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David Poissant, Il paradiso degli animali

Di Claudio Correggioli 

C’è gente che ha la muscolatura striata di tipo uno ed è adatta per le maratone e poi c’è gente con la muscolatura di tipo due, perfetta per gli scatti. Comincio subito da un’ammissione di colpa: la mia fantasia, se fosse un muscolo, sarebbe di tipo uno: concepisce con una certa facilità storie lunghe e complicate, ottime per essere riempite di cose e tradotte in romanzi. Il racconto, però, è il regno della brevità. Della perfezione formale. Della sintesi e di quel delicato equilibrio di superfici che fanno intuire lo spazio che sottendono.

Ho scritto pochi racconti ma ciò non significa che io ne abbia letti pochi o che – peggio – non mi piacciano. Falso. Nella mia infanzia e adolescenza ho letto quasi solo storie brevi e brevissime, per la maggior parte di genere, e adesso che “sono diventato grande” apprezzo fino in fondo la capacità di uno scrittore di concentrare le emozioni nei racconti – non più di genere, però – che continuo a leggere. Distillarle, persino.

Uno degli autori che ho letto con maggior soddisfazione in questo senso è David J. Poissant con il suo Il paradiso degli animali pubblicato da NN Editore. Un autore giovane, con il quale Tre racconti ha avuto modo di fare due chiacchiere. Io ho scoperto questa raccolta grazie a quella forma moderna di passaparola che sono i commenti lasciati in rete da blogger, lettori e addetti ai lavori. So che mi posso fidare, perché è così che ho letto i libri migliori negli ultimi anni.

Il paradiso degli animali è un testo che mi è piaciuto subito perché la sua trave portante è una forma sottile di tristezza sulla quale si innestano squarci di salvezza mai banali. Il tutto sostenuto da una scrittura che mi è rimasta dentro con una sensazione che ormai provo di rado ed è questo il motivo per cui non posso fare a meno di accostarlo a certi racconti di Salinger o di David Foster Wallace, anche se so che qualcuno rabbrividirà a questa mia affermazione. Non sto parlando della scrittura in sé o dell’adesione più o meno formale a certe poetiche; parlo invece di una cosa molto intima che io per primo fatico a definire ma che non posso fare a meno di sentire; una cosa che mi fa esclamare senza ombra di dubbio: «Questi racconti mi piacciono!»

Come autore invece, cioè come persona addentro alle cose tecniche che riguardano la scrittura, ammiro il modo in cui Poissant trascina il lettore nelle proprie storie, facendolo sentire protagonista. Il narratore spesso in prima persona. L’uso dei tempi verbali. Soprattutto, la ricerca del termine che produca quella magia che la traduttrice, Gioia Guerzoni, ha indicato giustamente nel termine empatia.

Perché è proprio questo che mi affascina de Il paradiso degli animali: l’empatia tra me, che lo leggo, il protagonista che lo vive e l’autore, con cui sto dialogando al di là del tempo e dello spazio con quella meravigliosa forma di telepatia che è il libro.


Claudio Correggioli ha pubblicato Il geco sul primo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

 

 

Wilderness nei sobborghi americani. Intervista con D. J. Poissant

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Photo by Davide Bovati

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in lingua originale 

La sede di NN è all’interno di una classica corte milanese, le case di ringhiera tutto attorno. David è già arrivato, ci saluta e ci offre da bere come se fossimo a casa sua, il caldo è atroce, si accetta senza sforzo. La sua gentilezza e disponibilità rompono presto il ghiaccio e ognuno pone le sue domande.

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Nella tua raccolta di racconti Il paradiso degli animali si nota la presenza di un paesaggio “addomesticato”: quartieri suburbani, autostrade con i famosi diners, un tòpos americano, ma nessun tipo di scontro con la natura selvaggia, persino con la natura selvaggia che può essere trovata in una metropoli, tutto è calmo e vivibile. È corretto?

Sì e no (ride), quello che volevo rappresentare in un paio di racconti è lo straniamento e la tensione di alcuni luoghi. In America abbiamo invaso molti ambienti dove vivono gli animali. Io ad esempio vivo ad Orlando e a trenta miglia lungo la strada c’è Disneyworld: una cosa da matti! Abbiamo costruito un castello sopra una palude e non ha alcun senso, perché noi non apparteniamo a questo luogo! È assurdo! Amo passeggiare nel mio quartiere per pensare. E ci sono molti animali di cui abbiamo invaso lo spazio. Si incontrano cervi, armadilli, una volta si incrociavano anche cinghiali e orsi, ma le persone li hanno fatti scappare. Ci sono molti uccelli, tartarughe, abbiamo anche un alligatore, l’alligatore è il mio vicino di casa in pratica. Ci sono molti stagni in Florida, tu non li vedi, ma sono lì sotto. Sì, credo di essere molto interessato a questa cosa: ci sono gli animali che possiamo tenere con noi: cani, gatti, gli animali domestici, e ci sono quelli che invece non possiamo. Come nel racconto L’Uomo Lucertola, quel tizio prova ad allevare un alligatore in una gabbia e le persone lo fanno per davvero, in Florida! Ogni anno qualcuno finisce sui telegiornali perché ha tentato di tenersi in casa un animale che non dovrebbe essere addomesticato, poi si stupiscono se vengono morsi. Guardalo, è un alligatore! Non è un cucciolo! Ci sono degli spazi che noi crediamo ci appartengano. Crediamo che non siano luoghi selvaggi, ma la wilderness è proprio ad un passo, rigogliosa, e possiamo coglierla. Ho risposto alla tua domanda?

Sì, avevo una domanda simile sugli animali, che sembrano altrettanto addomesticati: i bisonti nella riserva, o il mostro di Gila costretto in una scatola, quello non è il posto per un mostro di Gila. Ma tutte le interazioni tra uomini e animali avvengono in luoghi che non sono la wilderness, un altro tòpos americano. Come ti fa sentire?

Beh io stavo cercando di rappresentare una certa tristezza, il mostro di Gila in una scatola e l’alligatore in una gabbia. Noi tendiamo ad utilizzare gli animali per i nostri scopi. Penso che mentre sceglievo il titolo per la raccolta, ne volessi uno con una storia che mi parlasse. A volte capita di pensare se gli animali hanno un’anima, se c’è un dio anche per gli animali. Non so… io sono cresciuto in Georgia, sono cresciuto nei sobborghi. E anche ora che vivo in una zona più rurale della Florida, non conosco la wilderness come altri scrittori. Ce ne sono alcuni che stanno facendo un ottimo lavoro, ma vivono in altre parti d’America.

Un’altra cosa che si nota è la presenza di alcuni personaggi con un aspetto grottesco. Dan, nel racconto che dà il nome alla raccolta viene descritto con una cicatrice sul volto e gli manca un pezzo di orecchio. Ovviamente anche la ragazza de Il Braccio. Cosa cerchi in questi personaggi? Perché li hai scelti?

Dunque, io amo Flannery O’Connor, e lei era molto interessata al southern grotesque, al genere gotico, ma un’altra cosa che amo davvero arriva dai buoni film e dalla buona televisione. Come in The Wire, una delle mie serie preferite. Per questo show hanno scelto persone vere, che vivono veramente in un posto, e non sono persone bellissime. Quando guardi Friends, ad esempio, è divertente ma loro sono belli in maniera irrealistica! Chi ha sei amici che sono così belli? È una specie di paese immaginario. Io sono nato nella classe operaia, mio padre era un conciatetti, metteva le tegole sui tetti delle case. L’ho fatto anche io per un’estate ed è stato il lavoro più brutto che tu possa fare, fa così caldo, e le tue ginocchia devono tenere la presa sulle tegole come se fossero legate assieme. Io sono nato a New York, ma quando avevo sei anni ci siamo trasferiti ad Atlanta, mio padre ha cominciato a guadagnare di più e siamo diventati un po’ più classe media, ma mi sento ancora molto legato alle persone della classe operaia. Quindi una delle cose che volevo fare è raccontare le storie di persone che non sono per forza belle. Le persone si meritano che qualcuno racconti la loro storia, non importa quali abilità o disabilità abbiano.

Stai scrivendo un romanzo, vero? Qual è la differenza tra i due generi? Tra racconto e romanzo.

Sì, è vero… la risposta è sia facile che difficile, perché da una parte la prima bozza richiede molto più tempo. Posso scrivere la bozza di un racconto in un paio di giorni o un paio di settimane e passare il mese successivo a percorrere la bozza in lungo e in largo finché non è finito: riesci a tenere tutto tra le mani mentre scrivi. Al romanzo invece sto lavorando da due anni, e quando scrivi  trecento, quattrocento pagine, non puoi ricordarti cosa hai scritto a pagina cento, non puoi ricordarlo e basta. Quindi ci sono molte ripetizioni, bisogna fare molte revisioni. D’altra parte puoi scrivere e rivedere meglio perché è un unico blocco, e in quattro o cinque anni hai finito. Per fare questa raccolta ci sono voluti quasi nove anni, invece. Ogni racconto è breve, ma per averne abbastanza da mettere in un libro, ci vuole più tempo che a scrivere il più lungo dei romanzi, perché non è una storia sola.

E in Italia? Hai mai letto un autore italiano?

Calvino! Ho letto le sue raccolte e ne apprezzo soprattutto l’inventiva. Ci sono alcuni racconti un po’ strani nel mio libro, come ad esempio Il Bambino che Brilla o Quello che Vuole il Lupo, e credo che a tutti piaccia avventurarsi a volte in un mondo un po’ più magico.

È curioso, perché l’Italia non è un paese per racconti, solo ora qualcosa si sta muovendo. Ma alcuni dei più importanti scrittori di racconti, come Buzzati e Levi e lo stesso Calvino, scrivevano racconti fantastici, molto fantasiosi e che molto spesso avevano come protagonisti gli animali.

Allora devo leggerli! È interessante che tu dica che i racconti non vengono apprezzati, è lo stesso in America. E io conosco un paio di amici che lo dicono tutt’ora. Tutti preferiscono i romanzi! Io ovviamente amo entrambe le forme, e le leggo, entrambe. La cosa più bella del racconto è la sua concentrazione, la sua economia di linguaggio. Puoi ottenere il racconto perfetto. Quando hai cinquemila parole puoi lavorare su ogni singola parola, non ci sono scuse perché ogni parola non sia perfetta, al posto giusto. Invece il romanzo ha centinaia di migliaia di parole, non avrai mai un romanzo perfetto. Ho letto romanzi molto molto ben fatti, certo. Ma non perfetti. C’è sempre qualcosa che avresti scritto in un altro modo, o un capitolo che toglieresti.

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Dopo l’incontro con il pubblico e la traduttrice Gioia Guerzoni nella libreria Verso, ma soprattutto dopo alcuni boccali di birra e bicchieri di vino, torniamo umani, e come tutti gli umani parliamo di serie tv.

Sì! La tizia di Olive Kitteridge, quella che fa lo sceriffo in Fargo? È la moglie di uno dei Coen!

Ah sì? Non lo sapevo! Ecco perché è in tutti i loro film!

(ridiamo)