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Il mistero di Bartleby

photo by andrewrichardmalcolm.com/fox

Bartleby lo scrivano è un racconto famoso. L’autore, Herman Melville, è però più famoso per un’altra opera, che non potrebbe essere più diversa. Moby Dick è tanto lungo, complesso, variabile e ricco di citazioni quanto Bartleby è breve e agile, perfino ripetitivo. Nel primo abbiamo un autore inquieto, sperimentale, con un evidente problema di grafomania, una altrettanto palese ossessione per i cetacei e l’obiettivo di scrivere il Grande Romanzo Epico Americano; nel secondo invece domina apparentemente l’inerzia, il silenzio. Le distese sconfinate del mare aperto, contro un ufficio dalle finestre cieche.

Bartleby è un copista e lavora presso un avvocato a Wall Street, già allora cuore finanziario della nazione americana. Un giorno, senza motivo apparente, comincia a rifiutare le legittime richieste del suo capo con le parole: «avrei preferenza di no». Con il passare del tempo, preferisce di fare sempre meno e meno, diventando fantasma ed eremita, costringendo il suo smarrito datore di lavoro a scontrarsi contro un muro di gomma. L’impiegato, seppur sollecitato in ogni modo, non fornisce mai spiegazione al suo comportamento, si limita a preferire di non farlo. La trama è tutta qui, una straordinaria sequenza di pressanti domande e di altrettanto sfuggenti risposte.

Cominciai la mia prima lettura subito dopo aver trovato un lavoro: lontano da casa, molto tempo da passare sui mezzi da dedicare ai libri. E mi sembrò anche tremendamente adeguato: io non più studente, una grande azienda, ritmi in cui incasellarsi, l’efficienza della monotonia lavorativa. Lui, Bartleby lo scrivano, una perfetta trasfigurazione del piccolo impiegato travolto dall’omologazione utilitaristica, che eroico ci illumina di una ribellione assurda e immateriale: nessuna protesta, violenza, reazione, addirittura contestazione. Solo il semplice rifiuto di compiere il proprio dovere di clerk, solo una frase, estremamente barocca nella sua monotonia: «I would prefer not to». Solo che ovviamente anche io ero stato condotto lontano e avevo creato il mio copista personale, qualcuno che fosse lì ad ascoltare le mie preghiere. La mia immedesimazione non spiegava certo il “perché” di Bartleby: quali fossero le sue intenzioni, quali le cause, quale l’intuizione che lo aveva portato a scontrarsi con la normalità. Il copista restava un personaggio vuoto, fatto solo di parole.

Il racconto e il suo protagonista (proprio come il loro Autore e Demiurgo) si trovano in una strana posizione tra i personaggi di carta: schiacciato in quegli strani decenni prima dell’inizio della sovversiva modernità novecentesca e dopo la sovversiva modernità romantica. Guardandolo noi possiamo ben provare a incastrarlo tra le nostre figurine, non ancora Josef K. ma non di certo titano ribelle romantico.
Se dovessimo cercare somiglianze tra i suoi contemporanei dovremmo sì guardare oltreoceano, ma per cercare il «Please Sir, I want some more» di Oliver Twist, ripetuto con la stessa innocente determinazione, ma così diverso per tono, motivi e obiettivi.

Charles Dickens, che pure è prepotentemente presente in ogni lavoro di Melville e particolarmente in questo racconto, è un uomo del suo tempo. Cresciuto nello spirito romantico, è l’autore di romanzi di formazione per eccellenza, e se pure popola i suoi mondi di sordidi criminali dei docks londinesi e di orripilanti fabbriche mangia persone è solo per farne uscire i suoi protagonisti lindi come lenzuola appena candeggiate. Eroi di semplicità e tenerezza che lottano contro un mondo ingiusto per fare trionfare il bene. Il povero orfano però, che porta lo scompiglio nella Working House con la sua candida richiesta di un piatto supplementare di zuppa, è molto più vicino a un Lord Byron vestito di seta eroe per la libertà della Grecia che a Bartleby. Loro hanno una missione luminosa e buona, una causa superiore, mentre lo smunto impiegato fa quasi innervosire per la sua sterile ribellione ad un datore di lavoro che guardando bene, permette ai suoi dipendenti persino una certa ubriachezza molesta. Non bastano certo le giustificazioni o la fragile storiella riferita dall’avvocato a giustificare un tale comportamento, la diagnosi rimane incompleta.

Il mistero di Bartleby, della forza che lo spinge nella sua lotta senza senso, non ha ancora trovato una soluzione definitiva. Tra le tante interpretazioni e letture portate da Gianni Celati in coda all’edizione Feltrinelli nessuna soddisfa pienamente e probabilmente nessuna arriverà mai a farlo, perché il genio letterario di Melville voleva proprio questo: portare il linguaggio ai suoi limiti naturali e mostrarne la potenza nel momento di massima negazione, l’assenza di parola e significato, un silenzio custodito tra dolci fili d’erba. «Nessun discorso sarà mai più potente d’un silenzio in risposta a una domanda che ci è stata rivolta»[1]. scrive Celati.

Eppure.

Se tutto questo fosse solo un inutile ricamare su una banale frase? Se Bartleby non nascondesse nessun enigma? Se la misteriosa e delicata potenza che si cela sotto la cartapesta non fosse tanto profonda? Allora forse, per continuare a gustarmi per sempre il racconto, avrei preferenza di non saperlo.

 


[1] pp. XXVI, Introduzione a Bartleby lo scrivano di Gianni Celati, Feltrinelli, 1991 Milano