Mese: ottobre 2017

L’ubicazione del bene, di Giorgio Falco

Photo by Sam Ellis on Unsplash

 

Di Francesco Ferrara

Lavoravo. Tre anni fa, circa. Senza orari. Dalle otto del mattino alle otto di sera. Quando lavori per una piccola azienda fai qualunque cosa ti chiedono di fare. Se poi l’azienda è della tua famiglia, peggio ancora. Ero un po’ magazziniere, un po’ impiegato, un po’ rappresentante (che pessimo venditore! Certo, mi bloccava una timidezza innata, ma anche un’assoluta mancanza di talento. Per non parlare, poi, dei miei silenzi imbarazzati di fronte alla solita domanda: ma se ti sei laureato in lettere, perché non fai il professore?). Niente di esaltante, insomma. Mi calavo a forza in un’incolore desolazione con la speranza, un giorno, di uscirne vivo.

Un pomeriggio di tre anni fa un ragazzo con un geco tatuato sul collo mi chiede chi sono. Mi sento abbastanza sicuro della risposta, ma resto in silenzio. Nel riverbero del sole vedo il geco muoversi per andare ad infilarsi nel suo orecchio. «Francesco?», urla. Dico di sì con la testa. «C’è un pacco per te», mi fa lui. «Da parte di chi?». «Amazon», risponde. «Ma quei libri li avrò ordinati due mesi fa», gli faccio io, «nemmeno me li ricordavo più». «Sai com’è, ad agosto in Italia si ferma tutto». «Lo so com’è», dico tra i denti. «E allora? Avrei fretta di andare».

Quattro mesi dopo, alle sei e mezzo del mattino, leggo uno degli incipit più belli della narrativa italiana degli ultimi anni. Il titolo del racconto è Onde a bassa frequenza. Mi fermo, chiudo il libro, osservo la copertina. La scala cromatica va dal bianco al grigio. Uno specchio riflette degli interni domestici uniformi e lineari. Rassicuranti. Al centro dell’immagine, rubato al lessico catastale (e già questo è un piccolo capolavoro), il titolo: L’ubicazione del bene. L’autore è Giorgio Falco. Edizione Einaudi. (Provate a cercarlo, ma lo troverete solo in formato ebook o forse usato, e sarebbe già tanto). Riprendo la lettura del racconto. Inizio a leggere anche il successivo. Dovrei andare a lavoro, che ore sono? Ancora un po’ e poi vado. Leggo il successivo. Sono in ritardo, lo so. Un altro ancora, poi basta. Il cliente mi sta aspettando. Questo è proprio l’ultimo che leggo. Ho un appuntamento. D’accordo, scappo via. Ho almeno un paio d’ore di ritardo.

Cortesforza è il luogo dove vivono i personaggi di Giorgio Falco: è un luogo immaginario, ma a suo modo reale, un sobborgo ordinato a un quarto d’ora dalla Tangenziale Ovest di Milano, un piccolo mondo ovattato in cui sono le automobili dei pendolari a scandire il ritmo delle giornate. Cortesforza è un non-luogo, ma molto simile a tanti chilometri di provincia italiana: la provincia dei tentativi imprenditoriali falliti, dei figli messi in cantiere da coppie annoiate, degli annunci immobiliari lungo la statale, dei marciapiedi vuoti bagnati dalla pioggia e dei centri commerciali.

Il bene è quello immobiliare, ma anche quello morale. Entrambi possono essere acquistati, hanno un prezzo trattabile, sono messi in vendita dagli operatori delle agenzie. Il bene è una casa da ristrutturare, un capannone messo all’asta, una villetta indipendente su tre livelli. Basta un rogito, l’autorizzazione della banca, un mutuo a vent’anni ed è fatta, ecco la felicità. Ma a Cortesforza il bene non c’è. E non c’è neanche la felicità. C’è invece una sottile patina di quotidianità organizzata, sotto la quale vibra la disperazione silenziosa della classe media sempre in ascesa.

Una lei porta a casa un carlino per colmare il vuoto di un figlio che lui non vuole. Paolo, prima del T.S.O., acquista un boa e, insieme al serpente, anche il suo cibo, una scatola da dieci chili di pulcini surgelati. Giovanna, isolata dalla comunità a causa della sua personalità borderline, un giorno mette il suo cane nel forno. Il signor Moriero da quarantasei anni prende a pugni in testa la moglie. C’è da chiedersi perché? Forse non c’è un perché. Forse a Cortesforza c’è l’attaccamento istintivo ad una vita che, guardando bene oltre le finestre identiche delle villette a schiera, non ha nulla di desiderabile, ma nasconde, al contrario, solo un dolore vuoto e una quieta ferocia.

Fa paura, ecco, riconoscersi all’improvviso in uno degli abitanti di Cortesforza, una mattina uguale a tutte le altre, di fronte ad un cliente che, seccato dal tuo ritardo, con lo sguardo indifferente ti sta chiedendo: ma tu, in fondo, perché lo fai? Fa paura anche sorprendersi nel tentativo affannato di tenersi stretta una vita ormai anestetizzata dal lavoro, dalla quale in realtà ci si vorrebbe allontanare. Fa paura ritrovare nei propri atteggiamenti (anche solo per un attimo, non conta) i desideri inutili, la voglia di possedere cose e di abitare case. Tutto ciò fa paura, certo, ma la letteratura serve anche a questo, no? A guardarsi dentro e capirsi. E allora, coraggio.


Francesco Ferrara ha pubblicato Sempre con te sul terzo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

On writing di Stephen King

«Scrivere è la magia migliore che conosca»

 

Spooky King

Leggere libri sulla scrittura mi piace molto. Chi mi conosce lo sa, ma quando ne parlo con qualcuno un po’ più estraneo la domanda è sempre la stessa: «Vuoi cominciare a scrivere?». Nella mia mente lettore e scrittore sono ruoli che coincidono soprattutto in un senso (uno scrittore è sempre un lettore, un lettore non per forza dev’essere uno scrittore) ma per spiegare meglio il concetto mi aiuto parlando di magia. Io adoro gli spettacoli di magia e voglio essere in grado di saper distinguere un buon numero da uno mediocre; questo non fa di me una piccola Houdini in erba ma soltanto una persona che subisce il fascino delle illusioni. Anzi, mi allontana molto dall’idea di essere la protagonista del palco perché la mia aspirazione è continuare a meravigliarmi dalla mia poltrona in platea. E succede, succede lo stesso. Vi assicuro che, anche conoscendo i segreti del mestiere, alcuni scrittori non smetteranno mai di stupirvi. Tutto ciò che è razionale cessa di fronte a certe meravigliose connessioni e come disse Calvino: «nella lettura avviene qualcosa su cui non ho potere».

Se ci pensiamo bene, maghi e scrittori hanno molto in comune: sono artisti, intrattenitori, affabulatori nel senso più positivo del termine. I maghi organizzano gli spettacoli facendo uso di trucchi chimici o meccanici ma tutto si basa sulla destrezza delle mani. Allo stesso modo, gli scrittori hanno a disposizione diversi strumenti per costruire le storie che vogliono raccontare: conoscere l’attrezzatura e imparare a usarla è ciò che fa la differenza.

 

Autobiografia di un mestiere

L’ultimo che ho letto è On writing di Stephen King e credo che sia uno tra i libri “sul metodo” più validi in circolazione proprio perché non è il classico manuale di scrittura.

La maggior parte dei libri sulla scrittura sono pieni di scemenze. I romanzieri, sottoscritto compreso, non capiscono molto di quel che fanno, non sanno perché funziona quando va bene, non sanno perché non funziona quando va male.

Un bravo scrittore non è sempre un buon insegnante perché tutto dipende dall’approccio che ha con la scrittura: c’è chi ne fa una questione di disciplina e c’è chi crede che scrivere sia diretta conseguenza dell’ispirazione. King ha un modo scanzonato ma onesto e conciso di trattare il tema e il suo modo d’insegnare suggerisce un apprendimento indiretto, magari un po’ arcaico ma sempre efficace, del tipo: “Guarda come faccio io”.

Alla domanda: “Che cos’è On writing”, King risponde: «È il romanzo della mia vita, non perché la mia vita sia un romanzo, ma perché la mia vita è scrivere». Questi due aspetti, la vita e la scrittura, sono le due sezioni che compongono il libro. La prima parte, intitolata Curriculum vitae, è la sezione autobiografica; per gli amanti di King (e per gli amanti dei retroscena come me) è una lettura preziosa. Veniamo a sapere che libri che hanno ottenuto un successo strepitoso sono nati da fatti e coincidenze abbastanza comuni. Impallidireste a sapere quanto sia convenzionale l’evento che ha portato alla stesura di Carrie. E lo sapevate che quando si trasferirono a Stratford, nel Connecticut, Stephen e suo fratello Dave giocavano in un luogo molto simile ai Barren infestati da IT? Lo chiamavano “la giungla”; era una area selvaggia, attraversata da una ferrovia poco distante da una discarica; sotto mentite spoglie, la giungla appare spesso nei suoi romanzi.

King ha cominciato riscrivendo i fumetti che leggeva: aggiungeva alle illustrazioni qualche parola, rendendo l’atmosfera più o meno cupa, più o meno “dannata”, finché un giorno la madre gli disse che poteva fare meglio di così. “Scrivi una storia tua”. All’inizio si procede per imitazione e King non fa eccezione: affascinato da Edgar Allan Poe, scrisse una nuova versione del racconto Il pozzo e il pendolo che pubblicò sulla rivista che dirigeva al liceo insieme a suo fratello Dave. E poi, come si dice, il resto è storia: una storia fatta di lavoro quotidiano, di successi inaspettati e relazioni importanti, una brutta fase di dipendenza e un bruttissimo incidente.

 

La cassetta degli attrezzi di uno scrittore

Secondo King «l’attrezzatura è compresa nella confezione originale»: un cattivo scrittore non diventerà uno scrittore competente ma uno scrittore competente, con molto impegno, può diventare un bravo scrittore. La prima cosa da capire è che non esiste una Centrale delle Storie o un’Isola dei Best-Sellers sepolti; bisogna avere occhio, prestare l’orecchio e riconoscere le idee giuste quando si presentano (la Musa di King in realtà è un maschio, un essere non troppo attraente che va a nascondersi nei luoghi più angusti. Un “tipo da cantine” dice lui, perciò è uno che va stanato).

«Che cos’è lo scrivere? Telepatia, naturalmente». Scrivere è porre una domanda: “Vediamo la stessa cosa?”.

Nella seconda parte, Sullo scrivere, King definisce gli essenziali (un vocabolario di base e una buona conoscenza della grammatica) aiutandosi con esempi pratici e citazioni. Lo guardiamo imprecare contro chi utilizza gli avverbi e prendersi gioco della forma passiva, assistiamo alla sua disamina sui tre elementi che caratterizzano un testo (narrazione, descrizione e dialogo) senza dimenticare il ritmo e lo stile. Ricorre una specie di leitmotiv: fai attenzione alla storia; la storia è più importante del tema, più della trama. Più di tutto.

Il fine della fiction è di trovare la verità dentro la ragnatela di bugie della storia, non di macchiarsi di disonestà intellettuale andando a caccia di soldi. E poi, miei cari amici, non funziona. […] Scrivete di quello che vi piace, quindi infondetegli un’anima e rendetelo inimitabile aggiungendovi la vostra personalità, conoscenza di vita, amici, rapporti umani, sesso e lavoro.

Facile, no? La verità si raggiunge trattando i personaggi in modo onesto, lasciandoli parlare e agire con “naturalezza”, usando il linguaggio più adatto senza porsi troppi problemi di buone maniere. King ha un programma di lavoro preciso: scrive duemila parole al giorno – non esiste Natale, non c’è Pasqua. Cosa sono i weekend? – e legge dalle quattro alle sei ore, tutti i giorni; legge durante il pranzo, legge mentre corre sul tapis roulant, legge la sera sulla sua poltrona preferita. Su questo punto è molto chiaro: «Se volete fare gli scrittori esistono due esercizi fondamentali: leggere molto e scrivere molto. Non ci sono stratagemmi per aggirare questa realtà», nessuna scorciatoia.

L’attrezzatura è pronta, gli strumenti ci sono tutti. Adesso?

A questo punto si può cominciare a scrivere. Stiamo parlando di attrezzi e falegnameria, di parole e di stile… ma mentre procediamo farete bene a ricordare che stiamo parlando anche di magia. 

Che lo spettacolo abbia inizio. 

 

 

Milano calibro 9 di Scerbanenco

Milano calibro 9, un fotogramma del film.

 

«Fai agli altri quello che loro vorrebbero fare a te, ma fallo prima!»

L’ Americano[1]

Sono arrivato a Giorgio Scerbanenco partendo da lontano: Quentin Tarantino.
Fin dagli inizi della sua carriera, il grande regista americano non ha mai perso occasione di rimarcare la sua grandissima passione verso il cinema italiano, specialmente per quei film di genere considerati da sempre, e più che altro da una certa critica intellettualoide e snob, di serie B. Tarantino invece ne è stato ispirato e influenzato, omaggiandoli anche attraverso diverse citazioni. 
Ma se di Tarantino avevo visto praticamente tutto, nulla sapevo di questo cinema che tanto lo aveva affascinato.

È stato un amico a convincermi a guardare uno di questi famigerati B-movie, dicendomi che non si trattava solo di paccottiglia tutto sparatorie, violenza e inseguimenti con l’Alfetta, ma di storie avvincenti, profonde e psicologiche, capaci di tenerti incollato allo schermo.
Così ho iniziato col botto, e cioè proprio con quello che è considerato uno dei capolavori dei film di genere made in Italy.

Il film è il primo episodio della trilogia del milieu, insieme agli altri due titoli: La mala ordina e Il boss. Milano calibro 9 di Fernando Di Leo è una classica bomba: Attori straordinari, tensione, dialoghi indimenticabili e una colonna sonora che cambia ritmo e potenza continuamente, rendendo memorabili diverse sequenze e proiettandoti immediatamente dentro questa eccezionale storia noir in cui il crimine si muove veloce nel tessuto sociale di una Milano post boom economico torbida e nostalgica. Caratteristica, questa delle bellissime colonne sonore, che ha contraddistinto moltissima produzione noir e non solo, del nostro cinema. 

Ma da dove arriva questo film di Di Leo? Quindi, da dove arrivano tutto quel mondo, quel modo, quello stile e quelle tematiche? Ecco allora dove mi ha portato il mio percorso a ritroso: Milano calibro 9 è prima di tutto il titolo di una delle raccolte di racconti più famose di Giorgio Scerbanenco e una delle più importanti in assoluto della letteratura noir italiana.

Di Leo, che è stato anche sceneggiatore del film, non si era lasciato ispirare da un solo racconto in particolare, ma aveva raccolto diversi elementi da molte delle storie che compongono la raccolta. Ma la vicenda che fa da spina dorsale al film e che scatenerà poi tutti gli avvenimenti paralleli, arriva soprattutto dal racconto Stazione centrale ammazza subito, storia drammatica di un uomo qualunque che fa da intermediario nel traffico di valuta destinata a conti svizzeri. Il suo compito è quello di scambiarsi pacchi contenenti i soldi con altri corrieri dei quali non conosce assolutamente nulla. Un pesce piccolo qualsiasi preso dalla strada e che, attratto da una bella somma, aspetta il giorno di una ultima sostanziosa consegna, per poter uscire definitivamente dal giro.

Il protagonista del film, invece, è ispirato ai racconti Vietato essere felici e La vendetta è il miglior perdonoNel primo, un uomo con alle spalle anni di crimini e galera, una volta fuori cerca di condurre una vita più o meno normale, fino a quando un vecchio socio non si fa rivedere offrendogli la possibilità di tirare su un sacco di soldi con un colpo facile facile, apparentemente senza rischi.

«Tu non hai capito bene, si tratta di venticinque milioni per te e di quindici per me, e non c’è nessun rischio.

Ho capito bene, ma non mi interessa.

Non credeva molto ai colpi perfetti e senza rischio. Franceschino non era uno stupido, ma la gente non si lascia fregare una quantità di milioni, così, senza dire neppure oh. A pizzighettone lo aveva capito, perché c’erano tutti furbissimi come Franceschino, tutti inventori di colpi straordinari che avrebbero fruttato decine di milioni e che come risultato passavano gli anni lì, a vuotare ogni mattina il bugliolo, a mangiare le patate marce, i fagioli col radicchio e la pasta con dentro gli scarafaggi»[2]

Inizialmente titubante, alla fine accetta. Il suo problema è però rappresentato da un funzionario di polizia particolarmente scrupoloso, non tanto per senso del dovere, ma perché convinto che il lupo perda il pelo ma non il vizio. Per lui un delinquente il crimine ce l’ha nel DNA. 

Considera la redenzione impossibile per natura, e quindi solo una copertura per continuare a delinquere. Sente puzza di marcio ogni volta che un ex detenuto sembra rimettersi sulla retta via, decidendo così di far pedinare coloro che fuori di galera da un po’, sembrano condurre vite fin troppo oneste e tranquille. Nel secondo racconto, l’unico motivo che spinge il protagonista a tornare alle vecchie maniere, nonostante sia appena uscito di prigione dopo diciotto anni, è la vendetta.

Oltre a gangster di professione, il più delle volte circondati da un’umanità sbandata e ingenua, le protagoniste dei racconti di Scerbanenco sono molto spesso donne, di cui molte prostitute maltrattate e sfruttate, costrette a subire violenze di ogni tipo. Oppure ex criminali che restano incastrati in quel mondo al quale si vorrebbe voltare le spalle, ma che allo stesso tempo non riescono a smettere di guardare con la coda dell’occhio. È il loro mondo, quello in cui hanno sempre vissuto: misero, corrotto, senza vie di uscita anche dopo una redenzione costruita con fatica e onestà, ma il loro. La tentazione di entrare, o tornare nel giro del crimine è troppo forte anche perchè, benchè si tratti del passato, è qualcosa che continua a far parte di te, di quello che inevitabilmente sei stato.

Mi viene in mente la bellissima scena, tratta dalla serie tv crime The Wire, in cui il carcerato D’Angelo Barksdale partecipa con altri detenuti ad un gruppo di lettura sul Grande Gatsby ed espone a tutti la sua riflessione riguardo la frase di Francis Scott Fitzgerald secondo cui non esiste un secondo atto nelle vite americane:

«Vuol dire che il passato non ci abbandona mai. Da dove veniamo, cosa abbiamo fatto e come lo abbiamo fatto. Ed è importante. Pensate alla fine del libro, ok? Tutta quella storia delle barche controcorrente. Cioè, tu puoi pure cambiare, no? Puoi pure dire di essere diverso e rifarti una vita. Ma solo ciò che eri prima è ciò che sei veramente. E solo ciò che è successo prima è successo veramente. Uno non ci mette niente a dire che è cambiato, ma l’unica cosa che ti cambia davvero è quello che fai e quello che hai vissuto».

A Scerbanenco non interessa catturare il lettore con enigmi da risolvere, o indagini particolarmente cervellotiche, ma attraverso la sua prosa incalzante, fatta di poche descrizioni e poche battute di dialogo, ti fa capire immediatamente da dove arrivano e in quale ambiente si muoveranno i suoi protagonisti. Molto spesso si capisce subito chi sarà la vittima e chi il carnefice, anche se non ci sono mai dei veri giusti, dei veri buoni, perché tutti giocano sporco. Commissari, sbirri e criminali sono tutte anime contaminate, e la bravura dell’autore sta proprio nel farti entrare nell’ordine morale di quel microcosmo di personaggi, dove il lettore smette di giudicare, sospende l’indignazione e si lascia trascinare nella storia, applicando lo stesso metro di misura dei protagonisti su questioni come vendetta, risentimento, riscatto, violenza e mettendo in discussione il concetto stesso di giustizia.

« […] appena lo trovate e siete sicuri che è lui, sparate, perché è molto svelto anche lui, e non scherza neppure lui, sparate e distruggetelo in qualunque luogo vi troviate, anche in mezzo a una piazza piena di folla, non me ne importa se la polizia italiana vi prenderà, in poco tempo vi tiro fuori io, state tranquilli, e ricordatevi che questa è una Steik, per ammazzare, non per ferire».[3]

La raccolta esce nel 1969, e le sue atmosfere e tematiche sono indissolubilmente legate a quel determinato momento storico. Ed è proprio Milano a rappresentare il luogo in cui hanno inizio gli anni di piombo, uno dei periodi più bui della storia italiana, cominciato con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

Ma è anche la Milano della cronaca nera locale, molto spesso non troppo considerata, e di quella microcriminalità che invece secondo Scerbanenco, che fu anche giornalista, rappresenta la realtà che sta sullo sfondo di una città violenta e comunque in crisi, all’indomani di quel miracolo economico italiano che aveva indubbiamente aumentato ed esteso il benessere della popolazione, gravando però molto su una classe lavoratrice ancora poco tutelata. È infatti sul finire degli anni sessanta che nelle grandi città cominciano le mobilitazioni di massa di operai e studenti.

Scerbanenco trova lì le sue storie. Significative le parole di George Pelecanos, che Stephen King ritiene il miglior scrittore noir d’America:

«Se ben scritto, un romanzo criminale può diventare l’arena dove mettere in scena le domande sulle nostre vite, sul dove stiamo andando come nazione. Quando scrivo queste storie sono ben consapevole delle mie responsabilità: devo attenermi al realismo, tirare dritto. I lettori mi chiedono di portarli in territori nei quali non possono o non vogliono addentrarsi».[4]

Una vita davvero incredibile quella del nostro autore. Nato a Kiev con il nome di Volodymyr-Džordžo Ščerbanenko nel 1911 durante la rivoluzione russa, da padre russo e professore universitario che di quella rivoluzione fu vittima e madre romana, dopo la morte di lui si trasferì in Italia dove vissero in povertà, tanto che non finì nemmeno le elementari. Iniziò giovanissimo a fare qualsiasi tipo di lavoro, tra i quali l’operaio e, nonostante la sua formazione incompleta, il giornalista, restando così a stretto contatto con tutto quel mondo che ne influenzerà l’opera.

Fu uno scrittore instancabile e straordinariamente prolifico che oltre ai noir pubblicò romanzi rosa a puntate per svariate riviste, e tenne persino sotto pseudonimo una celebre posta del cuore su Annabella. Oltre alla raccolta in questione, i suoi romanzi più famosi sono quelli che costituiscono la quadrilogia di Duca Lamberti, personaggio considerato un classico del genere, e grazie al quale raggiunse anche una certa fama. A lui è inoltre dedicato il Premio Scerbanenco, massimo riconoscimento italiano per la letteratura noir e poliziesca.

Personalmente, quando penso a Milano Calibro 9 non posso separare il film dal libro perché, leggendo l’uno e guardando l’altro, ho sempre l’impressione di trovarmi davanti a due autori che sono riusciti quasi a completarsi, sovrapporsi, ognuno con i propri mezzi e linguaggi.

Andrea G. Pinketts, vincitore in passato del Premio Scerbanenco, usa forse l’espressione migliore sostenendo che i due si siano in un certo senso meritati a vicenda, anche senza aver mai collaborato. Comune è anche l’approccio al realismo della vita, dell’ambiente, e qui bisogna fare i complimenti a Di Leo per il suo casting eccezionale, e aver scelto le facce che hanno dato vita a quei personaggi. Su tutti svettano sia Ugo Piazza, che potrebbe tranquillamente essere uscito dalla penna dello scrittore italo ucraino, interpretato da un sorprendente Gastone Moschin negli insoliti panni dell’ex criminale chiuso, duro e riflessivo che Rocco Musco, ex amico e socio di Piazza. A dar vita e corpo a questo amico-nemico è Mario Adorf che, all’opposto di Moschin, riempie ogni volta la scena con memorabili discorsi da gangster, in un’alternanza tra l’esagerazione espressiva e mimica di colui che sembra quasi irridere invece che minacciare, e la serietà di chi un secondo dopo, con una sola mossa del sopracciglio, fa ben intendere che non c’è nessuno scherzo nelle sue parole.

Anche Di Leo, come Scerbanenco, è stato prima di tutto un mestierante, uno che per scelta ha imparato prima la parte tecnica del cinema, il “come si fa un film”, lavorando tantissimo su diversi generi e dedicandosi solo successivamente alla sceneggiatura, firmando per altro capolavori di genere non solo noir. Sue infatti le sceneggiature di Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più, che non credo abbiano bisogno di presentazioni.

Oggi considerati di culto, furono invece relegati dalla poco lungimirante critica dell’epoca, alla nicchia delle opere di genere, senza attribuire loro troppa importanza e ritenendoli non così meritevoli di considerazione, soprattutto da un punto di vista artistico.

Sorte toccata soprattutto a Di Leo che, fino alla rivalutazione dovuta anche all’ammirazione di Tarantino, era stato un po’ accantonato nel grande calderone dei “poliziotteschi” termine dispregiativo inventato dalla critica per definire il gangster movie all’italiana, cioè quei prodotti di puro intrattenimento, infarciti di commissari-eroi che risolvono tutto da soli nel bel mezzo di sparatorie e inseguimenti mozzafiato, ma che poco o nulla hanno a che fare con l’ambizione e lo stile narrativo di Milano calibro 9.

 


[1] Milano calibro 9, regia di Fernando Di Leo

[2] Giorgio Scerbanenco, “Vietato essere felici”, in Milano calibro 9, Garzanti, 2000 (pag.177)

[3] Giorgio Scerbanenco, “Milano calibro 9”, in Milano calibro 9, Garzanti, 2000 (pag.8)

[4] Giancarlo De Cataldo, “George Pelecanos: La letteratura è una guerra che non è mai finita”, La Repubblica, 30/09/2014

Ricorrenze, di Christian Raimo

 

Di Manuel Crispo

«Nel 1986 mi trasferii con tutta la famiglia da Potenza a Roma. Fu uno degli ultimi viaggi che feci in macchina con mia madre e mio padre. E l’ultimo che feci con mio fratello. Era il 12 maggio ed era uno di quei giorni di transito, di inespressive atmosfere celesti, di odori incomprensibili nell’aria, di cui la vita dei paesi più sviluppati dell’Europa, del NordAmerica, della Russia occidentale, cominciava a essere sempre più piena. Ero seduto dietro nella macchina, e nonostante la lucidità eccessiva per la levataccia, nutrita per via endovenosa ad agitazione, fibre allertate e bevande calde, quello che elaboravo mentalmente in quei momenti era quasi assolutamente nulla. Registravo il percorso e il paesaggio, ma non capivo se dovessi tenere a mente un’immagine globale o qualche dettaglio o che cosa. le insegne stradali indicavano ogni chilometro che passava, ogni paesello ci dava il benvenuto e ci diceva arrivederci un minuto dopo, ma quella forma essenziale di nostalgia cutanea che è tipica e forse necessaria in questi casi stava solo fermentando molto molto lentamente e di lì a poco avrebbe assunto delle fogge talmente inaspettate che definirle nostalgia anche oggi può al massimo far venir fuori un sorriso brevissimo, e forse ancora, leggermente, indifeso».

Comincia così il racconto Ricorrenze contenuto nella raccolta Latte dello scrittore, traduttore e insegnante Christian Raimo. Comincia con questo sorriso, un brevissimo sorriso di reazione alla parola (o al concetto di) nostalgia, molto più fragile di quello che chiuderà poi il racconto, come se nel corso del testo questo sorriso si andasse addensando un poco per volta, una pagina dietro l’altra.

La raccolta, uscita per minimum fax nel 2001, comprende altri nove racconti, nei quali Raimo sperimenta stili differenti (due sono in versi), ma tutti con un obiettivo in comune: indagare in profondità i dolori e le illusioni di una generazione cresciuta senza padri.

Ricorrenze si articola su due piani temporali. Da un lato c’è il resoconto di un viaggio in auto del protagonista-narratore, Giuseppe Libèri, con i genitori (il padre, impresario di pompe funebri, che tenta di educare i figli a gestire la morte; la madre, una quarantatreenne protettiva ma fondamentalmente ignava) e il fratello gemello Davide. Un’odissea che nasce e si sviluppa nell’irrazionale.

«Il motivo per cui dovemmo trasferirci da Potenza a Roma stava tutto nella ghiandola pineale di mio padre. Nella ghiandola pineale, diceva lui, ci sono tutte le scelte su cui non hai controllo».

Dall’altro c’è la vita attuale di Giuseppe, ormai dottorando, che sembra svolgersi nell’eterna attesa di una telefonata nei confronti della quale lui stesso sembra non sapere come porsi in termini emozionali.

Tanto concreto e dettagliato – definitivo – ci appare il suo passato, tanto è nebuloso il suo presente, agitato da una schiera di personaggi irrisolti: Lucio e il suo bisogno di “appropinquarsi all’estasi”, Obo che ha perso una gamba e indaga il tabù della menomazione, la ciclotimica Silvia che parla quasi solo per domande, Toni che ci dà sotto con la coca, la cinefila Eleonora e per finire l’enigmatica Aura, ex fidanzata di Davide e attuale compagna dello stesso Giuseppe.

Su Aura soprattutto si concentra lo sguardo dell’autore da un certo momento in poi, Aura che è un nome e una foto ripresa dall’alto, Aura che dorme, Aura che forse ha un nuovo ragazzo, Aura che è come un fantasma, impalpabile sin dal nome, irraggiungibile al pari degli altri personaggi di questa storia.

«Aura: s.f. In senso poetico, aria, brezza, vento leggero. Oppure: atmosfera, emanazione espressiva dell’intimo…».

In questo strano deserto fatto di volti e di nomi che si confondono, mentre Giuseppe fa il conto delle piccole cose che lo differenziavano da Davide, un accento appena un po’ diverso, la capacità di leggere in auto senza sentirsi male, la telefonata attesa sin dalle prime righe del racconto ci appare come una sorta di oasi, qualcosa a cui appigliarsi disperatamente per non lasciarsi travolgere.

La considerazione più ovvia è che questo è un racconto che parla di assenze. Assenza del fratello gemello, di cui Giuseppe conserva una foto soltanto («Ha un’espressione in viso, mezza sorridente, come sul punto di dire qualcosa, di cambiare faccia»), assenza di una figura genitoriale credibile, assenza di un rapporto personale reale. In ventiquattro densissime pagine Raimo descrive lo squilibrio un po’ frastornato di una generazione di genitori inaffidabili, laureati a spasso, disillusi cronici, conducendo con sorprendente sensibilità il lettore sul terreno ambiguo dell’illusione identitaria. Un’illusione che, in qualche modo, ci riguarda tutti.

 

Manuel Crispo ha pubblicato Il parrucchiere di Elvis sul terzo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

 

«Stelle ossee» di Orazio Labbate

Una raccolta in diciassette inquietudini notturne

Andrea Siviero Notturno per Orazio Labbate
Andrea Siviero. Notturno.

 

Questa non è una vera è propria recensione. È solo un piccolo gioco. Direi una sorta di autopsia. Come un anatomopatologo ho esaminato Stelle ossee di Orazio Labbate (LiberAria, 2017), ho raccolto degli indizi e ho scritto alcuni appunti. Non ho stabilito nessuna causa di morte, state tranquilli. Non c’era nessun cadavere: solo una raccolta di racconti davvero originale. Stelle ossee è composto da diciassette racconti brevi, tetri e inquietanti, a loro modo innovatori di una tradizione letteraria che affonda le proprie radici nelle migliori suggestioni gotiche ottocentesche.

Per esaminare Stelle ossee sono partito dall’incipit del racconto Luce accesa, si trova proprio a metà raccolta. Sono solo due frasi, molto semplici, ma in queste poche parole mi è sembrato di scorgere l’essenza di tutta la raccolta.

«Scrivo nel buio della mia camera. Devo fuggire da essa e accendere la luce perché possa smettere di sentirmi solo».[1]

Scrivo

Innanzitutto scrittura. Quella di Orazio Labbate suggerisce una profonda attenzione alla parola. In tutti i racconti si avverte una ricerca sul linguaggio: a tratti è una voce che ha il sapore del passato, ma che si contamina di inquietudini contemporanee.

«Il ragazzo si affacciò alla finestra e sorrise. Mite, era mite. Dietro di lui, sul bracciolo del divano, riposavano pillole bicolore, un vegetale selvaggio senza radice e una specie di cucchiaino piegato, il cui fondo bruciato era di un marrone annerito. Rinfilò la testa dentro la camera. Fece discendere le persiane. Dai fori rettangolari, come in una cella urbana, entrava la strada; i colori artificiali che, fulminei, dentro un tubo fittizio di luce, raggiungevano punti sparsi della camera, l’aggressione del freddo della notte e una brevissima scossa di vento che rappresentava l’aria. Aveva dolori al cranio».[2]

Buio

Il buio regna: sia quello della notte che quello dell’anima. L’inquietudine che permea Stelle ossee è sempre notturna. È nel buio che i personaggi labbatiani espiano il proprio senso di colpa. Ed è un senso di colpa che affonda le radici nella tradizione cristiana, nei riti e liturgie secolari. Ma il senso di colpa di questi personaggi non riesce a godere di redenzione, scivola spesso in un sentimento di dannazione perpetua e infinita.
Infinito è anche il tempo della sofferenza. Infinito e statico è il tempo che si trovano a vivere i personaggi. E in alcuni racconti, lo spazio e il tempo sono dimensioni così sospese e rarefatte da descrivere certe allegorie cupe, una sorta di purgatorio dei vivi, uno spazio onirico e di delirio in cui uomini e animali in carne e ossa stanno per liberarsi della loro dimensione terrena per trasformarsi in pure presenze.

«Ogni notte, a letto, a cinque anni dalla dipartita, con in mano il crocifisso, chiamavo Dio ché me la facesse vedere da fantàsima, o che mi riportasse da lei, negli Inferi o nella gola nera del Mediterraneo, era lo stesso».[3]

Camera

I luoghi sono quasi sempre spazi chiusi. Bare, camere da letto, lo spazio angusto tra il pavimento e la rete del letto, il ventre di una nave diretta in America. Ma anche gli spazi aperti hanno il loro lato claustrofobico. Che si tratti di cimiteri di periferia o una campagna deserta, interviene sempre l’elemento notturno a frustrare l’ampiezza dello sguardo.

«Le luci delle case, nella pianura gelese, singhiozzano come candele spente dal respiro spaventoso di un bambino. Mi fermo davanti all’ingresso delle abitazioni e prego affinché queste si spossessino dei demoni dentro gli armadi, delle persone sotto le lenzuola impaurite dal buio conchiuso anticamente sul soffitto».[4]

Qui emerge un altro particolare che caratterizza la raccolta. Negli episodi in cui l’universo letterario di Labbate sfiora i luoghi reali (Corsico, New York, la Sicilia) l’immaginario onirico fagocita i luoghi per restituirli trasfigurati. È palese nel caso della Sicilia: lontanissima dalle oleografie solari e dai panorami da cartolina, sostituita da un territorio nero, primitivo, inquietante.

Fuggire

La fuga è un elemento che ritorna. Può essere una fuga dalla vita, come nel caso del protagonista di Dentro una bara e la sua singolare scelta di attendere la morte da sepolto vivo, ad esempio. Ma la fuga è anche l’unico modo per evadere il tempo fermo. I personaggi di Stelle ossee spesso vagano, sperduti, senza bussola, avvolti dalla notte alla ricerca disperata di un’illuminazione risolutiva.

«Il mio amico muove la testa a studiare quelli che ci vengono pian piano incontro. Dice che dobbiamo fuggire, che arriveranno, mi tira la felpa nera, bestemmia l’anima di Dio che aspettiamo, lui però fugge come colei che mi baciò, io invece attendo lì».[5]

Luce

La luce illumina uno spazio molto piccolo. Spesso è ridotta appena un lumicino. Alcuni personaggi sono alla ricerca della luce, in altri casi la luce è l’elemento che offre i contorni stessi alla narrazione. Quando la luce manca realtà e immaginazione sono sullo stesso piano, possono convivere allo stesso tempo i vivi e i morti.

«Durante questo piccolo viaggio percepisco le lontane carezze dei morti: di mia nonna, di mio nonno, anche quelle dei miei cani morti quando ero bambino. Che senso ha allora voler accendere la luce se tutto quello di cui ho bisogno è già nel buio?»[6]

Solo

La solitudine è un altro leitmotiv. Spesso i personaggi di Labbate sono rimasti soli a causa della perdita di un familiare. E da soli tutti i personaggi sono chiamati a combattere contro i propri demoni interiori. I contatti umani sono rari e fugaci, dominati dalla diffidenza.

«Quante ere passano e quante ne svela la luce nelle camere notturne. La solitudine è ovunque… In quegli istanti in me si compiono anni, mi pare di avere piaghe e non poter studiare i misteri delle tane, dei nascondigli».[7]

 


[1] Orazio Labbate, “Luce accesa”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 52)
[2] Orazio Labbate, “Il divano”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 65)
[3] Orazio Labbate, “Tempesta di stelle”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 78)
[4] Orazio Labbate, “La notte della pianura”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pagg. 76-77)
[5] Orazio Labbate, “Case incendiate”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 19)
[6] Orazio Labbate, “Luce accesa”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 53)
[7] Orazio Labbate, “Il cimitero e il coniglio”, in Stelle ossee, LiberAria, 2017 (Pag. 30)