Numeri e parole per spostare confini e colmare distanze. Intervista a Chiara Valerio

Chiara Valerio è Chiara Valerio. Farle domande è un po’ come correre sulle montagne russe. Sai bene che ti stai muovendo su due binari che fortunatamente, essendo due rette parallele, non si incroceranno mai, ma sai anche che, comunque, sei seduta su un proiettile che sfreccia sul vuoto, con sprezzo totale delle tue funzioni fisiologiche. Eccitazione, quindi, ma anche una sana e discreta voglia di sopravvivere con stile all’esperienza.

Fortunatamente, buone notizie. Tutti vivi dalle parti di Tre racconti. Non possiamo dire la stessa cosa per Dostoevskij… ma ci consoliamo sapendo che il buon “Dosto” ha abbastanza spirito per prenderla bene.

Conclusa l’avventura di Tempo di Libri, di cui è stata l’indefessa organizzatrice, Chiara Valerio ha gentilmente risposto alle nostre domande. Visto che la nostra “missione” su questo blog è parlare solo di racconti, per lei abbiamo fatto un’eccezione e siamo partiti dalla sua ultima fatica letteraria, quella Storia umana della matematica che se non ha messo proprio tutti d’accordo ha sicuramente il merito di aver offerto una interpretazione non banale al concetto di (auto)biografia. E non solo quello.

Come spesso accade, infatti, a chi nutre una grande curiosità per le cose del mondo, scavare nelle vite dei grandi geni che hanno contribuito a plasmarlo non si rivela mai un’operazione asettica. Succede che chi ne parla finisce inevitabilmente per mettersi in gioco e raccontare molto di sé offrendo al lettore una mappa affascinante delle proprie emozioni e del proprio ideale di nobiltà. In breve, del proprio percorso di crescita umana. Chiara Valerio non ha fatto eccezione.

Ora, per quanto mi riguarda, volando alto posso riassumere così: le parole, così come i numeri sono due linguaggi dall’infinito potenziale. Due codici (non per forza alternativi) dei quali ci possiamo servire per scrivere il nostro mondo, costruirne uno nuovo e, magari, farci entrare le persone che contano. Sono due strumenti per conoscere e per amare. Perché alla fine sempre lì andiamo a finire; alla voglia di scoprire noi stessi e gli altri mentre viviamo.

Allargare le cose, dare spazio a ciò che conta. E i libri, se sono scritti onestamente, lo fanno.

Ma veniamo alle domande.

 

Salve Chiara. Partiamo dal suo ultimo libro. Oltre che una bella occasione per scoprire storie e vicende di personaggi poco noti al grande pubblico, Storia umana della matematica è un meraviglioso racconto polifonico sul ruolo dell’immaginazione come motore del progresso umano (e personale). Che cos’è per lei l’immaginazione?

L’immaginazione è una possibilità di esistenza. Penso sia soprattutto questo. Anche in matematica dove i teoremi si dicono, per esempio di esistenza, o di esistenza e unicità.

Afferma che la matematica è una grammatica. Se è così, cosa ci possiamo scrivere? Alla fin fine, il mondo e la sua comprensione si riduce ad una questione di linguaggio?

La trova una riduzione? Io no. Penso che esista solo il linguaggio. Che sia dei gesti, delle immagini, delle parole, dei sentimenti, poco importa. Ma è un linguaggio, un codice, una abitudine. Dipende dal significato che lei attribuisce alla parola linguaggio, non crede?

Cito dal libro «deduco che la matematica è un atto di fede fino a un certo punto e la letteratura, per converso, è un atto di fede da un certo punto in poi». Ci spiega meglio questa frase?

È spiegata nel libro, anzi, non spiegata, raccontata attraverso alcuni esempi, che nella mia testa sono incontrovertibili…

(A questo punto riportiamo il passaggio che ci ha indicato)

Ho creduto che un triangolo iscritto in una semicirconferenza fosse rettangolo.
Ho creduto che due più due facesse quattro in ogni caso, fortissimamente.
Ho creduto che la parabola fosse una conica con un fuoco all’infinito.
Ho creduto che la serie geometrica di ragione minore di un mezzo convergesse.
Ho creduto che alcune serie avessero una ragione.
Ho creduto, talvolta, di avere anche io una qualche ragione.
Ho creduto, soprattutto, che senza un sistema di vettori linearmente indipendenti non potessi costruirmi uno spazio. E nel Teorema di Pitagora.
Ho creduto molto prima di capire. Ascolta papà.
Da ciò deduco che la matematica è un atto di fede fino a un certo punto e la letteratura, per converso, è un atto di fede da un certo punto in poi.
Non ho creduto che Dante sia sceso all’inferno e asceso prima al Purgatorio e poi al Paradiso.
Non ho creduto all’ossessione di Acab per la balena.
Non ho creduto che Mrs Dalloway avesse detto che i fiori li avrebbe comprati lei.
Non ho creduto ai biscotti e alle bevande che rimpiccoliscono e ingrandiscono. Né ad Adriano che seppellisce Antinoo in una durata senz’aria dunque senza tempo, o che Sarah Malcolm ti fosse apparsa in sogno. Poi sono stata tutte quelle cose e in quasi tutti quei posti (ma è perché non sono una viaggiatrice). Il verbo si è fatto carne, la carne (talvolta) si è disfatta, io l’ho (sempre) seppellita, e funziona ancora così, mi basta leggere.

Da quel punto, che non ha parti, dove finiva la fede della matematica e iniziava quella della letteratura cominciavano tutti i miei disegni di bambina, di adolescente, di adesso.

 

In un altro paragrafo ripercorre il momento in cui lei stessa, matematica per formazione, è maturata. La Storia, infatti, è anche la sua. Il racconto di come lei è passata dal “voglio solo sapere il risultato giusto” al “voglio capire”. Come ci si arriva? Cosa c’è in mezzo?

Credo ci sia sempre in mezzo la terza prova di Indiana Jones ne Indiana Jones e il tempo maledetto. Il film. La terza prova è il salto della fede, quando uno si trova davanti a qualcosa che razionalmente non ammette ma non ha altra scelta perché la curiosità o la necessità possono essere impellenti. Solo saltando con un balzo a piè pari dalla testa del leone potrai raggiungere il Graal. Dal che si capisce anche che la fede può essere un difetto ottico (Indiana Jones non vede una passerella che in realtà c’è), ma che non importa. Non importa se le nostre intenzioni risultano essere un difetto ottico, l’importante è avere l’intenzione. Nel mio caso, da bambina, e da non più bambina, l’intenzione di capire.

A proposito di Dostoevskij, di cui lei riporta un passaggio tratto dai Karamazov, in una lettera al fratello del 1839 scrive: “Amo le scienze militari, sebbene non tolleri la matematica. Che strana scienza, e che sciocchezza occuparsene! Mi basta studiarla nella misura in cui essa è necessaria per diventare ingegnere o forse un pochino di più. Ma perché mai dovrei diventare un Pascal o un Ostrogradskij? La matematica, senza una qualche applicazione pratica, equivale a un punto zero e in essa c’è tanta utilità quanta può essercene in una bolla di sapone”.

Non so che dirle. Mi pare una tale sciocchezza. Ma sarà che io non ho nessun principio di utilità. Non capisco perché qualcuno possa scegliere o voglia scegliere qualcosa per un principio di utilità… poi la matematica non è inutile, anzi, è l’unico linguaggio che ci ha mandato oltre le stelle fisse, anche da questo punto di vista, la matematica è straordinaria. Ma la cosa più straordinaria è che la matematica non viene toccata né dalle mie blande difese né dai sospetti di Dostoevskij. La matematica, pur essendo molto umana, riesce a essere, al contrario degli umani, fuori dal tempo e dallo spazio.

Visto che è un po’ inconsueto, a chi pensava mentre scriveva questo libro? Cosa vorrebbe restasse ad un lettore dopo aver sfogliato l’ultima pagina?

Non è una cosa alla quale penso. Io penso a scrivere e aspetto di vedere cosa pensa chi legge. Sono troppo curiosa per pensare a un lettore, e troppo poco interessata alla dimensione didattica delle cose per chiedermi cosa resterà a chi legge. Non so, me lo dica lei, cosa le è rimasto da questo libro?

Devo ammettere che sul V° postulato stavo per gettare la spugna ma poi ho tenuto duro. E ho fatto bene perché ho scoperto tanti uomini di genio e altrettante imprese intellettuali. Sicuramente mi è rimasta la voglia di leggere Flatlandia. In sintesi trovo che questo libro sia il racconto della crescita di una bambina (lei), ma anche un viaggio nelle infinite possibilità di ciò che ci rende umani. Un viaggio non per tutti però. Ma questo è solo il mio umile punto di vista…  

Cambiando discorso, a proposito di crescita, ci può raccontare come è arrivata a tradurre autori non certo facili come Virginia Woolf?

Lavoravo nella casa editrice Nottetempo con Ginevra Bompiani. E ci siamo chieste, allo scadere dei settant’anni dalla morte di Woolf, quale libro ritradurre. Io ho proposto Flush e Ginevra mi ha detto perché non lo traduci tu? Ci ho messo due anni ma alla fine, seguendo anche la dura e necessaria disciplina di Ginevra, ho fatto un lavoro di cui a distanza di anni sono ancora soddisfatta. Poi da Flush, abbiamo deciso di proseguire, seguendo e calcando una “linea comica” di Woolf, così, negli anni sono usciti Freshwater (l’unica commedia scritta da Woolf) e Tra un atto e l’altro (che è un libro comico per la maggior parte delle pagine… ma su Tra un atto e l’altro ci sarebbe molto da dire, e mi fermo qui).

Come decide quale libro tradurre? Quand’è che un libro va ritradotto?

Sempre? Non so. Un libro tradotto vive del flabello delle voci da cui è stato tradotto. Vive del e nel caleidoscopio di voci. Quindi direi, se uno ne ha l’improntitudine e la possibilità (parlo dei classici perché per i viventi è tutta un’altra storia), di tradurre, tradurre, tradurre. È anche un ottimo esercizio di scrittura e di sguardo.

Tre racconti è un progetto nato per promuovere le voci nuove che si cimentano con la forma breve. Ci sono racconti che consiglierebbe a chi vuole leggere e scrivere di scienza? 

Buzzati, D.F. Wallace, Bjorn Larsson, i primi che mi vengono in mente. Il sistema periodico di Primo Levi. Sì, Il sistema periodico.

Quali consigli darebbe a chi vuole provare a scrivere storie, in generale? Cos’è che fa funzionare un racconto?

Io non caldeggio, non sprono, non consiglio. Se volete scrivere, fate come ho fatto io, rubate da quelli che hanno scritto prima, Se volete scrivere, leggete.

Esiste un modo più giusto di altri di leggere? Ci sono letture che vanno fatte a prescindere o il percorso migliore è sempre quello più personale, che segue il proprio cuore?

Non esistono aggettivi o specificazioni o composizioni del verbo leggere. Si legge e basta, ciascuno a modo proprio.

Quali sono i libri che l’hanno fatta crescere o hanno influenzato il modo di percepire cose e persone?

Cambiano ogni volta che rispondo a questa domanda. Però ci sono dei grandi classici, degli invarianti, come si dice in matematica, Al di qua o al di là dell’umano di Ludovica Koch, I quaderni di Simone Weil, I Malavoglia di Giovanni Verga, Fosca di Tarchetti, Lo scimmiotto di Wu Cheng-en e Il Genji di Murasaki, anche La strada di Swann di Proust (odio e amore per Odette ogni volta che ci penso). Però davvero la risposta varia ogni volta.

In un suo intervento all’ultima edizione di Più Libri più Liberi di Roma (presentazione dell’ultimo rapporto AIE sui numeri dell’editoria indipendente, insieme a Gianni Peresson) ad un certo punto ha detto: “Il fatto di voler allargare le cose ha a che fare con il leggere molto…”. Ce la può commentare?

Beh, se leggi molto sei naturalmente abituato a considerare l’altro, e quando consideri l’altro, devi considerare lo spazio per l’altro. Credo volessi dire questo, ma ci penso mentre le rispondo. Non essendo un aforisma non so se possa valere fuori dal contesto in cui l’ho detto. Ma è plausibile che abbia pensato quello che le ho detto ora.

Cosa pensa del recente moltiplicarsi delle riviste letterarie nate online? È un fenomeno che secondo lei può contribuire ad “allargare le cose” in ambito editoriale? Pensa che le riviste possano intercettare nuovi bisogni di lettura o magari “plasmare” nuovi lettori?

Penso che le riviste, e mi riferisco soprattutto a Nuovi Argomenti che ancora bazzico o a Nazione Indiana a cui ho collaborato per anni, siano l’occasione di misurarsi con una scrittura che già si dispone a essere letta. Dunque siano una buona palestra per chi pensa che comporrà, colmerà, la distanza tra sé e gli altri, scrivendo.

A proposito di Fiere, la prima edizione di Tempo di Libri è partita con un successo di pubblico che non era affatto scontato. Ci può fare un bilancio di come è andata? Cosa pensa sia stato apprezzato di più?

Credo che abbiano funzionato molto bene le committenze. Gli incontri su Jane Austen per esempio, gli incontri sui traduttori o quelli sui “morti di successo” e in generale ha funzionato molto bene la novità che anche gli scrittori sono venuti da lettori, dunque a parlare di temi, e non dei loro libri. Siano venuti “con” i loro libri e non “per” i loro libri. Ecco questo passaggio di preposizioni semplici.

Una domanda che mi preme farle per chiudere in bellezza… Li fa ancora gli esperimenti di balistica lanciando in aria i gatti come racconta nel libro? E i gavettoni in spiaggia? I suoi hobbies sono tutti così pericolosi?

Tutti i miei hobbies si trasformano in ossessioni, ma non ho più gatti da lanciare… i gavettoni sì, li faccio e li subisco sempre (e credo sempre più spesso visto che mio nipote ha tre anni e non potrà far altro che specializzarsi…).

 

 

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