I racconti sono giochi di luce

editoriale
Photo by Jakob Owens – www.directorjakobowens.com

La prima volta che ho letto un racconto di J. D. Salinger non l’ho capito. Non l’ho sentito, ancora meglio: non l’ho visto. Non riuscivo a spiegarmi cosa ci trovassero tutti di così eccezionale. Prendiamo The bananafish, Un giorno ideale per i pescibanana, uno dei celebri Nove racconti. La storia è quella di un uomo, un reduce di guerra, che va al mare con sua moglie. Incontra una bambina, i due hanno una conversazione un po’ particolare, e quando lui torna in albergo si uccide con un colpo di pistola. Interessante, inquietante forse, ma non eccezionale. Cosa c’è di strano, di bello, mi chiedevo. Niente in apparenza, niente per chi non ha l’occhio allenato.

È tutta una questione di luce.

C’è un passaggio, nel racconto, nel quale Seymour – il nostro protagonista – è in acqua con Sybil, la bambina. I due scherzano tra loro. Seymour ha appena detto a Sybil di stare attenta perché potrebbe vedere un pescebanana. «Questo è un giorno ideale per i pescibanana». Sybil si guarda intorno e Seymour sorride, le prende una caviglia. Ecco, il momento: la luce. Il tocco, il palmo che sfiora la pelle, qualcosa di così semplice, naturale, così concreto, porta Seymour a sentirsi davvero felice. Com’era prima, prima della guerra, quando ancora poteva ridere di niente e inventare animali che non esistono per bambine appena conosciute. Ma nello stesso istante Seymour si accorge di provare una tristezza incontenibile, la nostalgia per una leggerezza d’animo che si rende conto, mentre ancora stringe la bambina, che in realtà non può più avere. Libero un solo istante e prigioniero per sempre. Io avevo letto ma non avevo visto perché tutto questo non c’era scritto.

La vita in un solo bagliore: è questa la bellezza, lo splendore di un racconto.

I racconti sono giochi di luce. È un attimo. Il resto, quello che accade, è solo un riflesso. Il tono della voce più basso, uno sguardo ricambiato: è tutto già successo o sta per succedere, ed è compito del lettore inventare un prima e un dopo. Victor Pritchett, uno scrittore britannico del ‘900, diede una delle definizioni di racconto più azzeccate di sempre. Un racconto, disse, è: «a fragment of life, a part that stands in for the whole, something glimpsed from the corner of the eye in passing». Un racconto è un frammento di vita, una parte di un tutto, qualcosa di intravisto con la coda dell’occhio. Cogliere quei frammenti è difficile ma anche stimolante. Succede che poi diventa una vera sfida.

Tre racconti nasce per questo: perché vogliamo giocare a rincorrere la luce. Il nostro obiettivo è farci un po’ di spazio e promuovere la lettura e la scrittura di storie brevi.

Tre racconti è una rivista digitale, a cadenza trimestrale, che conterrà ogni volta tre racconti inediti. Abbiamo deciso di dare voce a scrittori, anche esordienti, e a tutti quelli che desiderano confrontarsi con le sfide della narrazione.  Solo tre racconti, come nelle raccolte migliori. Contiamo di presentare il primo numero tra qualche mese, avete tutto il tempo di scrivere le vostre storie più belle. Tre racconti è anche un sito web di approfondimento: articoli, interviste e rubriche avranno come comune denominatore la forma del racconto, in tutte le sue interpretazioni.

Soprattutto, Tre racconti è un progetto collettivo, ideato da nove lettori che hanno deciso di catturare l’intravisto, e di provare a raccontarvelo.

Buona lettura.

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