Adulti e bambini. Cosa cerchiamo nella letteratura?

Avendo un passato da non lettore e un presente in cui i libri costituiscono una parte fondamentale della mia vita, è col tempo sorto in me il desiderio di provare a capire il meccanismo del leggere, le sue conseguenze, le sue mancanze, l’universo che gli sta attorno. Di tanto in tanto, quindi, cado in questa domanda. Me la sono posta anche durante la quarantena.

Nelle prime settimane ho letto, una in fila all’altra, diverse raccolte di racconti. Alcune di nomi molto conosciuti, altre di esordienti, altri di autrici che, almeno in Italia, non sono poi molto note. In qualche modo sono stato fortunato e tutte mi sono piaciute. Mi sono però reso conto, una volta chiuso l’ultimo racconto, che la mia preferenza andava a due raccolte in particolare. Si tratta de La maestra dei colori, di Aimee Bender, e di Ne succedono anche di più strane, di Kelly Link. Sono due libri molto diversi, ma che allo stesso tempo hanno svariati punti di contatto tra i quali spiccano la ‘stramberia’, ovvero la presenza di elementi soprannaturali o apparentemente tali che si mescolano, spesso in modi particolari, al quotidiano, e una certa insondabilità. Con insondabilità intendo una sorta di difficoltà, da parte del lettore (o meglio, da parte mia), di comprendere cosa quel determinato racconto voglia dire. Cosa stia a rappresentare.
È questo ultimo punto la cosa che mi ha fatto più pensare. Le raccolte che ho amato di più sono quelle che ho capito meno, quelle che mi celavano, e continuano a celare, qualcosa.

Fermo restando che una mia attitudine personale non può essere usata come metro di giudizio per i lettori tutti, non ho potuto fare a meno di chiedermi, ancora una volta, cosa si va cercando nella letteratura, sempre che qualcosa da cercare ci sia. Cosa sto cercando io, se mi ritrovo ammaliato da storie che non comprendo fino in fondo?

A questa riflessione ne ho aggiunta un’altra legata alla letteratura per l’infanzia. L’ho fatto perché ne sono appassionato, ma anche perché ho un figlio che mi piacerebbe fosse un lettore. Sono così giunto a questa doppietta: cosa cerchiamo nella letteratura? E cosa cerchiamo nella letteratura per i nostri bambini?

Ho il dubbio che le risposte a queste domande siano molto differenti l’una dall’altra. Credo infatti che nella lettura un adulto cerchi in primis un piacere. È indubbio che un libro possa donare molte cose a chi se ne fa custode, ma credo che non si vada a leggere un determinato libro solo con lo scopo, che ne so, di diventare più empatico. Si legge un libro perché ci piace leggere. Poi, forse, aumenterà pure l’empatia, o si scopriranno cose nuove, ma si deciderà di passare il proprio tempo libero con un libro perché riteniamo questo gesto piacevole. Ed, evidentemente, il bizzarro è una cosa che a me da piacere.

Per i bambini, invece, ritengo si facciano discorsi differenti.

Si parla moltissimo di promozione della lettura, avvicinamento ai libri, ecc. Ma poi quello che si offre loro è spesso qualcosa di diverso. Gli adulti cercano dei libri che insegnino qualcosa ai loro figli. Cerchiamo il libro sulla rabbia per aiutare un bambino a gestire questo sentimento. Cerchiamo un libro sulla famiglia per spiegar loro che esistono famiglie diverse. Cerchiamo un libro sulla paura perché il proprio nipotino ha paura del buio, e così via. Il fatto è che, in questo modo, non stiamo offrendo una storia ai più piccoli, stiamo offrendo loro un messaggio, un insegnamento. È un atteggiamento sbagliato? Non necessariamente. Ma non credo che questo vada molto a favore del piacere di leggere.

Vi faccio un esempio che prendo direttamente dalla libreria di mio figlio, giusto per dirvi che anche io possiedo queste ‘storie educative’.

Nello scaffale dedicato al pupo c’è questo libricino che contiene sei storie scacciapaura (cosa ben esplicitata nel titolo). In ogni storia c’è un protagonista che ha paura di qualcosa e risolve questa paura nel giro di tre-quattro paginette. C’è per esempio il leoncino che ha paura della puntura del dottore ma che, quando alla fine entra nell’ambulatorio, nemmeno si accorge di essere stato punto, una cosa che tra l’altro, posso assicurarvelo, non succede mai nella realtà. Oppure c’è il pinguino che ha paura della piscina, ma quando anche l’amica si dimostra timorosa eccolo diventare un cavaliere che l’aiuta ad affrontare il terribile liquido. Anche qui, posso assicurare che l’avere amici in acqua non è garanzia di successo. Ma non è questo il punto.

Ho anche un altro libro, intitolato Cane nero e scritto da Levi Pinfold, che parla sempre della paura ma che la nomina esplicitamente solo nell’ultima pagina. In questa storia c’è una famiglia che, una bella mattina, si sveglia e, prima il papà, poi la mamma, poi i figli si accorgono che, fuori dalla casa, c’è un grosso cane nero. Ogni membro della famiglia dà al cane una dimensione sempre più grande, fino a ritrovarselo enorme come la casa in cui abitano. Tutti cercano un modo per non farsi vedere dalla bestia, tranne la bambina più piccola che, di fatto, decide invece di andare fuori a giocare con questo cane. Man mano che la piccola gioca a farsi inseguire, la creatura nera riduce le sue dimensioni fino a quando, tornati a casa, riesce perfino a passare per la gattaiola.

cane nero levi pinton
Un’illustrazione da Cane nero

L’altra sera ho guardato un video dove Alessia Napolitano, titolare della libreria per bambini Radice Labirinto (i cui social vi consiglio di seguire anche se non vi occupate di libri per bambini), parlava proprio di letteratura per l’infanzia e di emozioni e, a un certo punto, ha detto che la letteratura è come un bosco nel quale ci sono mille sentieri. Tu puoi decidere di seguirne uno, o l’altro, oppure anche nessuno. O magari ne segui uno ma poi vuoi provare anche quello vicino e così via. Diceva anche che un libro costruito a tavolino per veicolare un messaggio molto preciso è invece un vialone cittadino molto illuminato e bello dritto, alla fine del quale c’è un traguardo.

Se penso ai due libri citati sopra, non c’è modo di sbagliarsi. È impossibile leggere la storia del leoncino che va dal dottore in un modo diverso da quello previsto dall’autore. Quel leoncino ha paura ma poi si accorge che non c’era nulla da temere. Ma se invece prendo Cane nero, io posso decidere come leggere quella storia. Parla davvero di paura? Oppure parla della libertà di esplorare che dovrebbero avere i bambini? O forse entrambe? O magari non parla di nessuna delle due ma è semplicemente la storia di un cane gigante che, pur di giocare, si è fatto piccolo, altrimenti avrebbe dovuto restare fuori al freddo. E perché il cane assume dimensioni diverse a seconda di chi lo guarda? Ed è davvero così oppure è un’illusione?

Anche a me capita di acquistare testi ‘educativi’. Siccome a mio figlio i libri piacciono, quando si doveva andare all’asilo abbiamo preso il libro sul bambino che va all’asilo. Quando si è dovuto insegnargli a fare la cacca nel vasino, abbiamo preso il libro che parla del fare la cacca nel vasino. È una cosa che viene fatta in buona fede, non c’è dubbio. Allo stesso tempo, però, c’è un rischio che forse non calcoliamo: stiamo togliendo il piacere delle storie. Non stiamo dando racconti, misteri, possibilità… stiamo fornendo un messaggio molto chiaro. E un messaggio molto chiaro porta con sé anche un’altra insidia: l’eccessiva semplificazione. Perché per essere il più chiaro possibile rendo tutto più comprensibile. Questo è un bene o un male?

Se ripenso ai racconti di Kelly Link che ho letto in quarantena, mi ritrovo ad arrovellarmi ancora e ancora su qualcosa che mi sfugge, lo sento. Allo stesso tempo, rivedo molto chiaramente dei passaggi, delle scene… e ne risento il piacere. Quindi mi viene voglia di ricercare questa sensazione.

Ho invece ricordi molto più sbiaditi di racconti che, seppur letti nello stesso periodo e, seppur li abbia trovati ben fatti, mi sono risultati più ‘comprensibili’. Vuol dire qualcosa, questo?
Non ne sono sicuro. Credo però che quando si va a scegliere un libro per un bambino bisognerebbe porre molta più attenzione a quello che si sta facendo. Cosa vogliamo davvero far leggere a nostro figlio? Ai nostri alunni? Una bella storia dalla quale sì, si può estrapolare qualcosa, ma che è innanzitutto una bella storia, oppure un messaggio? E badate bene che le risposte a queste domande riguardano più la nostra idea di infanzia che le necessità di un bambino. E se ci poniamo queste domande dobbiamo per forza chiederci che cosa intendiamo noi, e per noi stessi, la letteratura e la lettura.

Libri come le sei storie scacciapaura, inoltre, portano con sé altre considerazioni legate all’intelligenza che crediamo abbiano i bambini. Pensiamo davvero di riuscire a imbrogliarli con una storia di questo tipo? Li riteniamo così ‘stupidi’, passatemi il termine, da cadere in un tranello tanto malfatto? Un bambino capisce qual è l’intento di una storia come quella del leoncino. Fin troppo bene. Mentre “Cane nero”, pur fornendo comunque un possibile strumento contro la paura, è molto più sottile.

Un’altra cosa ancora. I libri per bambini dovrebbero essere medicine contro qualcosa? Antibiotici che nel giro di due giorni scacciano i batteri?

E i libri che leggete voi adulti sono così? O sono forse qualcosa che prende posto dentro di voi (nel cuore? Nell’anima? Nella memoria?) per poi essere dimenticati, marcire o, se si è fortunati, fiorire in idee, spunti, riflessioni?

Ho l’impressione, confermata da molte delle proposte che si trovano in libreria, ma anche nei cartoni che si vedono in tv, che la nostra idea di letteratura (e dell’arte in generale) non venga messa in pratica allo stesso modo nei libri (e nei prodotti) per bambini. Cerchiamo sempre un fine dimenticandoci che noi non leggiamo, non guardiamo un film, non ascoltiamo una canzone per un fine. Lo facciamo perché ne proviamo piacere.

Ecco, allora, che torniamo alla domanda iniziale: che cos’è, per noi, la letteratura? Cosa stiamo cercando quando leggiamo? Cosa stiamo facendo? E poi dovremmo cercare far valere le nostre risposte anche per i libri che prendiamo per i nostri figli.

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