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«Scrivere è una reazione al mondo». Intervista a Paolo Zardi

Paolo Zardi

 

Ho incontrato Paolo Zardi presso la Libreria Zabarella di Padova, nel mese di febbraio, in occasione della presentazione della proposta editoriale di Racconti Edizioni. È stato un incontro molto interessante in cui si è discusso del racconto nell’editoria contemporanea e, più in generale, di editoria indipendente. Il piacevole confronto con Paolo e la redazione di Racconti Edizioni si è protratto oltre lo spazio della libreria e si è spostato nei locali dello spritz e poi al ristorante. Solo a tavola il discorso ha superato i confini della letteratura per approdare a un tema molto più alto: il tradizionale ragù de anara («di anatra» N.d.t) del basso Veneto. Da quella serata è nata una corrispondenza elettronica che ha generato questo dialogo intorno alla scrittura di racconti.


Paolo, partirei dagli esordi. Perché hai scelto la forma racconto, almeno per quanto riguarda i primi testi che hai pubblicato?

Fino a 35 anni ho letto molto, e scritto in modo saltuario e senza alcuna consapevolezza; poi, nel 2006, ho scoperto il mondo del blog. Ho scritto post di varia natura; quindi sono passato ai miei ricordi e, una volta finiti, ho iniziato a inventare storie. La lunghezza era quella tipica dei blog – una o due cartelle, una misura sopra la quale i lettori di Internet rinunciano a leggere. Erano racconti, in effetti, ma dietro la scelta di questa lunghezza c’erano motivi molto pratici.

Quando ho deciso che mi sarebbe piaciuto scrivere un romanzo – ed è successo quasi subito, già nel 2007 – ho scelto di affrontarlo come se fosse una sequenza di racconti. Questo approccio, sbagliato, ha fatto sì che i miei primi due romanzi non siano mai stati presi in considerazione da alcun editore; in compenso, invece, la Neo Edizioni ha apprezzato una raccolta che avevo messo in piedi nel corso degli anni e l’ha pubblicata. Dal punto di vista editoriale, il fatto che io sia uscito prima con i racconti e poi con un romanzo, La felicità esiste del 2012, è dipeso dal particolare percorso che ho seguito.

Al di là di questo, comunque, sento che la forma del racconto è più vicina al mio modo di scrivere e di immaginare le storie. Quando mi concentro su qualcosa di lungo, devo lottare con mille errori che inevitabilmente continuo a commettere – una certa rigidità nei passaggi tra una scena e l’altra, la perdita del ritmo, i personaggi un po’ macchiettistici. Nel racconto, invece, mi sento a mio agio. Anche la qualità del tempo che riesco a dedicare alla scrittura – ritagli tra il lavoro e la famiglia – sono più adatti alla scrittura di storie brevi.

 

Come nasce un tuo racconto? Quali sono gli elementi che di solito ti colpiscono e muovono la tua immaginazione?

 La genesi del racconto è quasi sempre molto lunga. Il punto di partenza è un piccolo evento che intercetto nella vita reale, un’increspatura, uno scarto improvviso, un improvviso cambio di prospettiva. Di questi spunti, ne ho registrati moltissimi – ce ne sono alcuni che ho in mente da quasi dieci anni – ma pochi di questi diventano racconti. L’incubazione è lentissima, quasi un processo di macerazione. Le domande che mi pongo riguardano il modo con il quale questo evento inaspettato diventa concreto: che caratteristiche deve avere il soggetto che vive questa esperienza, in quale contesto, con quali conseguenze. Questo processo avanza per approssimazioni successive, o, per essere precisi, attraverso delle “simulazioni”: verifico, tra me e me, come sarebbe il racconto se ad esempio il personaggio fosse un uomo sulla quarantina con famiglia e vedo che succede; se non mi convince, inizio a variare alcuni dettagli. Mi interessa molto la voce con cui verrà raccontata la storia – è un aspetto centrale, ed è tanto più importante quanto più breve è il racconto: anche su questo aspetto faccio diversi tentativi. Questa attività di incubazione, di macerazione, questa conservazione delle idee in botti di legno nascoste in cantine sotterranee, può durare anni e spesso si sblocca in modo inaspettato. E quando ho finito, quando sento di avere la storia in mente, so esattamente cosa voglio scrivere: la fase “esecutiva” della scrittura è veloce e concentrata – due ore la mattina, due la sera e ho finito.

 

Quanto è importante per te la lettura nella tua esperienza di scrittore? Quali sono i tuoi autori di riferimento? Quanto ritieni abbiano influenzato il tuo stile di scrittura e il tuo approccio all’osservazione della realtà che ti circonda?

Ho iniziato a leggere prestissimo, a quattro anni, grazie a mio fratello più grande che andava alle elementari, e aveva deciso di insegnarmi tutto quello che sapeva. Ho letto tantissimo, e di tutto: fumetti (quelli che ricordo di più sono le lunghe storie di Hugo Pratt, i quindicinali della Marvel, i polizieschi di Dick Tracy e i suoi terribili avversari pubblicate da Il mago, le strisce di B.C. e quelle di Mafalda, della quale mio padre mi regalò l’opera omnia, e i Peanuts, e gli albi di fantascienza), le poesie di Gianni Rodari, libroni di archeologia e spedizioni avventurose, manuali per ragazzi di astronomia, di biologia, di scienze, e i quotidiani e i magazine che giravano per casa, e poi romanzi e racconti che trovavo nell’enorme libreria di casa mia. Ero un onnivoro, e lo sono ancora, a dire il vero.

Scrivere è una conseguenza di tutte queste letture, ma non è un esito scontato. Da ragazzino scrivevo, anche se con poca convinzione, e poi per tanti anni sono stato zitto. Un amico mi ha detto che secondo lui ho iniziato a scrivere “veramente” quando sono diventato padre, e tutto sommato mi pare un’ipotesi realistica.

I miei autori di riferimento sono numerosi: da ragazzo ho amato Kafka e Kundera; poi, più adulto, Flannery O’Connor, Philip Roth, Nabokov, Martin Amis, David Foster Wallace, Flaubert, Čechov, Céline… Sono tutti autori caratterizzati da un approccio “ironico” alla scrittura, e da una voce con una forte personalità. Da ognuno di questi scrittori ho imparato qualcosa, e ognuno mi ha influenzato in misura molto più rilevante di quello che vorrei ammettere.

L’osservazione della realtà è il punto di partenza di ogni scrittura – scrivere è una reazione al mondo. Il passo successivo, però, è trasfigurare la realtà, camuffarla, travisarla e mistificarla, e soprattutto organizzarla secondo le esigenze dei racconti o dei romanzi. Nessun romanziere è mai stato un “realista” in senso stretto. In una lettera che Stevenson scrisse a Henry James nel dicembre del 1884, c’è forse il riassunto più preciso del mio punto di vista: “La vita è brutale, incoerente, sconnessa, piena di catastrofi inesplicabili, illogiche e contraddittorie. La vita inoltre lascia tutto sullo stesso piano, fa precipitare i fatti o li trascina indefinitamente. L’arte, invece, consiste nell’usare precauzioni e preparazioni, nel predisporre transizioni sapienti e dissimulate, nel mettere in piena luce, attraverso la pura abilità della composizione, gli avvenimenti essenziali, conferendo a tutti gli altri il rilievo adeguato.”

 

Qual è il tuo approccio da lettore alle riviste e alle antologie di racconti? E, secondo te, possono essere una valida vetrina per uno scrittore esordiente?

Cerco sempre di mantenere un occhio aperto sul mondo delle riviste e delle antologie, che rappresentano un termometro dello stato di salute della narrativa contemporanea. La mia esperienza personale nel mondo dell’editoria inizia proprio con la pubblicazione di un racconto in un’antologia di autori esordienti curata da Giulia Belloni, talent scout particolarmente attenta a intercettare gli scrittori absolute beginners. Quell’antologia, che si intitolava Giovani cosmetici e che aveva ricevuto una certa attenzione dalla stampa nazionale, mi ha consentito di entrare in un ambiente completamente diverso dal mio, e soprattutto di conoscere persone che poi ho continuato a frequentare, e che sono risultate fondamentali per il mio percorso di autore (tra tutti, Francesco Coscioni, allora solo autore, che poco dopo fondò la Neo Edizioni, la casa editrice con la quale sono cresciuto).

Il caso dell’autore che invia il manoscritto del suo romanzo a un editore e viene immediatamente pubblicato è abbastanza raro – il mondo editoriale è abbastanza impermeabile alle novità. Le antologie e le riviste rappresentano quindi un buon modo per fare le prime, necessarie esperienze.

  

Tre Racconti che consiglieresti a un aspirante scrittore.

Ci sono moltissimi racconti che ho amato, ma dovendone scegliere tre, partirei da Greenleaf, un racconto tra i meno celebri di Flannery O’Connor, autrice statunitense attiva tra gli anni quaranta e i primi anni sessanta, vera maestra del genere; in questo, c’è un finale che, a mio parere, rappresenta uno dei punti più alti mai raggiunti dalla narrativa di tutti i tempi.

Il secondo è un classico: La signora con il cagnolino di Čechov. Sublime. I due personaggi che si muovono in queste pagine malinconiche hanno un grado di esistenza che supera di gran lunga quello della maggior parte degli esseri umani che ogni giorno incrociamo nella vita reale.

E, infine, Mi basta l’aria, un racconto di Marina Sangiorgi, un’autrice che ho conosciuto proprio grazie all’antologia Giovani cosmetici e che purtroppo ci ha lasciati ancora giovane. Non è mai stato pubblicato ma si trova facilmente in rete – uno squarcio di umanità quasi insostenibile.

 

 
Autore di racconti e di romanzi, Paolo Zardi ha esordito nel 2008 con un racconto inserito nella raccolta Giovani cosmetici curata da Giulia Belloni (Sartorio). In seguito ha pubblicato due raccolte di racconti per i tipi di Neo Edizioni: Antropometria (2010) e Il giorno che diventammo umani (2013). Ha curato l’antologia L’amore ai tempi dell’apocalisse (Galaad, 2015). Nel 2012 ha pubblicato il suo primo romanzo La felicità esiste (Alet) e in seguito ha pubblicato tre romanzi brevi in ebook: Il signor Bovary (Intermezzi, 2014), Il principe piccolo (Feltrinelli Zoom, 2015) e La nuova bellezza (Feltrinelli Zoom, 2016). Il 2015 è l’anno di XXI Secolo (Neo Edizioni), finalista al Premio Strega e tradotto in spagnolo con il titolo Las chimeneas ya no echa humo (Tropo Editores, 2016). Alcuni suoi racconti sono stati tradotti in inglese e pubblicati sulla rivista Lunch Ticket dell’Università di Antioch (Los Angeles). Il suo ultimo romanzo, La passione secondo Matteo, è uscito a marzo 2017 per i tipi di Neo Edizioni. Il suo blog è grafemi.wordpress.com.

 

«Vivere è un’altra cosa». Intervista a Philip O’Ceallaigh

Photo by Owen CL

 

Roma, quartiere San Lorenzo. In un tardo pomeriggio di ottobre sferzato a sorpresa da un violento scirocco, incontriamo Philip O’Ceallaigh per una libera chiacchierata su Appunti da un bordello turco, raccolta con la quale ha debuttato in Italia qualche mese fa grazie all’occhio lungo della neonata Racconti Edizioni.

Irlandese di nascita e giramondo di indole, O’Ceallaigh ha il suo percorso di vita e di scrittura disegnato su una cartina geografica. Per anni (classe 1968) viaggia tra Romania, Russia, Spagna, Kosovo, Georgia e Stati Uniti. Tra un lavoro e l’altro legge molto, soprattutto cose americane. Si stabilisce poi a Bucarest nel 2000 facendo una scelta di vita opposta a quella dei tanti lavoratori che invece partono proprio da lì, dall’Europa dell’Est, verso i Paesi più ricchi in cerca di fortuna.

Nei trenta minuti che trascorriamo con lui, e durante la successiva presentazione alla Libreria Giufà, capiamo diverse cose. Ad esempio che l’idea di “fare carriera” non lo hai mai interessato e che, per sua stessa ammissione, è pigro. Calmo, talvolta flemmatico, si concentra molto mentre spiega le sue ragioni e se lo si punzecchia bene esce volentieri dalla sua laconicità irlandese. Non ama le barriere (e forse non è un caso per uno che vive all’Est) e ha un debole per gli autori che coltivano una certa vena autobiografica e metaletteraria. Gli scrittori un po’ brutali, alla Bukowski; quelli che non si fanno problemi a parlare di cose noiose o a mettere a disagio il lettore.

In Appunti da un bordello turco, ovviamente, c’è il riflesso di tutto questo, ma ci sono prima di tutto diciannove storie diversissime tra di loro. Le storie di uomini e donne (ma soprattutto uomini) alle prese con il tentativo di far quadrare i conti delle proprie esistenze mentre sullo sfondo va in scena lo squallore della periferia. Palazzoni grigi di dieci piani che cadono a pezzi e un’umanità inquieta e frustata fotografata benissimo dalla frase riportata in quarta di copertina: «Se ti vuoi fare un’idea di come se la passa una città devi andare a vedere i suoi margini. Il centro ti dirà che tutto va bene. La periferia ti dirà il resto».

Prendendo la palla al balzo, quindi, proviamo a chiedergli cosa gli dice Roma, ma ci ferma subito dicendo che essendo pigro (appunto) non ha fatto passeggiate. Allora viriamo speranzosi sulla notizia della giornata, il Nobel a Bob Dylan. La sua risposta non ci sorprende granché, ma è solo l’inizio di una stimolante conversazione sul senso della scrittura e sul perché anche una cosa semplice come guardare cadere la pioggia può trasformarsi in un atto di ribellione e forse, in fin dei conti, di amore.

 

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Domanda obbligata Philip. Che ne pensi del Nobel per la letteratura a Bob Dylan?

Ne sono veramente contento perché quest’uomo e la sua musica sono stati una costante fonte di gioia e ispirazione per me. Lo è stato quando ero un ragazzo e nei successivi trent’anni. Non conosco un altro cantautore popolare così creativo in termini di stile e musica e così in grado di esplorare qualsiasi genere folk, gospel, country, rock, blues. Ha fatto tutto ed è stato incredibilmente versatile. In alcune fasi della carriera è stato maggiormente legato alla tradizione poetica e narrativa presente nel folk americano, mentre in altre è stato capace di esprimere una sensibilità poetica moderna tutta sua. È stato versatile anche nel registro del linguaggio e nel modo in cui ha combinato questo con la musica.

Questa notizia mi fa felice anche perché è un riconoscimento alla poesia, che oggi è confinata in una specie di ghetto. Nelle università è entrata in un canone, è studiata e analizzata freddamente sulla pagina, ma in realtà in passato la poesia aveva una sua dimensione sociale, era legata alla musica alla preghiera, era una cosa viva. Forse il comitato del Nobel sarà criticato per aver fatto qualcosa di popolare, ma per quanto mi riguarda è una scelta interessante.

Quindi non pensi che la musica è una cosa e letteratura è un’altra?

Credo che questi confini siano ormai decisamente artificiosi. Sono costruzioni accademiche. La gente è ossessionata dai confini, dalle classificazioni, come quella tra racconti e romanzi. A loro modo, invece, sono tutte forme poetiche.

Ci sono tanti modi in cui le parole possono trovare una loro collocazione e un loro senso sulla pagina. In alcuni racconti prevale la storia, in altri ci sono descrizioni che però servono a riflettere su alcuni aspetti. Poi ci sono racconti come quelli di Bruno Schulz che hanno un certo grado di invenzione linguistica e raccontano anche attraverso le illustrazioni dello stesso autore. Per me non ha più senso vedere barriere.

Però c’è una differenza di linguaggio tra racconto e romanzo.

La differenza sta nel diverso livello di attenzione richiesto al lettore. I testi più corti sembrano suggerire una lettura più lenta. Per questo quella dei racconti è una forma più letteraria e meno popolare. Richiede un’attenzione speciale anche rispetto al come è costruito. Per la poesia vale ancora di più. La poesia richiede una lettura ancora più lenta. All’opposto, più ci si avvicina al romanzo, più si scivola in una forma di narrazione commerciale.

A proposito di scrittura, per te che cos’è? È una forma di resistenza alla realtà? O piuttosto una ricerca personale, una forma di istinto?

Scrivere, come leggere, richiede attenzione e la disponibilità a rallentare. Già questo contraddice il ritmo frenetico con cui viviamo quotidianamente perché siamo costantemente portati a fare sempre più cose e sempre più velocemente. In un certo senso quindi sì, scrivere è una forma di resistenza e leggere è come fermare il tempo e riflettere sulle cose. Mentre lavoravo ai racconti ne ero consapevole, a modo mio. La scrittura era un rifugio dalla confusione e dell’assenza di senso della mia vita. Era un sollievo sedermi nella mia stanza e lavorare al materiale grezzo delle mie esperienze cercando di dare loro una forma.

L’altro giorno ero a casa a Bucarest e pioveva fortissimo. Ho aperto la finestra, mi sono messo a osservare le luci e ho sentito gli odori. Era bellissimo. Scrivere è un po’ la stessa cosa. È riconsiderare le cose da un luogo protetto, ritirarsi in uno spazio sicuro per prendere le misure di quanto ci accade. Osservare la pioggia avendo un tetto sulla testa è bello. Non è come un’esperienza reale, che invece è difficile, dolorosa, scomoda. L’arte e la filosofia in qualche modo ti insegnano a guardare da una prospettiva, a coltivare una distanza, un distacco. Vivere, insomma, è un’altra cosa. La pioggia te la prendi tutta in testa.

C’è anche un lato estetico in tutto questo.

Sì. C’è anche un certo piacere nell’osservare la nostra esistenza “da fuori”. Faccio un altro esempio. L’altra sera guardavo Sieranevada, un film rumeno in cui ci sono molti scambi apparentemente senza senso tra i personaggi, dialoghi comunissimi, cose senza importanza. Il punto, però, è che quando sei in mezzo alle cose non te ne accorgi, eppure quando guardi tutto questo fluire di cose banali seduto comodamente in poltrona dà un certo piacere. Osservare le cose da lontano è bello, in un certo senso ci nutre. Essere in grado di replicare questo distacco è la chiave.

A proposito di distacco artistico. Se penso a te nel libro ti identifico nel personaggio del ragazzo pazzo che fa giardinaggio nel secondo racconto, Nel quartiere. Forse è l’unico personaggio veramente coerente con se stesso.

In realtà tutti i personaggi in quel racconto cercano di fare qualcosa che abbia senso. Anche i due uomini che cercano di coprire una buca, così come quello che prova a scrivere a fine giornata sono coerenti. Nel quartiere è un collage di diverse cose scritte negli anni. Non è stato scritto avendo in mente un romanzo ma è diverso dagli altri racconti perché ha molti personaggi e diverse prospettive. È lungo quanto doveva essere. Sapevo di dover lasciare quel posto (il palazzone di dieci piani dove Philip ha vissuto e che funge da ambientazione al racconto, n.d.r.) e volevo scrivere qualcosa per ricordarmelo, quindi ho raccolto tutte queste storie e le ho compresse in un’unica giornata connettendole l’una con l’altra. Nel quartiere l’ho scritto piuttosto velocemente. È stato il racconto più lungo ma non il più difficile da scrivere.

E qual è stato il racconto più difficile da scrivere? (Intanto nel bar dove siamo seduti suonano una canzone di Tom Waits. “Il prossimo Nobel”, si scherza…).

Per alcuni ci ho messo diversi anni e ho fatto diverse stesure. Direi che i più difficili sono stati Mentre affondo e Riportare i fatti.

Due racconti in cui non sembra esserci tanta speranza. Nel tuo mondo sembra impossibile instaurare rapporti solidi. Gli incontri tra gli inquilini del palazzo di Nel quartiere sembrano avvenire più una questione di pessima idraulica che per una reale volontà di condivisione.

Mi chiedo se sono io incline a vedere tutto questo o se fosse un riflesso dell’ambiente in cui mi trovavo. Non saprei dire con certezza da dove arriva. Certo l’ambiente in cui mi trovavo era molto duro, così come le persone che mi circondavano. Le città dovrebbero aggregare, ma a volte fanno esattamente l’opposto e la conseguenza è che le persone non possono fare altro che collidere tra di loro. A Bucarest è ancora così, ma allora in particolare era un posto duro con gente molto frustrata che viveva in periferie dove tutto era distrutto e cadeva a pezzi. Io mi sono trasferito lì nel 2000, dieci anni dopo la caduta del comunismo e c’era un senso vero di decadenza, di disintegrazione delle cose. Nulla di nuovo veniva costruito e questa disintegrazione esterna corrispondeva ad una disintegrazione sociale. Una situazione piuttosto demoralizzante.

Tu usi immagini forti. Descrivi il palazzo dove si svolge la seconda storia come «una sala d’attesa per idioti terminali».

Sì, diciamo che non ti sentivi proprio una cima vivendo lì e il dramma è che nessuno poteva andare via per ragioni economiche. Io ho comprato la casa dove stavo per cinquemila dollari e quella era diventata la mia postazione per interpretare la mia esistenza. Vero, era piuttosto difficile come situazione, ma era anche stimolante perché mi permetteva di osservare certi aspetti della vita nella loro forma grezza e senza che niente le attenuasse.

Ora una piccola provocazione (intanto ci portano il vino). Devo ammettere di aver desiderato un punto di vista femminile. Soprattutto nel racconto che dà il titolo alla raccolta. Come mai non lo hai inserito?

Non è stata una decisione conscia o almeno non era questo il punto. Per un certo periodo sono stato interessato alle dinamiche uomo-donna, ma poi ho perso interesse. Volevo il conflitto vero. Ad un certo punto ho capito che potevo trarre il massimo scrivendo storie da un punto di vista che sfidasse il lettore, raccontando di personaggi di cui non condividevo necessariamente il modo di agire. Ho sempre ammirato gli scrittori in grado di far questo. Quelli che sembrano non mettere a loro agio i lettori, che li provocano e li sfidano.

Ci fai qualche nome?

Quando ero all’inizio del mio percorso, ho letto molte cose, soprattutto americane. Era la fase in cui cercavo di capire quale potesse essere lo stile in grado di adattarsi meglio a quello che volevo scrivere. Dovendo fare i nomi direi Hemingway, Bukowski, Carver, Céline, Hamsun, Miller. Sono scrittori diretti, piuttosto autobiografici in quello che scrivono e nel come lo scrivono. «Brutal», come piace a me.

 

Wilderness nei sobborghi americani. Intervista con D. J. Poissant

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Photo by Davide Bovati

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in lingua originale 

La sede di NN è all’interno di una classica corte milanese, le case di ringhiera tutto attorno. David è già arrivato, ci saluta e ci offre da bere come se fossimo a casa sua, il caldo è atroce, si accetta senza sforzo. La sua gentilezza e disponibilità rompono presto il ghiaccio e ognuno pone le sue domande.

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Nella tua raccolta di racconti Il paradiso degli animali si nota la presenza di un paesaggio “addomesticato”: quartieri suburbani, autostrade con i famosi diners, un tòpos americano, ma nessun tipo di scontro con la natura selvaggia, persino con la natura selvaggia che può essere trovata in una metropoli, tutto è calmo e vivibile. È corretto?

Sì e no (ride), quello che volevo rappresentare in un paio di racconti è lo straniamento e la tensione di alcuni luoghi. In America abbiamo invaso molti ambienti dove vivono gli animali. Io ad esempio vivo ad Orlando e a trenta miglia lungo la strada c’è Disneyworld: una cosa da matti! Abbiamo costruito un castello sopra una palude e non ha alcun senso, perché noi non apparteniamo a questo luogo! È assurdo! Amo passeggiare nel mio quartiere per pensare. E ci sono molti animali di cui abbiamo invaso lo spazio. Si incontrano cervi, armadilli, una volta si incrociavano anche cinghiali e orsi, ma le persone li hanno fatti scappare. Ci sono molti uccelli, tartarughe, abbiamo anche un alligatore, l’alligatore è il mio vicino di casa in pratica. Ci sono molti stagni in Florida, tu non li vedi, ma sono lì sotto. Sì, credo di essere molto interessato a questa cosa: ci sono gli animali che possiamo tenere con noi: cani, gatti, gli animali domestici, e ci sono quelli che invece non possiamo. Come nel racconto L’Uomo Lucertola, quel tizio prova ad allevare un alligatore in una gabbia e le persone lo fanno per davvero, in Florida! Ogni anno qualcuno finisce sui telegiornali perché ha tentato di tenersi in casa un animale che non dovrebbe essere addomesticato, poi si stupiscono se vengono morsi. Guardalo, è un alligatore! Non è un cucciolo! Ci sono degli spazi che noi crediamo ci appartengano. Crediamo che non siano luoghi selvaggi, ma la wilderness è proprio ad un passo, rigogliosa, e possiamo coglierla. Ho risposto alla tua domanda?

Sì, avevo una domanda simile sugli animali, che sembrano altrettanto addomesticati: i bisonti nella riserva, o il mostro di Gila costretto in una scatola, quello non è il posto per un mostro di Gila. Ma tutte le interazioni tra uomini e animali avvengono in luoghi che non sono la wilderness, un altro tòpos americano. Come ti fa sentire?

Beh io stavo cercando di rappresentare una certa tristezza, il mostro di Gila in una scatola e l’alligatore in una gabbia. Noi tendiamo ad utilizzare gli animali per i nostri scopi. Penso che mentre sceglievo il titolo per la raccolta, ne volessi uno con una storia che mi parlasse. A volte capita di pensare se gli animali hanno un’anima, se c’è un dio anche per gli animali. Non so… io sono cresciuto in Georgia, sono cresciuto nei sobborghi. E anche ora che vivo in una zona più rurale della Florida, non conosco la wilderness come altri scrittori. Ce ne sono alcuni che stanno facendo un ottimo lavoro, ma vivono in altre parti d’America.

Un’altra cosa che si nota è la presenza di alcuni personaggi con un aspetto grottesco. Dan, nel racconto che dà il nome alla raccolta viene descritto con una cicatrice sul volto e gli manca un pezzo di orecchio. Ovviamente anche la ragazza de Il Braccio. Cosa cerchi in questi personaggi? Perché li hai scelti?

Dunque, io amo Flannery O’Connor, e lei era molto interessata al southern grotesque, al genere gotico, ma un’altra cosa che amo davvero arriva dai buoni film e dalla buona televisione. Come in The Wire, una delle mie serie preferite. Per questo show hanno scelto persone vere, che vivono veramente in un posto, e non sono persone bellissime. Quando guardi Friends, ad esempio, è divertente ma loro sono belli in maniera irrealistica! Chi ha sei amici che sono così belli? È una specie di paese immaginario. Io sono nato nella classe operaia, mio padre era un conciatetti, metteva le tegole sui tetti delle case. L’ho fatto anche io per un’estate ed è stato il lavoro più brutto che tu possa fare, fa così caldo, e le tue ginocchia devono tenere la presa sulle tegole come se fossero legate assieme. Io sono nato a New York, ma quando avevo sei anni ci siamo trasferiti ad Atlanta, mio padre ha cominciato a guadagnare di più e siamo diventati un po’ più classe media, ma mi sento ancora molto legato alle persone della classe operaia. Quindi una delle cose che volevo fare è raccontare le storie di persone che non sono per forza belle. Le persone si meritano che qualcuno racconti la loro storia, non importa quali abilità o disabilità abbiano.

Stai scrivendo un romanzo, vero? Qual è la differenza tra i due generi? Tra racconto e romanzo.

Sì, è vero… la risposta è sia facile che difficile, perché da una parte la prima bozza richiede molto più tempo. Posso scrivere la bozza di un racconto in un paio di giorni o un paio di settimane e passare il mese successivo a percorrere la bozza in lungo e in largo finché non è finito: riesci a tenere tutto tra le mani mentre scrivi. Al romanzo invece sto lavorando da due anni, e quando scrivi  trecento, quattrocento pagine, non puoi ricordarti cosa hai scritto a pagina cento, non puoi ricordarlo e basta. Quindi ci sono molte ripetizioni, bisogna fare molte revisioni. D’altra parte puoi scrivere e rivedere meglio perché è un unico blocco, e in quattro o cinque anni hai finito. Per fare questa raccolta ci sono voluti quasi nove anni, invece. Ogni racconto è breve, ma per averne abbastanza da mettere in un libro, ci vuole più tempo che a scrivere il più lungo dei romanzi, perché non è una storia sola.

E in Italia? Hai mai letto un autore italiano?

Calvino! Ho letto le sue raccolte e ne apprezzo soprattutto l’inventiva. Ci sono alcuni racconti un po’ strani nel mio libro, come ad esempio Il Bambino che Brilla o Quello che Vuole il Lupo, e credo che a tutti piaccia avventurarsi a volte in un mondo un po’ più magico.

È curioso, perché l’Italia non è un paese per racconti, solo ora qualcosa si sta muovendo. Ma alcuni dei più importanti scrittori di racconti, come Buzzati e Levi e lo stesso Calvino, scrivevano racconti fantastici, molto fantasiosi e che molto spesso avevano come protagonisti gli animali.

Allora devo leggerli! È interessante che tu dica che i racconti non vengono apprezzati, è lo stesso in America. E io conosco un paio di amici che lo dicono tutt’ora. Tutti preferiscono i romanzi! Io ovviamente amo entrambe le forme, e le leggo, entrambe. La cosa più bella del racconto è la sua concentrazione, la sua economia di linguaggio. Puoi ottenere il racconto perfetto. Quando hai cinquemila parole puoi lavorare su ogni singola parola, non ci sono scuse perché ogni parola non sia perfetta, al posto giusto. Invece il romanzo ha centinaia di migliaia di parole, non avrai mai un romanzo perfetto. Ho letto romanzi molto molto ben fatti, certo. Ma non perfetti. C’è sempre qualcosa che avresti scritto in un altro modo, o un capitolo che toglieresti.

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Dopo l’incontro con il pubblico e la traduttrice Gioia Guerzoni nella libreria Verso, ma soprattutto dopo alcuni boccali di birra e bicchieri di vino, torniamo umani, e come tutti gli umani parliamo di serie tv.

Sì! La tizia di Olive Kitteridge, quella che fa lo sceriffo in Fargo? È la moglie di uno dei Coen!

Ah sì? Non lo sapevo! Ecco perché è in tutti i loro film!

(ridiamo)