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«Scrivere è una reazione al mondo». Intervista a Paolo Zardi

Paolo Zardi

 

Ho incontrato Paolo Zardi presso la Libreria Zabarella di Padova, nel mese di febbraio, in occasione della presentazione della proposta editoriale di Racconti Edizioni. È stato un incontro molto interessante in cui si è discusso del racconto nell’editoria contemporanea e, più in generale, di editoria indipendente. Il piacevole confronto con Paolo e la redazione di Racconti Edizioni si è protratto oltre lo spazio della libreria e si è spostato nei locali dello spritz e poi al ristorante. Solo a tavola il discorso ha superato i confini della letteratura per approdare a un tema molto più alto: il tradizionale ragù de anara («di anatra» N.d.t) del basso Veneto. Da quella serata è nata una corrispondenza elettronica che ha generato questo dialogo intorno alla scrittura di racconti.


Paolo, partirei dagli esordi. Perché hai scelto la forma racconto, almeno per quanto riguarda i primi testi che hai pubblicato?

Fino a 35 anni ho letto molto, e scritto in modo saltuario e senza alcuna consapevolezza; poi, nel 2006, ho scoperto il mondo del blog. Ho scritto post di varia natura; quindi sono passato ai miei ricordi e, una volta finiti, ho iniziato a inventare storie. La lunghezza era quella tipica dei blog – una o due cartelle, una misura sopra la quale i lettori di Internet rinunciano a leggere. Erano racconti, in effetti, ma dietro la scelta di questa lunghezza c’erano motivi molto pratici.

Quando ho deciso che mi sarebbe piaciuto scrivere un romanzo – ed è successo quasi subito, già nel 2007 – ho scelto di affrontarlo come se fosse una sequenza di racconti. Questo approccio, sbagliato, ha fatto sì che i miei primi due romanzi non siano mai stati presi in considerazione da alcun editore; in compenso, invece, la Neo Edizioni ha apprezzato una raccolta che avevo messo in piedi nel corso degli anni e l’ha pubblicata. Dal punto di vista editoriale, il fatto che io sia uscito prima con i racconti e poi con un romanzo, La felicità esiste del 2012, è dipeso dal particolare percorso che ho seguito.

Al di là di questo, comunque, sento che la forma del racconto è più vicina al mio modo di scrivere e di immaginare le storie. Quando mi concentro su qualcosa di lungo, devo lottare con mille errori che inevitabilmente continuo a commettere – una certa rigidità nei passaggi tra una scena e l’altra, la perdita del ritmo, i personaggi un po’ macchiettistici. Nel racconto, invece, mi sento a mio agio. Anche la qualità del tempo che riesco a dedicare alla scrittura – ritagli tra il lavoro e la famiglia – sono più adatti alla scrittura di storie brevi.

 

Come nasce un tuo racconto? Quali sono gli elementi che di solito ti colpiscono e muovono la tua immaginazione?

 La genesi del racconto è quasi sempre molto lunga. Il punto di partenza è un piccolo evento che intercetto nella vita reale, un’increspatura, uno scarto improvviso, un improvviso cambio di prospettiva. Di questi spunti, ne ho registrati moltissimi – ce ne sono alcuni che ho in mente da quasi dieci anni – ma pochi di questi diventano racconti. L’incubazione è lentissima, quasi un processo di macerazione. Le domande che mi pongo riguardano il modo con il quale questo evento inaspettato diventa concreto: che caratteristiche deve avere il soggetto che vive questa esperienza, in quale contesto, con quali conseguenze. Questo processo avanza per approssimazioni successive, o, per essere precisi, attraverso delle “simulazioni”: verifico, tra me e me, come sarebbe il racconto se ad esempio il personaggio fosse un uomo sulla quarantina con famiglia e vedo che succede; se non mi convince, inizio a variare alcuni dettagli. Mi interessa molto la voce con cui verrà raccontata la storia – è un aspetto centrale, ed è tanto più importante quanto più breve è il racconto: anche su questo aspetto faccio diversi tentativi. Questa attività di incubazione, di macerazione, questa conservazione delle idee in botti di legno nascoste in cantine sotterranee, può durare anni e spesso si sblocca in modo inaspettato. E quando ho finito, quando sento di avere la storia in mente, so esattamente cosa voglio scrivere: la fase “esecutiva” della scrittura è veloce e concentrata – due ore la mattina, due la sera e ho finito.

 

Quanto è importante per te la lettura nella tua esperienza di scrittore? Quali sono i tuoi autori di riferimento? Quanto ritieni abbiano influenzato il tuo stile di scrittura e il tuo approccio all’osservazione della realtà che ti circonda?

Ho iniziato a leggere prestissimo, a quattro anni, grazie a mio fratello più grande che andava alle elementari, e aveva deciso di insegnarmi tutto quello che sapeva. Ho letto tantissimo, e di tutto: fumetti (quelli che ricordo di più sono le lunghe storie di Hugo Pratt, i quindicinali della Marvel, i polizieschi di Dick Tracy e i suoi terribili avversari pubblicate da Il mago, le strisce di B.C. e quelle di Mafalda, della quale mio padre mi regalò l’opera omnia, e i Peanuts, e gli albi di fantascienza), le poesie di Gianni Rodari, libroni di archeologia e spedizioni avventurose, manuali per ragazzi di astronomia, di biologia, di scienze, e i quotidiani e i magazine che giravano per casa, e poi romanzi e racconti che trovavo nell’enorme libreria di casa mia. Ero un onnivoro, e lo sono ancora, a dire il vero.

Scrivere è una conseguenza di tutte queste letture, ma non è un esito scontato. Da ragazzino scrivevo, anche se con poca convinzione, e poi per tanti anni sono stato zitto. Un amico mi ha detto che secondo lui ho iniziato a scrivere “veramente” quando sono diventato padre, e tutto sommato mi pare un’ipotesi realistica.

I miei autori di riferimento sono numerosi: da ragazzo ho amato Kafka e Kundera; poi, più adulto, Flannery O’Connor, Philip Roth, Nabokov, Martin Amis, David Foster Wallace, Flaubert, Čechov, Céline… Sono tutti autori caratterizzati da un approccio “ironico” alla scrittura, e da una voce con una forte personalità. Da ognuno di questi scrittori ho imparato qualcosa, e ognuno mi ha influenzato in misura molto più rilevante di quello che vorrei ammettere.

L’osservazione della realtà è il punto di partenza di ogni scrittura – scrivere è una reazione al mondo. Il passo successivo, però, è trasfigurare la realtà, camuffarla, travisarla e mistificarla, e soprattutto organizzarla secondo le esigenze dei racconti o dei romanzi. Nessun romanziere è mai stato un “realista” in senso stretto. In una lettera che Stevenson scrisse a Henry James nel dicembre del 1884, c’è forse il riassunto più preciso del mio punto di vista: “La vita è brutale, incoerente, sconnessa, piena di catastrofi inesplicabili, illogiche e contraddittorie. La vita inoltre lascia tutto sullo stesso piano, fa precipitare i fatti o li trascina indefinitamente. L’arte, invece, consiste nell’usare precauzioni e preparazioni, nel predisporre transizioni sapienti e dissimulate, nel mettere in piena luce, attraverso la pura abilità della composizione, gli avvenimenti essenziali, conferendo a tutti gli altri il rilievo adeguato.”

 

Qual è il tuo approccio da lettore alle riviste e alle antologie di racconti? E, secondo te, possono essere una valida vetrina per uno scrittore esordiente?

Cerco sempre di mantenere un occhio aperto sul mondo delle riviste e delle antologie, che rappresentano un termometro dello stato di salute della narrativa contemporanea. La mia esperienza personale nel mondo dell’editoria inizia proprio con la pubblicazione di un racconto in un’antologia di autori esordienti curata da Giulia Belloni, talent scout particolarmente attenta a intercettare gli scrittori absolute beginners. Quell’antologia, che si intitolava Giovani cosmetici e che aveva ricevuto una certa attenzione dalla stampa nazionale, mi ha consentito di entrare in un ambiente completamente diverso dal mio, e soprattutto di conoscere persone che poi ho continuato a frequentare, e che sono risultate fondamentali per il mio percorso di autore (tra tutti, Francesco Coscioni, allora solo autore, che poco dopo fondò la Neo Edizioni, la casa editrice con la quale sono cresciuto).

Il caso dell’autore che invia il manoscritto del suo romanzo a un editore e viene immediatamente pubblicato è abbastanza raro – il mondo editoriale è abbastanza impermeabile alle novità. Le antologie e le riviste rappresentano quindi un buon modo per fare le prime, necessarie esperienze.

  

Tre Racconti che consiglieresti a un aspirante scrittore.

Ci sono moltissimi racconti che ho amato, ma dovendone scegliere tre, partirei da Greenleaf, un racconto tra i meno celebri di Flannery O’Connor, autrice statunitense attiva tra gli anni quaranta e i primi anni sessanta, vera maestra del genere; in questo, c’è un finale che, a mio parere, rappresenta uno dei punti più alti mai raggiunti dalla narrativa di tutti i tempi.

Il secondo è un classico: La signora con il cagnolino di Čechov. Sublime. I due personaggi che si muovono in queste pagine malinconiche hanno un grado di esistenza che supera di gran lunga quello della maggior parte degli esseri umani che ogni giorno incrociamo nella vita reale.

E, infine, Mi basta l’aria, un racconto di Marina Sangiorgi, un’autrice che ho conosciuto proprio grazie all’antologia Giovani cosmetici e che purtroppo ci ha lasciati ancora giovane. Non è mai stato pubblicato ma si trova facilmente in rete – uno squarcio di umanità quasi insostenibile.

 

 
Autore di racconti e di romanzi, Paolo Zardi ha esordito nel 2008 con un racconto inserito nella raccolta Giovani cosmetici curata da Giulia Belloni (Sartorio). In seguito ha pubblicato due raccolte di racconti per i tipi di Neo Edizioni: Antropometria (2010) e Il giorno che diventammo umani (2013). Ha curato l’antologia L’amore ai tempi dell’apocalisse (Galaad, 2015). Nel 2012 ha pubblicato il suo primo romanzo La felicità esiste (Alet) e in seguito ha pubblicato tre romanzi brevi in ebook: Il signor Bovary (Intermezzi, 2014), Il principe piccolo (Feltrinelli Zoom, 2015) e La nuova bellezza (Feltrinelli Zoom, 2016). Il 2015 è l’anno di XXI Secolo (Neo Edizioni), finalista al Premio Strega e tradotto in spagnolo con il titolo Las chimeneas ya no echa humo (Tropo Editores, 2016). Alcuni suoi racconti sono stati tradotti in inglese e pubblicati sulla rivista Lunch Ticket dell’Università di Antioch (Los Angeles). Il suo ultimo romanzo, La passione secondo Matteo, è uscito a marzo 2017 per i tipi di Neo Edizioni. Il suo blog è grafemi.wordpress.com.

 

Trigger Warning: leggere attentamene le avvertenze di Neil Gaiman

Di racconti per persone sensibili

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Photo by thisguyhere via pixabay

Neil Gaiman è uno di noi. Intendo uno come me, uno come noi di Tre Racconti, e uno come voi presumibilmente visto che state leggendo questo blog. Un rappresentante cioè, della piccola ma agguerrita comunità degli amanti del racconto. Oltre ad essere uno scrittore dal talento eccezionale naturalmente, talmente bravo che anche l’introduzione al volume di cui vi parlo oggi (generalmente una parte ritenuta necessaria ma un po’ noiosetta) è una piccola miniera d’oro dalla quale ho attinto abbondantemente per scrivere questo articolo. Gaiman racconta molto bene della sua passione per le short stories in una delle sue ultime fatiche: Trigger warning: leggere attentamente le avvertenze edito in Italia da Mondadori e uscito ad ottobre dello scorso anno nell’edizione in lingua nostrana.

Sono cresciuto nell’amore e nell’ammirazione per i racconti. Mi sembravano le cose più pure e perfette che una persona potesse scrivere: non una parola di troppo, nei migliori. Bastava un cenno della mano di uno scrittore e, voilà, ecco un mondo, e dentro quel mondo persone e idee. Un inizio, una parte centrale e una conclusione che ti accompagnavano fino in fondo all’universo e ritorno[1]

Come avrete già capito stiamo parlando di una raccolta di racconti. Il titolo si riferisce ad un’espressione inglese difficilmente traducibile nella nostra lingua (attenti all’innesco/ attenti al grilletto suona proprio male in effetti) che viene utilizzata per definire una frase utilizzata, principalmente sul web, per avvisare il lettore che sta per imbattersi in un contenuto “forte” e potenzialmente offensivo. Un qualcosa che potrebbe innescare una spiacevole reazione appunto. L’autore ricorda la sorpresa avuta quando si è reso conto che il concetto di trigger warning sta valicando i confini della rete, tanto che in alcune università americane si discute dell’opportunità di porre un’etichetta di avvertenze anche a certe opere letterarie, per evitare di turbare l’animo degli studenti più suscettibili. Il concetto che sta dietro a questa raccolta di racconti infatti è qualcosa che tocca tutti noi, ciascuno di noi ha qualcosa che lo turba, e che generalmente viene accantonato negli angoli più oscuri della nostra coscienza. Ma che può venire talvolta richiamato alla mente dalle circostante e dalle situazioni più inaspettate.

I mostri nell’armadio e nella nostra mente sono sempre lì nell’oscurità, come la muffa sotto il parquet o dietro la carta da parati, e ce n’è tanta, di oscurità, una riserva inesauribile. L’universo possiede un’ampia scorta di notti.[2]

Il filo conduttore del libro è appunto questo: una serie di racconti che potrebbero spiazzare il lettore (ma non per forza devono) lasciando un senso di sbigottimento e di lieve smarrimento a fine lettura. Neil Gaiman nello scrivere del suo amore per le raccolte di racconti dice di preferire quelle in cui, nell’introduzione, l’autore spiega come è arrivato a certe conclusioni, o come gli sono venute in mente alcune idee. Ed è proprio questo che fa anche lui, dedicando un breve paragrafo introduttivo a ciascuno dei 24 racconti che compongono questo volume. In realtà c’è anche qualche poesia, che Gaiman incoraggia a considerare come un bonus, un di più che viene assieme a tutto il resto, per calmare l’animo di eventuali lettori che potrebbero storcere la bocca in una smorfia di disappunto nel trovare delle poesie dove non se le aspettavano (e anche questa tutto sommato è un’avvertenza).

Non pensiate comunque che questa sia una raccolta di storie horror, alcune lo sono, ma si spazia molto attraverso vari tipi di racconti, che per comodità possiamo mettere tutti sotto l’ombrello della letteratura fantastica. Tra le cose degne di nota troviamo un commovente omaggio a Ray Bradbury, una riscrittura dal sapore fantasy di fiabe classiche come Biancaneve e i sette nani e la bella addormentata nel bosco, e non mancano riferimenti alla cultura pop, come un racconto ispirato alla musica di David Bowie e uno (tra i più belli, e lo dico non avendo mai visto nessuna puntata della serie) che ha come protagonista il Dr. Who.

Tra i numerosi avvisi che Neil Gaiman scrive all’inizio di questo libro ce n’è uno in cui l’autore si scusa (addirittura!) per la mancanza di uniformità della raccolta. A ben guardare però un elemento comune c’è, ed è l’uomo. Sono le persone, con le loro paure, fragilità e debolezze a dar vita all’universo di angosce più o meno grandi che le accompagnano, spesso nel corso di tutta una vita. E sono sempre le persone a far fronte a queste paure, il più delle volte attingendo a insospettate risorse interiori che vengono in loro soccorso proprio nel momento del bisogno.

Sperando di avervi incuriosito almeno un po’ e di avervi fatto venir voglia di prendere in mano questo libro vi lascio con quest’ultima, pirandelliana, citazione:

E penso a noi tutti, alle maschere che indossiamo, le maschere dietro cui ci nascondiamo e le maschere che svelano. Immagino persone che fingono di essere quello che sono davvero, persone che scoprono che gli altri sono molto di più o molto di meno di quanto si immaginano di essere o di come si presentano. E poi, poi penso al bisogno di aiutare gli altri, e a come per farlo ci mettiamo la maschera, e a quanto toglierla ci renda vulnerabili…
Tutti indossiamo delle maschere, grazie a questo siamo interessanti.
I racconti che avete in mano parlano proprio di queste maschere e delle persone che siamo dietro di esse.[3]

 


[1] Neil Gaiman, introduzione a Trigger Warning Mondadori, 2016

[2] Idem

[3] Idem

Otto Blues di James Baldwin

James Baldwin

Verrebbe da chiamarlo J.B., come un autentico bluesman. Sarebbe semplice, perfino banale definirlo così, del resto uno dei racconti di Stamattina stasera troppo presto (Racconti edizioni, 2016) è un blues fin dal titolo. Ma i blues di James Baldwin sono imperfetti, sono racconti privi di quella malinconia tipica delle canzoni degli schiavi neri. Non c’è l’eco dei campi di cotone e delle frustate degli schiavisti bianchi. Nei racconti di Baldwin c’è lo sguardo attento di un uomo affondato nella schiuma della propria contemporaneità fino alla cintola; un uomo che si guarda attorno e cerca il modo migliore per raccontare il presente della sua gente. La voce, allora, non è proprio quel tono lacrimoso e cupo del blues. La tristezza appartiene al passato, alle generazioni precedenti. Ma quello che è proprio del blues è una certa attenzione all’individuo, alla sofferenza del singolo. Baldwin è un maestro nel dipingere la condizione del popolo afroamericano negli anni Cinquanta e Sessanta partendo dalle vite di singoli individui.

«Ci sono posti e occasioni in cui un negro può usare il suo colore come uno scudo. Può usare il sotterraneo senso di colpa che hanno gli anglosassoni e ottenere tutto quello che vuole; o parte di quello che vuole. Può approfittare della funzione di disturbo che rappresenta, del suo valore come frutto proibito; può usarlo come un coltello, ritorcerlo contro gli altri e, a questo modo, vendicarsi. Sapevo tutte queste cose molto prima che m’accorgessi di saperle e all’inizio me ne servivo senza sapere quello che facevo. Poi cominciai a vederci chiaro e mi sentii tradito. Mi sentii sconfitto, come individuo. Non c’era posto onesto dove non dovessi vergognarmi.»[1]

Un racconto come Previuos condition, ad esempio, ha lo strano sapore di quelle cose che fino a un attimo fa credevi appartenessero a un passato ormai lontano, e poi, accendendo la televisione, te le ritrovi di fronte agli occhi come un dato di fatto: l’attualità. C’è la rabbia e la malinconia di un uomo che viene cacciato da una casa solo per via del colore della sua pelle, ma non trova consolazione neppure in un bar di Harlem, tra quella che dovrebbe essere la sua gente.

«Avrei voluto un’occasione, un segno, qualcosa che mi facesse partecipare alla vita che avevo attorno. Ma non ne vedevo nessuno, a parte il colore della pelle. Un bianco, entrando, non avrebbe visto che un giovane negro, che beveva in un bar per negri, perfettamente a posto, nel suo elemento, come si dice. Ma la gente sapeva che le cose stavano diversamente, e anch’io. Sembrava che io non appartenessi a nessun posto.»[2]

Non conta nulla il fatto che il protagonista sia un attore, un uomo con un buon livello culturale. Ciò che conta è solo il colore della pelle; è quella la sarcastica condanna alla Previous condition del titolo, che fa diretto riferimento al Quindicesimo emendamento[3] degli Stati Uniti che garantisce il diritto di voto senza discriminazioni su base razziale. Il protagonista è condannato dall’affittacamere razzista, che lo costringe a lasciare la camera in cui è ospitato clandestinamente, ed è condannato dall’indifferenza degli avventori del bar per negri, che non lo riconoscono come parte della comunità. Ma anche lui non si riconosce nella «sua gente», non perché detesti se stesso, e il colore della propria pelle, quanto perché non si sente riconosciuto come individuo.

Dietro al discorso razziale, in Baldwin aleggia sempre tra le righe un tema religioso. Del resto, scorrendo la biografia dell’autore, si capisce che la ferrea educazione religiosa impartitagli dal padre adottivo ha lasciato tracce profonde. Qualche volta il tema religioso emerge in superficie, come nel revival  religioso che pare rappresentare una svolta nella vita di Sonny, il personaggio centrale di Blues per Sonny. Altre volte aleggia tra le pagine e conferisce al racconto un vago sapore di parabola moderna. È il caso di Uomo bianco, il racconto che chiude la raccolta. Nella cruda e raccapricciante scena che chiude il racconto, la brutale violenza dell’uomo contro il corpo dell’uomo, si fatica a non pensare alla passione di Cristo.

«Le fiamme guizzarono alte. Gli parve che l’uomo appeso all’albero gridasse, ma non ne era sicuro. Dai peli sotto le ascelle il sudore gli scivolava lungo i fianchi, sul petto, nell’ombelico, giù fino all’inguine. Fu abbassato, issato di nuovo. Ora Jesse era sicuro di averlo sentito gridare. La testa di quell’uomo, adesso, s’era rovesciata all’indietro, aveva la bocca spalancata e il sangue ne usciva gorgogliando; le vene sul collo sembravano impazzite; Jesse, atterrito, si teneva aggrappato alla testa di suo padre, mentre il grido rotolava sulla folla.»[4]

James Baldwin è da leggere. È da leggere perché i temi di cui tratta sono ancora tristemente attuali. In un’epoca in cui risuonano le allarmanti sirene delle intolleranze razziali e religiose, soprattutto in un’America che sembra aver invertito la rotta intrapresa con Obama per ripiombare nel conservatorismo estremo di Trump, leggere Stamattina stasera troppo presto è un buon modo per comprendere quello che accade ancora oggi in America. Ma Baldwin è da leggere anche perché la sua penna ha tracciato racconti magistrali, ricchi di immagini indimenticabili, di struggente malinconia, che catturano fin dalle prime righe e si lasciano leggere fino in fondo.


[1] James Baldwin, “Previous condition” in Stamattina stasera troppo presto, Racconti edizioni, 2016 (pag. 93) Traduzione italiana di Luigi Ballerini.
[2] James Baldwin, “Previous condition” in Stamattina stasera troppo presto, Racconti edizioni, 2016 (pag. 106-107) Traduzione italiana di Luigi Ballerini.
[3] The right of citizens of the United States to vote shall not be denied or abridged by the United States or by any state on account of race, color or prevous condition of servitude.
[4] James Baldwin, “Uomo bianco” in Stamattina stasera troppo presto, Racconti edizioni, 2016 (pag. 278) Traduzione italiana di Luigi Ballerini.

Martin il romanziere, di Marcel Aymé

Le Passe-Muraille

Quando i mondi della fantasia e della satira si uniscono

Come nel mio non troppo lontano primo articolo su queste pagine, oggi voglio tornare a parlarvi di narrativa di genere. Lo faccio con Martin il romanziere, una bellissima raccolta di racconti uscita lo scorso anno per L’orma editore.

Prima di tutto l’autore. Chi è questo Aymé? Ammetto di essermelo domandato anche io quando questo libro mi è stato raccomandato, ma vinto dalla curiosità e dall’ottima qualità dell’edizione mi sono portato a casa il volume senza stare a pensarci troppo su.

Marcel Aymé, come forse lascia intuire il nome, è uno scrittore di origine francese, vissuto nella prima metà del secolo scorso. Famoso in patria per i suoi romanzi e racconti fantastici e per le sue pièces teatrali, da noi ha avuto una certa fortuna editoriale quasi solo con una raccolta per ragazzi (Les Contes du chat perché, apparsi in diverse edizioni nel corso degli anni). Fino all’anno scorso almeno, quando L’orma ha deciso di riproporcelo con una selezione dei suoi racconti più riusciti, che spero tanto essere la prima di una lunga serie.

Marcel Aymé fu uno spirito ribelle e poco avvezzo ad adeguarsi a qualsiasi ruolo preconfezionato ci si sarebbe potuto aspettare per lui, non riconoscendosi in alcuna corrente politica fu fedele sempre e solo a quello che di volta in volta gli suggeriva il suo istinto e il suo spirito. Questo atteggiamento anticonformista gli procurò diverse critiche, soprattutto per alcune scelte vicine alla destra radicale durante il periodo di occupazione. Critiche alimentate anche da alcune frequentazioni, giudicate poco raccomandabili, tra le quali spicca Louis-Ferdinand Céline, che, come ci ricorda nella prefazione Carlo Mazza Galanti, traduttore e curatore dell’antologia, veniva considerato dal nostro autore come: «Il più grande scrittore francese vivente, e forse il più grande lirico che abbiamo mai avuto»[1]A Céline è riservato anche l’onore di comparire come comparsa nel racconto La carta del tempo il primo di questa raccolta. Coerentemente con il suo modo di essere il nostro autore rifiutò la Legion d’onore nel 1949 e l’invito ad entrare a far parte dell’Académie française dieci anni dopo, e visse guardando sempre con divertito distacco e un pizzico di disprezzo al mondo degli intellettuali parigini e della cosiddetta cultura ufficiale.

Chi di voi ha avuto la fortuna di visitare Parigi ha forse avuto anche l’occasione di passeggiare in piazza Marcel Aymé, caratterizzata dalla presenza della statua in bronzo di un uomo (la stessa che trovate nell’immagine in alto, sì), colto nell’atto di attraversare un muro. Quell’uomo altri non è che Dutilleul, o le passe mureille, protagonista dell’omonimo racconto (non contenuto in questa edizione), e personaggio con il quale diversi parigini e molti turisti di passaggio amano immortalarsi, nel tentativo di aiutarlo ad uscire dal muro. Le fattezze della statua, per altro, sono proprio quelle dell’autore.

Il monumento è una perfetta sintesi del modo di Aymé di fare narrativa. I suoi racconti partono tutti da un presupposto fantastico, per poi seguire lo svolgimento degli eventi in maniera naturale. Troviamo: personaggi che prendono vita per rivolgere lamentele all’autore che li ha creati (com’è il caso del racconto che dà il titolo alla raccolta), leggi che impongono alla popolazione di ringiovanire (nel corpo ma non nello spirito), personaggi che hanno la facoltà di potersi moltiplicare a piacimento, e simili situazioni fantastiche, che al lettore risultano molto gustose e divertenti, ma che per i protagonisti sono non di rado fonte di angosce e di problemi. Queste sono solo alcune delle trovate dell’autore transalpino, che poi procede nella narrazione sviscerando tutte le conseguenze della situazione paradossale che vi ha dato inizio. Fino ad arrivare ad un finale che spesso ribalta all’ultimo secondo le aspettative che il lettore si era formato fino a quel momento.

Oltre ai risvolti fantastici questi racconti, ciascuno dei quali è un piccolo gioiellino, sono caratterizzati da un’ironia pungente, e sbeffeggiano apertamente il mondo della borghesia parigina, con tutte le sue convinzioni e i suoi codificati regolamenti. Un esempio tra tanti: nel racconto La grazia il protagonista, come premio per le sue virtù e la sua condotta di cristiano modello (addirittura il migliore di tutta Montmartre!), viene ricompensato direttamente dall’Altissimo con una luminosissima aureola, da sempre simbolo di santità, che gli compare proprio attorno alla testa. Ebbene la reazione della moglie del pio uomo è:

«Che roba è questa?» diceva. «Vorrei sapere che figura ci facciamo coi vicini, coi negozianti del quartiere e con mio cugino Léopold! C’è poco di cui andare fieri. È soltanto una cosa ridicola. Vedrai, si metteranno tutti a parlare di noi.»

Inutile dire che l’atteggiamento della moglie dello sventurato protagonista avrà non poche conseguenze sullo sviluppo della trama.

Le storie raccontate da Marcel Aymé sono tutte così. Pur avendo all’incirca lo stesso schema, (situazione paradossale; conseguenze; finale imprevedibile) riescono a sorprendere il lettore con una freschezza sempre nuova, che non stanca. Pur essendo caratterizzati da una forte vena umoristica i racconti hanno la capacità di spingere il lettore a riflettere su aspetti della contemporaneità che sono ancora molto attuali, e che vengono messi alla berlina con uno stile satirico ma mai stucchevole. Non è sempre facile coniugare leggerezza con la profondità, ma questa antologia di racconti ci riesce benissimo. Consigliata per chi cerca una lettura leggera ma allo stesso tempo non banale.


[1] Carlo Mazza Galanti, prefazione a Martin il romanziere, L’orma editore, 2016, pag. 10.

Chiedere di raccontarsi.

Tondelli e l’esperienza di Under 25

 

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Pier Vittorio Tondelli

Quando la redazione di Linus chiese a Pier Vittorio Tondelli di scrivere un pezzo sui giovani, lo scrittore emiliano rispose con un articolo illuminante intitolato Gli scarti. Le premesse di quell’articolo erano una sfida complessa: tracciare un identikit dei giovani degli anni Ottanta fornendo un quadro più profondo della semplice suddivisione in categorie secondo le abitudini di vita o le tendenze in termini di moda, di musica ascoltata e di luoghi frequentati, come era comune leggere sui giornali dell’epoca. Nonostante in precedenza avesse già prodotto descrizioni del mondo giovanile in saggi o articoli apparsi su altre riviste, questa volta Tondelli cercò di ragionare sul problema stesso di non cadere nella trappola di uno sguardo superficiale, tipico dei “tuttologi” o degli “opinionisti” da salotto televisivo.

«Chi sono i giovani d’oggi? Che cosa pensano? Saranno vere le categorie, così pubblicizzate dai mass media, che li vedono raggruppati in comportamenti e mode assolutamente non paragonabili tra loro? Saranno tutti stupidi, reazionari, bambocci preoccupati soltanto del vestito e del “cosa mettere stasera”?[…] Sono in difficoltà. Mi accorgo di cadere nelle trappole di chi, per diletto o per artigianato, fa la professione di chi scrive e di chi racconta: cioè, dimenticare la realtà per i simulacri e i feticci imposti dal sistema delle comunicazioni di massa».[1]

Per rispondere alla domanda, Tondelli provò a fare un passo indietro: abbandonò i panni del Giovane Scrittore (definizione che gli stava stretta già da un po’) per mettersi nei panni del giovane comune, in particolare di quel giovane che fu quando scriveva il suo “libro segreto”, un romanzo a cui aveva confidato i dolori e le illuminazioni degli anni della giovinezza. Naturalmente il “libro segreto” a cui fa riferimento Tondelli è il classico libro che è rimasto nel cassetto, una sorta di antologia di prime intenzioni, una raccolta di materiale non pubblicato e non pubblicabile, ma che ha la straordinaria capacità di un balsamo magico, di pronto soccorso per i momenti di difficoltà. È dalla consultazione di questo “libro segreto” che Tondelli trova l’ispirazione per scrivere l’articolo per Linus. Così, un articolo che aveva nelle premesse il racconto della gioventù contemporanea si trasforma in un invito ai giovani a raccontarsi, ad affidare alla carta i pensieri, le inquietudini quotidiane.

«Propongo: perché non raccontate quello che fate, che sentite: i vostri tormenti, i vostri rapporti a scuola, con le ragazze, con la famiglia. E perché di queste cose, poi – visto che ne avete voglia – non provate a formularne un giudizio? Perché non scrivete pagine contro chi odiate? O per chi amate? C’è bisogno di sapere tutte queste cose. Siete gli unici a poterlo fare. Nessun giornalista, per quanto abile, potrà raccontarle al vostro posto. Nessuno scrittore. Sarà sempre qualcosa di diverso. Siete voi che dovete prendere la parola e dire quello che non vi va o che vi sta bene. Siete voi che dovete raccontare.»[2]

Gli scarti fu pubblicato sul numero 243 di Linus del giugno 1985. A distanza di più di trent’anni si può dire che Tondelli, da straordinario osservatore della sua contemporaneità, riuscì perfettamente a inquadrare gli elementi nuovi che stavano caratterizzando quel decennio (e che per certi versi anticipavano il decennio successivo) e riuscì anche a individuare gli elementi di discontinuità con gli anni Settanta, in Italia così segnati dalla lotta politica e dalle stragi degli “anni di piombo”. Tondelli sapeva che la generazione di giovani che stavano vivendo gli anni Ottanta era profondamente diversa da quella cui sentiva di appartenere lui stesso, sebbene ci fossero pochissimi anni di differenza. Perché? Perché il mondo era cambiato in maniera profonda e gli strumenti per raccontare una certa fascia d’età che erano validi fino all’altro ieri, adesso erano completamente obsoleti, almeno da un punto di vista superficiale. Allora bisognava fare due cose: invitare i giovani a raccontarsi (per avere una visione più fedele e autentica della realtà), e cercare in questi racconti dei punti di contatto con le esperienze giovanili precedenti, far vedere che al di sotto della superficie c’è un mondo che, in fin dei conti, possiede sempre i medesimi sogni, le medesime aspirazioni. Queste intenzioni si tradussero in un’idea più strutturata, in una ipotetica rivista che desse spazio alle voci dei giovani. Ma Tondelli aveva in mente un progetto diverso; rifiutò l’idea di rivista e propose alla casa editrice Transeuropa Edizioni di Ancona, un’antologia di racconti scritti soltanto da giovani al di sotto dei venticinque anni. Nacquero così le antologie Under 25, antologie cult della seconda metà degli anni Ottanta, che cercarono di fornire, con una certa coscienza da parte del curatore, una risposta alla domanda che gli era stata posta dalla redazione di Linus e che aveva prodotto Gli scarti.

Si potrebbero dire molte altre cose intorno all’esperienza di Under 25. Ad esempio si potrebbe parlare anche della ricerca formale operata da Tondelli nella selezione dei manoscritti: dell’attenzione dell’autore emiliano anche per la lingua dei giovani, le scelte di stile e le scelte di esprimersi attraverso differenti generi letterari. Si potrebbe parlare anche delle necessarie e interessanti riflessioni attorno agli autori dei manoscritti (sia di quelli pubblicati che di quelli non pubblicati), ed è interessante lo spunto sociologico che emerge  dalle righe della Presentazione: Tondelli si chiede come mai la maggior parte dei manoscritti arrivi dalla provincia, mentre da Milano, che solo pochi anni prima era stata la capitale culturale del Paese, forse «la sola metropoli italiana degna di questo nome[3]», non sia arrivato niente. Si potrebbero dire tante cose ancora intorno a questa esperienza, ma mi preme tornare alle intenzioni della raccolta per arrivare ai giorni nostri; per capire se le intenzioni messe in atto da Tondelli, possano essere valide ancora oggi. In buona parte ritengo di sì: è sempre attuale l’intenzione di spingere una generazione a raccontarsi, e la letteratura è sempre una buona strada da percorrere quando si tratta di raccontare il disagio o le aspirazioni di una generazione. Dopotutto la nostra letteratura, anche successiva all’esperienza Under 25, ha sempre continuato ad offrire interessanti esempi in tal senso: penso ai cult degli anni Novanta come Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi o Tutti giù per terra di Giuseppe Culicchia – autore tra l’altro che esordì, con i primi racconti, proprio in una delle antologie Under 25 di Tondelli.

Le premesse poste in atto da Tondelli hanno salvaguardato l’esperienza Under 25 da semplice laboratorio per talenti letterari o da vetrina per autori emergenti; hanno prodotto una voce comune, una testimonianza dei tempi. Chiedere ai giovani di raccontarsi è stata una scelta felice: ha prodotto una fotografia di un momento storico, ha offerto uno strumento sociologico. In altre parole ha dato a quegli scarti cui si rivolgeva Tondelli la possibilità di comunicare in prima persona. Per questo un’esperienza come quella di Under 25 riveste un’importanza capitale non tanto come collezione di oggetti-feticcio, ma come fenomeno capace di fornire uno specchio dei tempi molto più fedele delle inchieste e degli articoli sociologici che fino ad allora avevano rinchiuso i giovani degli anni Ottanta in vuote categorie.


[1] Pier Vittorio Tondelli, “Gli scarti” in Un weekend postmoderno, Bompiani, 2016 (pag. 321)
[2] Pier Vittorio Tondelli, “Gli scarti” in Un weekend postmoderno, Bompiani, 2016 (pag. 323)
[3] Pier Vittorio Tondelli, “Under 25: Presentazione” in Un weekend postmoderno, Bompiani, 2016 (pag. 336)

Quella verità che cerco nei racconti

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Photo by Ana Silva – www.500px.com/noqas

 

C’è una cosa che per me è molto importante, ed è la verità. Nei racconti che leggo, la verità che cerco corrisponde a un messaggio autentico, sincero e onesto che lo scrittore ha urgenza di comunicare. È un concetto un po’ complicato che oggi provo a spiegarvi citando due dei miei racconti preferiti.

 

La moglie del colonnello, Andre Dubus [1]

Tempo fa, a uno scrittore che difendeva il suo racconto perché “quella che ho scritto è una cosa che mi è successa veramente”, ho dovuto spiegare che vivere non vuol dire saper scrivere, che non per forza si è in grado di produrre qualcosa di credibile in senso letterario solo perché ci siamo passati, altrimenti saremmo tutti i più grandi scrittori di noi stessi, i diari sostituirebbero i romanzi e non ci sarebbe alcuna distinzione tra cronaca e narrativa. L’esperienza può aiutare a sbloccare alcuni meccanismi, a svelare qualcosa di più profondo, ma il fatto in sé non basta a reggere una storia compiuta.

Uno degli autori che ha saputo trasformare una tragedia in una verità letteraria è Andre Dubus. Nel luglio del 1986, Andre guidava verso casa quando vide un ragazzo e una ragazza in difficoltà. Erano due fratelli, Luis and Luz Santiago. Andre si fermò, scese dall’auto e si avvicinò per aiutarli. In quel momento passò un auto che li travolse tutti. Luis morì all’istante, Luz si salvò perché Andre riuscì a spingerla lontano, ma lui restò gravemente ferito. Dopo una serie di interventi che gli provocarono più sofferenza che sollievo, dovette sottoporsi all’amputazione di entrambe le gambe. Nel racconto La moglie del colonnello, Robert Townsend è un militare in pensione che – ci viene detto subito – ha due gambe rotte, è ingessato fino alle cosce. Nella prima parte della storia viviamo insieme a Robert le piccole difficoltà quotidiane di un uomo costretto su una sedie a rotelle. Dopo la caduta da cavallo, Robert si è trasferito al piano terra della casa mentre sua moglie Lydia continua a dormire al piano di sopra. Lydia si occupa di lui come se non le costasse troppo, ma Robert ne soffre, soprattutto quando deve chiamarla per assisterlo nelle situazioni più intime e imbarazzanti. Sebbene questa potrebbe essere, così come riusciamo a immaginarla, un’esperienza simile a quella vissuta da Dubus dopo l’incidente, non è ancora la verità del racconto.

Nella seconda parte, Robert convince Lydia a uscire, rassicurandola di poter restare a casa da solo. Lui l’ha tradita molte volte quand’era un soldato ma non si era mai sentito in colpa come in quel momento. Era solo un modo per pensarsi ancora vivo, almeno così se la raccontava ogni volta al risveglio. Ma adesso vorrebbe che non fosse mai successo, che in qualche modo potesse dire di essere stato soltanto suo, di lei. Quando Lydia torna a casa, Robert le riconosce un’espressione nuova sul viso, qualcosa che gli sembra di ricordare di se stesso, e allora si spaventa. Quando lui le chiede se l’ha tradito, Lydia risponde di sì, ma aggiunge che la relazione è appena finita. Quando lui le chiede se è perché ora si trova su una sedia a rotelle, lei dice quella verità, la cosa più sincera che possa dire: «Non lo so. Sì. Perché sei su una sedia a rotelle».

Anche se Dubus ha riversato parte della sua esperienza nella scrittura, questo non è il racconto di una disabilità: è lo svelamento di una difficoltà che è di Robert ma che può essere di tutti noi. La verità è l’idea che due persone possano tradirsi anche se si amano, proprio perché si amano. Robert ha tradito Lydia per colmare la solitudine e dimenticare il dolore. Ora che ha bisogno di lei si pente di tutto quello che ha fatto. Lydia sa che il marito l’ha tradita – glielo dice dopo, quando lui si confessa – ma si prende cura di lui nonostante tutto. Lei diventa la parte forte, lui è la parte debole: l’equilibrio che li teneva insieme si spezza. Lydia tradisce Robert perché non riesce a sopportare il dolore del marito, è l’unico modo che trova per distogliere lo sguardo. Ma quel gesto, giustificabile o meno, riporta marito e moglie allo stesso livello. È come se il reciproco tradimento ristabilisse i ruoli: Lydia e Robert tornano ad essere deboli e forti insieme, entrambi, e questo permette loro di confrontarsi ad armi pari. È un concetto complesso, contraddittorio, doloroso, molto vero.

 

È tutto verde, David Foster Wallace [2]

Non mi aspetto che quel che leggo sia vero in senso stretto – che sia, cioè, un fatto veramente accaduto – ma voglio poterci credere come se fosse vero. Voglio poter pensare, senza troppo sforzo, che potrebbe succedere. Come si scrive qualcosa di vero che però non è vero? Cercando un approccio autentico, seguendo la naturale inclinazione della storia. È importante assecondare il percorso evolutivo dei personaggi senza forzarne i comportamenti, evitando di asservire gli elementi del racconto a uno scopo narrativo verso il quale non sono rivolti. Il punto è che quello che accade è solo l’ispirazione, il punto di partenza o di arrivo, di una terza destinazione: il messaggio.

A raccontarlo, È tutto verde non è niente di speciale: un uomo si rivolge a quella che presumiamo essere la sua ragazza. Lui ha quarantotto anni, lei è più giovane; è lui che lo dice, mentre sta cercando di lasciarla. Ne fa una questione di età, di esigenze, di bisogno di costruire e necessità di sistemare. Lei non lo ascolta, sta guardando fuori, oltre la finestra. L’unica cosa che dice è: «È tutto verde. Guarda com’è tutto verde Mitch. Come fai a dire di provare certe cose quando fuori è tutto così verde». All’inizio si rivolge a lui, senza neanche voltarsi, poi continua a sussurrarlo, sempre più concentrata in se stessa. Lui si avvicina alla finestra ma vede quello che ha sempre visto, e non è tutto verde. Ha piovuto da poco, c’è stato un acquazzone, ma non è cambiato niente. Si guarda intorno, non riesce a capire. Poi però eccola, quella verità: «Mi volto bruscamente verso di lei che sta sul divano in piena luce. Da dov’è seduta sta guardando fuori, e io guardo lei, e c’è qualcosa in me che non si riesce a chiudere, nel guardarla». È un messaggio onesto, sincero, proprio perché non cerca di spiegare niente. “Qualcosa che non si riesce a chiudere”, cosa vuol dire? Io non lo so, voi non lo sapete. Ma quante volte vi è successo, proprio così?

I miei scrittori preferiti raccontano l’universale sfruttando il particolare, attraverso una storia-emblema che abbraccia una verità in senso più ampio. È una verità che non sempre torna, perché di fatto la vita non torna: i cerchi non si chiudono, le persone si tradiscono, le cose più orribili succedono agli uomini migliori. Certe volte abbiamo paura, e basta, anche della paura stessa. Poi torniamo a vivere, con un’incoscienza diversa, oppure no. Magari non succede niente di eccezionale, non succede proprio niente. Magari impariamo solo a guardare in un’altra direzione, e se anche non diventa tutto verde è sempre tutto così vero.
È questa, quella verità che cerco nei racconti.

 


[1] Tratto dalla raccolta Ballando a notte fonda.
[2] Tratto dalla raccolta La ragazza dai capelli strani.

Corrispondenze da Dublino

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Photo by Eleonora Paulicelli

Ci sono settimane della propria vita in cui accade tutto e tutti i rinnovamenti – in meglio – che hai atteso per anni finalmente arrivano. Contemporaneamente all’inizio di questa avventura di Tre Racconti c’è stato un cambiamento importante nella mia vita: mi sono trasferita a Dublino. Erano anni che volevo migliorare le mie competenze lavorative con un’esperienza all’estero e finalmente si è presentata una grande occasione. Sinceramente mi sento fortunata non solo per l’occasione di crescita lavorativa, ma anche perché qui a Dublino sono nati moltissimi scrittori che ho letto e amato: Bram Stoker, Oscar Wilde, Samuel Beckett, Sheridan Le Fanu e James Joyce.

Sin dalle prime passeggiate per la città ho notato subito lo stretto rapporto con James Joyce: camminando per Dublino è facile incontrare targhe con l’immagine di Leopold e frasi tratte dall’Ulisse. Inoltre la sorte mi ha riservato in dono di lavorare proprio al numero civico dove viveva la famiglia Bloom dell’Ulisse: ogni giorno entro a lavoro e ad attendermi c’è la targa con il viso di Leopold Bloom. Ho sempre guardato Joyce con estremo rispetto, ma anche con molto timore a causa dei miei ricordi scolastici legati a quel libro, ma ora sono a Dublino, dove l’autore irlandese è nato ed è in parte vissuto, quindi colgo l’occasione per accorciare le mie distanze con James.

Poiché qui a Tre Racconti parliamo di racconti brevi, Gente di Dublino è sicuramente il testo con cui occorre confrontarsi. È una raccolta di 15 racconti brevi ambientati nella Dublino della fine del XIX secolo nei quali Joyce descrive la vita e le difficoltà della classe media. Quello che ho notato sin dalle prime pagine è la presenza della città: in ogni racconto ci sono le sue strade, piazze, ponti, stazioni e linee ferroviarie che fanno da architettura portante ai racconti. In I Due Galanti Joyce racconta una chiacchierata tra due ragazzi che percorrono la città e i dialoghi di questo racconto sono intervallati dalle strade percorse: Dorset street, Nassau street, Stephen’s Green e io che vivo qui riesco a creare una forte connessione tra me e i personaggi di questi racconti perché li localizzo geograficamente mentre leggo, li vedo camminare per queste vie. Provate a leggerlo con la cartina di Dublino sotto mano!

Un altro esempio di come Joyce utilizzi la città è nell’incipit di un altro racconto, Arabia:

Dato che era un vicolo cieco, la North Richmond Street era tranquilla, eccetto che nell’ora in cui i Fratelli delle Scuole Cristiane, finite le lezioni, lasciavano uscire i ragazzi. Una casa disabitata a due piani occupava il fondo cieco ed era separata dalle abitazioni vicine da un quadrato di terreno. Le altre case, consapevoli della vita dignitosa che si viveva al loro interno, si guardavano l’un l’altra con facce scure e imperturbabili.

In questo modo Joyce utilizza la città per creare un set cinematografico per il racconto, come l’allestimento di una pièce teatrale, come la scenografia di un film. Il Liffey, fiume che attraversa Dublino, è inserito spesso da Joyce nei racconti conferendogli anche la valenza simbolica dell’energia contenuta nella città. In Un Incontro, racconto di due ragazzi che saltano un giorno di scuola e passano la giornata senza meta in giro per la città, il Liffey rappresenta un confine fisico e psicologico e una volta attraversato gli umori cambiano e la stessa innocenza dei ragazzi è in parte persa.

E ora che vivo qui, posso immaginare perché Joyce abbia utilizzato Dublino: i colori del fiume, del cielo e della città sono pura poesia, soprattutto al tramonto. La foto di questo post l’ho fatta io con un semplice telefonino e quando capita una giornata di sole, mi piace uscire dal lavoro, andare verso O’Connell Street e trovare ristoro in quei colori sull’ O’Connell Bridge. Anche i Radiohead gli hanno dedicato un verso di How to Disappear Completely, canzone che vi consiglio di ascoltare, se non la conoscete già:

That there,
that’s not me
I go where I please
I walk through walls,
I float down the Liffey
I’m not here,
this isn’t happening

Fin qui si potrebbe pensare che questa in realtà sia solo la storia di uno scrittore che racconta la propria città, ma non è così semplice. Infatti, Joyce lasciò Dublino nel 1904 senza farvi più ritorno e questo rende ancora più singolare pensare che invece Dublino sia il centro del suo universo letterario. Celebre è la sua lettera inviata a un editore di Londra in cui spiega perché sceglie Dublino come luogo per i suoi racconti: «La mia intenzione era di scrivere un capitolo della storia morale del mio paese e ho scelto Dublino come scena perché quella città mi pareva essere il centro della paralisi.»[1]

La paralisi è un tema ricorrente in questi racconti, in altre parole l’impossibilità dei protagonisti di agire, prendere decisioni, migliorare le proprie condizioni di vita e le cause di questa paralisi vanno ricercate molto spesso nella famiglia. In Un Caso Pietoso ecco cosa pensa uno dei protagonisti: «Sembrava che un unico essere umano l’avesse amato, e lui le aveva negato la vita e la felicità, l’aveva condannato all’ignominia, a una morte vergognosa».

Anche le descrizioni delle case e delle famiglie contribuiscono notevolmente a creare questo senso di claustrofobia che aleggia in questi racconti. Nonostante questa paralisi e decadimento, Joyce conferisce però dignità e umanità ai protagonisti utilizzando la sua scrittura per rendere poetica la loro vita che altrimenti sarebbe rimasta invisibile, come accade sempre agli ultimi.

La pubblicazione di Gente di Dublino fu un parto lungo quasi 10 anni, iniziò a inviarlo agli editori a partire dal 1905 e vide la luce solo nel 1914 dopo averlo sottoposto all’attenzione di 15 editori differenti. Il ritardo nella pubblicazione fu dovuto alla richiesta di modifiche da parte degli editori per timore di suscitare scandali, ma lui difese i suoi racconti sempre a spada tratta. Sempre dalla lettera all’editore di Londra:

L’ho scritto [Gente di Dublino, ndr] per la maggior parte in uno stile scrupolosamente povero e con la convinzione che è un uomo audace colui che osa cambiare nella presentazione e ancor più deformare qualunque cosa abbia visto o udito.

Quando Joyce riuscì a far pubblicare i suoi racconti la prima guerra mondiale era in corso e quasi nessuno si accorse di questa pubblicazione. Grazie alla sua determinazione, però, abbiamo una testimonianza della città e della società dublinese del tempo che altrimenti avremmo perso. Per tornare al nostro sito e al perché siamo qui, vi ringrazierò se vorrete essere tanto determinati nello scrivere e inviarci dei racconti e abbastanza determinati nel capire le nostre ragioni se abbiamo deciso di non accettarli. E spero siate altrettanto determinati nel chiederci spiegazioni, e nel riprovarci ancora.

Siamo qui per imparare.

 

 


[1] James Joyce, Lettere. Il carteggio del più grande scrittore del Novecento, Ed. Pgreco 2012

La luce smeraldo nell’aria di Donald Antrim

Cronaca di serendipità letteraria

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Photo by Ahundt

 

Oggi sono qui a tentare di parlarvi di La luce smeraldo nell’aria, raccolta di racconti di Donald Antrim recentemente approdata in libreria per i tipi dell’Einaudi.

Donald Antrim, autore per me sconosciuto finora, è stata una piacevolissima scoperta nel piovoso ottobre romano. Cercherò di procedere in maniera ordinata per raccontarvi come l’ho incontrato.

Innanzitutto l’antefatto, ovvero la prova che il detto “non tutto il male viene per nuocere” si dimostra talvolta veritiero. Un treno in ritardo mi ha portato a cercare rifugio nella libreria della stazione, uno dei pochi baluardi accoglienti per un lettore che voglia far passare un po’ il tempo in attesa del ritardo successivo. Girovagando tra le pile delle novità la copertina di questo supercorallo, con una vignetta simpatica, ha saputo attirare la mia attenzione (un punto per l’editore) una rapida occhiata alla quarta di copertina permette di identificare il volumetto come una raccolta di racconti, che sembra esser stata particolarmente apprezzata dalla stampa oltreoceano (un altro punto a favore quindi).

Ora un piccolo inciso polemico: cari editori tutti è davvero necessario che qualunque nuova uscita in libreria debba essere accostata ad autori come George Saunders, Jonathan Franzen e David Foster Wallace? È proprio indispensabile tirare in ballo, ogni volta, il termine postmodernismo? Lo scrivo perché questi accostamenti inizio a trovarli (in buona compagnia di tanti altri amici lettori) un pochino forzati e messi lì tanto per vendere qualche copia in più. Rischiano però a sortire l’effetto opposto, soprattutto nella cerchia dei lettori più attenti. Fine della piccola invettiva (che conta come un punto in meno nella mia personale tabella mentale dove decido se investire i miei risparmi in un “acquisto libresco al buio”).

Le premesse sembrano tutto sommato buone, ma non ancora abbastanza per convincermi all’acquisto.

Metto quindi in pratica la mia collaudata strategia per evitare acquisti deludenti: mi appunto il nome del libro e verifico se è presente su Medialibrary (la rete bibliotecaria nazionale di prestito di ebook, un sevizio utilissimo che non mi stanco mai di pubblicizzare) in modo da poterlo prendere in prestito e valutare successivamente se comprare o meno il cartaceo.

Check effettuato, il libro c’è ed è pure disponibile, ed io ho lo smartphone carico e un viaggio in treno da far passare.

Già dal primo racconto mi accorgo che la buona impressione che m’aveva fatto la copertina si dimostra confermata dal contenuto del libro. Per i successivi tre giorni dedico il mio tempo libero a questa piacevolissima raccolta di racconti.

Cosa offre quindi al lettore la luce smeraldo nell’aria?

Ambientazione americana, che spazia delle affollate metropoli modaiole a paesaggi più bucolici abitati da individui che vivono ai margini della società. In questo scenario si muovono protagonisti pieni di problemi, adulti insoddisfatti che provano loro malgrado a trovare un senso in quello che fanno nella vita. Un mondo di individui psicologicamente fragili, sempre sull’orlo del collasso e che si aggrappano a quello che possono per non cadere nel baratro, ricorrendo spesso ai farmaci e all’alcool per tirare avanti.

Ma dopo qualche altro bicchiere i suoi pensieri imboccarono un ben noto vicolo cieco. Chi voleva prendere in giro? Come avrebbe mai potuto avere anche solo una di quelle cose? Perché non sapeva impossessarsi delle ricchezze del mondo? Perché lui e Jennifer non erano mai andati a ballare, Cristo santo? Che progetti avevano? Si vedevano, s’infilavano a letto, scendevano al volo dal letto, si salutavano… era innamorato? E lei? O scopavano e basta? Dovevano essere grati di tante cose, davvero tante. Lui aveva lei e lei aveva lui.[1]

La grandezza dell’autore sta nell’aver saputo descrivere in modo superbo le difficoltà che i suoi personaggi incontrano nel gestire i rapporti con le persone care. Difficoltà che nascono dal non saper convivere con se stessi e con quello che si è o non accettando quello che si è diventati.

Questi racconti mi hanno ricordato un grafo, una figura matematica che viene spesso assunta come simbolo di una rete. Si presenta alla vista come un insieme di punti detti nodi (o vertici) e di linee che li congiungono, dette archi. I protagonisti dei racconti di Antrim sono come tanti nodi che fatichino a trovare il modo di connettersi tra loro. Tanti archi potenziali ma mancati. Personaggi fondamentalmente soli, anche quando sono parte di una coppia, che un po’ per inettitudine e un po’ per auto sabotaggi messi in atto più o meno consapevolmente non riescono a relazionarsi con le persone che li circondano e non riescono a tenere saldo il timone delle proprie vite. In tutti i sette racconti che compongono questa raccolta (che, come ci avverte l’editore, sono presentati in ordine cronologico per poter meglio apprezzare l’evoluzione dello stile dell’autore) i protagonisti accomunati dalla consapevolezza di avere un problema e di non avere i mezzi per poterlo risolvere. Per alcuni questo significherà continuare ad ignorarlo, mascherandosi dietro giustificazioni di qualche tipo, mentre in altri racconti, i più belli, il protagonista riesce ad individuare un lumicino di speranza che forse saprà illuminare il pur difficile percorso che lo porterà all’uscita del tunnel.

La luce smeraldo nell’aria è un piccolo gioiellino che merita sicuramente il tempo investito nella lettura (poco tra l’altro, 124 pagine in ebook, 157 nella versione cartacea). Siccome la vita di un lettore è fatta anche di personalissime manie, in omaggio al metodo di valutazione che ho utilizzato (e come rito propiziatorio per la prossima volta) acquisterò sicuramente una copia cartacea da inserire nella libreria, perché voglio che questa raccolta rimanga nella mia collezione.

Con La luce smeraldo nell’aria Donald Antrim ci accompagna in un universo contemporaneo fatto di incertezze, paranoie, ossessioni e paure paralizzanti. Il meccanismo di immedesimazione funziona, perché le ansie dei protagonisti sono le stesse che potremmo provare noi, e che rendono questi racconti “veri” e indimenticabili.

 


[1] La citazione è tratta dal racconto “Consolazione”.

Il sistema periodico di Primo Levi

Una vita in una raccolta di racconti.

Clark's Periodic Arrangement of The Elements, 1949
Clark’s Periodic Arrangement of The Elements, 1949

È sempre difficile stilare una classifica dei propri libri preferiti. Anzi, spesso è inutile: le classifiche cambiano con il passare del tempo e un libro che ci è sembrato speciale durante l’adolescenza, in età adulta ci risulta insignificante; mentre un libro che in gioventù non ci diceva nulla, con gli anni lo si considera fondamentale per la propria formazione. Pertanto, non posso dire di avere dei libri preferiti, ma posso affermare che nella mia carriera di lettore ho accumulato una lista di titoli che mi sono cari per diversi, solidi, motivi. Uno di questi è Il sistema periodico di Primo Levi.
Questo libro mi è caro prima di tutto perché mi ricorda l’epoca in cui frequentavo la Facoltà di Farmacia; ma più nello specifico, perché lo lessi in buona parte mentre stavo lavorando alla mia tesi sperimentale. E poi Il sistema periodico è un libro singolare nella bibliografia di Levi: è il libro che più avvicina il suo mestiere di chimico a quello di scrittore. Lo lessi proprio mentre per la prima volta mettevo in pratica anni di studi teorici e allo stesso tempo mettevo per iscritto i miei primi tentativi narrativi.
 

Il primo incontro con il libro di Levi fu casuale e risale a qualche tempo prima del periodo in cui lavoravo alla tesi. Sul vetro di una cappa del laboratorio di Preparazioni Estrattive e Sintetiche dei Farmaci del Professor M. c’era un cartello con scritto:

Distillare è bello. Prima di tutto perché è un mestiere lento, filosofico e silenzioso, che ti occupa ma ti lascia tempo di pensare ad altro, un po’ come l’andare in bicicletta. Poi perché comporta una metamorfosi: da liquido a vapore (invisibile), e da questo nuovamente a liquido; ma in questo doppio cammino, in su e all’ingiù, si raggiunge la purezza, condizione ambigua e affascinante, che parte dalla chimica e arriva molto lontano[1].

Era una citazione da un racconto de Il sistema periodico. Quello del professor M. era l’ultimo laboratorio del piano di studi e quella citazione rimase adsorbita da qualche parte nel mio cervello. Allora conoscevo il Levi di Se questo è un uomo, La tregua, I sommersi e i salvati. Il Levi testimone, se si può dire; il superstite, il reduce, il salvato da Auschwitz – per dirla a modo suo. Allora non sapevo che avesse scritto del mestiere di chimico, non avevo mai approfondito la sua bibliografia, non ero un suo fedele lettore. Così, forse per la meraviglia di aver scoperto qualcosa di inedito (per me era davvero una scoperta), incamerai quell’informazione, la adsorbii inconsciamente, ma non ebbi la tentazione di approfondire.

Il libro di Levi lo lessi effettivamente tempo dopo, mentre stavo lavorando alla mia tesi sperimentale, quando mi ritrovai a fare un lavoro parente stretto del mestiere del chimico distillatore: un’analisi spettroscopica su materiale solido. Non che ci fossero molti punti in comune tra i due lavori, tranne che, come per la distillazione, si trattava di un lavoro di pazienza. Ogni analisi durava una ventina di minuti: un niente se si ha altro da fare; un’eternità se si deve aspettare in una stanza sgombra, in un seminterrato senza riscaldamento in gennaio, al fondo di un sistema di corridoi spogli e oscuri di un edificio dei primi del Novecento. Fu allora che mi tornò in mente quella frase di Primo Levi. I campioni da analizzare erano molti, e mi occuparono diverse mattinate di lavoro. Allora acquistai il libro e lo lessi nei tempi morti, mentre aspettavo che lo spettroscopio completasse ogni analisi. Ricordo che cercai subito il racconto da cui era tratta la citazione che avevo letto sulla cappa del laboratorio di Preparazioni Sintetiche. La ricordavo ancora con una certa chiarezza.

Il racconto s’intitolava Potassio ed era una storia che il Calvino de Gli amori difficili avrebbe potuto definire «l’avventura di un chimico». Potassio era un racconto autobiografico – andando avanti nella lettura scoprii che quasi tutti i racconti della raccolta lo erano – che intrecciava un aneddoto degli anni in cui Levi stava lavorando alla sua tesi di laurea con ciò che stava accadendo negli stessi anni nell’Europa del 1941. È un racconto dal tono sommesso, un racconto cupo, la cui lettura mi trasmise tutta l’inquietudine che Levi doveva aver provato nel ricordare quel periodo molti anni dopo. Scoprii presto che la citazione che ricordavo era una delle pochissime frasi positive del racconto. E, inserita nel contesto, mi pareva avesse un significato più profondo di quello che poteva avere fuori dal contesto del racconto. Letta così, su una cappa da laboratorio, la frase suonava come un gioioso aforisma di un chimico che ama il proprio mestiere; nel racconto, invece, la frase aveva il sapore della salvezza: mi pareva la presa di coscienza di un uomo che è grato al proprio lavoro perché gli ha letteralmente salvato la vita. Il velo aneddotico legato ad una disavventura con una distillazione di benzene (in cui Levi inserì un «grumo di potassio della grandezza di mezzo pisello[2]», da cui il titolo del racconto) ricopre una quotidianità cupa e inquieta di un uomo che si sente “meno uomo” dei suoi colleghi di studio (sono gli anni delle leggi razziali) e che non vede nient’altro che un futuro nero: «Nel gennaio del 1941 le sorti del mondo sembravano segnate. Solo qualche illuso poteva ancora pensare che la Germania non avrebbe vinto[3]», tuona l’incipit.

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«Vivere è un’altra cosa». Intervista a Philip O’Ceallaigh

Photo by Owen CL

 

Roma, quartiere San Lorenzo. In un tardo pomeriggio di ottobre sferzato a sorpresa da un violento scirocco, incontriamo Philip O’Ceallaigh per una libera chiacchierata su Appunti da un bordello turco, raccolta con la quale ha debuttato in Italia qualche mese fa grazie all’occhio lungo della neonata Racconti Edizioni.

Irlandese di nascita e giramondo di indole, O’Ceallaigh ha il suo percorso di vita e di scrittura disegnato su una cartina geografica. Per anni (classe 1968) viaggia tra Romania, Russia, Spagna, Kosovo, Georgia e Stati Uniti. Tra un lavoro e l’altro legge molto, soprattutto cose americane. Si stabilisce poi a Bucarest nel 2000 facendo una scelta di vita opposta a quella dei tanti lavoratori che invece partono proprio da lì, dall’Europa dell’Est, verso i Paesi più ricchi in cerca di fortuna.

Nei trenta minuti che trascorriamo con lui, e durante la successiva presentazione alla Libreria Giufà, capiamo diverse cose. Ad esempio che l’idea di “fare carriera” non lo hai mai interessato e che, per sua stessa ammissione, è pigro. Calmo, talvolta flemmatico, si concentra molto mentre spiega le sue ragioni e se lo si punzecchia bene esce volentieri dalla sua laconicità irlandese. Non ama le barriere (e forse non è un caso per uno che vive all’Est) e ha un debole per gli autori che coltivano una certa vena autobiografica e metaletteraria. Gli scrittori un po’ brutali, alla Bukowski; quelli che non si fanno problemi a parlare di cose noiose o a mettere a disagio il lettore.

In Appunti da un bordello turco, ovviamente, c’è il riflesso di tutto questo, ma ci sono prima di tutto diciannove storie diversissime tra di loro. Le storie di uomini e donne (ma soprattutto uomini) alle prese con il tentativo di far quadrare i conti delle proprie esistenze mentre sullo sfondo va in scena lo squallore della periferia. Palazzoni grigi di dieci piani che cadono a pezzi e un’umanità inquieta e frustata fotografata benissimo dalla frase riportata in quarta di copertina: «Se ti vuoi fare un’idea di come se la passa una città devi andare a vedere i suoi margini. Il centro ti dirà che tutto va bene. La periferia ti dirà il resto».

Prendendo la palla al balzo, quindi, proviamo a chiedergli cosa gli dice Roma, ma ci ferma subito dicendo che essendo pigro (appunto) non ha fatto passeggiate. Allora viriamo speranzosi sulla notizia della giornata, il Nobel a Bob Dylan. La sua risposta non ci sorprende granché, ma è solo l’inizio di una stimolante conversazione sul senso della scrittura e sul perché anche una cosa semplice come guardare cadere la pioggia può trasformarsi in un atto di ribellione e forse, in fin dei conti, di amore.

 

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Domanda obbligata Philip. Che ne pensi del Nobel per la letteratura a Bob Dylan?

Ne sono veramente contento perché quest’uomo e la sua musica sono stati una costante fonte di gioia e ispirazione per me. Lo è stato quando ero un ragazzo e nei successivi trent’anni. Non conosco un altro cantautore popolare così creativo in termini di stile e musica e così in grado di esplorare qualsiasi genere folk, gospel, country, rock, blues. Ha fatto tutto ed è stato incredibilmente versatile. In alcune fasi della carriera è stato maggiormente legato alla tradizione poetica e narrativa presente nel folk americano, mentre in altre è stato capace di esprimere una sensibilità poetica moderna tutta sua. È stato versatile anche nel registro del linguaggio e nel modo in cui ha combinato questo con la musica.

Questa notizia mi fa felice anche perché è un riconoscimento alla poesia, che oggi è confinata in una specie di ghetto. Nelle università è entrata in un canone, è studiata e analizzata freddamente sulla pagina, ma in realtà in passato la poesia aveva una sua dimensione sociale, era legata alla musica alla preghiera, era una cosa viva. Forse il comitato del Nobel sarà criticato per aver fatto qualcosa di popolare, ma per quanto mi riguarda è una scelta interessante.

Quindi non pensi che la musica è una cosa e letteratura è un’altra?

Credo che questi confini siano ormai decisamente artificiosi. Sono costruzioni accademiche. La gente è ossessionata dai confini, dalle classificazioni, come quella tra racconti e romanzi. A loro modo, invece, sono tutte forme poetiche.

Ci sono tanti modi in cui le parole possono trovare una loro collocazione e un loro senso sulla pagina. In alcuni racconti prevale la storia, in altri ci sono descrizioni che però servono a riflettere su alcuni aspetti. Poi ci sono racconti come quelli di Bruno Schulz che hanno un certo grado di invenzione linguistica e raccontano anche attraverso le illustrazioni dello stesso autore. Per me non ha più senso vedere barriere.

Però c’è una differenza di linguaggio tra racconto e romanzo.

La differenza sta nel diverso livello di attenzione richiesto al lettore. I testi più corti sembrano suggerire una lettura più lenta. Per questo quella dei racconti è una forma più letteraria e meno popolare. Richiede un’attenzione speciale anche rispetto al come è costruito. Per la poesia vale ancora di più. La poesia richiede una lettura ancora più lenta. All’opposto, più ci si avvicina al romanzo, più si scivola in una forma di narrazione commerciale.

A proposito di scrittura, per te che cos’è? È una forma di resistenza alla realtà? O piuttosto una ricerca personale, una forma di istinto?

Scrivere, come leggere, richiede attenzione e la disponibilità a rallentare. Già questo contraddice il ritmo frenetico con cui viviamo quotidianamente perché siamo costantemente portati a fare sempre più cose e sempre più velocemente. In un certo senso quindi sì, scrivere è una forma di resistenza e leggere è come fermare il tempo e riflettere sulle cose. Mentre lavoravo ai racconti ne ero consapevole, a modo mio. La scrittura era un rifugio dalla confusione e dell’assenza di senso della mia vita. Era un sollievo sedermi nella mia stanza e lavorare al materiale grezzo delle mie esperienze cercando di dare loro una forma.

L’altro giorno ero a casa a Bucarest e pioveva fortissimo. Ho aperto la finestra, mi sono messo a osservare le luci e ho sentito gli odori. Era bellissimo. Scrivere è un po’ la stessa cosa. È riconsiderare le cose da un luogo protetto, ritirarsi in uno spazio sicuro per prendere le misure di quanto ci accade. Osservare la pioggia avendo un tetto sulla testa è bello. Non è come un’esperienza reale, che invece è difficile, dolorosa, scomoda. L’arte e la filosofia in qualche modo ti insegnano a guardare da una prospettiva, a coltivare una distanza, un distacco. Vivere, insomma, è un’altra cosa. La pioggia te la prendi tutta in testa.

C’è anche un lato estetico in tutto questo.

Sì. C’è anche un certo piacere nell’osservare la nostra esistenza “da fuori”. Faccio un altro esempio. L’altra sera guardavo Sieranevada, un film rumeno in cui ci sono molti scambi apparentemente senza senso tra i personaggi, dialoghi comunissimi, cose senza importanza. Il punto, però, è che quando sei in mezzo alle cose non te ne accorgi, eppure quando guardi tutto questo fluire di cose banali seduto comodamente in poltrona dà un certo piacere. Osservare le cose da lontano è bello, in un certo senso ci nutre. Essere in grado di replicare questo distacco è la chiave.

A proposito di distacco artistico. Se penso a te nel libro ti identifico nel personaggio del ragazzo pazzo che fa giardinaggio nel secondo racconto, Nel quartiere. Forse è l’unico personaggio veramente coerente con se stesso.

In realtà tutti i personaggi in quel racconto cercano di fare qualcosa che abbia senso. Anche i due uomini che cercano di coprire una buca, così come quello che prova a scrivere a fine giornata sono coerenti. Nel quartiere è un collage di diverse cose scritte negli anni. Non è stato scritto avendo in mente un romanzo ma è diverso dagli altri racconti perché ha molti personaggi e diverse prospettive. È lungo quanto doveva essere. Sapevo di dover lasciare quel posto (il palazzone di dieci piani dove Philip ha vissuto e che funge da ambientazione al racconto, n.d.r.) e volevo scrivere qualcosa per ricordarmelo, quindi ho raccolto tutte queste storie e le ho compresse in un’unica giornata connettendole l’una con l’altra. Nel quartiere l’ho scritto piuttosto velocemente. È stato il racconto più lungo ma non il più difficile da scrivere.

E qual è stato il racconto più difficile da scrivere? (Intanto nel bar dove siamo seduti suonano una canzone di Tom Waits. “Il prossimo Nobel”, si scherza…).

Per alcuni ci ho messo diversi anni e ho fatto diverse stesure. Direi che i più difficili sono stati Mentre affondo e Riportare i fatti.

Due racconti in cui non sembra esserci tanta speranza. Nel tuo mondo sembra impossibile instaurare rapporti solidi. Gli incontri tra gli inquilini del palazzo di Nel quartiere sembrano avvenire più una questione di pessima idraulica che per una reale volontà di condivisione.

Mi chiedo se sono io incline a vedere tutto questo o se fosse un riflesso dell’ambiente in cui mi trovavo. Non saprei dire con certezza da dove arriva. Certo l’ambiente in cui mi trovavo era molto duro, così come le persone che mi circondavano. Le città dovrebbero aggregare, ma a volte fanno esattamente l’opposto e la conseguenza è che le persone non possono fare altro che collidere tra di loro. A Bucarest è ancora così, ma allora in particolare era un posto duro con gente molto frustrata che viveva in periferie dove tutto era distrutto e cadeva a pezzi. Io mi sono trasferito lì nel 2000, dieci anni dopo la caduta del comunismo e c’era un senso vero di decadenza, di disintegrazione delle cose. Nulla di nuovo veniva costruito e questa disintegrazione esterna corrispondeva ad una disintegrazione sociale. Una situazione piuttosto demoralizzante.

Tu usi immagini forti. Descrivi il palazzo dove si svolge la seconda storia come «una sala d’attesa per idioti terminali».

Sì, diciamo che non ti sentivi proprio una cima vivendo lì e il dramma è che nessuno poteva andare via per ragioni economiche. Io ho comprato la casa dove stavo per cinquemila dollari e quella era diventata la mia postazione per interpretare la mia esistenza. Vero, era piuttosto difficile come situazione, ma era anche stimolante perché mi permetteva di osservare certi aspetti della vita nella loro forma grezza e senza che niente le attenuasse.

Ora una piccola provocazione (intanto ci portano il vino). Devo ammettere di aver desiderato un punto di vista femminile. Soprattutto nel racconto che dà il titolo alla raccolta. Come mai non lo hai inserito?

Non è stata una decisione conscia o almeno non era questo il punto. Per un certo periodo sono stato interessato alle dinamiche uomo-donna, ma poi ho perso interesse. Volevo il conflitto vero. Ad un certo punto ho capito che potevo trarre il massimo scrivendo storie da un punto di vista che sfidasse il lettore, raccontando di personaggi di cui non condividevo necessariamente il modo di agire. Ho sempre ammirato gli scrittori in grado di far questo. Quelli che sembrano non mettere a loro agio i lettori, che li provocano e li sfidano.

Ci fai qualche nome?

Quando ero all’inizio del mio percorso, ho letto molte cose, soprattutto americane. Era la fase in cui cercavo di capire quale potesse essere lo stile in grado di adattarsi meglio a quello che volevo scrivere. Dovendo fare i nomi direi Hemingway, Bukowski, Carver, Céline, Hamsun, Miller. Sono scrittori diretti, piuttosto autobiografici in quello che scrivono e nel come lo scrivono. «Brutal», come piace a me.