Ma il mondo, non era di tutti?

Racconto di un’antologia sui confini

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Photo by Ashish_Choudhary

Ma il mondo non era di tutti?  è una raccolta di racconti collaborativa, che mette insieme voci diverse del panorama letterario italiano contemporaneo. Gli otto racconti che compongono questo libro, breve ma intenso, ruotano tutti attorno al concetto di confine.

Paolo Nori, autore della prefazione e curatore della raccolta, mette subito il lettore di fronte a una domanda di quelle toste:

Ha senso, oggi, in Italia, l’articolo primo della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, quello che dice che: “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Sono tutti dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni e gli altri con uno spirito di fraternità”?.[1]

Edite da Marcos y Marcos con il patrocinio dell’Arci, queste otto brevi storie (non solo racconti, ci sono anche una poesia, un brano a carattere più saggistico e una breve graphic novel liberamente ispirata a uno scritto di Pier Paolo Pasolini) non tentano di dare una risposta, ma spingono il lettore a confrontarsi con questo interrogativo.

Ogni autore ha provato ad affrontare il concetto di confine da un punto di vista diverso. Presentandoveli cercherò di darvi un assaggio di ciascun pezzo, senza spoiler eccessivi (ma se proprio siete molto molto sensibili alla faccenda siete avvisati).

Carlo Lucarelli ci porta nell’Africa coloniale, all’epoca in cui l’arrivo dei nostri connazionali significò, tra le altre cose, il caos per la vita di un umile pastore di capre, che più per stizza che per vendetta userà l’unico mezzo a sua disposizione per rivalersi nei confronti dei «sacri confini della Patria».
Emanuela Carbé affronta la questione del confine dal punto di vista linguistico, tra studenti universitari e ragazze orientali che nessuno sa da dove provengano, in una storia che ci insegna come spesso per capire qualcuno basta semplicemente provare ad ascoltarlo.
Antonio Pascale ci narra, con un breve excursus temporale, com’è cambiata l’Italia negli ultimi quarant’anni e di come, negli anni sessanta, anche il raggiungimento della costiera romagnola fosse un bel traguardo per qualcuno.  A scandire il ritmo del racconto, come le lancette di un orologio, sono i numeri sull’aumento della popolazione mondiale che ha visto, in quattro decenni, raddoppiare le proprie unità, e che nonostante le conquiste della tecnologia continua spesso a soffrire degli stessi problemi, ansie e paure.
Francesca Genti prega, per il mondo e per la parola. E attraverso di essa.
Giuseppe Palumbo reinterpreta con la penna, l’inchiostro e le chine la poesia Profezia 1964 di Pasolini, che parla di Alì dagli occhi azzurri, che «scenderà da Algeri su navi a vela e remi».
Monica Massari si interroga su come possiamo fare a comprendere, ascoltare e preservare le storie che ogni migrante porta con sé. Con la convinzione che in fondo per capire un fenomeno complesso una buona storia possa essere più utile della statistica.
Violetta Bellocchio sceglie come protagonista della sua storia un musicista di periferia, che prova a sbarcare il lunario come può ai matrimoni delle persone ricche (che comunque «fanno schifo come tanti altri»). Saranno l’incontro con una strega e la scrittura che gli permetteranno di riconciliarsi con il posto dal quale proviene.
Gipi (per una volta in veste di scrittore) ci racconta invece di quella volta che è stato buono, tipo nel ’92.

Confini fisici, ma anche linguistici, sociali e soprattutto mentali, quelli che sono protagonisti di Ma il mondo non era di tutti. Confini che hanno una caratteristica in comune propria del loro essere, l’isolamento dell’individuo di fronte a una realtà. Poco importa se si tratta di un migrante, di un meridionale o di qualcuno che semplicemente parla una lingua diversa, è l’etichetta di diverso a stabilire spesso il primo dei confini, quello più difficile da superare.

Altra protagonista della raccolta, stavolta in senso positivo però, è la parola. Parola come elemento costitutivo di un linguaggio, come preghiera, come mezzo per trasmettere il proprio vissuto a chi sta dall’altra parte. Sono le parole che possono aiutare a valicare il confine, e il racconto è uno dei contenitori più rapidi, efficaci e immediati per veicolarle al meglio.

 


[1] La citazione è tratta dalla prefazione.

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2 comments

  1. Buffo: anche l’ultimo numero di Effe mi pareva incentrato sullo stesso argomento. Che sia un caso o una contaminazione, comunque, è indubbio che il tema abbia bisogno di ogni approfondimento possibile. Il mondo diventa sempre più stretto: che sia “colpa” di Internet, della globalizzazione, delle guerre che spostano masse di profughi sempre più grandi o anche solo della sovrappopolazione (incredibile pensare che solo 40 anni fa c’era metà della gente, al mondo!) è necessario fare i conti con il fatto che il concetto di confine diventa ogni giorno meno adatto a gestire la vita.
    Se i politici tentano la carta facile delle barriere e dei muri, coloro che qualche tempo fa avremmo definito intellettuali hanno l’obbligo, non solo morale, di andare al di là dell’ostacolo e di indicarci nuovi modi pensare e parlare. Anche solo per sopravvivere.

    • Simone Giulitti says:

      Sono d’accordo con te Michele. Bisogna trovare nuove metriche con cui misurare il mondo. Il volersi trincerare dietro un confine (anche solo come concetto) significa solo fingere di non guardare il problema. Parlarne invece (in tutte le forme, come in questa raccolta) è quantomeno un inizio.

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