Dell’arte di ritagliare frammenti di realtà

Dariusz Sankowski – www.sankowski.it

Un racconto è come una fotografia: quel che si vede è solo ciò che è compreso nello spazio dell’inquadratura. Del resto un buon racconto mostra solo una parte di ciò che c’è da mostrare e poi c’è tutta una parte di non detto. Quest’ultima è un po’ come quello che rimane appena fuori dai margini della fotografia: non si vede ma la si può intuire. Ed è proprio quel dover indagare i margini per scoprire cosa c’è al di là di quello che si vede ciò che mi affascina del racconto; ed è ancora più affascinante scoprire che quello che non è compreso all’interno dell’inquadratura a volte è ancora più importante di ciò che è compreso.

È stato Julio Cortázar a paragonare il racconto alla fotografia [1] (del resto Cortázar era anche un appassionato fotografo): «Non so se abbiate mai sentito parlare un fotografo professionista della propria arte; a me ha sempre sorpreso il fatto che egli si esprima per molti versi come potrebbe fare uno scrittore di racconti. Fotografi del calibro di un Cartier-Bresson o di un Brassaï definiscono la loro arte come un apparente paradosso: quello di ritagliare un frammento della realtà fissandogli determinati limiti, ma in modo tale che quel ritaglio agisca come un’esplosione che agisca su una realtà molto più ampia, come una visione dinamica che trascenda spiritualmente il campo compreso dall’obbiettivo.»  Uno scrittore di racconti o un fotografo scelgono sempre il frammento di realtà, non ritagliano inquadrature a caso. La loro arte nasce dalla scelta di materiale «significativo». Il fotografo o lo scrittore di racconti devono allora tenere sempre conto dell’effetto della loro arte: non deve sussistere solo per se stessa, deve riguardare anche lo spettatore o il lettore. Cortázar aggiunge anche che l’immagine o l’aneddoto devono agire sullo spettatore o sul lettore «come una specie di «apertura», di fermento che proietti l’intelligenza e la sensibilità verso qualcosa che va molto oltre l’aneddoto visivo o letterario contenuto nella foto o nel racconto.»

La mia curiosità mi ha spinto a seguire le impronte di Cortázar: ho cercato tra gli scritti di diversi fotografi qualche buon consiglio per uno scrittore di racconti; ma a differenza dello scrittore argentino ho cercato qualche soluzione utile nella pratica di scrittura, prima che un concetto teorico. La mia attenzione si è concentrata più sulla realizzazione della fotografia che sulla fotografia in sé: ciò che mi interessava era ritrovare delle affinità nell’approccio alla realizzazione dell’opera.

Il concetto che mi interessava maggiormente era quello di «apertura»: il fotografo e lo scrittore di racconti devono tenere conto preventivamente di ciò che l’opera dovrà stimolare nello spettatore e nel lettore? O l’«apertura» è un concetto che si rileva a posteriori? E poi: quali sono gli strumenti del fotografo che possono tornare utili anche per uno scrittore di racconti?

Mi pare di aver trovato qualche risposta nelle Lezioni di fotografia di Luigi Ghirri: «C’è sempre un modo per far percepire l’apertura, attraverso la luce o la messa a fuoco, in modo tale che al centro dell’attenzione stia l’immagine ma anche quello che succede attorno, che si tenda a pensare a immaginare l’intorno». Ghirri suggeriva di lavorare con la luce e con la messa a fuoco per ottenere quell’effetto di apertura che hanno la fotografie ben riuscite. In altre parole oltre alla perfezione tecnica dello scatto, occorre che il fotografo ragioni prima su quello che intende poi mostrare una volta sviluppata l’immagine. Il fotografo deve prima di tutto osservare, capire quello che sta per fotografare, capire quali sono i confini dell’inquadratura, avere già idea di ciò che dovrà rimanere impresso sulla carta e ciò che non dovrà comparire. Gli strumenti che ha a disposizione sono tutti fortemente legati allo strumento: deve lavorare con la luce, l’ingrandimento, la messa a fuoco. Il fotografo deve applicare tali strumenti alla propria sensibilità personale nel cogliere i dettagli. Fotografare è scrivere con la luce. Il fotografo deve imparare come si comporta la luce quando incontra gli oggetti e quindi saper cogliere tale comportamento. È qui che deve lavorare anche lo scrittore di racconti: deve sapere quali sono gli elementi del racconto su cui è importante che si posi la luce e quando. Ma soprattutto tali elementi devono avere una caratteristica: devono essere gli elementi che provochino quell’«apertura» di cui parlava Cortázar, che in qualche modo guidino il lettore attraverso la soglia che separa il visibile dal non visibile; o che perlomeno scatenino nel lettore l’inquietudine della presenza di una storia tra le righe, che il racconto non sia solo quello che si legge.

«Il fascino dell’immagine sta anche nel trovare un equilibrio tra quello che si deve vedere e quello che non si deve vedere. Non deve essere una fotocopia della realtà. Mostrare come ci sia sempre nella realtà una zona di mistero, una zona insondabile che secondo me determina anche l’interesse dall’immagine fotografica», spiegava Ghirri ai suoi studenti. Una buona lezione anche per uno scrittore di racconti.

 

[1] Julio Cortázar, I racconti Einaudi, 2014.

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8 comments

  1. A suo tempo (all’oscuro sia di Cortázar sia della tecnica fotografica, per la quale sono assolutamente incapace) ragionavo sul blog di Helgaldo dello stesso concetto, per quanto applicato alla scultura: «Vista così, la scrittura diventa una specie di “negativo” di una storia. Lo scrittore compone “il soverchio”, per dirla con Michelangelo, lasciando al lettore il compito di immaginare la statua».
    Credo sia indubitabile il fatto che il vero valore di uno scritto derivi dall’arte della non-scrittura, cioè dalla capacità dello scrittore di non raccontare ciò che, subito dopo, sarebbe ovvio.

    • Andrea Siviero says:

      Sì è proprio così: scrivendo un racconto bisognerebbe tenere conto proprio del valore del non scritto/non detto. Certe volte quello che accade è che ci si getta nell’esasperata ricerca della storia “originale” e ci si dimentica il perché si sente la necessità di narrare tale storia. E allora si producono scritti monodimensionali, in cui la trama è il tutto, ma non c’è quell’apertura, quell’andare oltre lo stretto significato del narrato. Insomma così si scrivono aneddoti più che racconti.
      L’analogia con quel che sosteneva Michelangelo è vera, ma forse più che il soverchio (inteso strettamente come il superfluo del blocco grezzo in cui si cela già la statua), lo scrittore di racconti deve occuparsi di quel sottile strato di materia che è appena esterno alla statua potenziale, che vi era in stretto contatto quando era un unico blocco integro; lo scarto più distante dalla statua è davvero solo superfluo.

      E’ difficile scrivere un buon racconto, ma credo che il vero piacere stia nel fatto di dover tener sempre conto che si sta scrivendo attorno a un buco; la vera sfida dello scrittore di racconti è non far cadere mai il lettore nel buco, ma fargli percepire la vertigine in prossimità dell’abisso.

  2. Alessandro says:

    Ben detto (o meglio, scritto) Andrea (strano chiamarti così)!
    Il fotografo e lo scrittore, entrambi osservatori del mondo, descrivono la realtà attraverso un personale “filtro soggettivo”, rendendo uniche le loro produzioni.
    Forse la differenza sta nella velocità d’esecuzione dei due. Penso che il fotografo sia generalmente più immediato e colga l’attimo; mentre, per quanto può essere veloce a scrivere, lo scrittore deve necessariamente assecondare la Musa ispiratrice quanto basta per darsi un inizio. Poi, però, il lavoro rallenta e bisogna avere costanza.
    Entrambi, comunque, richiedono pazienza. Il fotografo nel trovare il momento giusto per scattare o la certosina ricerca tra le foto fatte di quella giusta da pubblicare. Lo scrittore deve pazientemente far crescere le pagine del suo racconto o libro e aspettare, limare il superfluo, correggere gli errori, cambiare frasi…
    Entrambi richiedono un sacrificio: eliminare o cambiare una foto/frase che non “funziona”, anche se pensano sia un piccolo capolavoro personale.
    Che ne dici?
    Preferisci discuterne alla Guinness? 🙂

    • Andrea Siviero says:

      Quello che dici è giustissimo! Sono moltissime le analogie tra lo scrivere e il fotografare! In effetti il discorso è molto ampio e richiederebbe davvero una delle nostre serate libri alla Guinness. 🙂 Comunque in generale ciò che ho trovato particolarmente affascinate nel discorso di Cortázar, e in qualche modo anche nelle lezioni di fotografia di Ghirri, è quest’idea che il testo o la fotografia (intesa proprio come oggetto fisico) per essere “riusciti” debbano possedere non tanto una estrema pulizia tecnica, quanto una capacità di rappresentare qualcosa di più di ciò che si legge/vede o, perlomeno, far intuire che esiste un qualcosa in più di quello che è compreso all’interno del testo o dello scatto fotografico. Sì, sì. Direi che una pinta di birra alla Guinness per discuterne insieme verso le due di notte sarebbe perfetta.;)

  3. Alessandro says:

    Sai quale può essere un buon argomento per il prossimo blog?
    Un confronto tra scrittori e registi: i due mestieri a confronto.
    Oppure, forse ancora meglio, trovare possibili analogie/differenze tra il raccontare una storia con una telecamera e il farlo con le parole: come cinema e letteratura descrivono la realtà.
    Che te ne pare?

    • Due mestieri che hanno poco in comune: lo scrittore è solo con la sua opera, il regista lavora in un team e il cinema è un lavoro di squadra. Lo scrittore crea, il regista lavora un testo in cui il soggetto è stato scritto da qualcuno, il trattamento forse da altri e, infine, la sceneggiatura da altri ancora. Su questo tessuto il regista ricama la propria interpretazione, ma non fa storytelling in senso stretto. Probabilmente è più sensato il confronto tra uno scrittore di racconti e un piccolo regista amatoriale di corti: in questo caso chi ha la macchina da presa in mano ha scritto anche la sceneggiatura e, a questo punto, le due posizioni possono essere messe a confronto.

    • Andrea Siviero says:

      Sono d’accordo con Michele, forse solo un regista amatoriale è accostabile a uno scrittore di racconti (o di romanzi). Per questo ho preferito parlare di un’analogia tra racconto e fotografia (anche più sensata che l’analogia tra lo scrittore e il fotografo). Tuttavia il tuo discorso, Alessandro, mi ha fatto riflettere sul fatto che sarebbe interessante approfondire come il cinema abbia influenzato il modo di scrivere un racconto.

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