Lo Sfidante di F.X. Toole

Un giorno Mr. Nat Sobel, agente letterario di New York, riceve una raccolta di racconti sul pugilato. A mandargliela è un tizio abbastanza curioso: un ex rissaiolo settantenne con una montagna di sbronze sulle spalle, tre ex mogli, tre figli e che fra le varie cose ha combattuto i tori in New Mexico e fatto l’investigatore privato. Sobel resta impressionato e decide di cercare un editore, alla fine lo trova e Lo Sfidante (titolo originale Rope Burns: Stories from the Corner) viene pubblicata. Jerry Boyd, in arte F.X. Toole, diventa uno scrittore.

Non è tutto. Angelica Huston legge il libro e dopo aver pianto tantissimo dalla commozione, contatta un amico produttore cinematografico nel tentativo di piazzare una di queste storie a Hollywood. Per un tot di anni niente da fare, nessuno è interessato. Nessuno, tranne Clint Eastwood.
La fine di questa storia vera si chiama Million Dollar Baby: un film da quattro premi Oscar, certo, ma anche un racconto di Toole.

Quella di Boyd-Toole è la classica storia personale che viene fuori quando la fortuna, tra un rimbalzo casuale e l’altro, picchia addosso al talento di qualcuno che vive, anonimo, in quell’incasinato e polveroso mucchio selvaggio così tipicamente americano, fatto di reietti, scartati e mezzi falliti, che hanno come missione quella di campare e – magari – riuscire a rimediare ad un qualche errore o scelta avventata fatta lungo il percorso.

Terreno fertilissimo per la boxe. Ed è proprio da quel giro che arriva Toole, e si sa, da quelle parti le cose non vanno mai a finire del tutto in gloria. Non sarebbe né coerente, né estetico.

Toole getta la spugna, definitivamente, due anni prima che il film venga realizzato e diventi conosciuto in tutto il mondo, cospargendo tutta questa storia con un velo di leggerissima e romantica amarezza.

Lo Sfidante rimarrà la sua unica pubblicazione, assieme ad un romanzo uscito postumo e incompiuto dal titolo A bordo ring, che non ha però né la freschezza né l’originalità di questi racconti.

Che cosa ci sia per lui di così magico, esaltante e straordinario nel pugilato, lo racconta splendidamente nell’introduzione-confessione della raccolta, dal titolo Come entrare nel giro: un’introduzione. È una mini biografia ma, più che essere una serie di fatti cronologici della la sua vita, è la piccola storia dell’origine del suo amore per la boxe e la scrittura:

«La magia del ring è diversa da quella del teatro, perché il sipario non cala mai – e il sangue sul ring è sangue vero, e i nasi e i cuori che vanno a pezzi sono veri, e talvolta vanno a pezzi per sempre. La boxe è la magia di uomini nell’atto di combattere, la magia della volontà, della capacità, e del dolore, e di rischiare il tutto per tutto, così che uno possa rispettare se stesso per il resto della sua esistenza. Un po’ come scrivere.
Come per uno scrittore, più un pugile padroneggia la sua arte, più grande è la magia. Sia per lui, sia per gli altri».[1]

Nulla di particolarmente originale, si potrebbe di certo dire, anzi ha proprio quel gustaccio di banalotto che hanno tutti i discorsi motivazionali; ma è questa retorica del sacrificio, impastata di sudore, coraggio, fatica e dolore, senza nessun’altra speculazione filosofica, che costituisce la vera fede di ogni pugile (e scrittore). Non potrebbe essere diversamente.
Se un pugile non credesse con tutto il suo cuore che non c’è cosa più dignitosa che rialzarsi e continuare davanti ad un K.O. o ad una sconfitta, semplicemente non sarebbe un pugile. Deve crederci e basta. Le motivazioni sono tutte lì, in quella semplice magia di cui ci parla Toole.

Oppure nei soldi, se diventi abbastanza bravo da far sì che qualcuno paghi per vederti combattere. «È il business della boxe» ripete spesso l’autore.

Toole, rispetto ad alcuni grandissimi scrittori che pure hanno praticato il pugilato a vari livelli di semiprofessionismo come Hemingway e London, la sua passione l’ha vissuta da ogni prospettiva, ricoprendo praticamente tutti i ruoli che bazzicano attorno ad un ring.
È stato pugile, allenatore e “cucitagli”, ovvero colui che sta all’angolo e si occupa di sistemare ferite e sanguinamenti dei pugili per farli tornare a combattere. Forse, proprio l’aver saltato da un punto di vista all’altro, potendo così osservare la boxe in tutte le sue sfaccettature e angolazioni, gli ha permesso di non scriverne in maniera troppo idealizzata ed epica.
Ha il pregio di descrivere momenti atipici, situazioni che nessuno vede mai, aspetti privati e nascosti presenti in ogni disciplina, o arte, di cui vediamo solo l’esibizione pubblica o il prodotto finito, quando tutto è stato ripulito e il lavoro grosso terminato.

Come per ogni storia conclusa, anche dietro ad ogni match, si tratti anche del più infimo incontro da palazzetto di periferia, c’è l’enorme sacrificio, fisico e mentale, di quei pugili che al suono della campana faranno di tutto per staccarsi vicendevolmente la testa dal collo.
Ed è questo destino, che lega e accomuna coloro che salgono su un ring, a richiamare l’interesse di Toole: cioè che tutti, per tutta la carriera, negli allenamenti come negli incontri, verranno presi a botte, anche se sono dei vincenti.

Tra i suoi personaggi ci sono anche pugili viziati, manager sciacalli; attraverso le sue storie ci mostra trucchi, scorrettezze, giri di soldi, ci fa sedere all’angolo con uno dei suoi vecchi “cucitagli” e ci racconta quanto è frustrante seguire in maniera religiosa la dieta per non uscire dal peso, una vera prigione, rischiando di non combattere e perdere la borsa. Bisogna fare i conti con persone squallide, che però sono bravi pugili e soprattutto sono capaci di dare spettacolo, oltre che vincere. Vogliono solo guadagnare bene, per spendere bene. Fine.

È anche vero, però, che basta mettersi contro l’esperto uomo che sarà all’angolo, per mandare tutto a rotoli. Decisivo per rimettere in sesto le ferite, cercare di fregarlo sulla borsa o trattarlo come un povero vecchio scoppiato, è sufficiente per far finire male il match.
È il caso di Hoolie Garza, presentato così dal suo “cucitagli”, appunto:

«Fatemelo dire: Hoolie era un pugile coi controcazzi, un piccolo bastardo attaccabrighe. Con la mascella e il naso a becco che puntavano in due direzioni diverse. E pieno di cicatrici… tatuaggi dappertutto, fatti in prigione e in ogni singolo paese dove aveva combattuto, rose e pugnali, le solite cazzate… un furbo peso piuma messicano che si credeva più furbo di quello che era».[2]

Hoolie è uno dei protagonisti del primo racconto Un’aria da scimmia, quasi una storia di vendetta, che rappresenta bene il suo stile e che secondo me è anche uno dei migliori racconti del libro, insieme alla seconda storia.
L’ebreo nero racconta di Reggie Love, pugile non più giovanissimo, chiamato a fare da materasso.

«Nel pugilato il materasso è quello che perde, quello che il promoter fa incontrare al ragazzo che lui crede bravo abbastanza da diventare campione. Il materasso è quello che adoperano per fargli fare carriera. Così il ragazzo del promoter diventa un avversario da battere, comincia a beccarsi borse importanti, magari lo portano al titolo. Vincere un titolo vuol dire soldi, e per il promoter essere in pista».[3]

Il problema, per Dashiki, più giovane e promettente avversario, è che Reggie non si sente ancora sul viale del tramonto ed è intenzionato a dire ancora la sua. Entrambi potenti, colpiscono duro, ma Toole, che definisce il pugilato una scienza in cui la strategia ha un’importanza primaria, ci ricorda che «la boxe sembra una cosa di muscoli, due coglioni che se le danno in testa, lassù. Ma non si tratta di usare solo la forza, è come la si usa. La boxe è una questione di cervello, una volta che col fisico sei a posto».[4]

Se in Italia abbiamo avuto la possibilità di leggere questa raccolta e conoscere questo autore, lo dobbiamo sicuramente alla potenza del cinema, come già raccontato all’inizio, a Clint Eastwood e Hilary Swank, straordinari interpreti nel film che prende il titolo dal terzo racconto: La ragazzina da un milione di dollari.
È una storia davvero bella e commovente, ma in cui lo stile di Toole non si addolcisce troppo, nonostante alcuni passaggi davvero da pelle d’oca.
Non c’è dubbio che sia il racconto più cinematografico di tutti, reso avvincente da una precisa sequenza di inneschi drammatici, alternati a qualche successo sul ring, che porteranno all’episodio clou del racconto (forse l’unica vera forzatura ed esagerazione, in fatto di verosimiglianza), e quindi diretti al finale tragico, terribile e toccante.

Meggie, una campagnola cresciuta nel Missouri in una roulotte e con una famiglia abbastanza problematica, ama la boxe ed è determinata a combattere, e pure a fare qualche soldo per sistemarsi, ma Frankie Dunn, un vecchio coach burbero, è restio ad allenare una ragazza. Troveranno un accordo, basato su una semplice proposta fatta da Frankie «tu fai quello che dico io. Io non faccio quello che dici tu»[5]. Affare fatto. E la storia decolla.

Il mio personaggio del cuore, però, è Dangerous Dillard Fighting Flippo Bam-Bam Barch, protagonista di Acqua Ghiacciata. Un nome da combattimento semplicemente memorabile.

Dee Dee, come lo chiamano tutti per ovvie ragioni di risparmio, è un bianco, bianchissimo anzi, che per potersi allenare si è fatto dal Missouri alla California in autostop, mettendoci una settimana. Ci teneva ad essere allenato dall’ex pugile Curtis “Inno” Odom. Una storia tenerissima, di un ragazzo che nel pugilato non sfonderà mai, ma che dice a se stesso, gridandolo poi a tutta la palestra quasi a motivarsi, di voler mettere al tappeto lo storico pugile Thomas “Hitman” Hearns. Ma Dee Dee forse è solo in cerca di qualche ora di dignità. Non ci è dato sapere molto della sua vita, ma si capisce benissimo che la fortuna con lui, ha fatto il giro largo.

«Inno lavora con chiunque gli batta sulla spalla. Se sono giovani, ci lavora gratis, persino con i ciccioni, perché non puoi sapere cosa c’è dentro un ragazzo finché non viene colpito. Joe Frazier era un ciccione».[6]

I racconti che completano la raccolta, e anche i più deboli secondo me, sono Combattere a Philly e Lo Sfidante, appunto.

Resta il fatto che, forti o deboli che siano, in quasi tutte e sei le storie non c’è molto tempo per rifiatare. I ritmi sono serrati come in un incontro, dove il minuto di pausa tra una ripresa e l’altra è davvero un scheggia di tempo. Non c’è spazio per troppe riflessioni sull’esistenza, i ricordi o le nostalgie, e se ci sono passano come uno sbuffo di terra alzata dal vento, mentre mangi una torta in una tavola calda qualunque lungo la strada, pensando ai vecchi tempi dell’infanzia e ad alcune persone di cui senti sempre di più la mancanza.
Giusto il tempo di finire una torta al limone per farsi passare la fame e poi i suoi personaggi salgono in macchina e guidano verso il prossimo match, verso la prossima paga.

Toole ha una penna efficace e naturale nel puntellare questo mondo, e la precisione e musicalità dei dialoghi sono i suoi punti di forza.
Lascia intendere che il pugilato è una di quelle esperienze che, per essere capite fino in fondo, vanno semplicemente provate. Lui ci presenta il giro, ma il pregio di questi racconti è anche quello di essere avvincenti pure per chi non ha mai avuto particolare interesse verso il pugilato.
Diamo una sbirciata al backstage del grande e leale, tanto quanto sporco, mondo della boxe.

Le belle storie di redenzione sono poche, pochissime rispetto al numero di persone che inseguono una passione, ed è per questo che le belle storie non fanno statistica.
Per la maggior parte dei pugili non cambierà mai nulla, saranno solo giorni di fatica, uno dietro l’altro, finché la testa e la costanza reggeranno i colpi, le diete, gli allenamenti.

Come dice Joyce Carol Oates nel suo bel saggio Sulla boxe (consigliato più che altro agli impallinati totali) «la boxe non è una metafora, è la cosa in sé»[7]. Qui e ora.

Perché la vita causa a tutti dolori fortissimi, che si propagano anche per anni dentro di noi; ma è sempre bene non dimenticarsi che una combinazione di pugni portata come si deve fa i suoi danni. Ed è a quello che devi pensare durante una ripresa, è da quel dolore che ti devi difendere, perché lì, sul ring, quel momento fatto di carne ed ossa, fa terribilmente più male della vita.

Per concludere, se dovessi scegliere un aforisma sul pugilato, tra tutti quelli che si possono trovare sui libri o in rete, e ce ne sono davvero tanti, quello che mi piace di più, che trovo più adatto e adattabile, buono per la boxe, la vita, i sogni, insomma per tutte le stagioni, è uno solo. Una frase attribuita a Joe Louis, leggendario peso massimo, ma in realtà pronunciata da quell’altra leggenda di Mike Tyson, e che fa più o meno così: «Tutti hanno un piano, fino a quando non prendono un pugno in faccia».

 


[1] F.X. Toole, “Come entrare nel giro: un’introduzione”, in Lo sfidante, Garzanti, 2007 (pag.18)
[2] F.X Toole, “Un’aria da scimmia”, in Lo Sfidante, Garzanti, 2007 (pag.29)
[3] F.X. Toole, “L’ebreo nero”, in Lo Sfidante, Garzanti, 2007 (pag.53)
[4] F.X. Toole, “L’ebreo nero”, in Lo Sfidante, Garzanti, 2007 (pag.71)
[5] F.X Toole, “La ragazzina da un milione di dollari”, in Lo Sfidante, Garzanti, 2007 (pag.93)
[6] F.X. Toole, “Acqua Ghiacciata”, in Lo Sfidante, Garzanti, 2007 (pag.170)
[7] Joyce Carol Oates, Sulla boxe, 66THA2ND, 2015 (pag.89)

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