Sfidare la corrente

Perché leggere racconti è una sfida (anche contro se stessi)

 

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Photo by Jeremy Golberg – www.jeremy-goldberg.com

Per anni sono stata assuefatta ad un sistema romanzo-centrico, un circolo vizioso da cui faticavo ad uscire. Fino a quel momento, il momento, che vide i miei occhi inchiodarsi alla copertina di Cattedrale di Raymond Carver (“banale!”, direte probabilmente voi, ma incontrovertibilmente vero) e finii per restarne travolta.

Travolta da un’ondata di emozioni non previste, fu una totale e devastante epifania: fu come scoprire di aver vissuto con i romanzi una grande crociera fluviale letteraria, una gita in cui si ha tutta la calma possibile per scoprire la bellezza dei luoghi godendosi il panorama, in cui si ha il tempo per adattarsi all’ambiente circostante e capirne le dinamiche, scattando anche qualche foto, mentre in sottofondo la voce di una guida svela pazientemente curiosità ed dettagli e ne racconta la storia, per poi, con il primo racconto, ritrovarsi dal nulla improvvisamente proiettati a fare rafting, senza che nessuno spieghi alcunché, senza avere la possibilità di pensare, adattarsi o capire, ma solo quella di seguire l’istinto, facendosi trascinare dalla corrente, dai vortici, seguendo quel riflesso incondizionato che si ha di sopravvivere, col cuore in gola, sfrecciare velocissimi, planare sulle parole, ogni frase un senso di vuoto, come di precipitare, ogni dialogo una percezione di vertigine e precarietà, senza rendersi conto in tempo delle cascate, degli sbalzi e alle virate, consapevoli esclusivamente di quella sensazione di “voragine” alla bocca dello stomaco, unico appiglio vitale in questo fiume di incertezza e velocità. Perché alla fine ogni racconto è una storia di sopravvivenza.

La sopravvivenza dei personaggi – c’è infatti chi cerca di sopravvivere ad un lutto, ad un lavoro perso, ad un amore fallito, chi cerca una seconda occasione, chi tenta di superare una dipendenza, ma ognuno in sostanza cerca di sopravvivere a modo proprio agli affanni della propria esistenza e a se stesso – ma soprattutto la nostra sopravvivenza, e la vostra. Ecco allora che leggere un racconto assume la forma di due mani che vi prendono con forza e che vi fanno fare brutalmente i conti con la realtà delle cose:  una semplicità che attanaglia, un’immediatezza che non lascia spazio al superfluo e al ridondante, ma che coglie l’essenza stessa della vita in ogni suo aspetto, dipingendola con pennellate accennate e minimali, attraverso le storie di personaggi, probabilmente gli incontri più umani che avrete mai la fortuna di fare, che vanno e vengono come i tanti volti che entrano nella vostra visuale giusto il tempo di un viaggio in treno, un’attesa all’areoporto o una fila al supermercato, esistenze temporaneamente intrappolate con la vostra nel grande gioco degli incroci, coinquilini non previsti di una realtà inspiegabile e casuale.

Ogni racconto diventa un’esplosione con cui fare i conti all’interno di voi stessi, e poco importa se avrà un effetto immediato o un rilascio graduale, ciò che conta realmente è che vi sentirete un ingranaggio del sistema, sarete quella finestra con affaccio tanto più diretto sulla storia di quei personaggi quanto più profondo sarà il contatto che stabilirete con loro, e quanto più autentico percepirete il racconto, tanto più vi sentirete irrimediabilmente coinvolti, e la risposta che starete cercando risiederà precisamente in questo, nella potenza e nell’intensità delle sensazioni provate. Se è vero infatti che è per definizione breve, è anche vero che «Il racconto è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo o dilatandolo».[1], e al tempo effettivo della lettura – fugace, incalzante, spedito-  ne segue un altro, più importante, che è quello della riflessione e della filtrazione: quel tipo di tempo che fa sì che, nonostante i minuti o gli anni intercorsi, le sensazioni e i pensieri scaturiti da quella lettura riescano a filtrare goccia e goccia diventando un bagaglio esistenziale perenne, e si possano, a distanza di tempo, provare «quei sentimenti elementari, “di pancia”, che sono la ragione per cui noi tutti in realtà leggiamo»[2],  così come accade ancora adesso quando ripenso a Cattedrale di Carver.

Tutt’ora percepisco nitidamente l’ansia, la disperazione e il logoramento di Una cosa piccola ma buona, il rimpianto e le convinzioni sovvertite di Penne, fino al più che accennato ottimismo che trapela da Cattedrale, in cui l’accettazione dell’altro, del diverso, avviene unicamente grazie all’immaginazione e al dialogo, elementi troppe volte mancanti nella nostra vita di tutti i giorni. Più quelle storie vi saranno vicine, più intenso e duraturo sarà l’effetto che avranno su di voi.

Quindi non importa quanta e quale preparazione abbiate alle spalle, quali pregiudizi ci siano e quante paure prima del lancio possiate avere, perché non saprete quanta potenza avrà quella corrente finché non vi ci sarete spinti dentro,  non saprete quanto saranno violente quelle rapide e quanta forza occorrerà, ogni volta, per resistere, ma se siete disposti ad affrontarla, e con essa ad affrontare voi stessi, e a farvi trascinare, a farvi travolgere e coinvolgere da quelle stesse emozioni allora siete dei veri lettori di racconti, allora siete pronti per questi racconti. E Tre Racconti è la corrente giusta per voi.

Vi lascio con una voce “giusta”, la voce di David Foster Wallace, e precisamente con la risposta di Wallace alla domanda[3]: «Cosa crede che renda la narrativa magica in un modo unico?».

Oddio, questo potrebbe prenderci un giorno intero! Beh, la prima linea di attacco per questa domanda è questa solitudine esistenziale che esiste nel mondo reale. Io non so cosa tu stia pensando o come sei dentro di te e tu non sai come sono dentro di me. Con la narrativa credo che noi possiamo saltare sopra questo muro in un certo senso. Ma questo è solo il primo livello, perché l’idea di intimità mentale o emotiva con un personaggio è una delusione o meglio un artificio che è posto ad arte dallo scrittore. C’è però un altro livello in cui un pezzo di narrativa può diventare come una conversazione. C’è una relazione che si stabilisce tra il lettore e lo scrittore che è molto strana e molto complicata e difficile da spiegare. Per me un grande brano di narrativa può riuscire o meno a trascinarmi e farmi dimenticare che sto qui, seduto in poltrona. Ci sono opere commerciali che possono farlo, e una trama avvincente può farlo, ma questo non mi farà sentire una minore solitudine.
C’è però poi a volte una specie di “Ah-ha!”. Qualcuno almeno per un momento, sente o vede qualche cosa nel mio stesso modo. Non sempre succede. Sono dei lampi o brevi fiammate, ma a me ogni tanto succede. Ma mi sento non più solo — intellettualmente, emotivamente, spiritualmente.

Mi sento umano e non più in solitudine e in una profonda conversazione piena di significato e con un’altra coscienza in narrativa e in poesia, in un modo che non credo sia possibile con altre arti.

L’augurio più sincero che posso farvi è di trovare ogni volta questo “Ah-ha!”  in ogni cosa voi leggiate, di provare quella “voragine” che vi faccia sentire meno soli, quel raro senso di condivisione ed empatia, e, se li troverete qui, vuol dire che avremo fatto la scelta giusta.

 

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[1] Italo Calvino, “Lezioni americane”
[2] [3] David Foster Wallace, “The Salon Interview: David Foster Wallace.” intervista con Laura Miller, Salon 9 (1996) – Un antidoto contro la solitudine, Minimum Fax

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