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Immaginare il pensiero

La signorina Else di Arthur Schnitzler e Manuele Fior

Quando nelle biblioteche appare una nuova sezione, significa che qualcosa di grosso sta succedendo. Lentamente, un paio di centimetri alla volta, nuovi volumi prendono possesso di un angolo, di una mensola, di uno scaffale. Alcuni libri che nessuno vuole più leggere dovranno lasciare spazio alla novità, gonfiando un numero di collocazione che prima nessuno avrebbe mai notato.

741.5 Vignette, caricature, fumetti.

Ancora non hanno un codice solo per loro, le graphic novel. Ma hanno già occupato stabilmente un posto nelle nostre biblioteche, librerie, modalità di espressione culturale.
La traduzione letterale dall’inglese è romanzo grafico, ma forse per una volta dovremmo fidarci di questo falso amico e tradurre con novella grafica. Questo termine dal gusto medievale infatti porta con sé un altro significato: la brevità. Difficilmente la lettura di un albo va oltre poche ore e le rare eccezioni consistono soprattutto in raccolte e antologie. In realtà il tempo di lettura della maggior parte delle nuove storie illustrate si aggira attorno all’ora. Perché paragonarle al romanzo quindi? Non sono molto più simili ai racconti?

Come i racconti, le graphic novel hanno poco tempo, poco spazio, pochissime pagine per convincere il lettore a stare con lui. I meccanismi che l’autore ha a disposizione sono altri, e se segui Tre racconti fedele lettore, saprai già quali. Ma sono gli stessi per entrambe le forme? Per non prendere subito il largo in questa nostra avventura alla ricerca della risposta cominceremo da un’opera che non si allontani troppo da casa. La signorina Else, nella doppia versione di racconto, pubblicato nel 1924 da Arthur Schnitzler, e del suo adattamento illustrato firmato da Manuele Fior nel 2009.

Il racconto di Schnitzler è ambientato in un non meglio precisato momento del primo novecento, forse tra i due conflitti mondiali, a San Martino di Castrozza nelle dolomiti trentine. Le tumultuose lotte politiche che agitano l’Austria negli anni della pubblicazione non hanno alcun riverbero tra le pagine: non ci sono politici, militari o nobili di sangue, unico indizio che il vecchio Impero sia già tramontato lasciando il posto alle lotte tra i socialdemocratici e le squadre fasciste di Dolfuss. Ma in realtà all’autore, di professione medico, non interessava la salute del paese quanto quella dell’animo dei suoi personaggi. Negli stessi anni in cui viene alla luce l’Ulysses di Joyce, Albert Schnitzler utilizza il monologo interiore per indagare l’interiorità, con risultati che provocano l’invidiosa ammirazione del fondatore della psicologia moderna. Un unico, indivisibile, capitolo di 120 pagine esplora i pensieri di Else, una giovane ragazza della buona società viennese, la cui famiglia è costantemente sull’orlo del tracollo finanziario e che si gode una breve vacanza ospite della zia materna. Il mondo esterno lo percepiamo solo grazie ai suoni che in corsivo o con le note di un pentagramma interrompono il discorso dei pensieri di Else, che commenta, giudica, sogna, racconta e ci mostra un ambiente meschino e ipocrita, da cui in ogni modo cerca di fuggire. La lettera della madre che chiede aiuto sarà solo un pretesto, che si accoda ai tanti piccoli indizi che l’autore ci lascia in crescendo, il sonnifero, la montagna, gli uomini che potrebbero salvarla.

La prima cosa che si nota nella trasposizione è l’intervento d’autore di Manuele Fior. Sempre nel massimo rispetto dell’originale la storia viene adattata, divisa, sezionata: prima in due sezioni e poi ovviamente dal ritmo stilistico e costrittivo delle vignette. Prima assenti, le immagini che appaiono sulla pagina come il dialogo che apre il racconto, poi sempre più fitte, per rallentare e allentare la loro presa durante un sogno, un ricordo, una lettura. Nonostante il suo tratto morbido, Fior rende più aguzzo il racconto, entrambi gli autori seguono un climax, ma lui segue un percorso molto più accidentato, tagliando, spostando e alterando la tensione. La seconda è lo stile. Nelle recensioni si legge sempre: «Un omaggio alla secessione viennese!» E poi come un mantra i nomi di Klimt, Schiele e Kokoshka, direttamente dal libro di Storia dell’Arte delle superiori. Peccato che sfogliando le pagine e osservando le forme e il tratto si possono riconoscere giusto un paio di citazioni, mentre la presenza più ingombrante è sicuramente quella di Tolouse-Lautrec, il pittore francese famoso per le sue stampe art noveau e per i grotteschi schizzi del sottobosco umano parigino. Fior vive e lavora in Francia e il suo viaggio a Vienna, con l’eccezione forse di Schiele, non ha riportato poi molto. Nelle forme dell’acquerello però forse si può intuire il ricordo di qualcosa di più profondo e lontano, che emerge soprattutto nei sogni oscuri e nella follia di Else, e anche le figure orrorifiche di Goya appaiono come un ricordo lontano. Manuele Fior ama studiare e cercare le forme di corpi, visi, mani e piedi e riesce così nella traduzione visiva di un’opera in cui non c’è quasi nessuna descrizione, (i capelli sono biondi, il pullover è rosa, il vestito nero) perché il mondo vero è quello dentro la mente di Else.

I due autori insieme e da soli riescono a dare voce, silenziosa, alla disperazione esistenziale di una bambina non ancora donna, che non può fronteggiare da sola la vita di menzogna, solitudine e prostituzione che le viene promessa. E che alla bramosia di un vecchio e all’inettitudine della famiglia sceglie, per un momento, una fuga senza fine.