L’Atlante delle meraviglie. Viaggio nel mondo di Danilo Soscia

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«L’orrore visibile è niente se paragonato all’idea dell’orrore.

I miei pensieri, assassini virtuali,

scuotono la mia indivisibile natura di uomo

a tal punto che funzione e immaginazione si mescolano.

E nulla è, se non ciò che non è».[1]

 

Le epigrafi poste a introduzione dei libri sono sempre degli animali molto strani: a volte passano del tutto inosservate, ma in altri casi, come in questo, somigliano molto ad una dichiarazione di intenti dell’autore. Una dichiarazione che, anche se viene letta a posteriori, svela e riassume il carattere dell’intera opera che ci troviamo tra le mani.

Danilo Soscia, classe 1979, nato a Formia ma pisano di adozione, già autore di una raccolta di racconti intitolata Il condominio (Manni, 2008), progetta il suo Atlante delle meraviglie sulla falsariga della Wunderkammer, parola tedesca che significa letteralmente “stanza delle meraviglie”, andando ad arredare per noi un museo immaginario con sessanta storie ispirate ai più disparati ambiti, ai miti, alla letteratura o alla storia mescolando volti noti e sconosciuti con fatti reali o fittizi e dando vita a una collezione eterogenea di straordinaria bellezza.

I racconti che ne fanno parte sono infatti, anche per la loro brevità, delle immagini (da qui probabilmente la scelta della parola Atlante) o dei veri e propri frammenti che l’autore riprende, stravolge e rielabora lasciando al lettore il compito di destreggiarsi in uno scenario sempre mutevole. È un viaggio che prosegue orizzontalmente, passando di stanza in stanza, perché per quanto i personaggi scelti non siano sempre contemporanei tra loro (si salta da Gesù a Gagarin, da Walter Benjamin a Hitler, da Arianna e Teseo a un postino), è come se tutto accadesse nel presente e l’autore ci raccontasse con le sue parole una storia nuova. Una versione dei fatti rimasta per molto tempo inascoltata che ognuno di noi può assorbire in maniera personale e soggettiva.

L’apertura del libro avviene con Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino, in cui Danilo Soscia scrive:

Da giovane sono stato anche innamorato, ma per fortuna nulla è rimasto di quell’amore. Ho amato chi mi ha dato da mangiare, le femmine che mi hanno allattato quando ero un niente, inerme agli assalti del cielo e della sua luce, inesperto di ogni cosa, ignorante del mondo e della mia stessa volontà. Quelli come me nascono con la malattia della saggezza, e non guariscono, al più tardi si aggravano, galvanizzati dalla scoperta che la morte arriva per ciascuno, ma non è un evento di cui curarsi. [2]

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Photo by Valentin Antonucci on Unsplash

I racconti, nonostante la loro apparente diversità, hanno molti elementi in comune. In primo luogo c’è il tema della morte, che ritorna di continuo sotto forma di fantasmi, ombre e cerimonie funebri, oppure in contrapposizione alla vita, mettendo a nudo l’uomo (o l’animale, come nel caso di Bao Bao, il panda protagonista di questo primo racconto) e “slatentizzando” le sue paure più profonde, dando voce a nuove e dolorose consapevolezze.

Nessuno di quelli che mi ha visto nascere e cadere è sopravvissuto. Se avessi saputo allora che sarei stato uno degli ultimi testimoni di me stesso, avrei digiunato anch’io fino a morire. Nemmeno le circostanze infelici del mio essere vivo mi hanno favorito nella conquista del coraggio. La solitudine non è uno stile, è un rito. Facilita l’invenzione delle cose, aiuta nel superare le curve strette del dolore, dei quotidiani dispiaceri. Sono stato visitato da milioni di volti. Seduto davanti ai miei ospiti con il ventre rigonfio, all’infuori, senza alcuna vergogna, venivo interrogato ed ero privo di risposte. […] Nel rumore sordido e agitato di organismi altrui, nel fluire dei liquidi, e nel gracidio croccante delle ghiandole salivari, intuii che ogni vocazione è una condanna. Ma l’aspetto compiuto della mia distanza, oggi che sto per morire, è il premio più grande. [3]

L’illusorietà della vita e lo scendere a patti con se stessi, che è necessariamente l’accettazione della parte marcia dell’Io, è il perno intorno a cui sembra ruotare tutto il progetto dell’autore. Sembra dire che la vita è un viaggio vano, senza uno scopo apparente o risposte, ma questa rassegnazione finisce per donare nuova forza alle parole, che come schegge si infilano sotto pelle per fare male a lungo.

In Tirannicidio, ad esempio, leggiamo:

Uscivo solo per raggiungere un telefono e chiamare mio marito. Le nostre chiacchierate avevano un sapore buono allora. Io mi stringevo alla cornetta come fosse l’ultima verità inconfutabile, e domandavo a quell’uomo ignaro, la cui idea delle cose era basata sui miei addolorati racconti, Perché? Perché tutto questo? Bastano i nostri dubbi sentenziosi a definire una verità che ci faccia finalmente rassegnare? E lui non rispondeva, mi diceva, Piccola scimmia. E io respiravo di nuovo.[4]

Un altro elemento comune è il modo di narrare queste storie, un tono quasi elegiaco che restando sullo sfondo esalta il ricordo e il rimpianto. Elemento che ben si concilia con il ricorso frequente alla forma epistolare perché l’atmosfera dominante è quella di una confessione, di un’ammissione di colpa, come se la lettera, di volta in volta, costituisse una sorta di testamento esistenziale istantaneo e fulmineo.

Bello in maniera dolorosamente puntuale è il racconto Blatta:

Quando io non ci sarò più, diffida degli uomini e delle donne che ti diranno che il mondo è diventato un luogo più grande. Quando io non ci sarò più, diffida di chi oserà parlare di fratellanza. So bene che mi dimenticherai. È un evento ovvio. La mia voce cesserà, e così il calore, le briciole di pane. E le parole, quelle trovate per bisogno, quelle che ho detto a mezza bocca per non farti svegliare, quelle escogitate con cattiveria nel desiderio morboso di diventare il perno infinito della tua esistenza. Quando ti dicevo che eri bella, quando ti dicevo che sentivo la tua mancanza, mentre dormivi, quando ti voltavi dall’altra parte perché la vita, questa nostra vita, non è fatta per coltivare affetti. [5]

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La disillusione, che aleggia continuamente nelle stanze di questa raccolta, coinvolge tutti, gli animali e le persone, con un continuo rovesciamento delle parti: l’animale viene umanizzato dalle continue riflessioni, mentre talvolta con una operazione di smascheramento è l’uomo a rivelare l’aspetto bestiale e la ferocia che lo contraddistinguono.

In Incitamento alla lotta di classe, l’ultimo dei sessanta, Antonio Gramsci, ormai vicino alla morte, afferma infatti:

Non ho certo la pretesa di essere l’unico testimone di quanto accade in questo carcere, in Italia, nel resto del pianeta. Fuori di qui uomini mangiano altri uomini, è molto semplice. Un processo millenario che avrà un esito solo: l’effimera sopravvivenza di colui che avrà mangiato tutti. Alla fine, costui morirà di fame, o mangerà se stesso.[6]

È una chiusa potente, come potente è l’immagine che evoca, la storia scelta per essere l’ultima in ordine di lettura. Ma questa raccolta non è pensata per essere letta soltanto in questo modo. Al caos dilagante ma ordito con cura, infatti, Danilo Soscia contrappone delle liste, presenti all’inizio e in calce al libro, venendo in soccorso al nostro bisogno di lettori di dare una forma e un ordine a tutto. Aiutandoci a dare una direzione consapevole e nostra a questo viaggio.

Oggi ho steso una lista degli eventi che rendono felice. La tengo ripiegata in quattro, nella scarpa. Ho steso una lista per non dovermi più preoccupare di cosa è buono e di cosa è nocivo per me. Non debbo usarla, niente e nessuno mi obbliga a farlo, nemmeno le circostanze terribili della quotidianità. La lista è la mia pistola. È lì, immemore e quieta, e ogni volta che avrò bisogno di morire, sparerò un colpo in aria. [7]

La raccolta di Danilo Soscia è insomma una collezione di piccole perle. Si può scegliere di leggerle un po’ alla volta o tutte di un fiato, ma il risultato in ogni caso è lo stesso: continueranno a parlare a distanza di tempo e staranno benissimo nella Wunderkammer delle librerie personali di ciascuno di noi.

«Da quando siamo nati mendichiamo qualcosa. L’amore, un lavoro, il tempo». [8]

 


[1] Tratto da Macbeth di W. Shakespeare
[2] Tratto da “Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia                     
[3] Tratto da “Vita di Bao Bao allo zoo di Berlino”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia    
[4] Tratto da “Tirannicidio”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia
[5] Tratto da “Blatta”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia
[6] Tratto da “Incitamento alla lotta di classe”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia           
[7] Tratto da “Ciclotimia”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia
[8] Tratto da “L’ultimo orso polare di Buenos Aires”, Atlante delle meraviglie di D. Soscia

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