pieno di cicatrici… tatuaggi dappertutto, fatti in prigione e in ogni singolo paese dove aveva combattuto, rose e pugnali, le solite cazzate… un furbo peso piuma messicano che si credeva più furbo di quello che era».[2]

Hoolie è uno dei protagonisti del primo racconto Un’aria da scimmia, quasi una storia di vendetta, che rappresenta bene il suo stile e che secondo me è anche uno dei migliori racconti del libro, insieme alla seconda storia.
L’ebreo nero racconta di Reggie Love, pugile non più giovanissimo, chiamato a fare da materasso.

«Nel pugilato il materasso è quello che perde, quello che il promoter fa incontrare al ragazzo che lui crede bravo abbastanza da diventare campione. Il materasso è quello che adoperano per fargli fare carriera. Così il ragazzo del promoter diventa un avversario da battere, comincia a beccarsi borse importanti, magari lo portano al titolo. Vincere un titolo vuol dire soldi, e per il promoter essere in pista».[3]

Il problema, per Dashiki, più giovane e promettente avversario, è che Reggie non si sente ancora sul viale del tramonto ed è intenzionato a dire ancora la sua. Entrambi potenti, colpiscono duro, ma Toole, che definisce il pugilato una scienza in cui la strategia ha un’importanza primaria, ci ricorda che «la boxe sembra una cosa di muscoli, due coglioni che se le danno in testa, lassù. Ma non si tratta di usare solo la forza, è come la si usa. La boxe è una questione di cervello, una volta che col fisico sei a posto».[4]

Se in Italia abbiamo avuto la possibilità di leggere questa raccolta e conoscere questo autore, lo dobbiamo sicuramente alla potenza del cinema, come già raccontato all’inizio, a Clint Eastwood e Hilary Swank, straordinari interpreti nel film che prende il titolo dal terzo racconto: La ragazzina da un milione di dollari.
È una storia davvero bella e commovente, ma in cui lo stile di Toole non si addolcisce troppo, nonostante alcuni passaggi davvero da pelle d’oca.
Non c’è dubbio che sia il racconto più cinematografico di tutti, reso avvincente da una precisa sequenza di inneschi drammatici, alternati a qualche successo sul ring, che porteranno all’episodio clou del racconto (forse l’unica vera forzatura ed esagerazione, in fatto di verosimiglianza), e quindi diretti al finale tragico, terribile e toccante.

Meggie, una campagnola cresciuta nel Missouri in una roulotte e con una famiglia abbastanza problematica, ama la boxe ed è determinata a combattere, e pure a fare qualche soldo per sistemarsi, ma Frankie Dunn, un vecchio coach burbero, è restio ad allenare una ragazza. Troveranno un accordo, basato su una semplice proposta fatta da Frankie «tu fai quello che dico io. Io non faccio quello che dici tu»[5]. Affare fatto. E la storia decolla.

Il mio personaggio del cuore, però, è Dangerous Dillard Fighting Flippo Bam-Bam Barch, protagonista di Acqua Ghiacciata. Un nome da combattimento semplicemente memorabile.

Dee Dee, come lo chiamano tutti per ovvie ragioni di risparmio, è un bianco, bianchissimo anzi, che per potersi allenare si è fatto dal Missouri alla California in autostop, mettendoci una settimana. Ci teneva ad essere allenato dall’ex pugile Curtis “Inno” Odom. Una storia tenerissima, di un ragazzo che nel pugilato non sfonderà mai, ma che dice a se stesso, gridandolo poi a tutta la palestra quasi a motivarsi, di voler mettere al tappeto lo storico pugile Thomas “Hitman” Hearns. Ma Dee Dee forse è solo in cerca di qualche ora di dignità. Non ci è dato sapere molto della sua vita, ma si capisce benissimo che la fortuna con lui, ha fatto il giro largo.

«Inno lavora con chiunque gli batta sulla spalla. Se sono giovani, ci lavora gratis, persino con i ciccioni, perché non puoi sapere cosa c’è dentro un ragazzo finché non viene colpito. Joe Frazier era un ciccione».[6]

I racconti che completano la raccolta, e anche i più deboli secondo me, sono Combattere a Philly e Lo Sfidante, appunto.

Resta il fatto che, forti o deboli che siano, in quasi tutte e sei le storie non c’è molto tempo per rifiatare. I ritmi sono serrati come in un incontro, dove il minuto di pausa tra una ripresa e l’altra è davvero un scheggia di tempo. Non c’è spazio per troppe riflessioni sull’esistenza, i ricordi o le nostalgie, e se ci sono passano come uno sbuffo di terra alzata dal vento, mentre mangi una torta in una tavola calda qualunque lungo la strada, pensando ai vecchi tempi dell’infanzia e ad alcune persone di cui senti sempre di più la mancanza.
Giusto il tempo di finire una torta al limone per farsi passare la fame e poi i suoi personaggi salgono in macchina e guidano verso il prossimo match, verso la prossima paga.

Toole ha una penna efficace e naturale nel puntellare questo mondo, e la precisione e musicalità dei dialoghi sono i suoi punti di forza.
Lascia intendere che il pugilato è una di quelle esperienze che, per essere capite fino in fondo, vanno semplicemente provate. Lui ci presenta il giro, ma il pregio di questi racconti è anche quello di essere avvincenti pure per chi non ha mai avuto particolare interesse verso il pugilato.
Diamo una sbirciata al backstage del grande e leale, tanto quanto sporco, mondo della boxe.

Le belle storie di redenzione sono poche, pochissime rispetto al numero di persone che inseguono una passione, ed è per questo che le belle storie non fanno statistica.
Per la maggior parte dei pugili non cambierà mai nulla, saranno solo giorni di fatica, uno dietro l’altro, finché la testa e la costanza reggeranno i colpi, le diete, gli allenamenti.

Come dice Joyce Carol Oates nel suo bel saggio Sulla boxe (consigliato più che altro agli impallinati totali) «la boxe non è una metafora, è la cosa in sé»[7]. Qui e ora.

Perché la vita causa a tutti dolori fortissimi, che si propagano anche per anni dentro di noi; ma è sempre bene non dimenticarsi che una combinazione di pugni portata come si deve fa i suoi danni. Ed è a quello che devi pensare durante una ripresa, è da quel dolore che ti devi difendere, perché lì, sul ring, quel momento fatto di carne ed ossa, fa terribilmente più male della vita.

Per concludere, se dovessi scegliere un aforisma sul pugilato, tra tutti quelli che si possono trovare sui libri o in rete, e ce ne sono davvero tanti, quello che mi piace di più, che trovo più adatto e adattabile, buono per la boxe, la vita, i sogni, insomma per tutte le stagioni, è uno solo. Una frase attribuita a Joe Louis, leggendario peso massimo, ma in realtà pronunciata da quell’altra leggenda di Mike Tyson, e che fa più o meno così: «Tutti hanno un piano, fino a quando non prendono un pugno in faccia».

 


[1] F.X. Toole, “Come entrare nel giro: un’introduzione”, in Lo sfidante, Garzanti, 2007 (pag.18)
[2] F.X Toole, “Un’aria da scimmia”, in Lo Sfidante, Garzanti, 2007 (pag.29)
[3] F.X. Toole, “L’ebreo nero”, in Lo Sfidante, Garzanti, 2007 (pag.53)
[4] F.X. Toole, “L’ebreo nero”, in Lo Sfidante, Garzanti, 2007 (pag.71)
[5] F.X Toole, “La ragazzina da un milione di dollari”, in Lo Sfidante, Garzanti, 2007 (pag.93)
[6] F.X. Toole, “Acqua Ghiacciata”, in Lo Sfidante, Garzanti, 2007 (pag.170)
[7] Joyce Carol Oates, Sulla boxe, 66THA2ND, 2015 (pag.89)