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Chiedere di raccontarsi.

Tondelli e l’esperienza di Under 25

 

tondelli-under25
Pier Vittorio Tondelli

Quando la redazione di Linus chiese a Pier Vittorio Tondelli di scrivere un pezzo sui giovani, lo scrittore emiliano rispose con un articolo illuminante intitolato Gli scarti. Le premesse di quell’articolo erano una sfida complessa: tracciare un identikit dei giovani degli anni Ottanta fornendo un quadro più profondo della semplice suddivisione in categorie secondo le abitudini di vita o le tendenze in termini di moda, di musica ascoltata e di luoghi frequentati, come era comune leggere sui giornali dell’epoca. Nonostante in precedenza avesse già prodotto descrizioni del mondo giovanile in saggi o articoli apparsi su altre riviste, questa volta Tondelli cercò di ragionare sul problema stesso di non cadere nella trappola di uno sguardo superficiale, tipico dei “tuttologi” o degli “opinionisti” da salotto televisivo.

«Chi sono i giovani d’oggi? Che cosa pensano? Saranno vere le categorie, così pubblicizzate dai mass media, che li vedono raggruppati in comportamenti e mode assolutamente non paragonabili tra loro? Saranno tutti stupidi, reazionari, bambocci preoccupati soltanto del vestito e del “cosa mettere stasera”?[…] Sono in difficoltà. Mi accorgo di cadere nelle trappole di chi, per diletto o per artigianato, fa la professione di chi scrive e di chi racconta: cioè, dimenticare la realtà per i simulacri e i feticci imposti dal sistema delle comunicazioni di massa».[1]

Per rispondere alla domanda, Tondelli provò a fare un passo indietro: abbandonò i panni del Giovane Scrittore (definizione che gli stava stretta già da un po’) per mettersi nei panni del giovane comune, in particolare di quel giovane che fu quando scriveva il suo “libro segreto”, un romanzo a cui aveva confidato i dolori e le illuminazioni degli anni della giovinezza. Naturalmente il “libro segreto” a cui fa riferimento Tondelli è il classico libro che è rimasto nel cassetto, una sorta di antologia di prime intenzioni, una raccolta di materiale non pubblicato e non pubblicabile, ma che ha la straordinaria capacità di un balsamo magico, di pronto soccorso per i momenti di difficoltà. È dalla consultazione di questo “libro segreto” che Tondelli trova l’ispirazione per scrivere l’articolo per Linus. Così, un articolo che aveva nelle premesse il racconto della gioventù contemporanea si trasforma in un invito ai giovani a raccontarsi, ad affidare alla carta i pensieri, le inquietudini quotidiane.

«Propongo: perché non raccontate quello che fate, che sentite: i vostri tormenti, i vostri rapporti a scuola, con le ragazze, con la famiglia. E perché di queste cose, poi – visto che ne avete voglia – non provate a formularne un giudizio? Perché non scrivete pagine contro chi odiate? O per chi amate? C’è bisogno di sapere tutte queste cose. Siete gli unici a poterlo fare. Nessun giornalista, per quanto abile, potrà raccontarle al vostro posto. Nessuno scrittore. Sarà sempre qualcosa di diverso. Siete voi che dovete prendere la parola e dire quello che non vi va o che vi sta bene. Siete voi che dovete raccontare.»[2]

Gli scarti fu pubblicato sul numero 243 di Linus del giugno 1985. A distanza di più di trent’anni si può dire che Tondelli, da straordinario osservatore della sua contemporaneità, riuscì perfettamente a inquadrare gli elementi nuovi che stavano caratterizzando quel decennio (e che per certi versi anticipavano il decennio successivo) e riuscì anche a individuare gli elementi di discontinuità con gli anni Settanta, in Italia così segnati dalla lotta politica e dalle stragi degli “anni di piombo”. Tondelli sapeva che la generazione di giovani che stavano vivendo gli anni Ottanta era profondamente diversa da quella cui sentiva di appartenere lui stesso, sebbene ci fossero pochissimi anni di differenza. Perché? Perché il mondo era cambiato in maniera profonda e gli strumenti per raccontare una certa fascia d’età che erano validi fino all’altro ieri, adesso erano completamente obsoleti, almeno da un punto di vista superficiale. Allora bisognava fare due cose: invitare i giovani a raccontarsi (per avere una visione più fedele e autentica della realtà), e cercare in questi racconti dei punti di contatto con le esperienze giovanili precedenti, far vedere che al di sotto della superficie c’è un mondo che, in fin dei conti, possiede sempre i medesimi sogni, le medesime aspirazioni. Queste intenzioni si tradussero in un’idea più strutturata, in una ipotetica rivista che desse spazio alle voci dei giovani. Ma Tondelli aveva in mente un progetto diverso; rifiutò l’idea di rivista e propose alla casa editrice Transeuropa Edizioni di Ancona, un’antologia di racconti scritti soltanto da giovani al di sotto dei venticinque anni. Nacquero così le antologie Under 25, antologie cult della seconda metà degli anni Ottanta, che cercarono di fornire, con una certa coscienza da parte del curatore, una risposta alla domanda che gli era stata posta dalla redazione di Linus e che aveva prodotto Gli scarti.

Si potrebbero dire molte altre cose intorno all’esperienza di Under 25. Ad esempio si potrebbe parlare anche della ricerca formale operata da Tondelli nella selezione dei manoscritti: dell’attenzione dell’autore emiliano anche per la lingua dei giovani, le scelte di stile e le scelte di esprimersi attraverso differenti generi letterari. Si potrebbe parlare anche delle necessarie e interessanti riflessioni attorno agli autori dei manoscritti (sia di quelli pubblicati che di quelli non pubblicati), ed è interessante lo spunto sociologico che emerge  dalle righe della Presentazione: Tondelli si chiede come mai la maggior parte dei manoscritti arrivi dalla provincia, mentre da Milano, che solo pochi anni prima era stata la capitale culturale del Paese, forse «la sola metropoli italiana degna di questo nome[3]», non sia arrivato niente. Si potrebbero dire tante cose ancora intorno a questa esperienza, ma mi preme tornare alle intenzioni della raccolta per arrivare ai giorni nostri; per capire se le intenzioni messe in atto da Tondelli, possano essere valide ancora oggi. In buona parte ritengo di sì: è sempre attuale l’intenzione di spingere una generazione a raccontarsi, e la letteratura è sempre una buona strada da percorrere quando si tratta di raccontare il disagio o le aspirazioni di una generazione. Dopotutto la nostra letteratura, anche successiva all’esperienza Under 25, ha sempre continuato ad offrire interessanti esempi in tal senso: penso ai cult degli anni Novanta come Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi o Tutti giù per terra di Giuseppe Culicchia – autore tra l’altro che esordì, con i primi racconti, proprio in una delle antologie Under 25 di Tondelli.

Le premesse poste in atto da Tondelli hanno salvaguardato l’esperienza Under 25 da semplice laboratorio per talenti letterari o da vetrina per autori emergenti; hanno prodotto una voce comune, una testimonianza dei tempi. Chiedere ai giovani di raccontarsi è stata una scelta felice: ha prodotto una fotografia di un momento storico, ha offerto uno strumento sociologico. In altre parole ha dato a quegli scarti cui si rivolgeva Tondelli la possibilità di comunicare in prima persona. Per questo un’esperienza come quella di Under 25 riveste un’importanza capitale non tanto come collezione di oggetti-feticcio, ma come fenomeno capace di fornire uno specchio dei tempi molto più fedele delle inchieste e degli articoli sociologici che fino ad allora avevano rinchiuso i giovani degli anni Ottanta in vuote categorie.


[1] Pier Vittorio Tondelli, “Gli scarti” in Un weekend postmoderno, Bompiani, 2016 (pag. 321)
[2] Pier Vittorio Tondelli, “Gli scarti” in Un weekend postmoderno, Bompiani, 2016 (pag. 323)
[3] Pier Vittorio Tondelli, “Under 25: Presentazione” in Un weekend postmoderno, Bompiani, 2016 (pag. 336)

Di un racconto scomparso e un poeta sconosciuto

Lo skyline di Boston – foto dell’autrice

 

La musica è insieme alla lettura un’altra mia grande passione e ad essa devo molto. Ho iniziato ad apprezzare la poesia proprio leggendo i testi delle canzoni e senza Bob Dylan, Patty Smith e tanti altri non mi sarei mai avvicinata al linguaggio della poesia che per molti anni ho trovato incomprensibile. Nella musica come nella lettura vado sempre alla ricerca di autori nuovi e qualche anno fa mi capitò di ascoltare Lungo i Bordi dei Massimo Volume, gruppo rock della scena indipendente italiana. Rimasi subito impressionata dai testi sempre inclini alla poesia, in particolare mi colpì la prima canzone di Lungo i Bordi, Il Primo Dio, questa una parte del testo:

Emanuel Carnevali, morto di fame nelle cucine d’America

sfinito dalla stanchezza nelle sale da pranzo d’America

scrivevi

E c’è forza nelle tue parole

Sopra le portate lasciate a metà, i tovaglioli usati

Sopra le cicche macchiate di rossetto

Sopra i posacenere colmi

Sapevi di trovare l’uragano

Emidio Clementi, cantante dei Massimo Volume, scrisse e dedicò questa canzone al poeta Emanuel Carnevali, nato a Firenze nel 1897 e immigrato a 16 anni negli Stati Uniti perché sognava di diventare un poeta. Non avevo assolutamente idea di chi fosse Emanuel Carnevali e la mia prima scoperta fu che frequentò il circolo letterario di Ezra Pound, Sherwood Anderson, William Carlos Williams, Edgar Lee Masters e Robert McAlmon che ne apprezzarono le sue doti poetiche. Williams lo descrive come «il poeta nero, l’uomo vuoto, la New York che non esiste», e nella sua autobiografia dice:

«McAlmon pubblicò il libro di Em[anuel], che nessuno ricorda più, uno dei migliori esempi di – di che cosa? Di un libro, un libro che è tutto di un uomo, un uomo giovane, superbamente vivo. Condannato. Quando penso a ciò che si pubblica e si legge e si loda e, regolarmente, si premia, mentre un libro così resta sepolto sotto un mucchio di cadaveri, giuro di non voler più avere successo, sono disgustato, tornano le vecchie tentazioni. Che cos’altro può fare un libro per un uomo?» [1]/p>
Sherwood Anderson compose un racconto proprio ispirato a Carnevali dal titolo Italian Poet in America pubblicato nel 1941; peccato sia introvabile e che sul web ci sono pochissime informazioni a riguardo. Per recuperare il ricordo di Anderson su Carnevali occorre leggere le sue memorie, ed ecco cosa racconta:

«Faceva ogni cosa in gran fretta. Era come un vecchio, tutto cinismo e, un momento dopo, come un fanciullo. Se ne stava seduto tranquillamente, un giovanotto ben fatto, dalla pelle olivastra, dai folti capelli neri, il tipo d’uomo, si sarebbe detto, che piace alle donne, benché egli mi avesse detto che non era vero. Diceva che quello era il grande problema, il dolore della sua vita. “Ho bisogno di una donna,” diceva “terribilmente, ma le spavento”». [2]

Emidio Clementi scoprì Carnevali grazie a un cliente di un ristorante dove lavorava come cameriere che una sera gli porse un libro dicendogli: «Qui si racconta di uno come te». Era Il Primo Dio di Emanuel Carnevali, il libro autobiografico di Carnevali pubblicato in Italia dalla Adelphi insieme alle sue poesie. Ho iniziato a leggere le poesie di Carnevali e ne sono stata rapita. Questa è per esempio una parte della poesia L’Ultimo Giorno:

I miei occhi/ sono grida acute

come gli occhi di un cane frustato, affamato

C’è un giornale

accartocciato

ucciso dal fango

Le mie mani spaventate

tremano

dissennate

e la tua mano bianca

la sento

dentro di me che strappa quel poco di anima

che ancora mi resta.

Carnevali collaborò con la Little Review durante il suo periodo americano (nel numero 11 un suo racconto è tra il XIII capitolo dell’Ulisse e le poesie di Sherwood Anderson) e fu vicedirettore di Poetry. La caratteristica principale dello stile di Carnevali è l’urgenza di raccontare la sua vita con l’entusiasmo tipico di chi arriva dalla periferia. E poi scriveva in inglese, la lingua dell’esilio imparata servendo ai tavoli dei ristoranti, per le strade di New York («Quante volte nelle strade di Manhattan/ho scagliato il mio odio») e le sue poesie sono piene delle ribellioni, sogni e immaginazioni tipiche degli immigrati.

Nel periodo passato a Chicago andava spesso a trovare Sherwood Anderson e per un certo periodo ha anche vissuto proprio a casa sua. Ed è proprio Sherwood Anderson che, in questa assenza di informazioni su questo poeta, ha raccontato quando e come Carnevali perse il contatto con la realtà: era una notte di neve a Chicago, Carnevali lo va a trovare – dopo mesi che non si incontravano – e gli chiede se vuole uscire a camminare con lui. È molto malato, magrissimo, poco coperto, senza cappotto. Dopo mezz’ora corre fuori da casa, Anderson prova a rincorrerlo per convincerlo a prendere almeno il cappotto, ma era già andato via e per ore vaga nella bufera. Lo trovano più tardi in ginocchio nella neve davanti alla casa della prostituta che lo manteneva e gridava, gridava a Dio, di salvare la sua anima e l’anima della sua donna che era al lavoro.

Questa è invece la versione fornita da Emanuel Carnevali nella sua autobiografia:

«Corsi da Sherwood Anderson e lo pregai che mi desse qualcosa da mangiare, pensando che l’azione meccanica del masticare mi avrebbe aiutato a riportarmi alla realtà. Divorai tutto quello che mi diede, ma non valse a nulla. Con il pretesto che sua moglie sarebbe rientrata da lì a poco e che forse si sarebbe spaventata nel vedermi in quello stato, Sherwood Anderson, mi mise garbatamente alla porta. Barcollai, fuori, nella neve, ubriaco per quei terribili sintomi di follia, vagando per strade che mi erano da sempre note e da sempre sconosciute. Avevo per compagne la tremenda Paura delle Paure, la paura di non esser più in grado di capire il significato delle cose e la Miseria di tutte le Miserie: quella di capire che era scomparsa in me la facoltà di distinguere una cosa dall’altra e perfino la volontà di distinguerle».

In quel periodo la mano destra gli tremava continuamente e non riusciva più a lavorare, gli mancavano le forze, non riusciva a concentrarsi a lungo. La diagnosi purtroppo fu terribile: encefalite letargica. L’ultimo suo lavoro è stato quello di trasportare sacchi di tappi di sughero da una parte all’altra di Chicago. Dopo, si abbandonerà completamente alla malattia. Emanuel Carnevali «accarezza il sogno, ma non riesce a stringere la presa»[3] : nel 1922 è costretto a rientrare in Italia, dove il padre lo fa ricoverare nell’ospedale civile dove muore nel 1942.

Fatevi regalare Il Primo Dio[4], è bellissimo. Nel 2013 Emidio Clementi ha realizzato Notturno Americano insieme a Corrado Nuccini e a Emanuele Reverberi, entrambi componenti dei Giardini di Mirò, dove propone un reading di testi Emanuel Carnevali. Li ho visti dal vivo qualche estate fa e ancora ho i brividi ripensando a quella serata. E torno a quel cd ogni volta che sono in difficoltà perché trovo conforto nella poesia con la quale viene raccontata la vita di miseria di Emanuel Carnevali negli Stati Uniti. Grazie Emidio Clementi, senza Lungo i Bordi avrei continuato a ignorare l’esistenza di questo poeta. E grazie a chi leggendo questo post potrà darmi informazioni sul racconto scomparso di Sherwood Anderson.

p.s.: vi lascio con un indovinello. Nella canzone Bye Bye Bombay degli Afterhours, Manuel Agnelli dice a un certo punto: «Sai Mimì che la paura è una cicatrice». Chi è Mimì?


[1] William Carlos Williams, “The Autobiography of William Carlos Williams”, New Directions, 1967
[2] Sherwood Anderson, “Sherwood Anderson’s Memoirs: A Critical Edition”, Ed. Ray Lewis White, 1969
[3] Emidio Clementi, L’Ultimo Dio, Fazi Editori, 2004
[4] Emanuel Carnevali, Il Primo Dio, Adelphi, 1978

 

Un cenone molto particolare

Photo by La Repubblica.it

 

Sono le 21:30 del 31 dicembre. Intorno al grande tavolo del salotto di casa Di Biase i nove redattori di Tre racconti stanno discutendo delle cose già fatte, di quelle da fare e di quelle che devono ancora spuntare fuori. Le ultime settimane sono state pesanti. In ballo c’è il primo numero della rivista e qualcuno comincia ad avvertire la stanchezza. Tra un boccone e l’altro si fa il punto sulla copertina, sul piano editoriale e sulle letture per il prossimo anno.

Incredibilmente ci sono tutti. Ci sono Andrea Siviero e Davide Bovati, scesi dalle pianure nebbiose del Veneto e della Brianza, il Boschi dalla piovosa Liguria, le due toscane Paola e Linda, Simone dai castelli romani, Gaia dalla Capitale e persino Eleonora, atterrata due ore prima all’aeroporto di Capodichino, carica di esperienze e aneddoti dalla fredda e umida Dublino.

Maria è in piedi a capotavola. Davanti a sé non ha una lista di cose da fare ma una gigantesca insalatiera piena di fumanti spaghetti alle vongole. «Ragazzi, prima che questa cena sfugga di mano volevo dirvi che… vabbuò, come non detto, Simone vieni a fare le porzioni che qui mi scivola tutto. Diamoci anche una regolata perché in cucina c’è una montagna di pesce ancora da preparare. Come se fosse caduto dal cielo». In quel preciso momento, avvicinandosi al tavolo, Simone cambia espressione. «Praticamente è come la poesia di Carver…». Otto teste e sedici occhi si fissano su di lui. Silenzio. «Che c’è? È perché ho detto poesia? Mica adesso leggiamo solo racconti, no? Be’ in questa poesia Carver racconta che durante un’escursione in montagna con i suoi amici un’aquila perse il merluzzo che aveva appena catturato facendolo cadere con un gran tonfo proprio ai loro piedi. Come ha detto Maria, sembrò proprio “caduto dal cielo”. Ovviamente per Carver e compagnia non fu un problema. Presero il pesce e se lo mangiarono la sera stessa. Fosse stato per me avrei aggiunto solo un bel vino dei Castelli. Sarebbe piaciuto anche a Carver, che non era proprio un raffinatone in fatto di alcol».

Mentre i piatti passano di mano in mano sulla tavola, Linda alza il sopracciglio e ridacchiando ribatte. «Io invece a proposito di abbinamenti tra scrittori e vini avrei in mente una bella scenetta. Bellina, bellina. Sapete tutti della famosa rivalità Pisa-Livorno vero? Noi toscani non ne abbiamo mai abbastanza, siamo capacissimi di picchiarci in spiaggia ricordando battaglie avvenute secoli fa! Insomma, se per esempio avessi il pisano Antonio Tabucchi seduto con noi a tavola lo costringerei a mangiare il nostro bel cacciucco alla livornese innaffiandolo con un bel Bolgheri rosso. Come vogliono i puristi Livornesi! Boia deh, col cacciucco ci vòle il rosso, miha un bianco pisano qualsiasi!».

Silenzio. Di nuovo. Le mandibole lavorano. Eleonora dall’altro capo della tavola elenca i piatti in menù: «Pasta alle vongole, una spigola, il cacciucco alla livornese. Poi c’è l’insalata russa, un panettone, e il dolce che ho portato io. Ah, abbiamo anche un capitone vero?».

Andrea Siviero sta osservando l’albero di Natale. Mille lucine brillano a intermittenza proiettando lame dorate sulle decorazioni di cristallo. Il soffitto si riempie di riflessi colorati. Una danza di saette verdi, rosse e blu sopra otto teste ignare. Così dovevano apparire gli studi di Newton e quelli di William Herschel e Joseph von Fraunhofer mentre facevano i primi esperimenti con i prismi. Oh, se solo si potesse descrivere un linguaggio nuovo quell’arcobaleno segreto di luci! Che poi non serve neanche essere un poeta. Scienziati, scrittori. Dov’è la differenza? Non è forse sempre un lavoro dell’immaginazione in cui si dà corpo a un sogno di libertà e bellezza?

«Sì, l’anguilla l’ho portata io», dice Andrea girandosi improvvisamente verso Eleonora. «Tra l’altro adesso vi svelo perché. Inizialmente non sapevo come contribuire a questo cenone, ma poi mi sono ricordato di un racconto di Ricardo Piglia che si intitola Un pesce nel ghiaccio. È una specie di viaggio tra le pagine del diario di Pavese, Il mestiere di vivere, da cui è tratto il titolo, e i luoghi pavesiani in Piemonte. Poi, pensando a questo intreccio tra uno scrittore argentino e un mio conterraneo, mi è venuto in mente che a Napoli l’anguilla è il capitone. E quindi, eccolo qua!».

L’altro Andrea, Boschi, è un po’ sulle spine. Nascondendo il viso sotto una “cofana” di capelli spia nei piatti in cerca di qualcosa. «Ma tu non mangi gli spaghetti?», gli chiede Linda combattendo con un filo di pasta sfuggito alla forchetta. «Sì, ma credo che toglierò le vongole. Non è che proprio ne vada pazzo». Simone, che è seduto di fronte, ha sentito lo scambio. «Ma quel pacco sul divano è tuo, Andrea?». «Ecco dov’era! Ragazzi vi devo fare una confessione». Di nuovo otto paia di occhi si puntano su di lui. «Io in realtà sono vegetariano». Sedici sopracciglia si alzano. «Non sarai mica vegano?», domanda Paola perplessa. «No, ma sono parecchi mesi che ho rinunciato, anche se quei cibi mi piacciono un sacco. Per questo avevo portato una cosa. Nel pacchetto che ho lasciato sul divano c’è la farinata di grano col pesto. Volevo farvela assaggiare…».

Simone interessatissimo si alza subito dalla sedia, recupera il fagotto e lo mette al centro della tavola. «Non ne avevo mai sentito parlare, che roba è? ». Andrea si siede «innanzitutto è una cosa buonissima e poi è solo savonese. A questa cosa ci tengo perché non la sa nessuno. Sono tutti convinti che sia un piatto genericamente ligure, ma in realtà no. E quei buzzurri dei genovesi manco lo sanno! Prendete… c’è da sviluppare una dipendenza di quelle brutte per quanto è buona. Roba alla Irvine Welsh, non so se rendo l’idea. Lui, che di dipendenze se ne intendeva si sarebbe venduto l’anima al diavolo per una sola forchettata!».

Toc, toc. TOC. SBAAAM!
Paola guarda le due sedie vuote accanto a lei. Due minuti prima erano occupate. «Ma dove sono finite Linda ed Eleonora? E che cos’è ‘sto rumore?», chiede voltandosi in ogni direzione.
Simone: «In cucina, stanno cercando di disincrostare il pesce dal sale, ma pare serva un piccone. Sarà un lavoro per scienziate. Che dite un ingegnere e un fisico basteranno? Forse dovresti andare anche tu Andrea. Un chimico potrebbe agevolare l’operazione».
Siviero: «Posso pure andare ma il pesce sarà fresco?».
Davide, scherzandoci su: «Appena tirato fuori dal ghiaccio Siv!».
Gaia: «Fresco: pescato da poco, sano, in forma, fiorente, arzillo, vigoroso, vivace, pimpante…».
Maria: «Fermatela vi prego!».
Davide: «Non è che sei già ubriaca Gaia?».

Paola: «Ma se è quasi astemia! Non ti ricordi che quando ha intervistato O’Ceallaigh era l’unica con l’acqua sul tavolino mentre lui e tutti gli altri bevevano vino? E l’acqua non era neanche gasata ma naturale! Oh, a proposito… a voi v’ho portato il vin santo e du’ ricciarelli al cioccolato. Senza scarafaggi dentro, però! …Ché? Non vi ricordate di quando vi raccontai che Cortázar in un suo racconto, Circe, obbliga il povero Mario a mangiare un dolcetto al marzapane preparato da Delia con uno scarafaggio dentro?».

Andrea Siviero è assorto nei suoi pensieri. Secondo me non è mica tanto fresco ‘sto pesce qui. E poi mi manca la polenta. Forse se mi propongo come cuoco Davide mi segue… aveva parlato del Toc, quella cosa micidiale a base di burro, formaggio e che altro ancora? Bah, no, stavolta sto zitto. E però un vin brulé mica ci starebbe male. Il guaio è che non c’è il camino. Non c’è la nebbia. No, non si intonerebbe alla situazione. Sto, dai, sembra brutto.

«Siviero guarda che ti ho sentito». Maria sbuca dietro la sedia di Andrea che non si era reso conto di aver parlato a voce alta. «Questa è una cosa che non avresti detto se fossi stato uno dei personaggi di McEwan. Lui ragiona proprio in questo modo, distingue sempre tra vittima e carnefice. Prendi Cortesie per gli ospiti, per esempio, considerato da tutti il libro più inquietante che ha scritto. L’hai letto, sì? Oppure hai visto il film, quello con Christopher Walken? Comunque, brevemente: c’è una coppia, Mary e Colin, e c’è una coppia, Robert e Caroline. I primi due incontrano il terzo, bellissimo, elegantissimo, e tra un bicchiere di vino e l’altro, Robert racconta un po’ della sua vita, e quindi anche di Caroline. Il giorno dopo s’incontrano a piazza San Marco. Sì, non l’ho detto, siamo a Venezia. S’incontrano, e Robert invita Mary e Colin a casa, a conoscere Caroline. La mattina dopo, senza sapere come e perché, Colin e Mary si svegliano in una camera da letto e sono nudi. Succedono un po’ di cose, Colin e Mary si accorgono che Caroline ha subito degli abusi dal marito, Robert tira un pugno nello stomaco a Colin, Colin che però si sente di nuovo attratto da sua moglie Mary, come non gli capitava da tempo, in un modo un po’ strano e abbastanza perverso. Sai com’è, no? Insomma, il punto, il punto vero, di tutta la questione, è: “Mai far arrabbiare il padrone di casa”».

Gaia non ascolta, guarda dritto davanti a sé. Punta gli occhi sullo scaffale della libreria che le sta di fronte. Appena sfiorato dalle fronde pungenti dell’albero di Natale, spunta il tomo enorme de I Fratelli Karamazov. Si distingue benissimo in mezzo agli altri libri più piccoli. Si sa che a Maria piacciono le storie brevi e quel volumone tra i volumini è un po’ come un leone in mezzo a un branco di gattini. Dostoevskij, però, è vicino a Dubus. Una doppietta niente male davvero. Gaia avrebbe proprio voglia di leggere un bel romanzo russo, forse recupererà Il maestro e Margherita. Lo ha cominciato tre volte ma stranamente non lo ha mai finito. Il fatto è che lì dentro, nei russi, c’è tutto. Nei Karamazov c’è l’uomo, il diavolo, l’amore, la povertà, la società, c’è Dio e la morte di Dio e a pensarci bene ci sono anche un sacco di zuppe di pesce. A questo punto vorrebbe proprio dire qualcosa di intelligente ma la fame ha il sopravvento e dalla bocca esce solo una domanda: «Dov’è l’insalata russa? Non l’avevo posata sul tavolo prima?».

«Ma perché “russa”, deh, mica dorme? Che origini ha?», chiede Linda. «Non ne sono sicura, ma penso fosse un piatto di un famoso chef francese che lavorava in alcuni famosi ristoranti di Mosca. Da lì, non so come, pare si sia diffuso in Liguria per poi entrare come piatto tipico della vigilia di Natale sulle tavole campane. Io so solo che ne vado pazza! È un miscuglio di verdure lesse tagliate a cubetti e condite con abbondante maionese. La può mangiare anche Boschi. Ah no! Dentro c’è anche il tonno. Sorry Andrea». Andrea alza le spalle. Il suo piatto è vuoto. Andato il primo, il secondo, il primo contorno e anche quello dopo. La pancia è già piena.

Eleonora intanto mette al centro il dolce, fa nove porzioni tutte uguali e spiega. «Se vi state chiedendo cosa sia è un Christmas Pudding! È un dolce tipico della tradizione irlandese e ovviamente non l’ho fatto io ma la mia padrona di casa perché bisogna farlo cuocere sei ore e prepararlo 48 ore prima! Non esattamente alla mia portata». «Ma che c’è dentro?», chiede Simone alzando la forchetta. «Fai prima a chiedermi cosa non c’è, ma quello che conta è che è buono. Ora che ci penso, viene anche mangiato dai commensali nel racconto I Morti di Joyce, solo che lì i personaggi non bevevano vino ma birra. Uh, manca la salsa al brandy per accompagnarlo, vado a prenderla in cucina. Vi pare che gli irlandesi possano rinunciare all’alcol in una portata?». «Be’ – risponde Simone – io sul brandy non ho mai obiezioni».

Mentre Eleonora passa a tutti le coppette con il Pudding, Davide comincia a tagliare il panettone a fette mormorando tra sé «mmm, il panettone non bastò? Bastò eccome, invece!». Sentendosi osservato, alza lo sguardo e vede Maria che lo scruta dietro il cestino della frutta secca: «Cosa dici Da’ ?». «Uhm, niente pensavo solo a Buzzati. Lui scrisse il racconto Il panettone non bastò, e penso che qui è esattamente l’opposto. Abbiamo mangiato troppo e su questa tavola c’è ancora cibo a sufficienza per un…».  Troppo tardi, la sua voce è superata da quella di Boschi e Simone, che sentendo già l’effetto del brandy, si alzano da tavola e trascinano Linda verso il centro del salotto cantando a squarciagola Sunshine on Leith, in onore di Irvine Welsh.

My heart was broken, my heart was broken

Sorrow Sorrow Sorrow Sorrow

My heart was broken, my heart was broken

You saw it,

You claimed it

You touched it,

You saved it

My tears are drying, my tears are drying

Thank you Thank you Thank you Thank you

My tears are drying, my tears are drying

Davide li guarda. Ha ancora il panettone in mano. Forse vorrebbe essere altrove, proprio come il suo adorato Buzzati che era obbligato dai parenti a stare in famiglia quando avrebbe preferito scappare a Cortina con la sua giovanissima moglie. Ma forse, dopotutto, a lui piaceva stare al caldo con zie, e amici. Magari proprio con una fetta di panettone in mano. «Eleonora, di’ la verità. Preferivi una canzone degli U2?». «Eh eh eh forse sì, ma di quelle vecchie. Dopo gli anni ’80 non c’è più niente di vero in Bono! ».

La TV trasmette la solita diretta dalle piazze italiane. Una gigantografia di John Lennon e Gandhi fa da sfondo ad una nutrita fila di starlette strizzate in costumi da bagno tempestati di paillettes e cantanti degli anni ’70 con triplo strato di cerone sul viso. Vecchi e giovani con niente in comune tranne che una dentiera finta scandiscono il conto alla rovescia. Manca un minuto e mezzo alla mezzanotte.

Andrea Siviero: «Questa sì che è una scena veramente postmoderna…».
Davide: «Intendi in TV? Ma stai pensando più al Sudamerica o a Wallace?».
Andrea Siviero: «Mmm, è decadenza comunque».
Boschi: «È tutto un po’… tutto a cazzo».
Maria: «Ecco, questa cosa l’ho sempre pensata. Ma secondo voi…».
Simone: «Certo che quel costume è veramente…».
Davide: «Già».
Maria: «Ehm.., il postmoder…».
Boschi: «…ridottissimo. Praticamente illegale. Céline ci avrebbe pianto su quelle gambe».

Gaia guarda i ragazzi che guardano la TV. Sta pensando a dove sta andando tutta l’insalata russa che si è mangiata. Sta anche pensando che certe cose non cambieranno mai. È la vita. Sono maschi. E lei è una lei. Maria, invece, ha rinunciato a fare discorsi seri e soprattutto a capire se il postmodernismo esista o meno, se è una corrente o un movimento, americano, sudamericano o universale. Sbuffando comincia a pensare a come riordinare. In un raptus organizzativo compulsivo afferra il carrello, lo carica all’inverosimile e imbocca decisa il corridoio circondata da un micidiale sferragliare di posate e vassoi traballanti. «Okkei ragazzi chi li porta i piatti? Magari ci dividiamo i compiti, tipo catena di montaggio. Ragazziiii…!!?» Quand’è già davanti alla lavastoviglie, Maria si volta e nota che nessuno l’ha seguita. Esce dalla cucina e rientra in sala da pranzo. Il tavolo è ancora incredibilmente ingombro di cose. Il piatto di Davide brilla come fosse d’argento. Non c’è nessuno. La casa sembra deserta. Qualcuno ha tolto il volume della TV.

«Accidenti! Mannaggia a me e quando mi lancio in queste cose. Me lo dice sempre Lui…».
Improvvisamente dal balcone arriva un urlo.
«Maria. Maria! MARIAAAAA!». Paola si precipita dentro.
«EH, ah ma siete qui. Che c’è!?»
«Ma che facevi di là? Sognavi a occhi aperti?».
«Ma io veramente stavo…»
«Maria i fuochi! Muoviti che te li perdi!»
«Arrivo… mi è preso un colpo! È che per un attimo ho pensato ve ne foste andati tutti».
Davide: «Dai Maria che stappiamo lo spumante. I bicchieri li abbiamo già presi».
«Ma come sapevi dove prenderli?».
«Boh, non lo so ma li ho trovati lo stesso».
«…»

Cinque, quattro, tre, due, unooooo AUGURIIIIIII. Buon 2017!! …♪♫ …Brigitte Bardot, Bardot…♫♪ … da qualche parte, è partito un trenino. Il grande classico di capodanno!

Davide stappa lo spumante. Il tappo schizza in alto, sbatte sul soffitto, rimbalza sulla fronte di Simone poi sulla ringhiera del balcone e rotola giù in strada finendo la sua corsa sotto una macchina. Perso per sempre, addio cimelio del primo anno. I redattori alzano i calici e brindano allegramente. Cominciano i fuochi d’artificio.

Siviero con il cellulare in mano: «Mmm non viene niente. Sto cercando di fare una foto, ma non viene niente.»
Davide: «Seeeee, faccio prima a disegnarli io! Però non dirlo a Maria che poi me lo fa fare veramente… lo sai com’è fatta. Idea uguale fuoco alle polveri».
Simone: «Sinceramente io mi accontento di guardarli. Guarda come brillano».
Siviero: «Ma sì dai. Godiamoceli per bene. Niente filtri».
Linda: «Insomma sto panettone mi tocca finirlo da sola… Deh, ’un si po’ mica buttare nulla
Boschi: «Smezziamo?».
Linda guarda il cielo: «Uh, bellini i fohi».

In un angolo.

Paola: «Chissà dove saremo il prossimo anno. Tu che dici Eleonora?»
Eleonora: «Non ne ho la più pallida idea. So solo che ho fatto una fatica bestiale a starvi dietro, ma oggi sono proprio contenta di stare qui».

In un altro angolo.

Gaia: «E pensare che io ci sono nata ma a volte la odio questa città…”
Maria: «Eh, la napoletana de Roma”.
«…però i fuochi li ho sempre amati. E come li facciamo noi non li fa nessuno”.
«Come quando noi parliamo di racconti”.
«Quelli sono botti. È che siamo passionali. Ribolliamo e poi esplodiamo. Saltano i tappi. Come il Vesuvio. Tu poi…».
«Io cosa?!?».
“Niente, niente…».
«Parla e non fare le facce, Mutone!»
«mmm»
«…»
«…»
«Sì, sono proprio belli i fuochi”.
«Buon anno Capa».
«Buon anno anche a te… Abbraccio collettivo?”
«Ora non esageriamo”.

«…» [sorridendo]

«…» [sorridendo]

THE END

(but the best is yet to come)

 

Discesa dalle nuvole

un racconto di Natale

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Photo by Scott Umstattd – www.picture-power.com

 

Confesso francamente che io non avevo mai messo a cuocere un cappone.
Gli altri anni… ma lasciamo stare gli altri anni, sogno svanito.
La realtà presente è che io oggi, giorno di Natale, ho messo per la prima volta in vita mia a cuocere un cappone.
La donna era andata alla messa, sebbene sia miscredente, e non tornava né viva né morta: e si capisce che oggi doveva andare alla messa, perché il mercato si chiude alle nove, e lei di solito torna verso le dieci: Dio è sempre buono a qualche cosa.
Ed eccomi in cucina, di un umore tra il cattivo e il buono e con i soliti quesiti da districare.
Sono io una grande signora decaduta, per il fatto che mi trovo in cucina costretta a dar battaglia alla formidabile fila schierata delle pentole, o sono ancora una potenza rispettabile poiché davanti a me, vittima e olocausto, è la grande bestia in questi ultimi anni divenuta simbolo popolare delle nuove ricchezze?
Eccomi dunque di fronte alla grande bestia morta. È gialla, con la testa in cima al lungo collo abbandonata da un lato, le zampe ripiegate su sé stesse con abbandono e tristezza: intorno, sulla piazza del vassoio, le stanno i visceri, e dentro è vuota come una cattedrale donde sono appena usciti i fedeli.
Il compito più penoso è quello di riempire d’acqua la pentola. L’acqua delle bocchette a chiave, che a volte schizza addosso con tutta la rabbia della sua forzata prigionia, a me desta sempre un misterioso senso di paura e anche di invincibile ripugnanza.
Io la sfuggo, come la sfugge il gatto, sebbene come il gatto io ami straordinariamente la pulizia.
Atavismo? Ricordo di luoghi dove si è vissuto con la sola acqua del cielo e delle piccole fonti vergini, affidando per necessità naturale al sole, al vento, al fuoco, la purificazione delle cose?
Certo è anche, però, che una espertissima Signora di Parigi mi disse che il segreto per tenere la carnagione fresca è di lavarsi il meno possibile. E credo che lei lo facesse davvero perché era meravigliosamente rosea e brillante come una tazza di porcellana.
A ogni modo, forza e coraggio, ed ecco la pentola piena a metà d’acqua.
E il cappone vi scende; ed ho l’impressione di buttare un cadavere in un pozzo: il cappone vi scende, si rannicchia in fondo, e la sua testa è più che mai rassegnata; e mai ho veduto, neppure nel mendicante vero che si chiude tutto in sé per il freddo, e neppure nel malato inguaribile che nei momenti di maggiore stanchezza cerca di riprendere la posizione che aveva nel ventre materno, la tristezza, la disperazione e l’impotenza di quelle zampe ripiegate su sé stesse.
Ne ho provato veramente una pietà materna, della quale ho subito sogghignato.
La pentola è al fuoco e io sono contenta della mia bravura: e persino penso follemente di potermi un giorno liberare dalla schiavitù della serva.
Sogni, e sempre sogni.
Non sono passati tre minuti che una cosa spaventevole mi richiama alla realtà.
Una forza misteriosa ha sollevato e buttato fino a terra il coperchio della pentola: e due artigli gialli, protesi e feroci più di quelli che un giorno ho veduto al nibbio, salgono su dalla profondità dell’acqua calda.
Ho l’impressione che al calore del fuoco la bestia sia tornata viva.
Cerco di spingere giù col coperchio le atroci zampe e rinchiudere la bestia nella sua tomba. È come ributtare nelle onde il cadavere che il mare respinge.
Allora ho cercato un peso da mettere sul coperchio: una grossa lima che introduco nell’ansa di quello; ma la pentola sobbalza, e un vero disastro sta per accadere.
Poche volte in vita mia mi sono veduta così confusa.
Fortunatamente a salvarmi arriva la donna, col velo in testa e la corona in mano come una vera santa.
Con un colpo d’occhio indovina tutto ed ha un sorriso ambiguo, di pietà e di beffe. È una donna rispettosa, che forse mi ama, forse mi odia; il tipo della schiava ancora non del tutto emancipata.
Nell’accorgersi che io sto per darle la colpa di tutto, mi dice con calma:
«Sono io che dovrei arrabbiarmi. Bella figura mi fa fare, oggi, bella figura!».
«Anche!».
«Ma quando vossignoria ha mai veduto arrivare a tavola un cappone con le zampe? Avrà veduto il fagiano con le sue penne, il zampone con le sue unghie, ma il cappone con le zampe mai. È la verità?».
È la verità, e io non la posso discutere.
«Le zampe vanno stroncate, abbrustolite, pulite e messe dopo; e il loro troncone va ficcato nel corpo vuoto del cappone. Ha capito, vossignoria?».
Ho capito, e ripeto fra di me l’insegnamento, per un’altra volta.
Ella intanto stronca con le sue dita bruciate le terribili zampe e le tira via: la bestia ha finalmente pace, va giù, si annega nel bollore dell’acqua schiumante.
«E adesso vossignoria se ne vada a scrivere, che fa molto meglio di stare qui. Qui non è il suo posto» dice la donna, con protezione e umiltà, ma anche con una certa imponenza.
Io però non mi arrendo.
«No, non ci vado, nello studio: basta. Troppo ho vissuto tra le nuvole».
Allora lei ha un sorriso fine, enigmatico.
«Dia retta a me, vossignoria; torni, torni nello studio, o fra le nuvole, come dice vossignoria: vedrà che sarà più contenta lei e gli altri».
Io non replico, ma non so perché, o forse perché da qualche tempo in qua vedo egualmente anche rasentando la terra le fantasmagorie delle nuvole, ho voglia di piangere.

 


 

Grazia Deledda nasce a Nuoro il 27 settembre 1871 da una famiglia benestante. Figlia della provincia italiana più isolata fu in grado di raccontare la sua terra e allo stesso tempo attraversare un’epoca di grandi rinnovamenti. Nonostante la scarsa considerazione se non il disprezzo della critica diventa un’autrice di successo. Collocata soprattutto in ambiente verista, corrente da cui però si distanzia per originalità della poetica e stile. Nel 1926 arriva la definitiva consacrazione con il Nobel per la Letteratura.

 

 

Il racconto di Natale Grazia Deledda è pubblicato da Edizioni Lindau,  all’interno della raccolta Racconti sotto l’albero.

Ma il mondo, non era di tutti?

Racconto di un’antologia sui confini

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Photo by Ashish_Choudhary

Ma il mondo non era di tutti?  è una raccolta di racconti collaborativa, che mette insieme voci diverse del panorama letterario italiano contemporaneo. Gli otto racconti che compongono questo libro, breve ma intenso, ruotano tutti attorno al concetto di confine.

Paolo Nori, autore della prefazione e curatore della raccolta, mette subito il lettore di fronte a una domanda di quelle toste:

Ha senso, oggi, in Italia, l’articolo primo della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, quello che dice che: “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Sono tutti dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni e gli altri con uno spirito di fraternità”?.[1]

Edite da Marcos y Marcos con il patrocinio dell’Arci, queste otto brevi storie (non solo racconti, ci sono anche una poesia, un brano a carattere più saggistico e una breve graphic novel liberamente ispirata a uno scritto di Pier Paolo Pasolini) non tentano di dare una risposta, ma spingono il lettore a confrontarsi con questo interrogativo.

Ogni autore ha provato ad affrontare il concetto di confine da un punto di vista diverso. Presentandoveli cercherò di darvi un assaggio di ciascun pezzo, senza spoiler eccessivi (ma se proprio siete molto molto sensibili alla faccenda siete avvisati).

Carlo Lucarelli ci porta nell’Africa coloniale, all’epoca in cui l’arrivo dei nostri connazionali significò, tra le altre cose, il caos per la vita di un umile pastore di capre, che più per stizza che per vendetta userà l’unico mezzo a sua disposizione per rivalersi nei confronti dei «sacri confini della Patria».
Emanuela Carbé affronta la questione del confine dal punto di vista linguistico, tra studenti universitari e ragazze orientali che nessuno sa da dove provengano, in una storia che ci insegna come spesso per capire qualcuno basta semplicemente provare ad ascoltarlo.
Antonio Pascale ci narra, con un breve excursus temporale, com’è cambiata l’Italia negli ultimi quarant’anni e di come, negli anni sessanta, anche il raggiungimento della costiera romagnola fosse un bel traguardo per qualcuno.  A scandire il ritmo del racconto, come le lancette di un orologio, sono i numeri sull’aumento della popolazione mondiale che ha visto, in quattro decenni, raddoppiare le proprie unità, e che nonostante le conquiste della tecnologia continua spesso a soffrire degli stessi problemi, ansie e paure.
Francesca Genti prega, per il mondo e per la parola. E attraverso di essa.
Giuseppe Palumbo reinterpreta con la penna, l’inchiostro e le chine la poesia Profezia 1964 di Pasolini, che parla di Alì dagli occhi azzurri, che «scenderà da Algeri su navi a vela e remi».
Monica Massari si interroga su come possiamo fare a comprendere, ascoltare e preservare le storie che ogni migrante porta con sé. Con la convinzione che in fondo per capire un fenomeno complesso una buona storia possa essere più utile della statistica.
Violetta Bellocchio sceglie come protagonista della sua storia un musicista di periferia, che prova a sbarcare il lunario come può ai matrimoni delle persone ricche (che comunque «fanno schifo come tanti altri»). Saranno l’incontro con una strega e la scrittura che gli permetteranno di riconciliarsi con il posto dal quale proviene.
Gipi (per una volta in veste di scrittore) ci racconta invece di quella volta che è stato buono, tipo nel ’92.

Confini fisici, ma anche linguistici, sociali e soprattutto mentali, quelli che sono protagonisti di Ma il mondo non era di tutti. Confini che hanno una caratteristica in comune propria del loro essere, l’isolamento dell’individuo di fronte a una realtà. Poco importa se si tratta di un migrante, di un meridionale o di qualcuno che semplicemente parla una lingua diversa, è l’etichetta di diverso a stabilire spesso il primo dei confini, quello più difficile da superare.

Altra protagonista della raccolta, stavolta in senso positivo però, è la parola. Parola come elemento costitutivo di un linguaggio, come preghiera, come mezzo per trasmettere il proprio vissuto a chi sta dall’altra parte. Sono le parole che possono aiutare a valicare il confine, e il racconto è uno dei contenitori più rapidi, efficaci e immediati per veicolarle al meglio.

 


[1] La citazione è tratta dalla prefazione.

Il sequestro del lettore

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Illustration by Arthur Rackham – “Hop Frog’s last joke”

La tesi di molti lettori occasionali di racconti, spesso grandi divoratori di romanzi, è che nei primi succeda poco o non succeda quasi niente. Forse, perché – come disse una volta Maria Di Biase, detta La Capa – da Carver in poi, mentre leggiamo un racconto siamo tuttalpiù concentrati a guardare il bicchiere che passa da una mano all’altra. Può darsi. In ogni caso, tale tesi sottintende che, nel dedicarsi ai racconti, la noia è sempre dietro l’angolo.

Giorni fa, mentre tentavo ancora una volta di mettere ordine tra i miei libri, impilati in ogni dove ed in modo scriteriato in giro per casa, mi sono ritrovata tra le mani i Racconti del terrore di quel genio del racconto breve che è stato Edgar Allan Poe. Non ho resistito all’impulso di rileggerne uno, la cui trama ricordavo a mala pena in realtà ma che, anni fa, mi aveva molto colpita. Si tratta di Hop-Frog, l’ultimo della raccolta. Inizia così:

«Non ho conosciuto mai nessuno che più del re fosse portato alla beffa. Pareva non vivesse che per scherzare. Il modo più sicuro per ottenere i suoi favori era di narrare una storia buffa e di raccontarla bene».[1]

Ecco il punto – o il trucco, visto che è di Poe stiamo parlando – per ottenere il favore del lettore, occorre raccontare bene. Non a caso Horacio Quiroga, nel suo Decalogo del perfetto scrittore di racconti, aveva individuato come primo precetto «Credi nel maestro»[2] e tra i maestri, manco a dirlo, indicava proprio Poe con Maupassant, Kipling e Cechov.

Tornando al nostro racconto del terrore, questa in sintesi è la trama.

Siamo alla corte di un re e dei suoi sette ministri, tutti dotati di un grande talento di buffoni, sempre pronti allo scherzo, sempre disponibili a burlarsi di qualcuno. Uno dei loro bersagli preferiti è il buffone di corte, Hop-Frog, nano e zoppo, che deve il suo nome alla sua andatura a sbalzi. Il re decide di dare un ballo in maschera, ma lui e i suoi ministri vorrebbero stupire gli invitati, per tanto, si rivolgono a Hop-Frog e Trippetta, la sua compagna appena meno nana di lui, affinché suggeriscano loro un travestimento straordinario e sorprendente, adatto allo scopo. Convocati dinanzi al re, succede che questi offra da bere del vino a Hop-Frog, nonostante lui non ne bevesse mai dato che il vino lo eccitava fino alla follia. Il buffone esita, il monarca comincia a diventare rosso di rabbia. Trippetta interviene, supplicando il re di lasciare in pace il suo compagno, ma viene respinta e offesa violentemente. Hop-Frog, dopo un attimo di smarrimento, si riprende, propone  loro di travestirsi da oranghi e affidarsi a lui per l’effetto sorpresa ma, in realtà, da quel momento in poi Hop-Frog non pensa che a vendicarsi; alla fine della storia, il re e i suoi ministri finiranno carbonizzati, sotto gli sguardi terrorizzati dei  loro ospiti mentre il buffone e la sua compagna si daranno alla fuga, non prima però di aver pronunciato queste parole davanti alla folla impaurita: «Io, poi, sono semplicemente Hop-Frog e questa è la mia ultima buffonata»[3].

Il racconto è di poche pagine, ma il parapiglia che si crea è inversamente proporzionale alla sua brevità: otto morti e svariati feriti!

Ciò non vuol dire che bastino un po’ di morti a movimentare un racconto o a renderlo emozionante, così come per scrivere un buon poliziesco non basta narrare un omicidio. Tuttavia, l’azione tiene desto e sotto sequestro il lettore anche in racconti diversi da quelli di tipo grottesco o in stile gotico, quello – per intendersi – zeppo di segrete e segreti, di castelli e fanciulle rapite, agguati e assassini.  Mi vengono in mente, Gogol’, che nei suoi Racconti di Pietroburgo, riesce a proiettare il lettore sulle orme di un pittore e a fargli vivere, insieme a lui, la sua intera vita in meno di un paio d’ore; oppure Bulgakov, che racconta di un cane che diventa un uomo a seguito di un intervento chirurgico, per poi ritornare ad essere un cane o, ancora, Kafka che scrive di quel tale che, al risveglio, si ritrova trasformato in un grande insetto.

Insomma, chi può dire che nei racconti non succede mai nulla? Forse, per non annoiarsi leggendo racconti, basterebbe dare un calcio alla pigrizia e fare un salto in biblioteca, in realtà.

Perché così come la tempesta in un bicchier d’acqua è possibile, anche l’azione ha trovato e trova spazio in un racconto. Certo, bisogna saper raccontare, e per farlo occorrono tecnica, ritmo, un intreccio perfettamente combinato e anche un po’ di logica. Poe in questo era un vero maestro ed è questa l’unica ragione per cui i suoi racconti, ancora oggi, incantano e stupiscono, intimoriscono e ispirano altre storie. «Nel racconto breve» scriveva Poe «l’autore è in grado di attuare il suo pieno intento [ndr. la totalità d’effetto] senza interruzione. Durante l’ora che dura la lettura, l’animo del lettore è sottomesso al suo controllo»[4].

A queste parole fanno eco quelle di un autore decisamente a noi più vicino, Cortázar, quando scrive che il mestiere dello scrittore è quello di ottenere

[...]quel clima proprio di ogni grande racconto, che costringe a continuare a leggere, che cattura l’attenzione, che isola il lettore da tutto quanto lo circonda per poi, terminato il racconto, restituirlo alla sua circostanza in un modo nuovo, arricchito, più profondo o più bello. E l’unico modo in cui si possa ottenere quel sequestro momentaneo del lettore è mediante uno stile basato sull’intensità e sulla tensione[5].

Poe è vissuto nella prima metà dell’Ottocento, quando ancora Freud e la psicanalisi erano di là da venire. Oggi, dimentichi degli autori del passato, siamo portati a credere che la vera tensione in un racconto sia quella di tipo psicologico, per cui gli autori di storie brevi si concentrano sugli sguardi, battiti, sospiri, movimenti appena percettibili del corpo, pensieri fluttuanti, ma dedicano meno spazio all’azione vera e propria. È solo un altro modo di raccontare, meno frenetico, più intimistico, ma non per questo meno carico di tensione. Se però abbiamo bisogno di azione e di pathos, di sentirci rapiti e sequestrati dal racconto, seguiamo il consiglio di Quiroga, poiché come vale per lo scrittore così vale per il lettore di storie brevi: crediamo nei maestri, leggiamo e riscopriamo Cechov, Flaubert, Maupassant, Puskin, Poe e chi più ne ha, più ne metta. La noia sparirà.

 


[1]  Edgar Allan Poe, Racconti del Terrore, trad. di Delfino Cinelli ed Elio Vittorini, Mondadori, 2004, (pag. 326)
[2] ibid. (pag. 326)
[3] Horacio Quiroga, Decálogo del perfecto cuentista, Revista El Hogar, luglio 1927 (trad. dell’autore dell’art.)
[4] Edgar Allan Poe, dalla prefazione ai Racconti del terrore, Sergio Perosa, (pag. II)
[5] Julio Cortázar, “Alcuni aspetti del racconto” in Bestiario, Einaudi, 2014, (pag. 125)

Il Simenon che non mi aspettavo

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Georges Simenon a Parigi

Georges Simenon è uno degli autori più prolifici di sempre. Lavorando ininterrottamente in una sola giornata poteva scrivere fino a 80 cartelle e consegnare al suo editore un romanzo breve in poco più di dieci giorni. Nato a Liegi nel 1903, diventa cronista per la Gazette de Liège poco più che sedicenne e in breve tempo, grazie alla pratica quotidiana imposta da quella professione, acquisisce la capacità di rielaborare fatti e storie in maniera asciutta. Pone insomma le basi di quel che sarà il suo caratteristico stile. Una scrittura semplice e diretta, priva di qualunque ricerca di effetto stilistico. Uno sguardo che registra quasi in maniera cinematografica, un realismo essenziale, privo di fronzoli, quasi crudele, l’abilità di costruire un mondo intero fatto di stradine e nebbioline, solo a tratti squarciato da colori violenti. Personaggi, spesso umili, in preda ad ossessioni che man mano sembrano quasi gonfiarsi sotto gli occhi del lettore per poi scoppiare fragorosamente una volta giunti all’inevitabile epilogo, spesso tragico. Anime in pena sotto cieli cupi e minacciosi. Una voce narrante che non partecipa e non giudica ma talvolta vibra di compassione.

Tutto questo, ovviamente, troverà una sintesi “alta” solo anni dopo, quando Simenon verrà definito «un Balzac privo di lungaggini» per quel suo indubbio talento nel costruire con uno strano minimalismo un mondo coerente e riconoscibile. Eppure molto del suo carattere è già intuibile nei primi scritti.

Proseguiamo, però, lungo il filo biografico. Alla fine del 1922, dopo gli esordi come cronista, ritroviamo Simenon a Parigi. Nella capitale francese fa il primo salto di qualità e inizia a scrivere sotto vari pseudonimi, e con un ritmo che ha dell’incredibile, le sue di storie. Sono romanzetti popolari, come egli stesso li avrebbe definiti più tardi, scritti per ogni tipo di pubblico, «per imparare il mestiere» o «far piangere le ragazze e le vecchie signore»[1]. Testi di varia lunghezza con titoli eloquenti come Dolorosa, I pirati del Pacifico, Libidinosa, Il nano delle cascate ecc ecc… In soli tre anni, dal 1923 al 1925, alcuni stimano abbia scritto addirittura oltre 700 tra racconti e romanzi commerciali collaborando con 14 riviste diverse.

Leggende a parte, come un artigiano versatile e creativo, Simenon rivela un’inventiva praticamente infinita sperimentando fino alla fine del decennio, quando matura propositi più precisi. È solo tra il 1929 e il 1930, infatti, che Simenon diventa veramente «le phénomène Simenon», come lo ribattezzò Robert Brasillach giornalista e critico molto famoso dell’epoca. Nel 1929, nel corso di una navigazione dei canali del Nord della Francia che compie con una chiatta da lui stesso acquistata scrive il racconto Pietr le Letton (Pietr il Lettone), dove fa la sua prima comparsa il personaggio di Maigret, il commissario al quale lo scrittore deve gran parte della sua immensa popolarità. È il primo pezzo di una produzione sterminata di storie che forgeranno un immaginario letterario e cinematografico e si stamperanno nella testa dei lettori e degli spettatori di tutto il mondo fungendo da modello per i commissari che verranno dopo, Montalbano compreso.

Ma andiamo avanti. Negli anni Trenta Simenon prosegue le sue fortune alternando racconti di genere ai primi «romanzi duri», gli scritti che segnarono l’inizio della sua seconda vita letteraria, quella di scrittore serio. Appartengono a questo periodo, ad esempio, Cargo (1935), Il testamento Donadieu (1937), Fauburg (1937). Da leggere se ci si vuole fare un’idea. E se non vi fidate di me, fidatevi almeno di Camilleri che ha incluso proprio questi titoli in una sua lezione sullo scrittore belga. Simenon a questo punto è cresciuto e vuole fare un ulteriore salto di qualità conquistandosi un posto tra i grandi del canone francese. Alla fine del decennio, ormai affermato e relativamente ricco, il Nostro giura di non scrivere mai più racconti polizeschi e di abbandonare per sempre Maigret. Qualcosa, però, si mette di traverso. Il suo editore Gallimard gli comunica che la carta costa (la guerra è alle porte e nel 1940 Parigi verrà occupata dai tedeschi), ma che la casa editrice farebbe volentieri uno sforzo in più se solo avesse un altro Maigret per le mani… Riluttante e con il dubbio di mettere a rischio la nuova immagine che si sta costruendo, Simenon cede e negli anni successivi resuscita il suo fortunato commissario… e anche qualcos’altro.

Ed è a questo punto che arrivo io. Essendo curiosa (ogni lettore in fondo lo è) ed essendo abituata al Simenon duro di Cargo, Il clan dei Mahé (1945),Tre camere a Manhattan (1946), Il piccolo libraio di Archangelsk (1956) e di Le campane di Bicêtre (1962), mi lancio ignara ma fiduciosa nella lettura di L’uomo nudo e altri racconti, tre storie scritte tra il 1938 e il 1940 (proprio dopo il caldo invito di Gallimard) recentemente riproposte da Adelphi, impegnata da tempo nella ripubblicazione della titanica opera di Simenon.

Ebbene, mi è bastata qualche pagina per capire che avevo tra le mani il libro di un autore sconosciuto, o almeno un’altra faccia inedita di uno scrittore che nella mia testa pensavo di aver compreso. E invece, niente tragicità del quotidiano, niente ossessioni personali, niente solitudine, nessuna traccia di atmosfere psicologicamente opprimenti. Solo tre storie. Tre semplici storie di genere poliziesco. Personaggi rassicuranti, pieni di difetti molto umani, alle prese con casi da risolvere. E poi un abile gioco di cliché. La Parigi umida e fredda, le ballerine di un locale, i caffè con uomini che leggono il quotidiano comodamente seduti ai tavolini, il fumo di una pipa, la femme fatale, un medico di campagna che non dice proprio tutta la verità, la pazza che in realtà non lo è, amori negati, travestimenti e via dicendo. Tutto il campionario mostrato con maestria e mestiere al lettore.

“Ma che roba è?”, mi dicevo continuando la lettura. “Dov’è il mio Simenon?”. “Chi è questo autore che vuole bene ai suoi personaggi, è quasi affettuoso con loro e con il lettore?”. “Dov’è quella fredda e spietata grandezza?”. “Cosa sono queste storielle?”.

Poi sono arrivata all’ultima pagina, ho chiuso il libro e ho fatto diverse ricerche scoprendo tutto quello (e anche di più) che vi ho raccontato fin qui. Le mille vite di un scrittore nato come giovane cronista alla fine della prima guerra mondiale. Uno scrittore insaziabilmente curioso che si è inventato il suo personale apprendistato scrivendo, scrivendo, scrivendo e ancora scrivendo. Di tutto. Un grande nome della letteratura che nonostante le ambizioni legittime che coltivava teneva i piedi per terra e non dimenticava di essere anche un intrattenitore. Una penna al servizio di un pubblico che, proprio per questo, lo adorava e lo adora ancora oggi.

L’uomo nudo e altri racconti, in effetti, è puro intrattenimento. Consigliatissimo a chi vuole imparare a scrivere i dialoghi strizzando un occhio allo schermo. È un efficacissimo spin-off di Maigret in cui Simenon mescola gli stessi ingredienti ma con una voce più scanzonata. Non c’è il grande commissario, ma il suo ex braccio destro Torrence che si è messo in proprio fondando la rinomatissima Agenzia investigativa “O” in Rue du Faubourg Montmartre. Ad affiancarlo nella risoluzione dei casi è il giovane e dimesso, ma solo in apparenza, Émile, che si rivela essere la vera testa pensante dell’agenzia. Niente toni esasperati o psicologia profonda. Uomini semplici alle prese con il mistero di turno.

A prevalere qui è un tono di voce, affettuoso verso le sue creature, gli investigatori e i galoppini che li accompagnano. È un Simenon affabile che sfoggia un po’ di humour e persino una insolita vena sentimentale. È insomma un Simenon che si diverte! Che poi, in fondo, è quello che conta ed è quello che ogni tanto anche noi lettori chiediamo. Giusto per staccare la testa da altro.

 


[1] Un’ora con Georges Simenon. Intervista di Ettore della Giovanna (1963) RAI – Da YouTube

 

 

Quella verità che cerco nei racconti

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Photo by Ana Silva – www.500px.com/noqas

 

C’è una cosa che per me è molto importante, ed è la verità. Nei racconti che leggo, la verità che cerco corrisponde a un messaggio autentico, sincero e onesto che lo scrittore ha urgenza di comunicare. È un concetto un po’ complicato che oggi provo a spiegarvi citando due dei miei racconti preferiti.

 

La moglie del colonnello, Andre Dubus [1]

Tempo fa, a uno scrittore che difendeva il suo racconto perché “quella che ho scritto è una cosa che mi è successa veramente”, ho dovuto spiegare che vivere non vuol dire saper scrivere, che non per forza si è in grado di produrre qualcosa di credibile in senso letterario solo perché ci siamo passati, altrimenti saremmo tutti i più grandi scrittori di noi stessi, i diari sostituirebbero i romanzi e non ci sarebbe alcuna distinzione tra cronaca e narrativa. L’esperienza può aiutare a sbloccare alcuni meccanismi, a svelare qualcosa di più profondo, ma il fatto in sé non basta a reggere una storia compiuta.

Uno degli autori che ha saputo trasformare una tragedia in una verità letteraria è Andre Dubus. Nel luglio del 1986, Andre guidava verso casa quando vide un ragazzo e una ragazza in difficoltà. Erano due fratelli, Luis and Luz Santiago. Andre si fermò, scese dall’auto e si avvicinò per aiutarli. In quel momento passò un auto che li travolse tutti. Luis morì all’istante, Luz si salvò perché Andre riuscì a spingerla lontano, ma lui restò gravemente ferito. Dopo una serie di interventi che gli provocarono più sofferenza che sollievo, dovette sottoporsi all’amputazione di entrambe le gambe. Nel racconto La moglie del colonnello, Robert Townsend è un militare in pensione che – ci viene detto subito – ha due gambe rotte, è ingessato fino alle cosce. Nella prima parte della storia viviamo insieme a Robert le piccole difficoltà quotidiane di un uomo costretto su una sedie a rotelle. Dopo la caduta da cavallo, Robert si è trasferito al piano terra della casa mentre sua moglie Lydia continua a dormire al piano di sopra. Lydia si occupa di lui come se non le costasse troppo, ma Robert ne soffre, soprattutto quando deve chiamarla per assisterlo nelle situazioni più intime e imbarazzanti. Sebbene questa potrebbe essere, così come riusciamo a immaginarla, un’esperienza simile a quella vissuta da Dubus dopo l’incidente, non è ancora la verità del racconto.

Nella seconda parte, Robert convince Lydia a uscire, rassicurandola di poter restare a casa da solo. Lui l’ha tradita molte volte quand’era un soldato ma non si era mai sentito in colpa come in quel momento. Era solo un modo per pensarsi ancora vivo, almeno così se la raccontava ogni volta al risveglio. Ma adesso vorrebbe che non fosse mai successo, che in qualche modo potesse dire di essere stato soltanto suo, di lei. Quando Lydia torna a casa, Robert le riconosce un’espressione nuova sul viso, qualcosa che gli sembra di ricordare di se stesso, e allora si spaventa. Quando lui le chiede se l’ha tradito, Lydia risponde di sì, ma aggiunge che la relazione è appena finita. Quando lui le chiede se è perché ora si trova su una sedia a rotelle, lei dice quella verità, la cosa più sincera che possa dire: «Non lo so. Sì. Perché sei su una sedia a rotelle».

Anche se Dubus ha riversato parte della sua esperienza nella scrittura, questo non è il racconto di una disabilità: è lo svelamento di una difficoltà che è di Robert ma che può essere di tutti noi. La verità è l’idea che due persone possano tradirsi anche se si amano, proprio perché si amano. Robert ha tradito Lydia per colmare la solitudine e dimenticare il dolore. Ora che ha bisogno di lei si pente di tutto quello che ha fatto. Lydia sa che il marito l’ha tradita – glielo dice dopo, quando lui si confessa – ma si prende cura di lui nonostante tutto. Lei diventa la parte forte, lui è la parte debole: l’equilibrio che li teneva insieme si spezza. Lydia tradisce Robert perché non riesce a sopportare il dolore del marito, è l’unico modo che trova per distogliere lo sguardo. Ma quel gesto, giustificabile o meno, riporta marito e moglie allo stesso livello. È come se il reciproco tradimento ristabilisse i ruoli: Lydia e Robert tornano ad essere deboli e forti insieme, entrambi, e questo permette loro di confrontarsi ad armi pari. È un concetto complesso, contraddittorio, doloroso, molto vero.

 

È tutto verde, David Foster Wallace [2]

Non mi aspetto che quel che leggo sia vero in senso stretto – che sia, cioè, un fatto veramente accaduto – ma voglio poterci credere come se fosse vero. Voglio poter pensare, senza troppo sforzo, che potrebbe succedere. Come si scrive qualcosa di vero che però non è vero? Cercando un approccio autentico, seguendo la naturale inclinazione della storia. È importante assecondare il percorso evolutivo dei personaggi senza forzarne i comportamenti, evitando di asservire gli elementi del racconto a uno scopo narrativo verso il quale non sono rivolti. Il punto è che quello che accade è solo l’ispirazione, il punto di partenza o di arrivo, di una terza destinazione: il messaggio.

A raccontarlo, È tutto verde non è niente di speciale: un uomo si rivolge a quella che presumiamo essere la sua ragazza. Lui ha quarantotto anni, lei è più giovane; è lui che lo dice, mentre sta cercando di lasciarla. Ne fa una questione di età, di esigenze, di bisogno di costruire e necessità di sistemare. Lei non lo ascolta, sta guardando fuori, oltre la finestra. L’unica cosa che dice è: «È tutto verde. Guarda com’è tutto verde Mitch. Come fai a dire di provare certe cose quando fuori è tutto così verde». All’inizio si rivolge a lui, senza neanche voltarsi, poi continua a sussurrarlo, sempre più concentrata in se stessa. Lui si avvicina alla finestra ma vede quello che ha sempre visto, e non è tutto verde. Ha piovuto da poco, c’è stato un acquazzone, ma non è cambiato niente. Si guarda intorno, non riesce a capire. Poi però eccola, quella verità: «Mi volto bruscamente verso di lei che sta sul divano in piena luce. Da dov’è seduta sta guardando fuori, e io guardo lei, e c’è qualcosa in me che non si riesce a chiudere, nel guardarla». È un messaggio onesto, sincero, proprio perché non cerca di spiegare niente. “Qualcosa che non si riesce a chiudere”, cosa vuol dire? Io non lo so, voi non lo sapete. Ma quante volte vi è successo, proprio così?

I miei scrittori preferiti raccontano l’universale sfruttando il particolare, attraverso una storia-emblema che abbraccia una verità in senso più ampio. È una verità che non sempre torna, perché di fatto la vita non torna: i cerchi non si chiudono, le persone si tradiscono, le cose più orribili succedono agli uomini migliori. Certe volte abbiamo paura, e basta, anche della paura stessa. Poi torniamo a vivere, con un’incoscienza diversa, oppure no. Magari non succede niente di eccezionale, non succede proprio niente. Magari impariamo solo a guardare in un’altra direzione, e se anche non diventa tutto verde è sempre tutto così vero.
È questa, quella verità che cerco nei racconti.

 


[1] Tratto dalla raccolta Ballando a notte fonda.
[2] Tratto dalla raccolta La ragazza dai capelli strani.

Corrispondenze da Dublino

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Photo by Eleonora Paulicelli

Ci sono settimane della propria vita in cui accade tutto e tutti i rinnovamenti – in meglio – che hai atteso per anni finalmente arrivano. Contemporaneamente all’inizio di questa avventura di Tre Racconti c’è stato un cambiamento importante nella mia vita: mi sono trasferita a Dublino. Erano anni che volevo migliorare le mie competenze lavorative con un’esperienza all’estero e finalmente si è presentata una grande occasione. Sinceramente mi sento fortunata non solo per l’occasione di crescita lavorativa, ma anche perché qui a Dublino sono nati moltissimi scrittori che ho letto e amato: Bram Stoker, Oscar Wilde, Samuel Beckett, Sheridan Le Fanu e James Joyce.

Sin dalle prime passeggiate per la città ho notato subito lo stretto rapporto con James Joyce: camminando per Dublino è facile incontrare targhe con l’immagine di Leopold e frasi tratte dall’Ulisse. Inoltre la sorte mi ha riservato in dono di lavorare proprio al numero civico dove viveva la famiglia Bloom dell’Ulisse: ogni giorno entro a lavoro e ad attendermi c’è la targa con il viso di Leopold Bloom. Ho sempre guardato Joyce con estremo rispetto, ma anche con molto timore a causa dei miei ricordi scolastici legati a quel libro, ma ora sono a Dublino, dove l’autore irlandese è nato ed è in parte vissuto, quindi colgo l’occasione per accorciare le mie distanze con James.

Poiché qui a Tre Racconti parliamo di racconti brevi, Gente di Dublino è sicuramente il testo con cui occorre confrontarsi. È una raccolta di 15 racconti brevi ambientati nella Dublino della fine del XIX secolo nei quali Joyce descrive la vita e le difficoltà della classe media. Quello che ho notato sin dalle prime pagine è la presenza della città: in ogni racconto ci sono le sue strade, piazze, ponti, stazioni e linee ferroviarie che fanno da architettura portante ai racconti. In I Due Galanti Joyce racconta una chiacchierata tra due ragazzi che percorrono la città e i dialoghi di questo racconto sono intervallati dalle strade percorse: Dorset street, Nassau street, Stephen’s Green e io che vivo qui riesco a creare una forte connessione tra me e i personaggi di questi racconti perché li localizzo geograficamente mentre leggo, li vedo camminare per queste vie. Provate a leggerlo con la cartina di Dublino sotto mano!

Un altro esempio di come Joyce utilizzi la città è nell’incipit di un altro racconto, Arabia:

Dato che era un vicolo cieco, la North Richmond Street era tranquilla, eccetto che nell’ora in cui i Fratelli delle Scuole Cristiane, finite le lezioni, lasciavano uscire i ragazzi. Una casa disabitata a due piani occupava il fondo cieco ed era separata dalle abitazioni vicine da un quadrato di terreno. Le altre case, consapevoli della vita dignitosa che si viveva al loro interno, si guardavano l’un l’altra con facce scure e imperturbabili.

In questo modo Joyce utilizza la città per creare un set cinematografico per il racconto, come l’allestimento di una pièce teatrale, come la scenografia di un film. Il Liffey, fiume che attraversa Dublino, è inserito spesso da Joyce nei racconti conferendogli anche la valenza simbolica dell’energia contenuta nella città. In Un Incontro, racconto di due ragazzi che saltano un giorno di scuola e passano la giornata senza meta in giro per la città, il Liffey rappresenta un confine fisico e psicologico e una volta attraversato gli umori cambiano e la stessa innocenza dei ragazzi è in parte persa.

E ora che vivo qui, posso immaginare perché Joyce abbia utilizzato Dublino: i colori del fiume, del cielo e della città sono pura poesia, soprattutto al tramonto. La foto di questo post l’ho fatta io con un semplice telefonino e quando capita una giornata di sole, mi piace uscire dal lavoro, andare verso O’Connell Street e trovare ristoro in quei colori sull’ O’Connell Bridge. Anche i Radiohead gli hanno dedicato un verso di How to Disappear Completely, canzone che vi consiglio di ascoltare, se non la conoscete già:

That there,
that’s not me
I go where I please
I walk through walls,
I float down the Liffey
I’m not here,
this isn’t happening

Fin qui si potrebbe pensare che questa in realtà sia solo la storia di uno scrittore che racconta la propria città, ma non è così semplice. Infatti, Joyce lasciò Dublino nel 1904 senza farvi più ritorno e questo rende ancora più singolare pensare che invece Dublino sia il centro del suo universo letterario. Celebre è la sua lettera inviata a un editore di Londra in cui spiega perché sceglie Dublino come luogo per i suoi racconti: «La mia intenzione era di scrivere un capitolo della storia morale del mio paese e ho scelto Dublino come scena perché quella città mi pareva essere il centro della paralisi.»[1]

La paralisi è un tema ricorrente in questi racconti, in altre parole l’impossibilità dei protagonisti di agire, prendere decisioni, migliorare le proprie condizioni di vita e le cause di questa paralisi vanno ricercate molto spesso nella famiglia. In Un Caso Pietoso ecco cosa pensa uno dei protagonisti: «Sembrava che un unico essere umano l’avesse amato, e lui le aveva negato la vita e la felicità, l’aveva condannato all’ignominia, a una morte vergognosa».

Anche le descrizioni delle case e delle famiglie contribuiscono notevolmente a creare questo senso di claustrofobia che aleggia in questi racconti. Nonostante questa paralisi e decadimento, Joyce conferisce però dignità e umanità ai protagonisti utilizzando la sua scrittura per rendere poetica la loro vita che altrimenti sarebbe rimasta invisibile, come accade sempre agli ultimi.

La pubblicazione di Gente di Dublino fu un parto lungo quasi 10 anni, iniziò a inviarlo agli editori a partire dal 1905 e vide la luce solo nel 1914 dopo averlo sottoposto all’attenzione di 15 editori differenti. Il ritardo nella pubblicazione fu dovuto alla richiesta di modifiche da parte degli editori per timore di suscitare scandali, ma lui difese i suoi racconti sempre a spada tratta. Sempre dalla lettera all’editore di Londra:

L’ho scritto [Gente di Dublino, ndr] per la maggior parte in uno stile scrupolosamente povero e con la convinzione che è un uomo audace colui che osa cambiare nella presentazione e ancor più deformare qualunque cosa abbia visto o udito.

Quando Joyce riuscì a far pubblicare i suoi racconti la prima guerra mondiale era in corso e quasi nessuno si accorse di questa pubblicazione. Grazie alla sua determinazione, però, abbiamo una testimonianza della città e della società dublinese del tempo che altrimenti avremmo perso. Per tornare al nostro sito e al perché siamo qui, vi ringrazierò se vorrete essere tanto determinati nello scrivere e inviarci dei racconti e abbastanza determinati nel capire le nostre ragioni se abbiamo deciso di non accettarli. E spero siate altrettanto determinati nel chiederci spiegazioni, e nel riprovarci ancora.

Siamo qui per imparare.

 

 


[1] James Joyce, Lettere. Il carteggio del più grande scrittore del Novecento, Ed. Pgreco 2012

La luce smeraldo nell’aria di Donald Antrim

Cronaca di serendipità letteraria

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Photo by Ahundt

 

Oggi sono qui a tentare di parlarvi di La luce smeraldo nell’aria, raccolta di racconti di Donald Antrim recentemente approdata in libreria per i tipi dell’Einaudi.

Donald Antrim, autore per me sconosciuto finora, è stata una piacevolissima scoperta nel piovoso ottobre romano. Cercherò di procedere in maniera ordinata per raccontarvi come l’ho incontrato.

Innanzitutto l’antefatto, ovvero la prova che il detto “non tutto il male viene per nuocere” si dimostra talvolta veritiero. Un treno in ritardo mi ha portato a cercare rifugio nella libreria della stazione, uno dei pochi baluardi accoglienti per un lettore che voglia far passare un po’ il tempo in attesa del ritardo successivo. Girovagando tra le pile delle novità la copertina di questo supercorallo, con una vignetta simpatica, ha saputo attirare la mia attenzione (un punto per l’editore) una rapida occhiata alla quarta di copertina permette di identificare il volumetto come una raccolta di racconti, che sembra esser stata particolarmente apprezzata dalla stampa oltreoceano (un altro punto a favore quindi).

Ora un piccolo inciso polemico: cari editori tutti è davvero necessario che qualunque nuova uscita in libreria debba essere accostata ad autori come George Saunders, Jonathan Franzen e David Foster Wallace? È proprio indispensabile tirare in ballo, ogni volta, il termine postmodernismo? Lo scrivo perché questi accostamenti inizio a trovarli (in buona compagnia di tanti altri amici lettori) un pochino forzati e messi lì tanto per vendere qualche copia in più. Rischiano però a sortire l’effetto opposto, soprattutto nella cerchia dei lettori più attenti. Fine della piccola invettiva (che conta come un punto in meno nella mia personale tabella mentale dove decido se investire i miei risparmi in un “acquisto libresco al buio”).

Le premesse sembrano tutto sommato buone, ma non ancora abbastanza per convincermi all’acquisto.

Metto quindi in pratica la mia collaudata strategia per evitare acquisti deludenti: mi appunto il nome del libro e verifico se è presente su Medialibrary (la rete bibliotecaria nazionale di prestito di ebook, un sevizio utilissimo che non mi stanco mai di pubblicizzare) in modo da poterlo prendere in prestito e valutare successivamente se comprare o meno il cartaceo.

Check effettuato, il libro c’è ed è pure disponibile, ed io ho lo smartphone carico e un viaggio in treno da far passare.

Già dal primo racconto mi accorgo che la buona impressione che m’aveva fatto la copertina si dimostra confermata dal contenuto del libro. Per i successivi tre giorni dedico il mio tempo libero a questa piacevolissima raccolta di racconti.

Cosa offre quindi al lettore la luce smeraldo nell’aria?

Ambientazione americana, che spazia delle affollate metropoli modaiole a paesaggi più bucolici abitati da individui che vivono ai margini della società. In questo scenario si muovono protagonisti pieni di problemi, adulti insoddisfatti che provano loro malgrado a trovare un senso in quello che fanno nella vita. Un mondo di individui psicologicamente fragili, sempre sull’orlo del collasso e che si aggrappano a quello che possono per non cadere nel baratro, ricorrendo spesso ai farmaci e all’alcool per tirare avanti.

Ma dopo qualche altro bicchiere i suoi pensieri imboccarono un ben noto vicolo cieco. Chi voleva prendere in giro? Come avrebbe mai potuto avere anche solo una di quelle cose? Perché non sapeva impossessarsi delle ricchezze del mondo? Perché lui e Jennifer non erano mai andati a ballare, Cristo santo? Che progetti avevano? Si vedevano, s’infilavano a letto, scendevano al volo dal letto, si salutavano… era innamorato? E lei? O scopavano e basta? Dovevano essere grati di tante cose, davvero tante. Lui aveva lei e lei aveva lui.[1]

La grandezza dell’autore sta nell’aver saputo descrivere in modo superbo le difficoltà che i suoi personaggi incontrano nel gestire i rapporti con le persone care. Difficoltà che nascono dal non saper convivere con se stessi e con quello che si è o non accettando quello che si è diventati.

Questi racconti mi hanno ricordato un grafo, una figura matematica che viene spesso assunta come simbolo di una rete. Si presenta alla vista come un insieme di punti detti nodi (o vertici) e di linee che li congiungono, dette archi. I protagonisti dei racconti di Antrim sono come tanti nodi che fatichino a trovare il modo di connettersi tra loro. Tanti archi potenziali ma mancati. Personaggi fondamentalmente soli, anche quando sono parte di una coppia, che un po’ per inettitudine e un po’ per auto sabotaggi messi in atto più o meno consapevolmente non riescono a relazionarsi con le persone che li circondano e non riescono a tenere saldo il timone delle proprie vite. In tutti i sette racconti che compongono questa raccolta (che, come ci avverte l’editore, sono presentati in ordine cronologico per poter meglio apprezzare l’evoluzione dello stile dell’autore) i protagonisti accomunati dalla consapevolezza di avere un problema e di non avere i mezzi per poterlo risolvere. Per alcuni questo significherà continuare ad ignorarlo, mascherandosi dietro giustificazioni di qualche tipo, mentre in altri racconti, i più belli, il protagonista riesce ad individuare un lumicino di speranza che forse saprà illuminare il pur difficile percorso che lo porterà all’uscita del tunnel.

La luce smeraldo nell’aria è un piccolo gioiellino che merita sicuramente il tempo investito nella lettura (poco tra l’altro, 124 pagine in ebook, 157 nella versione cartacea). Siccome la vita di un lettore è fatta anche di personalissime manie, in omaggio al metodo di valutazione che ho utilizzato (e come rito propiziatorio per la prossima volta) acquisterò sicuramente una copia cartacea da inserire nella libreria, perché voglio che questa raccolta rimanga nella mia collezione.

Con La luce smeraldo nell’aria Donald Antrim ci accompagna in un universo contemporaneo fatto di incertezze, paranoie, ossessioni e paure paralizzanti. Il meccanismo di immedesimazione funziona, perché le ansie dei protagonisti sono le stesse che potremmo provare noi, e che rendono questi racconti “veri” e indimenticabili.

 


[1] La citazione è tratta dal racconto “Consolazione”.