Heinrich Böll, la zia Milla e il dottor Murke

La Cupola del Reichstag (foto di Paola Sabatini)

 

Complice un breve soggiorno a Berlino, ho riletto da poco un’antologia di racconti di Heinrich Böll, edita da Bompiani negli anni ottanta, intitolata Racconti umoristici e satirici[1]. Non ricordavo questo filone della sua produzione letteraria, forse perché associo più facilmente il suo nome alle protagoniste dei suoi romanzi più celebri, donne che hanno accompagnato i miei anni universitari, come  Katharina Blum e il suo onore perduto, Leni Guytren  e la sua foto di gruppo, Maria e le opinioni del povero clown e infine, la meravigliosa e silenziosa Käte, protagonista di uno dei romanzi dedicati all’amore coniugale più belli che io abbia mai letto, che prende il titolo da uno spiritual che vi consiglio di ascoltare; si tratta di And he never said a mumbling word[2].

Ma torniamo ai racconti.

Nell’introduzione, il curatore della raccolta scrive: «Il racconto breve è una delle armi più affilate dell’arte narrativa di Böll. È proprio nella pratica del racconto breve che Böll ha scoperto la propria capacità di oppositore della società tedesca federale».

Böll, a quanto pare, si servì della forma breve come strumento per fare della satira e dello humor finalizzati, da un lato, a smascherare quella felicità posticcia che sembrava permeare la parte occidentale della Germania postbellica – tanto desiderosa di dimenticare il proprio recente passato, quanto di non giudicarlo -, frutto di un frenetico sviluppo consumistico; dall’altro, a criticare quella utopia comunista di stampo sovietico con cui la parte orientale tedesca provò ad auto assolversi dagli orrori del nazismo, al punto tale da identificarsi coi vincitori della seconda guerra mondiale, dimenticando di essere tra i vinti.

Questo sdoppiamento culturale, economico, sociale e politico culminò, durante gli anni della Guerra Fredda, nella costruzione del Muro di Berlino, quel muro che nella notte tra il 12 e il 13 agosto del 1961 divise in due la città e il paese, che avrebbe dovuto contenere il vento del capitalismo che soffiava da Ovest verso Est, che avrebbe dovuto difendere meglio l’Est dalle mollezze occidentali.

Böll è morto nel 1985, molto tempo prima che il maledetto Muro venisse abbattuto e anche prima che la bellissima Cupola del Reichstag fosse costruita, simbolo della riunificazione e della ritrovata trasparenza tedesca ritratta nella fotografia in apertura, che cattura come una cartolina il cangiante cielo sopra Berlino. Il mondo da lui raccontato non esiste più, ma egli ci ha comunque lasciato un’intera galleria di personaggi bizzarri, esilaranti e carichi di simbolismi che meritano di essere conosciuti e ricordati.

L’uomo che ride, ad esempio, è un curioso personaggio che vive del suo riso in quanto commercialmente molto richiesto, non è un clown né un comico, non rallegra l’umanità, ma ne rappresenta solo l’allegria, e siccome la sua risata è molto contagiosa, è richiestissimo perfino dai comici di terzo e quart’ordine durante i loro spettacoli di cabaret, per ravvivare il pubblico in platea. Ma quando la sera torna a casa, da sua moglie, diventa un altro: distende i muscoli e non ride più. Si congederà dal lettore con queste parole: «Con un viso immobile passo attraverso la mia vita […] così, rido in tante maniere, ma il riso mio, non lo conosco».

Per un uomo che ride, ce n’è uno «nato per fare la persona colpita da grave lutto», ingaggiato da un’impresa funebre per recitare la parte del parente addolorato del caro estinto, durante la veglia o dietro al carro in processione. È il protagonista di Qualcosa accadrà, il quale candidamente ammetterà che «anche il non fare nulla è un lavoro».

L’ironia sottesa è fin troppo evidente. Mestieri fasulli in una società poco autentica.

Poi c’è Bodo Bengelmann, poeta, considerato il rinnovatore dell’allitterazione – “Lotte, latente lombrica…” e “Magia modulata maliarda…” erano i versi iniziali di due delle sue poesie più note, versi decisamente poco profondi -, capace di scrivere solo a stomaco pieno, diventato famoso in poco tempo e in modo fortuito, ma che poté godere solo due anni di gloria, dato che morì per un accesso di riso; o l’impiegato dell’ufficio delle tasse sui cani, l’accalappiacani che, in quanto custode della legge, si sente  rafforzato nella sua certezza di poterla infrangere in continuazione – come lo erano gli agenti della Stasi che vivevano spiando le vite degli altri, diffondendo la cultura del sospetto ed adattando la legge alle loro esigenze -; oppure, il cittadino modello del racconto Ospiti sconcertanti che si ritrova un ippopotamo nella vasca del bagno, coniglietti, pulcini, tartarughe  e cani  in giro per casa, perfino un elefante in cantina e un leone sotto il tavolo di cucina, con una moglie che non dice mai di no a chi abbia bisogno di un riparo, tutto ciò a rappresentare la necessità di offrire asilo a chiunque ne avesse bisogno, sacrificando se stessi a costo della vita pur di garantire la libertà.

Quelli che preferisco, però, sono La raccolta di silenzi del dottor Murke e Tutti i giorni Natale. Quest’ultimo è tra i più celebri di Böll, e inizia così:

«Si cominciano a notare nella nostra parentela dei fenomeni di decadenza che per un certo periodo ci siamo sforzati in silenzio di non vedere; ma ora siamo decisi a guardare in faccia il pericolo.
Non vorrei già azzardare la parola crollo, ma gli avvenimenti preoccupanti si moltiplicano in tal maniera da rappresentare un pericolo e mi costringono a raccontare cose che suoneranno certo sorprendenti agli orecchi dei miei contemporanei, ma che nessuno può mettere in dubbio
».

Sembra incombere la tragedia dato che un avvenimento, di per sé irrilevante, rischia di avere delle conseguenze catastrofiche. La zia Milla, famosa in famiglia perché la cosa che amava fare di più era addobbare l’albero di Natale, viveva tutto l’anno in funzione di quel momento; trascorse gli anni della guerra solo come una continua minaccia allo splendore del suo albero e infatti, nel 1940, durante un attacco nemico, l’albero andò distrutto.

Solo dopo sette anni, la zia Milla riuscirà finalmente ad avere un suo nuovo albero di Natale, ricco e decorato, ma quando la sera della Candelora – la festa che   tradizionalmente chiude il periodo delle celebrazioni natalizie ed apre il cammino verso la Pasqua – i nipoti si accingono a smontarlo, lei comincerà ad urlare come una pazza, l’albero cadrà, si spezzerà, ma lei non smetterà di urlare un attimo. Fino a quando, dopo più di una settimana di urli e strepiti, un nuovo abete farà ingresso in casa sua, pieno di addobbi e di candele accese, riempiendo finalmente il salotto di casa. A quel punto, la zia Milla smette di urlare, riacquistando il sorriso ma, da quel momento in poi, avrà inizio una finzione, prima familiare e poi collettiva, che porterà la famiglia alla rovina.

Leggetelo, così scoprirete da soli come andrà a finire.

Infine, La raccolta di silenzi del dottor Murke, un racconto semplice ma geniale.

Murke lavora per la Radio nazionale, colleziona silenzi incisi su nastro e sarà protagonista di una beffa ai danni di un artista al servizio del regime. A lui, infatti, verrà affidato il compito di “eliminare Dio” da un discorso registrato del grande Bur-Malottke, improvvisamente pentitosi di una sua frettolosa quanto poco credibile conversione religiosa di qualche tempo prima. I piccoli pezzi di nastro, contenenti la parola Dio, verranno conservati in una scatola e, al momento giusto, riutilizzati sorprendendo perfino il lettore.

Chissà come racconterebbe, oggi, la sua Germania il caro Böll; mi piace pensare che riuscirebbe a trovare comunque un modo per far ridere – finalmente – i tedeschi, senza smettere mai i panni del “perturbatore dell’ipocrisia pubblica”, come da qualcuno venne definito.

 


[1] Heinrich Böll, Racconti umoristici e satirici, Bompiani, 2007 

[2] Heinrich Böll, E non disse nemmeno una parola, Mondadori, 2010

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