Autore: Andrea Boschi

Ferroviere ligure e mezzo laureato in filosofia,
ama Céline perché ama la musica.

Non c’è ritorno, di Jim Shepard

Milleottocento chilometri, circa, è la distanza che c’è da casa mia, un paesino vicino Savona, ad Anfield Road, mitico stadio della squadra di calcio del Liverpool. Cercare questa distanza è stata la prima cosa che ho fatto dopo aver letto la prefazione della raccolta di racconti Non c’è ritorno di Jim Shepard, scritta dall’autore stesso. Il feeling con lui è stato istantaneo [...]

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Trilobiti di D'J Pancake

Trilobiti. Il West Virginia di Breece D’J Pancake

Il West Virginia è la vera protagonista delle storie di Trilobiti che Breece D’J Pancake racconta con la stessa passione e poesia che John Denver mise nel grande classico folk-rock Take me home, country roads. I nomi dei fiumi, delle strade e dei piccoli paesi in cui vivono e si muovono i personaggi non sono solo punti di riferimento che rendono più realistiche [...]

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Acid house di Irvine Welsh

Parlare di Irvine Welsh, per me, è come parlare dei miei gruppi musicali preferiti, che so non essere i migliori al mondo, e che forse non ho nemmeno più tanta voglia o interesse ad ascoltare, ma che sono, in ogni caso e senza la minima esitazione, in cima alla mia lista personale.

Welsh è tra i miei preferiti perché ho amato Trainspotting, così come buonissima parte della sua produzione, un titolo su tutti Colla. Mi ha reso, al pari di pochi altri, un lettore totalmente appagato, ed è l’unico, assieme ad un paio d’altri autori, di cui ho riletto i libri. Sicuramente l’unico ad aver riletto tre volte.

Ma soprattutto, è tra i miei preferiti perché ha rappresentato uno di quei tre o quattro momenti di rottura nella mia vita di lettore, uno di quei momenti in cui capisci che dal quel determinato libro in poi le tue aspettative cambieranno e sarai condannato a pretendere qualcosa dalla letteratura, non per forza qualitativamente più alto, e nemmeno più originale, perché non è questione di avere di più, ma è soltanto che sei consapevole che farai sempre più fatica a raggiungere una certa pienezza emotiva.

Ewan McGregorin una scena di Trainspotting

Al di là delle tematiche e dei personaggi caratterizzati in modo da restarti in testa, quello che mi ha colpito e trascinato immediatamente è stato il suo stile. Ancora una volta il come, prima del cosa. Una sua particolarità è quella di scrivere le parole così come si pronunciano, dando quindi uno specifico suono all’intera frase. C’è ovviamente lo slang scozzese e il fatto che i personaggi utilizzano termini differenti a seconda che siano inglesi oppure scozzesi, di Edimburgo o di Glasgow.

Questa scelta, come spiegato dallo stesso Welsh ad un incontro a cui ho assistito, ha anche una valenza sociale e politica, perché serve a dare il senso di unità di un determinato gruppo di persone nate e cresciute in un preciso punto del mondo. Ogni forma di dialetto o parlata è un modo di riconoscersi, di sentire l’appartenenza a qualcosa, tanto che, coloro che sono al centro delle storie, percepiscono qualsiasi altra forma differente dal loro scozzese, come una versione sporca di scozzese, l’ennesimo dialetto minore.

La stessa percezione è riservata all’inglese standard che, per la gente di Leith e dintorni, è soltanto un inglese fra tanti. Attraverso le differenze linguistiche Welsh crea spesso momenti di rivalità e tensione, talvolta scherzose, tra i personaggi. Allo scozzese che si trova al di fuori dei confini del Regno Unito, dove chi lo ascolta non sempre è in grado di coglierne la nazionalità confondendolo il più delle volte per un abitante di una qualche zona dell’Inghilterra, viene inevitabilmente da riflettere sulla propria identità e sul sensazione di inferiorità nei confronti degli inglesi:

Sentii un moto di rabbia crescermi dentro. Mi venne quasi la tentazione di fargli un pistolotto sul fatto che ero scozzese, non inglese, e che la Scozia era l’ultima colonia oppressa dell’Impero britannico. Il fatto è che non ci credo: sono gli scozzesi a opprimere se stessi con la loro ossessione degli inglesi, nutrendo la mala pianta dell’odio, della paura, del servilismo, del disprezzo e della sottomissione[1].

Irvine Welsh è nato nel 1958 proprio a Leith, quartiere difficile di Edimburgo, che è stato sfondo e fonte inesauribile di spunti per tantissime delle sue storie migliori. In questo teatro di adolescenze tristi e frustrate, dove non c’è troppo spazio per illudersi e aspirare ad un futuro migliore, calcio, droghe e rave (l’acid house è anche un tipo di musica elettronica) rappresentano le uniche evasioni.

Irvine Welsh
Irvine Welsh

Il calcio, e la scelta della squadra soprattutto, è un altro modo fondamentale per costruirsi un’identità anche politica. Ci sono gli Hibs, soprannome con cui i tifosi chiamano l’Hibernian, la squadra cattolica e repubblicana della città, fondata da irlandesi e con lo stadio di casa proprio a Leith; e ci sono gli accesi derby cittadini contro gli unionisti e protestanti degli Heart of Midlothian, unici momenti esaltanti di stagioni sempre sottotono. Troppo grande è il divario con le due squadre di Glasgow per competere alla vittoria del campionato. Nemmeno l’arrivo di George Best ridà speranze ai tifosi, perché quello che corricchia sul campo di Easter Road è solo il fantasma invecchiato e imbolsito della gloria che fu.

È soprattutto nei suoi primi riuscitissimi romanzi, e in Acid House, sua prima raccolta di racconti, che ci mostra la sua capacità di rendere fitto il tessuto della sua narrazione partendo da piccole storie di quartiere in grado però di restituirci un quadro più ampio della situazione politica, sociale e culturale dell’intera Gran Bretagna dell’epoca, più che della sola Scozia.

Prima ancora di sfociare in prequel e sequel vari dedicati a specifici protagonisti, o in ambientazioni poco credibili per la sua penna (ad esempio la Miami di Crime), Welsh ha cresciuto i suoi personaggi nell’arco di anni, più attraverso la coralità delle voci di un determinato ambiente, disseminando luoghi, personaggi, e ricollegandone le vicende anche in libri o racconti apparentemente slegati tra loro, che non servendosi di uno stile tendente al biografico.

Acid House è il suo secondo libro, uscito nel 1994 ad un anno di distanza da Trainspotting. Contiene ventuno racconti che non si discostano molto dalle tematiche del suo esordio, e ci offre un insieme di storie, sì indipendenti l’una dall’altra, ma con alcuni fattori che ritroviamo più o meno sempre: disagio sociale, dipendenze da sostanze e anche una certa inettitudine nei confronti del mondo che sta al di fuori di certe zone di Edimburgo.

La sua città natale non è infatti l’unico luogo in cui sono ambientati i racconti. Welsh è stato cittadino d’Europa in fuga da una Scozia difficile e povera di opportunità, e ha vissuto sul proprio corpo il passaggio dal punk alla sottocultura dei rave e quello dall’eroina alle droghe sintetiche, trovandosi nel posto giusto al momento giusto per vivere queste esperienze.

Credit: Photo by Linda Xu on Unsplash

Durante il suo girovagare giovanile ha vissuto infatti in tre dei massimi avamposti del divertimento e degrado europeo di quel periodo: Edimburgo, Londra e Amsterdam.
Se però sei un tossico senza soldi, ti serve a poco scappare dalla tua città, perché il senso di disagio non ti abbandona. Ecco Euan, da poco arrivato ad Amsterdam, protagonista di Eurotrash, uno dei racconti migliori a mio parere:

Potevamo trovarci in qualsiasi parte del mondo. È il centro della città che ti da il senso di dove sei. Lì dove stavo, non c’era differenza tra Wester Hailes o Kingsmead, i posti da dove, venendo qui, ero voluto scappare. Solo che non ero scappato per niente. Un bidone di rifiuti per i poveri sarà sempre uguale dappertutto, a prescindere dalla città che lo fornisce.[2]

La forma breve è stata da sempre nelle sue corde dato che anche il suo esordio bomba Trainspotting ha preso vita dall’unione e mescolanza di alcuni racconti che Welsh aveva precedentemente pubblicato su una rivista. Una volta intrapresa la strada della scrittura, passione intuita mentre provava a scrivere testi musicali, è diventato con il tempo un autore disciplinato e metodico:

Mi sveglio sempre molto presto, perché penso che l’alba sia un momento della giornata molto prezioso. Scrivo dalle 6 alle 9, e non mi fermo. Faccio colazione. Mangio molto, e bevo ancora di più, quindi devo andare in palestra. Il pomeriggio rivedo quello che ho scritto, faccio le correzioni, non sono uno che riscrive da capo tutto, modifico qua e là. Poi la sera me la prendo sempre libera. Vado spesso al cinema, da solo.[3]

L’alcolismo è la piaga sociale base nel mondo di Welsh, il minimo sindacale dell’autodistruzione.
In quegli anni di grande disoccupazione e sussidi statali, il posto di lavoro, per quei pochi che ce l’hanno, rappresenta solo l’ennesima scommessa da perdere, assieme a legami e famiglia.
Siamo ai piani bassi dell’umanità, dove le persone stanno a malapena a galla, e non con la forza di volontà, ma gonfiandosi di alcol e droghe, accatastando sesso schifoso e deludente e una sempre più insopportabile quantità di fallimenti. Se ci sono diversi modi di perdersi, e perdere chi ti sta accanto, i personaggi di Welsh lo fanno nei modi peggiori possibili, sfinendosi vicendevolmente a colpi di umiliazioni e atteggiamenti al limite della perfidia:

Lessi quella donna come una sozza carta geografica di tutti i posti dove non vuoi andare: dipendenza da sostanze varie, esaurimento psichico, ossessione da droga, sfruttamento sessuale. In Chrissie vidi una persona che si era trovata in guerra con se stessa e con il mondo e aveva cercato una vita migliore scopando e drogandosi senza capire che così scendeva solo a compromessi con i suoi problemi.[4]

Ogni tipo di sostanza è, a seconda dei casi, medicina per uno stato d’animo pessimo, o antidoto ai cattivi effetti di qualche altra droga. Droga scaccia droga. Fumare erba e bere ti aiuta a superare quel fatidico primo mese di inizio disintossicazione; l’ecstasy serve a ballare, rimorchiare, e magari eccitarsi, perché sotto eroina tutto si spegne, e il diradarsi del torpore che ti isola dal mondo è forse il momento peggiore nella giornata di un tossico. Unico scopo, la prossima dose. Non ci sono famiglie o amicizie che possano competere per importanza.

Oltre a raccontare una realtà cruda e dove la volgarità è a tratti strabordante, anche se mai gratuita in quanto coerente con lo stile parlato delle zone degradate della città, Welsh sfrutta anche fisicamente lo spazio della pagina per comporre scene surreali attraverso scritte inserite in rettangoli, o disordinate e sconnesse lungo tutto il foglio, per restituire il senso di spaesamento e disconnessione dalla realtà.

In questo modo la lettura della trama è frammentata dalle continue divagazioni dei protagonisti, come accade nell’ultimo racconto, Acid House. Seguiamo qui il lungo trip di Coco Bryce, proprio come fossimo nella sua testa, durante il quale cerca disperatamente di tenere la propria mente e il proprio corpo nel mondo, appena dopo essersi calato un acido che si rivelerà più potente del previsto. Un episodio completamente surreale e a tratti divertentissimo, oltre che una delle storie più tenere e meno sporche della raccolta.


[1] Irvine Welsh, “Eurotrash”, in Acid House, Guanda, 2005.
[2] Irvine Welsh, “Eurotrash”, in Acid House, Guanda, 2005.
[3] Intervista di Gabriella Greison a Irvine Welsh, Il fatto quotidiano 25 maggio 2015.
[4] Irvine Welsh, “Eurotrash”, in Acid House, Guanda, 2005.

Natura morta con custodia di sax di Geoff Dyer

Ho comprato Natura morta con custodia di sax di Geoff Dyer un po’ a scatola chiusa, nel senso che non sapevo bene cosa aspettarmi. In realtà è sempre così quando ti ritrovi per le mani qualcosa di Dyer. Essendo uno scrittore in grado di muoversi con grandissima abilità su qualsiasi terreno narrativo, non sapevo se avrei trovato storie di jazzisti, vere e proprie biografie, veri e propri racconti, oppure dei “classici” pezzi di non fiction ricchi delle sue impressioni ma molto vicini ad uno stile saggistico. Iniziata la lettura mi sono reso conto che le sue intenzioni erano proprio quelle di andare ad abbracciare tutte queste cose, come spiega lui stesso nella prefazione:

Quando cominciai a scrivere questo libro non sapevo esattamente che forma avrebbe preso. Mi trovavo dunque in una posizione di notevole vantaggio perché ero costretto a improvvisare (…). Ben presto mi accorsi infatti di essermi allontanato da qualsiasi tipo di critica convenzionale. A mano a mano che inventavo dialoghi e azioni capivo di avvicinarmi sempre di più al racconto.[1]

Natura morta con custodia di sax Geoff Dyer
Mikefoster – Pixabay

I nove mostri sacri su cui Geoff Dyer costruisce i suoi racconti, e attorno ai quali ruotano svariati altri musicisti più o meno importanti, sono Lester Young, Thelonious Monk, Bud Powell, Ben Webster, Charles Mingus, Chet Baker, Duke Ellington e Art Pepper. Non penso di osare troppo nel dire che, in un certo senso, Dyer rimodella il concetto di narrazione biografica soprattutto attraverso la sua capacità di immedesimazione nelle vite altrui, mescolando in maniera coerente e credibile realtà e finzione.

Lei guardò il suo volto reso spugnoso dal bere, e si domandò se le loro vite non avessero contenuto in sé il germe della rovina fin dalla nascita, una rovina di cui si erano presi gioco fin dalla nascita, una rovina di cui si erano presi gioco per qualche anno, ma che in realtà non avrebbero mai potuto eludere. Alcol, roba, prigione. Non è che i jazzisti muoiano giovani, è che invecchiano più in fretta. Aveva vissuto mille anni nelle canzoni che aveva cantato. Canzoni di donne ferite e dei loro uomini.[2]

Nel racconto The President ecco un esempio dello stile e della costruzione delle storie. L’incontro tra Lester Young e Billie Holiday, che si conoscevano realmente (fu proprio lei a dargli il soprannome The President), è lo spunto per una riflessione sulla rassegnazione per la direzione presa dalle rispettive vite, forse fin dalla nascita destinate ad essere così. Qualcosa che il jazz aveva aiutato a far venire fuori, lei con la sua voce e lui col proprio strumento.

Alcol e droghe sono stati fattori comuni di un gran numero di jazzisti importanti, praticamente tutti quelli di questa raccolta. Le conseguenze sono state a volte il carcere e a volte anche le cliniche psichiatriche. Tante morti premature, certo, ma più che altro un consumare se stessi ad una velocità impressionante. Come ci fa notare Geoff Dyer nell’altrettanto ricca postfazione, i musicisti erano continuamente sotto pressione e al lavoro, proprio perché composizione, jam session e concerti erano fluidi che si mescolavano continuamente, diventando una cosa sola, serata dopo serata. Il jazzista, oltre che artista, era anche un mestierante che si ritrovava a suonare spesso con band sempre diverse, mettendosi in viaggio dopo ogni concerto. Non poteva concedersi il lusso di aspettare l’ispirazione per suonare.

Charles Mingus Geoff Dyer
Charles Mingus – Bi Centenial, Lower Manhattan, 1976 – Tom Marcello

E proprio come i musicisti, Geoff Dyer è davvero attento alla dinamica delle sue storie, modulando il tocco e l’intensità della sua scrittura, nell’alternanza tra gli episodi di vita quotidiana e i momenti in cui i protagonisti si legano e si fondono con il proprio strumento. Amante anche della fotografia, alla quale ha dedicato vari scritti, Dyer sostiene che proprio il jazz sia stato uno dei massimi beneficiari dell’arte fotografica, perché in grado di cogliere tanto l’estetica della frenesia sul palco quanto la calma, talvolta la malinconia, nascoste sui volti dei musicisti nei momenti di attesa nei camerini o durante la composizione di nuovi pezzi.

Una delle caratteristiche migliori di Geoff Dyer è però la sua capacità di vedere spiragli in qualsiasi altra forma d’arte oltre alla scrittura, sfruttando qualsiasi particolare per attaccarci una storia, costruendoci un racconto.
Ed è anche partendo dalle immagini, oltre che da aneddoti ed episodi raccolti nelle varie biografie ufficiali o libri sulla storia del genere, che Dyer alimenta la propria immaginazione. La narrativa prende così le sembianze del jazz in cui, parafrasando l’autore stesso, il rapporto sfuggente tra composizione e improvvisazione continua a permettergli di autogenerarsi continuamente. Parte da un punto fermo, statico, come una foto appunto, per poi aprire completamente la scena dandole movimento, immaginando l’azione dei corpi e le loro parole. Anche gli oggetti prendono vita attraverso i dettagli, così come i tanti flussi di pensieri. Ecco come descrive Thelonious Monk, che le cose preferiva suonarle con quella sua fisicità unica, più che dirle:

Suonava con le mani spalancate, appiattite sui tasti, le punte delle dita quasi rivolte all’insù anziché piegate a martello. […] Non gli piaceva uscire dal suo appartamento, e le parole non ne volevano sapere di uscirgli di bocca. Invece di venirgli fuori dalle labbra, gli ritornavano in gola, come un’onda che rotolasse all’indietro verso il mare aperto anziché infrangersi sulla spiaggia. In musica non faceva concessioni, aspettava solo che il mondo capisse il suo lavoro, e con il linguaggio era la stessa cosa: aspettava che la gente imparasse a decifrare i suoi grugniti e i suoi ugolii modulati.[3]

Con una metafora bellissima ci fa capire immediatamente il soggetto, la sua attitudine nella musica e nella vita.
Non servono date di nascita, o di concerti o incisioni di dischi. Non c’è nulla di cronologico, ma solo a volte nomi di canzoni o di artisti da cui ciascun protagonista è stato ispirato, oppure con i quali ha suonato. La sostanza di queste storie è l’amore assoluto per questo genere di musica, perché per loro è la cosa più importante di tutte, l’unica a cui attaccarsi davvero, fino entrarci dentro, perché semplicemente non sembra esserci altra soluzione o via di fuga, come ci suggerisce Monk:

Vedi, il jazz ha sempre avuto questa cosa, il fatto che tutti si dovesse avere il proprio sound; per questo c’è un sacco di gente che magari non ce l’avrebbe fatta nelle altre arti: gli avrebbero appiattito le loro idiosincrasie, per così dire […] E così c’è un mucchio di gente nel jazz che la sua storia e i suoi pensieri sono diversi da quelli di tutti gli altri, tantoché senza il jazz loro non avrebbero mai avuto nessuna possibilità di tirare fuori tutte le loro idee e tutta merda che avevano dentro. Ragazzi che in qualsiasi altra professione – come banchieri o anche idraulici – non ce l’avrebbero mai fatta: con il jazz potevano essere dei geni, senza sarebbero stati niente.[4]

Thelonius Monk Geoff Dyer
Thelonious Monk, Minton’s Playhouse, New York, 1947 – Wikimedia

Leggendo i suoi racconti, ho avuto anche un po’ l’impressione che non si possa mai davvero raggiungere la profondità di quest’arte, in cui l’improvvisazione di uno o più elementi può cambiare continuamente la posta in gioco durante un concerto, in cui cogliere l’istante è fondamentale per capirsi vicendevolmente nei guizzi e nelle intuizioni, quella sensazione di immersione fisica e mentale così totale. E non è una questione di qualità, di perdersi qualcosa a livello qualitativo, ma è soltanto che il solo ascoltare forse vuole anche dire in qualche modo non esserci dentro per davvero. Dannie Richmond, all’epoca giovanissimo batterista, racconta questo tipo di esperienza suonando con il poco accomodante Charles Mingus:

Stando con lui c’erano delle volte in cui eri terrorizzato, ma c’erano anche le volte quando suonavi con un’esaltazione che non potevi provare altrove, quando ci sentivamo, più che una band, un branco lanciato alla carica sotto le urla e gli insulti di Mingus che si trasformavano in grida di incoraggiamento.
“Dai che ci siamo, dai che ci siamo, dai che ci siamo”.
La sua voce schioccava come la frusta sulla groppa dei cavalli: “Yah, yah, yah”.[5]

La necessità di dover suonare spesso, in qualsiasi luogo e locale e con qualsiasi band con la quale non si era mai suonato prima, in orchestre più o meno numerose, unita alla necessità artistica di distaccarsi dai propri maestri per dare vita al proprio sound diversificando gli stili, hanno creato le condizioni ideali per una continua freschezza e rinascita del genere.

Composizioni originali che diventano degli standard (in quale altro sistema comunicativo può accadere che un grande classico sia preso a modello, da adottare e adattare a proprio piacimento?). Provate a pensare a Tolstoj in una collana di stereotipi letterari.[6]

Natura morta con custodia di sax Geoff dyer
Flikr

Quello che le storie di Natura morta con custodia di jazz ci dicono è quanto in realtà il jazz sia stato popolare e presente ovunque in tutto il Novecento, benché oggi sia forse considerato un ascolto per orecchie “colte”, sempre che questo genere di cose abbiano un senso (e mai come nella musica non ce l’hanno). Genere che ha letteralmente sfondato, sbriciolato le barriere razziali, scavalcando anche la censura dei regimi di destra e di sinistra che hanno provato ad ostacolarne la diffusione e che, nonostante abbia in moltissimi musicisti neri le proprie punte di diamante, ha subìto, inglobato ed elaborato qualsiasi tipo di contaminazione, contaminando a sua volta altri generi, in un’evoluzione e cambiamento continui, con buona pace di tutti quei puristi che forse lo preferirebbero come intoccabile e immobile nel suo essere considerato ascolto esclusivo.

Non a caso, Geoff Dyer cita lo storico Eric Hobsbawm che nel suo libro Storia sociale del jazz, scriveva: «il jazz ha avuto il privilegio di reclutare le proprie forze in una riserva di potenziale umano molto più vasta di qualsiasi altra forma d’arte del nostro tempo».[7]

 


[1] Geoff Dyer, “Prefazione”, in Natura morta con custodia di sax, Einaudi, 2013
[2] Geoff Dyer, “The President”, in Natura morta con custodia di sax, Einaudi, 2013
[3] Geoff Dyer, “Melodious Thunk”, in Natura morta con custodia di sax, Einaudi, 2013
[4] Geoff Dyer, “Melodious Thonk”, in Natura morta con custodia di sax, Einaudi, 2013
[5] Geoff Dyer, “Mingus Fingus”, in Natura morta con custodia di sax, Einaudi, 2013
[6] Geoff Dyer, “Postfazione”, in Natura morta con custodia di sax, Einaudi, 2013
[7] Geoff Dyer, “Postfazione”, in Natura morta con custodia di sax, Einaudi, 2013