Mese: settembre 2017

Racconti? Perché no! (un anno dopo)

Alan Turing Enigma’s notes – Bletchley Park Trust

«Ah, dimenticavo, la prossima volta parleremo di qualche racconto indimenticabile».

Si erano lasciati così questi due strani personaggi, la Lettrice Dei Due Mondi (L) e il SignorNo (S) – la conversazione iniziale la trovate qui. Un anno dopo, del tutto casualmente, si ritrovano all’interno di una piccola libreria, lui intento a sfogliare romanzi fantasy, lei in cerca di novità tra i romanzi d’autore. Riprendono così il dialogo interrotto.

L: «…Insomma, hai letto per caso qualche racconto tra quelli che ti ho suggerito? Ne hai trovato almeno uno indimenticabile?»

S: «Ehm… Definisci indimenticabile?»

L: «Bella domanda. Be’, non credo che ci sia un’unica risposta perché dipende sia dal lettore che dallo scrittore. Comunque, per me indimenticabile è un racconto che posso anche definire classico, uno di quelli che ‘non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire’ per citare Calvino, uno che di racconti se ne intendeva»

S: «Di solito, però, è più facile definire classico un romanzo, non un racconto»
L: «Si ma, a pensarci bene, ci sono dei racconti di cui basta citare l’incipit per riconoscerlo proprio perché appartengono alla categoria degli indimenticabili. Ad esempio, questo: Gregor Samsa, destandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto immondo; sono certa che perfino tu sapresti indicare titolo e autore…o no?»

S: «Oh…ma che siamo, a una partita di Trivial Pursuit Letterario?»

L: «Non dirmi che non lo riconosci?»

S: «Io di ‘Gregor’ conosco solo la saga della Collins, quella che ha scritto anche Hunger Games»

L: «Uhm… la faccenda è grave, allora. Proviamo con questo: Per tutta una fosca giornata, oscura e sorda, d’autunno, col cielo greve e basso di nuvole, avevo cavalcato da solo traverso a una campagna singolarmente lugubre fino a che mi trovai, mentre già cadeva l’ombra della sera, in vista della malinconica casa degli Usher»
S: «Usher… Usher… Usher… non è il consigliere personale del Presidente in House of Cards

L: «Non ci posso credere! Mi verrà un infarto, di questo passo. Facciamo un altro tentativo, l’ultimo. Ti cito questo incipit facile facile: Dicevano che sul lungomare era comparso un nuovo personaggio: la signora col cagnolino»

S: «Questa la so, è il racconto che tanto piaceva alla protagonista del film The reader!»

L: «Sì, ma…chi era l’autore di quel racconto?»

S: «Ehm…uhm…boh, non lo so»

L: «Incredibile. Impossibile. Inammissibile. Intollerabile. Inaccettabile. In…»

S: «Ehi, ehi… Hai finito con le critiche? Oppure stai facendo una lista di aggettivi che iniziano con la ‘i’ per giocare a Nomi-Cose-Città? Non è poi così grave, dài!»

L: «No, certo che non è grave, è gravissimo. Secoli di favole, fiabe, novelle e racconti buttati al cesso, se tutti fossero come te»

S: «Guarda che, se non leggo racconti, mica divento una statua di sale, eh! Vivo bene lo stesso»

L: «Si, certo, è che…»

S: «È che…cosa?»

L: «Che non posso invitarti a partecipare alla gara del secolo, quella a cui si iscrivono dei veri nerd letterari, ti saresti divertito. È un concorso tipo Sarabanda, solo che invece di indovinare il titolo di una canzone ascoltando qualche nota musicale, bisogna indovinare quello di un libro partendo dall’incipit. C’è un elenco di autori da studiare e ci sono delle selezioni da superare ma una di queste riguarda proprio il racconto»

S: «Interessante. Lo sai che il lato ludico della vita è ciò che stimola maggiormente la mia materia grigia. Mi piacerebbe molto partecipare, come possiamo rimediare?»

L: «Ho un’idea. Ti propongo un brano crittografato che contiene sei incipit, più o meno famosi, di altrettanti racconti. Ti darò una dozzina di libri da leggere, un elenco di raccolte di racconti da consultare o leggere in biblioteca e una settimana di tempo per risolverlo. Se ci riuscirai e, senza esitazioni, saprai citarmi autori e racconti, verrai con me alla gara. Che ne dici?»

S: «Le sfide mi piacciono. Sono pronto»

L: «Mi sento come gli altissimi ministri Ping, Pang e Pong. Naturalmente, non hai la minima idea di chi siano, vero?»

S: «Già…»

L: «Lascia perdere. Una cosa in più da scoprire. Ecco il testo:

“1 2 3 4 5 4 6      2 7     8 9 1 10 6 3 2 3 8     5 10     3 8 11 12 6     7 5     13 5 6     1 2 7 3 8,    7 5     11 5 6 3 12 6     5 12    11 5 6 3 12 6     14 2 7 6     2 10 10 6 12 4 2 12 2 12 7 6 13 5     7 2 10 10 2     15 5 4 4 2     8     10 8     12 6 4 5 19 5 8      15 16 8     13 5     11 5 17 12 11 6 12 6     9 5    18 2 12 12 6     9 8 13 1 3 8     1 5 17     3 2 3 8.”   

“12 6 12     15’8`     11 3 2 12 15 16 8´     7’2 9 1 8 4 4 2 3 9 5     7 2     17 12     13 2 8 9 4 3 6     7 5     9 15 17 6 10 2: 19 17 8 9 4 6     10 6     9 6     15 6 12 8     6 11 12 5     2 10 4 3 6.”

“15 2 7 8 3 8     12 8 10    14 17 6 4 6     15 6 13 8     15 2 7 8 14 6     5 6, 12 89 9 17 12 6     7 5     14 6 5     9 2    15 6 9 2    14 17 6 10     7 5 3 8.”

“5 10 10 2 14 6 3 6     7 5     2 13 13 6 3 20 5 7 5 3 8     5 10     13 2 4 4 6 12 8     4 17 4 4 5     5     11 5 6 3 12 5, 5 10     10 2 14 6 3 6     7 5     2 1 3 5 3 9 5     17 12     1 2 9 9 2 11 11 5 6     12 8 10 10 2     13 2 9 9 2     2 1 1 5 15 15 5 15 6 9 2     15 16 8     9 5     1 3 6 15 10 2 13 2     13 6 12 7 6, 6 11 12 5     13 2 4 4 5 12 2    5 12 15 5 2 13 1 2 3 8     12 8 10     1 2 3 2 10 10 8 10 8 1 5 1 8 7 6     7 2 10     12 6 13 8    3 5 1 17 11 12 2 12 4 8.”

“4 8     10 2     18 2 15 15 5 6     14 8 7 8 3 8     5 6, 10 2    9 1 10 8 12 7 5 7 2     11 5 6 3 12 2 4 2, 9 8     12 6 12     9 15 8 12 7 5     7 2     19 17 8 10 10 2     14 2 10 5 11 5 2     5 13 13 8 7 5 2 4 2 13 8 12 4 8.”

“8`     12 6 4 4 8     18 6 12 7 2    8     15’8`     17 12     1 17 1 6     2 10 10 2     13 5 2     18 5 12 8 9 4 3 2.»       

S: «Vado. Alea iacta est. Comincio subito a leggere»

L: «Ti aspetto tra una settimana. Buona fortuna».

 

***************

 

Mentre il SignorNo si prepara, anche voi potreste provare a scoprire i racconti e gli autori nascosti e inviarci la soluzione a  redazione@treracconti.it . Il primo che ci riuscirà, avrà una menzione speciale… da qualche parte!

La soluzione verrà in ogni caso pubblicata sulla nostra pagina https://www.facebook.com/treracconti/ fra una settimana. Buon divertimento!

 

L’importanza dei suoni in The James Dean Garage Band

Photo by Gabriel Barletta on Unsplash

 

Esistono motivi diversi che possono spingere ciascuno di noi ad avvicinarsi ad un libro. Talvolta, però, accade semplicemente di trovarsene tra le mani uno di cui ignoravamo l’esistenza fino a pochi attimi prima, ma per una qualche ragione sentiamo che deve essere nostro. Questo è più o meno quello che è capitato a me con The James Dean Garage Band di Rick Moody.

Rick Moody nasce a New York nei primi anni Sessanta, ma cresce in Connecticut, dove oltre ad una naturale propensione per la scrittura creativa e la letteratura in genere, sviluppa anche una passione smodata per tutto ciò che è musica e ritmo, tanto da pubblicare molte opere, da romanzi a racconti ad articoli, a tema musicale (Tre vite, Cercasi batterista chiamare Alice e Musica celestiale solo per citarne alcuni). Anche in The James Dean Garage Band il titolo stesso, citando uno dei racconti della raccolta, ci fa immediatamente capire quanto la musica sia fondamentale per Moody, quanto i suoni più che i personaggi siano i veri protagonisti di molte delle sue storie. E, se il titolo non bastasse, ci pensa l’autore a sottolinearlo con l’incipit del primo racconto.

«Iniziai a registrare le telefonate di mia moglie a sua insaputa dopo il terzo weekend dell’aprile del 1993».

Apparentemente non sembra niente di particolare, se non il preludio di una storia che, come tante altre, si appresta a descrivere la vita matrimoniale di una coppia in crisi. In realtà Moody ci fa capire subito quanto la vita, o in questo caso una relazione, anziché essere analizzata per quello che è o per quello che ne facciamo, possa essere filtrata e reinterpretata attraverso i rumori e i suoni presenti sul nastro che li registra.

«Alzai un po’ il volume per sentire qualcosa in più del brontolio assonnato della sua voce in cucina. Lo alzai quanto bastava per sentire».

Sotto la lente d’ingrandimento dell’autore non ci sono tanto le parole che la donna si lascia sfuggire durante le conversazioni telefoniche, quanto l’intonazione dei dialoghi e tutti quegli stati d’animo che traspaiono dalla sua voce: la malinconia, la stanchezza e la frustrazione si propagano dai nastri con una limpidezza tale da superare in importanza anche la parola.
Alla base della raccolta, un melting pot di stili, strutture e tematiche, c’è infatti l’idea dell’autore per cui tutto ciò che ha un ritmo, proprio come la musica, abbia bisogno di ascolto, e che quindi la letteratura e la musica siano complementari.

Nel racconto Frasario, Moody scrive:

«Lucy non riusciva a capire se amare sua madre o amare quel tramonto, se l’amore avesse la minima rilevanza rispetto alla situazione in cui si trovava adesso, se l’amore non fosse semplicemente un determinato tipo di suono e niente più».

Se i sentimenti sono identificabili con i suoni, lo è anche la vita stessa e la realtà tutta: il ritmo diventa perciò una caratteristica imprescindibile a cui prestare attenzione, sia quello da dare alle proprie parole, che quello riconoscibile nei suoni emessi da tutto ciò che ci circonda e di cui noi, volenti o nolenti, facciamo parte. Il suono è quindi una sorta di mappa da decifrare per capire cosa c’è nel profondo dell’animo umano, l’unica parte non artefatta.

L’esempio più rappresentativo di tutta raccolta è proprio il racconto The James Dean Garage Band, in cui l’autore immagina che l’attore, vittima nella realtà di un incidente poco lontano da Lost Hills a bordo di un’auto da corsa che non avrebbe dovuto guidare, sopravviva e scappi, deciso a lasciarsi alle spalle la propria fama e poter così ricominciare.

«Il motore già in fiamme. Un’immobilità. Di nuovo: il rumore della sgommata e del telaio che cambia forma, scolpito dal caso, l’esplosione, il silenzio. Dean me lo raccontò dopo. Il silenzio. Potevi passare da una vita all’altra senza fare il minimo rumore».

La scelta delle parole non è casuale, la morte evitata per un soffio è paragonata al silenzio. E cosa c’è di più lontano dal silenzio della musica che una band di giovani e frustrati figli del disagio della provincia americana, una gioventù bruciata californiana che si arrabatta tra velleità artistiche mal espresse in rifugi antiatomici tipici del periodo della Guerra Fredda, è in grado di esprimere?

«Noi volevamo fare pezzi che suonassero come il vento che soffia in una stalla, o come un bollitore lasciato sul fuoco, o come il piccolo urlo di dolore che ti sfugge di bocca quando ti senti veramente solo. […] Non suonavamo altro che una semplice frase sulla nostra solitudine, la solitudine e l’abbronzatura da test nucleari in superficie, la solitudine e il lavoro alla pompa di benzina, la solitudine e la sciatteria e le umiliazioni della scuola elementare, la solitudine che solo ora cominciavamo ad elaborare in forma di canzone».

La musica che una Telecaster appoggiata al muro è in grado di produrre è quindi l’occasione di rinascita e di espressione: per un attore vivo ma creduto morto dal suo pubblico, per quei giovani sconosciuti cresciuti in una zona in cui la vita è soltanto un’eco della morte.

«Suonavamo finché le prove non traboccavano fuori, sugli ettari di vuoto che circondavano il rifugio antiatomico, e ci mettevamo a correre – ai quattro venti – nella notte, alla ricerca degli angeli che non venivano mai a salvarci. Alla ricerca dell’entità che ci sollevasse e trasportasse via dal proletariato e via dal buco di paese in cui eravamo cresciuti. Sì, la band ci aveva cambiati. La fama di Dean ci aveva contaminato, e il nostro anonimato aveva contaminato lui. Non eravamo intimi, noi quattro; non facevamo discussioni sentite, non eravamo tipi da rivendicazioni maschili, però in quelle notti ci riunivamo là fuori tra la salvia e accendevamo fuochi di mitologia del deserto e aspettavamo segni».

Per la band suonare equivale a riappropriarsi delle proprie esistenze dimenticate tra la polvere del deserto californiano e la vendita al dettaglio di pezzi di metallo caduti dal cielo, quel fare musica è una dimostrazione a se stessi prima che al mondo esterno (quattro tizi ubriachi): significa trascendere la realtà per il riscatto di tutte quelle anime perdute di Lost Hills, relegate ad una sopravvivenza stentata, perché, anche se non è possibile dimenticarsi da dove si viene, la musica è comunque una giusta direzione da darsi.

«Se la vita che fai non è quella che sognavi, scappa» dice James Dean, nella frase di chiusura. “Ma se scappi, ricordati che qui devi tornare”, sembra dica Moody, ed è allora che devi decidere in che modo farti sentire.

 


Rick Moody, The James Dean Garage Band, minimum fax, 2005

Tommaso Landolfi, Diario Perpetuo

Photo by Aaron Mello on Unsplash

 

Di Marco Parlato

Per un prevedibile gioco meta letterario avrei potuto scegliere di consigliare Tre Racconti, di Tommaso Landolfi. Tuttavia ho deciso di rifiutare l’opzione facile del gioco – seppure sia stata proprio tale coincidenza a aiutarmi nella scelta – in favore di Diario Perpetuo, che considero ideale per chi non ha mai approcciato l’opera di Landolfi, in quanto ne rappresenta una piccola summa.

Devo essere sincero: non ricordo come ho scoperto Tommaso Landolfi. Posso escludere di esserci arrivato come sono arrivato ad altri: i libri che avevo in casa.
Mi concedo una breve parentesi autobiografica.

Ho cominciato a leggere curiosando tra i libri dei miei genitori. Vedevo i volumi sugli scaffali, trascinavo una sedia da usare come scala, mi immergevo tra pagine e polvere.
Landolfi no. Sospetto di averlo scoperto nei mercatini dell’usato. Mentre posso confermare che rimane uno dei miei capisaldi da lettore, e poi da scrittore. Ne ammiro l’ecletticità, la fantasia e l’amaro disincanto tipico di chi, forse per autodifesa, vive di ironia.

Se volessi essere felice per qualche minuto, mi basterebbe invogliare chiunque a leggere Diario Perpetuo, che nasce come raccolta degli elzeviri apparsi sul Corriere della Sera tra il 1967 e il 1979.

Si susseguono racconti di genere vario, componimenti biografici, brevi riflessioni o scherzi. Eppure il dubbio che il romanzato conquisti sempre maggiore territorio, a sfavore della biografia, provoca un piacevole disorientamento nel lettore.
Qualcuno potrebbe illudersi di risolvere tale spaesamento affidandosi al soprannaturale. Nessuna storia di fantasmi può essere autobiografica. Sarà poi vero? O forse, citando l’anziano narratore di uno dei racconti della raccolta, La paura della paura, dovremmo dire che «i vecchi, purtroppo, non credono ai fantasmi»?

Senza contare che i racconti di Landolfi beneficiano di una tensione efficace, dove le presenze non umane, i fantasmi, cambiano continuamente posto, passano dalle suggestioni causate dal buio alle apparizioni, dai timori autoindotti alle illusioni ottiche. Non si può essere certi di cosa accada davvero ai protagonisti. Come per Passo vietato, dove un cacciatore racconta di non essere riuscito a oltrepassare un punto preciso della strada: «avvenne qualcosa d’inesplicabile e di terribile: egli cioè si sentì fermato».

Che una barriera invisibile esista davvero o che si tratti di autosuggestione sarà un enigma che toccherà risolvere al vero protagonista, memore del racconto del cacciatore e d’improvviso nella stessa situazione. Ma il fantastico landolfiano non vive solo di racconti di paura – definizione di comodo e sicuramente limitante; ne è un esempio Il millantatore, che rielabora uno dei più diffusi canovacci in tema di fantasmi, con la giusta dose di ironia sferzante, elemento che permea l’intera opera.

A tale proposito come non invogliare il lettore a leggere Il professore, raccontino che potrà appassionare molti universitari che tutt’oggi hanno la fortuna – molti direbbero il dispiacere e l’obbligo – di avere a che fare con insegnanti dalle risposte enigmatiche e, purtroppo, inopinabili a causa del timore reverenziale e della timidezza.

A proposito di timidezza, lo stesso Landolfi espone una formula matematica per aiutare i timidi ad approcciare le donne. L’esposizione del così battezzato Chiasma della Timidezza avviene in uno dei frammenti omonimi della raccolta, appena dopo avere elaborato la Formula delle Pazienze, utile per i giocatori d’azzardo.

La pazienza impiegata in ogni colpo sarà dunque eguale al prodotto delle pazienze impiegate in tutti i colpi precedenti, moltiplicato per gli elevatissimi coefficienti di delusione dei colpi perduti (dei quali coefficienti ognuno è, si capisce, almeno eguale al quadrato del precedente), diminuito appena della magra somma dei decrementi di soddisfazione sulle pazienze semplici impiegate nei colpi vinti. La seguente formula generale potrà forse risultare interessante per qualcuno:

Pn = (Ρ1α · Ρ2α2· Ρ3α4… Pn-1 αn-2) – dx in cui Pn esprime la pazienza al colpo n, α il coefficiente di delusione, x il numero dei colpi vinti sugli n colpi giocati, d il decremento di soddisfazione, P1 P2… le pazienze semplici ai colpi 1,2…

Composizioni che potremmo definire da fumistes, alle quali si aggiunge il formidabile dialogo a due voci Gli Incas, botta e risposta tra uno scrittore che non riesce a scrivere una lettera di presentazione e la moglie che si ostina a imporgli modifiche, nel tentativo di aiutarlo.
In breve entrambi si trovano impossibilitati a trovare una chiusura degna. Al contrario io ho vita facile: leggiamo e rileggiamo Diario Perpetuo.

 

 

Marco Parlato ha pubblicato Sotto di noi le stelle sul secondo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.


Tommaso Landolfi, Diario Perpetuo, Adelphi (Biblioteca Adelphi), 2012, 393 pp.

Immaginare il pensiero

La signorina Else di Arthur Schnitzler e Manuele Fior

Quando nelle biblioteche appare una nuova sezione, significa che qualcosa di grosso sta succedendo. Lentamente, un paio di centimetri alla volta, nuovi volumi prendono possesso di un angolo, di una mensola, di uno scaffale. Alcuni libri che nessuno vuole più leggere dovranno lasciare spazio alla novità, gonfiando un numero di collocazione che prima nessuno avrebbe mai notato.

741.5 Vignette, caricature, fumetti.

Ancora non hanno un codice solo per loro, le graphic novel. Ma hanno già occupato stabilmente un posto nelle nostre biblioteche, librerie, modalità di espressione culturale.
La traduzione letterale dall’inglese è romanzo grafico, ma forse per una volta dovremmo fidarci di questo falso amico e tradurre con novella grafica. Questo termine dal gusto medievale infatti porta con sé un altro significato: la brevità. Difficilmente la lettura di un albo va oltre poche ore e le rare eccezioni consistono soprattutto in raccolte e antologie. In realtà il tempo di lettura della maggior parte delle nuove storie illustrate si aggira attorno all’ora. Perché paragonarle al romanzo quindi? Non sono molto più simili ai racconti?

Come i racconti, le graphic novel hanno poco tempo, poco spazio, pochissime pagine per convincere il lettore a stare con lui. I meccanismi che l’autore ha a disposizione sono altri, e se segui Tre racconti fedele lettore, saprai già quali. Ma sono gli stessi per entrambe le forme? Per non prendere subito il largo in questa nostra avventura alla ricerca della risposta cominceremo da un’opera che non si allontani troppo da casa. La signorina Else, nella doppia versione di racconto, pubblicato nel 1924 da Arthur Schnitzler, e del suo adattamento illustrato firmato da Manuele Fior nel 2009.

Il racconto di Schnitzler è ambientato in un non meglio precisato momento del primo novecento, forse tra i due conflitti mondiali, a San Martino di Castrozza nelle dolomiti trentine. Le tumultuose lotte politiche che agitano l’Austria negli anni della pubblicazione non hanno alcun riverbero tra le pagine: non ci sono politici, militari o nobili di sangue, unico indizio che il vecchio Impero sia già tramontato lasciando il posto alle lotte tra i socialdemocratici e le squadre fasciste di Dolfuss. Ma in realtà all’autore, di professione medico, non interessava la salute del paese quanto quella dell’animo dei suoi personaggi. Negli stessi anni in cui viene alla luce l’Ulysses di Joyce, Albert Schnitzler utilizza il monologo interiore per indagare l’interiorità, con risultati che provocano l’invidiosa ammirazione del fondatore della psicologia moderna. Un unico, indivisibile, capitolo di 120 pagine esplora i pensieri di Else, una giovane ragazza della buona società viennese, la cui famiglia è costantemente sull’orlo del tracollo finanziario e che si gode una breve vacanza ospite della zia materna. Il mondo esterno lo percepiamo solo grazie ai suoni che in corsivo o con le note di un pentagramma interrompono il discorso dei pensieri di Else, che commenta, giudica, sogna, racconta e ci mostra un ambiente meschino e ipocrita, da cui in ogni modo cerca di fuggire. La lettera della madre che chiede aiuto sarà solo un pretesto, che si accoda ai tanti piccoli indizi che l’autore ci lascia in crescendo, il sonnifero, la montagna, gli uomini che potrebbero salvarla.

La prima cosa che si nota nella trasposizione è l’intervento d’autore di Manuele Fior. Sempre nel massimo rispetto dell’originale la storia viene adattata, divisa, sezionata: prima in due sezioni e poi ovviamente dal ritmo stilistico e costrittivo delle vignette. Prima assenti, le immagini che appaiono sulla pagina come il dialogo che apre il racconto, poi sempre più fitte, per rallentare e allentare la loro presa durante un sogno, un ricordo, una lettura. Nonostante il suo tratto morbido, Fior rende più aguzzo il racconto, entrambi gli autori seguono un climax, ma lui segue un percorso molto più accidentato, tagliando, spostando e alterando la tensione. La seconda è lo stile. Nelle recensioni si legge sempre: «Un omaggio alla secessione viennese!» E poi come un mantra i nomi di Klimt, Schiele e Kokoshka, direttamente dal libro di Storia dell’Arte delle superiori. Peccato che sfogliando le pagine e osservando le forme e il tratto si possono riconoscere giusto un paio di citazioni, mentre la presenza più ingombrante è sicuramente quella di Tolouse-Lautrec, il pittore francese famoso per le sue stampe art noveau e per i grotteschi schizzi del sottobosco umano parigino. Fior vive e lavora in Francia e il suo viaggio a Vienna, con l’eccezione forse di Schiele, non ha riportato poi molto. Nelle forme dell’acquerello però forse si può intuire il ricordo di qualcosa di più profondo e lontano, che emerge soprattutto nei sogni oscuri e nella follia di Else, e anche le figure orrorifiche di Goya appaiono come un ricordo lontano. Manuele Fior ama studiare e cercare le forme di corpi, visi, mani e piedi e riesce così nella traduzione visiva di un’opera in cui non c’è quasi nessuna descrizione, (i capelli sono biondi, il pullover è rosa, il vestito nero) perché il mondo vero è quello dentro la mente di Else.

I due autori insieme e da soli riescono a dare voce, silenziosa, alla disperazione esistenziale di una bambina non ancora donna, che non può fronteggiare da sola la vita di menzogna, solitudine e prostituzione che le viene promessa. E che alla bramosia di un vecchio e all’inettitudine della famiglia sceglie, per un momento, una fuga senza fine.

Belfast e The Peace Wall

Fotografia dell’autrice

 

Ogni volta che si pensa ad una vacanza in Irlanda si pensa a Dublino, a Galway, alle scogliere a picco sul mare e alla natura incontaminata. In realtà c’è un’altra città molto importante su questa isola, Belfast, famosa per tutt’altre ragioni. Chi come me è nato negli anni ‘70 o prima ricorderà infatti i telegiornali che riportavano quasi quotidianamente le notizie degli scontri tra cattolici e protestanti. Una visita a questa città è quindi molto attuale in questo periodo storico in cui si ritorna a parlare di chiudere le frontiere e alzare muri. Perché in questa città i muri ci sono realmente e in alcune zone possono arrivare fino a otto metri di altezza.

Comunque, andiamo con ordine.

Gli scontri tra cattolici e protestanti iniziarono negli anni ‘60 a causa delle discriminazioni subite dai cattolici dell’Irlanda del Nord che, dopo la proclamazione della Repubblica Irlandese e la relativa separazione da essa, si ritrovarono in minoranza scontrandosi con notevoli difficoltà: non riuscivano né a trovare lavoro né a trovare una casa (in giro per Belfast troverete tanti graffiti di denuncia di queste discriminazioni) e le regole elettorali erano scritte in modo tale che i cattolici non potessero mai vincere le elezioni. Ebbe così inizio questa lunga guerra durata 30 anni nella quale furono uccise 3000 persone.

La città alla fine degli anni ‘60 pensò di risolvere i conflitti costruendo un muro per dividere i quartieri cattolici da quelli protestanti. Il muro fu chiamato Peace Wall e già dalla scelta del nome si può immaginare quanto il governo Nordirlandese abbia sempre cercato di minimizzare il livello di scontro che realmente c’era (mi chiedo come si possa ancora pensare che le parole non abbiano un peso). Dobbiamo aspettare il 10 Aprile del 1998 per la firma dell’accordo di pace tra le parti, giorno che viene ricordato come il Good Friday. Di quegli anni rimangono ancora i muri costruiti. Ce ne sono “solo” 99 per un totale di circa 15 km di lunghezza e possono arrivare a otto metri di altezza con tanto di filo spinato e porte d’accesso che possono essere chiuse durante la notte o per il fine settimana.

Gli scontri nell’Irlanda del nord richiamano alla mente la famosa canzone degli U2 Sunday Bloody Sunday ispirata ad una manifestazione cattolica terminata in tragedia perché i soldati inglesi iniziarono a sparare sui manifestanti disarmati uccidendo 14 civili. Capitò spesso negli anni che i cattolici avessero come avversari non solo i protestanti civili, ma anche l’esercito inglese. Questo accadde nel 1972 a Derry e per farvi capire il delirio tra cattolici e protestanti basti pensare che la città si chiama Derry per i cattolici e Londonderry per i protestanti, per rimarcare la fedeltà alla Regina.

In seguito agli accordi del Good Friday le due fazioni vennero smilitarizzate e il clima ora è più tranquillo. Gli episodi di attrito però continuano. Ogni 12 luglio, per esempio, i protestanti celebrano la vittoria del re protestante Guglielmo III D’Orange sul Cattolico Giacomo II con una processione arancione, processione che ovviamente non perde l’occasione di sfilare attraverso i quartieri cattolici. E per iniziare i “festeggiamenti” i protestanti ammassano cinque metri in altezza di legna creando un enorme falò per intimidire i cattolici. Certo un po’ si sono calmati, adesso non mettono sulla sommità del falò la bandiera della Repubblica Irlandese dandole fuoco.

Sunday Bloody Sunday fu suonata a Belfast due mesi prima della pubblicazione del loro album War che la contiene e le leggende narrano che gli U2 chiesero al pubblico di Belfast se potevano inserirla nell’album o se preferissero non ascoltarla più. Quella canzone fu suonata solo un’altra volta sempre a Belfast e per molti anni non è più stata suonata dal vivo.

Questa visita mi ha particolarmente toccata e mi sono messa subito a cercare scrittori che avessero raccontato quegli anni. Ho scoperto una interessante raccolta di racconti brevi The Hurt World: Short Stories of the Troubles[1] del 1995 che però non credo sia mai stata tradotta in italiano. La raccolta inizia proprio con il racconto di Frank O’Connor di cui vi avevo parlato in precedenza ed è incluso Dead and Son di McLaverty, una storia che mi ha particolarmente colpito.

Dead and Son parla del rapporto tra un padre e un figlio che cercano di mantenere una apparente normalità attraverso attività come la pesca o la condivisione della cena a fine giornata. In realtà in quegli anni tutto può succedere e il padre, molto preoccupato per la vita di suo figlio, prende addirittura il Valium due volte al giorno per evitare una crisi di nervi. Ciò che lo preoccupa maggiormente sono i profondi sentimenti anti protestanti maturati dal figlio e la possibilità che il giovane sia entrato a far parte dell’IRA. Ipotesi e paure confermate successivamente dal ritrovamento di un fucile nascosto sotto il letto del figlio. Un giorno il ragazzo riceve la visita di un amico in camera sua, ma cinque minuti dopo si sente uno sparo: il padre corre in camera e trova il figlio morto per terra e la finestra aperta da dove probabilmente il suo amico è scappato.

Questo racconto è stato scritto prima del Good Friday e mostra la paura e la violenza che governava la vita dei cittadini di Belfast. Aver visitato Belfast l’ha reso tremendamente verosimile: le preoccupazioni del padre, il Valium per stare calmo, il figlio arruolato nell’IRA. Sono stati decenni difficili. Dead and Son è pieno di emozioni, come ansia e paura, e mostra come la guerriglia urbana a Belfast in quegli abbia predeterminato fortemente le vite dei suoi cittadini. Ovviamente le cose ora sono molto cambiate e le nuove generazioni non portano più avanti queste battaglie ideologiche, escono insieme, si sposano tra di loro, però la rabbia e la paura sono ancora vive nei ricordi di chi le ha vissute.

La guida cattolica che mi ha accompagnato quel giorno in giro tra quartieri protestanti e cattolici ha 60 anni e quel periodo se lo ricorda molto bene. Mi ha mostrato le foto dei palazzi distrutti, dei controlli che subivano prima di entrare nei supermercati. Mi ha anche raccontato dei lunghi anni di disoccupazione che ha passato. Gli ho chiesto se fosse ancora contento di avere un muro di otto metri a separarlo dai protestanti e lui mi ha risposto di sì. Mi ha detto che si sente più sicuro. Questa risposta mi ha fatto molto pensare e tutt’oggi mi torna in mente perché siamo nel 2017 e pensavo che almeno in Europa avessimo gli strumenti per poter vivere in pace tra di noi.

How long? How long must we sing this song?

La risposta a questa domanda che gli U2 si sono posti nel 1983 penso sia ancora aperta.

 


[1] The Hurt World: Short Stories of The Troubles, Micheal Parker, 1995

Un inverno a Marsiglia di Jean-Claude Izzo

Marseille, le Vieux Port (Wikimedia Commons)

 

Di Francesca Ceci

Partimmo per Marsiglia in quattro, ognuno con qualche libro in valigia, senza conoscere i titoli l’uno degli altri. Sapevamo solo che non erano libri di Jean-Claude Izzo, quelli li avevamo già letti prima di partire, era quasi solo per quello che stavamo viaggiando. Passavamo i giorni camminando nelle strade ombreggiate del Panier, facendo poca spesa al Vieux Port o limitandoci a guardare le barche dei pescatori che entravano e uscivano lentamente, come a occhi chiusi, come se conoscessero a memoria ogni manovra. Non ce lo dicevamo ma ci pesava l’assenza dell’uomo che ci aveva condotto là e che non si era fatto trovare, sapeva di tradimento. Marsiglia era come le sue parole ce l’avevano fatta immaginare: densa, diretta, pessimista, a seconda della luce e dell’ora ci pareva senza speranza o raramente contenta.

Senza dirlo a nessuno, mi ero portata dietro anche due piccole raccolte di racconti di Izzo, quei libri di cui si procrastina la lettura sapendo che saranno proprio gli ultimi. Uscii da sola e passeggiai lungo la Corniche fino ad una curva con due panchine vuote, poco prima di arrivare al Vallon des Auffes. Di fronte si riuscivano a intravedere, nell’aria afosa di fine giugno, pezzi di isole dell’arcipelago delle Frioul; poco più in basso, su un pezzo di spiaggia libera, alcuni ragazzi facevano il bagno vestiti, non so se per vergogna o per non perdere tempo, alcune ragazze magre ridevano all’angolo opposto. Mi venne in mente la frase di Izzo: «Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide».

Mi sedetti e iniziai a leggere Vivere stanca dalla fine, dall’ultimo racconto fuori tempo: Un inverno a Marsiglia[1]. Mi ritrovai d’improvviso di fronte Fabio Montale, il personaggio più rappresentativo di Izzo, che credevo non avrei più incontrato dopo la fine delle trilogia marsigliese (Casino totale, Chourmo, Solea). Lo riconobbi così come lo avevo lasciato, deluso ma ancora forte, disincantato, stanco di pensare. Era il giorno dopo il Natale ed era in pieno rimpianto. Aveva fatto tardi ad andare a trovare Joëlle – come si era ripromesso -, in prigione da cinque anni per aver ucciso il suo ragazzo per paura.

Joëlle dopo si era persa nel silenzio. Per sempre. Pazza, dicevano che era diventata. Perché comunque c’è bisogno di una parola per dire l’incomprensibile.

Oggi era già oggi e lei non lo aveva aspettato e lui si ricordò che una volta un sociologo gli aveva spiegato come cambiano gli omicidi e i suicidi durante le stagioni, doveva averne parlato a lungo per poi concludere che la teoria non spiega niente e che niente dipende da una spiegazione. Montale riappariva come era sempre stato, immerso nelle storie più grigie e con la testa da un’altra parte, migliore. Izzo ce lo regala un’ultima volta in pochissime pagine in cui ne lascia impresso il ritratto, le poche cose che ama, il vino bianco di Provenza, l’incomprensione del mondo. Finii di leggere ed ero sempre sulla stessa panchina, a guardare probabilmente le stesse immagini che avevano visto Izzo e Montale ogni giorno. E pensai che quel breve racconto poteva essere la scoperta che corona una fine o l’inaugurazione di un nuovo inizio.

Lasciai andare lo sguardo sul mare. Verso l’orizzonte. Non avevo ancora trovato di meglio per dimenticare le schifezze del mondo.

Francesca Ceci ha pubblicato Altre parole sul secondo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.


[1] Jean-Claude Izzo, Un inverno a Marsiglia è contenuto in Vivere stanca (trad. Franca Doriguzzi), Edizioni E\O, pp. 128, euro 8,50; lo stesso racconto si trova anche in Aglio, menta e basilico (Ed. E\O) con il titolo La cena di Natale di Fabio Montale. La prima versione di Souris, Montale, c’est Noël è stata pubblicata sulla rivista Regards nel 1996.