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Un momento nel tempo

La pampa argentina

“Cualquier destino, por largo y complicado que sea,

consta en realidad de un solo momento:

el momento en que el hombre sabe para siempre quién es.”

(Biografia de Tadeo Isidoro Cruz – El Aleph, J. L. Borges)

Roberto Bolaño, cileno. 

Jorge Luis Borges, argentino.

Entrambi scrittori, poeti, saggisti. 

Bolaño ha scritto più romanzi di Borges, Borges più racconti di Bolaño.

Bolaño è postmoderno, Borges è… borgesiano.
Uno dei tanti punti di contatto tra i due, un racconto: Il gaucho insopportabile di Bolaño
[1], in cui viene citato Il Sud di Borges [2].

Incuriosita, li leggo entrambi. Prima Bolaño, poi Borges.
Scopro che le trame sono molto simili, ma in quello di Bolaño avverto un sotto testo. È solo un’intuizione. Qualcosa mi dice che non è solo quello che sembra, un semplice omaggio a Borges.

Mi concentro sui personaggi.

Héctor Pereda, avvocato e giudice, e Juan Dahlmann, segretario in una biblioteca comunale (occhio a questo particolare), sono rispettivamente i protagonisti dei racconti di Bolaño e di Borges. Entrambi vivono in città, a Buenos Aires, per motivi diversi – il primo, a seguito della crisi finanziaria che investì l’Argentina i primi anni dopo il duemila, l’altro, per trascorrervi un periodo di convalescenza, avendo rischiato da poco la morte a causa di una brutta infezione –  saranno costretti a trasferirsi in campagna.
Ma non in una località rurale qualunque, bensì nella pampa, la pianura argentina che tanti autori latinoamericani ha ispirato e la cui vastità Bolaño descrive – nel suo racconto – attraverso questa bella immagine:
«La donna e i bambini si avviarono a piedi su una pista per carri e anche se si allontanavano e le loro figure si rimpicciolivano ci vollero più di tre quarti d’ora, calcolò l’avvocato, prima che scomparissero all’orizzonte».

Pereda e Dahlmann raggiungeranno le loro mete viaggiando in treno, ma non sarà un semplice trasloco bensì un vero e proprio rito di passaggio: dalla metropoli rumorosa e cosmopolita al paesino sonnacchioso e primitivo, dal presente al passato, dalla realtà all’antologia letteraria. Come se, scendendo dal treno, entrambi fossero stati proiettati in un’altra dimensione, in uno spazio senza tempo o in un tempo senza spazio.

Così Bolaño:

«È rotonda la terra?, pensò Pereda. Certo che è rotonda!, si rispose, e poi si sedette su una vecchia panchina di legno addossata al muro degli uffici della stazione e si dispose ad ammazzare il tempo. Ricordò, inevitabilmente, il racconto di Borges, e dopo aver immaginato lo spaccio dei paragrafi finali gli si inumidirono gli occhi. […] Il riverbero del sole e la brezza tiepida che arrivava a folate dalla pampa gli fecero venire sonno e si assopì. Si svegliò sentendosi scuotere da una mano».

Così Borges:

«La pianura e le ore lo avevano attraversato e trasfigurato. […] Tutto era vasto, ma al tempo stesso intimo e, in qualche modo, segreto. Nella landa sterminata, a volte non c’era altro che un toro. La solitudine era perfetta e forse anche ostile, e Dalhmann pensò che stesse viaggiando verso il passato e non solo verso il Sud».

È da questo momento in poi che le trame vengono dipanate in maniera diversa.

Nel racconto di Bolaño, il giudice Pereda immagina, scendendo dal treno, di ritrovarsi in mezzo alla vita brava dei gauchos, uomini leggendari e coraggiosi che, oltre ad occuparsi del bestiame, vivono secondo un codice d’onore antico e muto, affrontano la vita a viso aperto, accettano ogni sfida senza mai tirarsi indietro, considerano il gesto più importante della parola. Invece, troverà dei contadini esitanti e pezzenti, cacciatori di conigli, privi della benché minima aura dell’eroismo epico del gaucho argentino per antonomasia, il Martin Fierro nato dalla penna di José Hernández.

Al contrario, nel racconto di Borges il segretario Dahlmann, appena sceso dal treno, si dirigerà verso l’unico spaccio che scorge vicino alla stazione, in attesa del mezzo che lo condurrà alla sua fattoria. Seduto per terra, in un angolo del locale, un vecchio gaucho silenzioso; attorno ad un tavolo, poco più in là, dei compadritos, ragazzotti prepotenti di periferia. Tutto a un tratto, accadrà qualcosa di imprevisto, qualcosa che cambierà per sempre il suo destino, Dahlmann affronterà “il momento in cui l’uomo sa per sempre chi è” [3], il momento che rende questo racconto indimenticabile.

Bolaño spezza il canone del racconto ‘gaucesco’ (ecco svelatasi l’intuizione iniziale che avevo avuto), Borges lo rispetta. Bolaño ne fa una parodia, Borges rende omaggio alla cultura ‘gaucesca’.

Pereda, infatti, il personaggio di Bolaño, diventerà un gaucho insopportabile per osmosi e, una volta tornato in città per sbrigare alcune faccende, vestito mezzo da gaucho e mezzo da cacciatore di conigli, affronterà alla maniera ‘gaucesca’ – impugnando il coltello  – un tizio che lo provoca in un caffè letterario. Questo fatto lo porterà a decidere di ritornare per sempre nella pampa, sia pure a cacciare conigli, perché ormai è il luogo che lo ha trasformato, da cittadino letterato in un gaucho, da uomo a personaggio della tradizione letteraria argentina, quella di Martin Fierro per intenderci. Dahlmann, invece, vivrà una situazione del tutto diversa, da gaucho inconsapevole ma molto fiero, affronterà in duello un compadrito, fuori dallo spaccio dove entrambi si trovavano, scoprendo in un attimo che tipo di uomo vuole essere.

A questo punto, potrei tentare di addentrarmi in un’analisi più approfondita dello stile e della forma adottati da questi due autori, oppure sottolineare l’elemento post moderno, fatto di citazioni di altri autori, del racconto di Bolaño o il surrealismo con cui Borges costruisce il suo personaggio, ma non è ciò che maggiormente mi ha colpito leggendo questi due racconti.

In realtà, entrambi mi hanno fatto riflettere su ciò che nella vita reale, sia Bolaño che Borges, hanno dovuto affrontare: quel «momento en que el hombre sabe para siempre quién es» e che in qualche modo li assimila ai loro personaggi.
Per Borges è stata, a cinquant’anni, la cecità; per Bolaño, a trentotto anni, scoprire di essere affetto da una grave malattia con la quale ha convissuto gli ultimi dodici anni della sua vita.
Il primo ha vinto la sfida continuando a scrivere e a leggere, sia pure col supporto di molti collaboratori, e ricoprendo l’incarico di direttore della Biblioteca Nacional argentina per molti anni. 

Bolaño, invece, ha continuato a scrivere fino alla fine dei suoi giorni, con un unico obiettivo in testa, garantire ai propri figli quella tranquillità economica che i diritti di autore avrebbero potuto loro assicurare dopo la sua morte, senza mai arrendersi alla malattia stessa. Durante una conferenza disse che «scrivere sulla malattia, soprattutto se uno è gravemente malato, può essere un supplizio. Scrivere sulla malattia se uno, oltre a essere gravemente malato, è ipocondriaco, è un atto masochistico o di disperazione. Ma può essere anche un atto liberatorio». [4] 

Come scrive Pauls ne Il fattore Borges, il duello (la sfida) per Borges era il modello stesso del racconto, una situazione narrativa in cui viene declinato il rapporto tra letteratura e vita. Il racconto altro non sarebbe, dunque, se non ciò che sospende la vita, ciò che sottrae un attimo all’esistenza, paradigma di quel momento in cui ogni uomo è solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera, per dirla con Quasimodo.
Come Pereda e Dahlmann.

Come Bolaño e Borges.



[1] e [4]Il gaucho insopportabile di Roberto Bolaño, ed. Adelphi, 2016.

[2] El Sur, racconto incluso nella raccolta Ficciones di J.L.Borges; il brano riportato è stato tradotto da me.

[3] dal racconto Biografia de Tadeo Isidoro Cruz, contenuto in El Aleph, di  J. L. Borges

Otto Blues di James Baldwin

James Baldwin

Verrebbe da chiamarlo J.B., come un autentico bluesman. Sarebbe semplice, perfino banale definirlo così, del resto uno dei racconti di Stamattina stasera troppo presto (Racconti edizioni, 2016) è un blues fin dal titolo. Ma i blues di James Baldwin sono imperfetti, sono racconti privi di quella malinconia tipica delle canzoni degli schiavi neri. Non c’è l’eco dei campi di cotone e delle frustate degli schiavisti bianchi. Nei racconti di Baldwin c’è lo sguardo attento di un uomo affondato nella schiuma della propria contemporaneità fino alla cintola; un uomo che si guarda attorno e cerca il modo migliore per raccontare il presente della sua gente. La voce, allora, non è proprio quel tono lacrimoso e cupo del blues. La tristezza appartiene al passato, alle generazioni precedenti. Ma quello che è proprio del blues è una certa attenzione all’individuo, alla sofferenza del singolo. Baldwin è un maestro nel dipingere la condizione del popolo afroamericano negli anni Cinquanta e Sessanta partendo dalle vite di singoli individui.

«Ci sono posti e occasioni in cui un negro può usare il suo colore come uno scudo. Può usare il sotterraneo senso di colpa che hanno gli anglosassoni e ottenere tutto quello che vuole; o parte di quello che vuole. Può approfittare della funzione di disturbo che rappresenta, del suo valore come frutto proibito; può usarlo come un coltello, ritorcerlo contro gli altri e, a questo modo, vendicarsi. Sapevo tutte queste cose molto prima che m’accorgessi di saperle e all’inizio me ne servivo senza sapere quello che facevo. Poi cominciai a vederci chiaro e mi sentii tradito. Mi sentii sconfitto, come individuo. Non c’era posto onesto dove non dovessi vergognarmi.»[1]

Un racconto come Previuos condition, ad esempio, ha lo strano sapore di quelle cose che fino a un attimo fa credevi appartenessero a un passato ormai lontano, e poi, accendendo la televisione, te le ritrovi di fronte agli occhi come un dato di fatto: l’attualità. C’è la rabbia e la malinconia di un uomo che viene cacciato da una casa solo per via del colore della sua pelle, ma non trova consolazione neppure in un bar di Harlem, tra quella che dovrebbe essere la sua gente.

«Avrei voluto un’occasione, un segno, qualcosa che mi facesse partecipare alla vita che avevo attorno. Ma non ne vedevo nessuno, a parte il colore della pelle. Un bianco, entrando, non avrebbe visto che un giovane negro, che beveva in un bar per negri, perfettamente a posto, nel suo elemento, come si dice. Ma la gente sapeva che le cose stavano diversamente, e anch’io. Sembrava che io non appartenessi a nessun posto.»[2]

Non conta nulla il fatto che il protagonista sia un attore, un uomo con un buon livello culturale. Ciò che conta è solo il colore della pelle; è quella la sarcastica condanna alla Previous condition del titolo, che fa diretto riferimento al Quindicesimo emendamento[3] degli Stati Uniti che garantisce il diritto di voto senza discriminazioni su base razziale. Il protagonista è condannato dall’affittacamere razzista, che lo costringe a lasciare la camera in cui è ospitato clandestinamente, ed è condannato dall’indifferenza degli avventori del bar per negri, che non lo riconoscono come parte della comunità. Ma anche lui non si riconosce nella «sua gente», non perché detesti se stesso, e il colore della propria pelle, quanto perché non si sente riconosciuto come individuo.

Dietro al discorso razziale, in Baldwin aleggia sempre tra le righe un tema religioso. Del resto, scorrendo la biografia dell’autore, si capisce che la ferrea educazione religiosa impartitagli dal padre adottivo ha lasciato tracce profonde. Qualche volta il tema religioso emerge in superficie, come nel revival  religioso che pare rappresentare una svolta nella vita di Sonny, il personaggio centrale di Blues per Sonny. Altre volte aleggia tra le pagine e conferisce al racconto un vago sapore di parabola moderna. È il caso di Uomo bianco, il racconto che chiude la raccolta. Nella cruda e raccapricciante scena che chiude il racconto, la brutale violenza dell’uomo contro il corpo dell’uomo, si fatica a non pensare alla passione di Cristo.

«Le fiamme guizzarono alte. Gli parve che l’uomo appeso all’albero gridasse, ma non ne era sicuro. Dai peli sotto le ascelle il sudore gli scivolava lungo i fianchi, sul petto, nell’ombelico, giù fino all’inguine. Fu abbassato, issato di nuovo. Ora Jesse era sicuro di averlo sentito gridare. La testa di quell’uomo, adesso, s’era rovesciata all’indietro, aveva la bocca spalancata e il sangue ne usciva gorgogliando; le vene sul collo sembravano impazzite; Jesse, atterrito, si teneva aggrappato alla testa di suo padre, mentre il grido rotolava sulla folla.»[4]

James Baldwin è da leggere. È da leggere perché i temi di cui tratta sono ancora tristemente attuali. In un’epoca in cui risuonano le allarmanti sirene delle intolleranze razziali e religiose, soprattutto in un’America che sembra aver invertito la rotta intrapresa con Obama per ripiombare nel conservatorismo estremo di Trump, leggere Stamattina stasera troppo presto è un buon modo per comprendere quello che accade ancora oggi in America. Ma Baldwin è da leggere anche perché la sua penna ha tracciato racconti magistrali, ricchi di immagini indimenticabili, di struggente malinconia, che catturano fin dalle prime righe e si lasciano leggere fino in fondo.


[1] James Baldwin, “Previous condition” in Stamattina stasera troppo presto, Racconti edizioni, 2016 (pag. 93) Traduzione italiana di Luigi Ballerini.
[2] James Baldwin, “Previous condition” in Stamattina stasera troppo presto, Racconti edizioni, 2016 (pag. 106-107) Traduzione italiana di Luigi Ballerini.
[3] The right of citizens of the United States to vote shall not be denied or abridged by the United States or by any state on account of race, color or prevous condition of servitude.
[4] James Baldwin, “Uomo bianco” in Stamattina stasera troppo presto, Racconti edizioni, 2016 (pag. 278) Traduzione italiana di Luigi Ballerini.

Il curioso caso delle antologie irlandesi

La libreria Hodges Figgis di Dublino (foto dalla pagina facebook).

Una tra le prime cose che ho fatto appena trasferita qui a Dublino è stata visitare la libreria Hodges Figgis, famosa perché citata nell’Ulisse di Joyce: «She, she, she. What she? The virgin at Hodges Figgis’ window on Monday looking in for one of the alphabet books you were going to write.»[1]. Ogni volta che entro mi fa sempre uno strano effetto pensare che Joyce sia stato qui. A piano terra, accanto alle casse, c’è uno scaffale con i libri più letti del mese e ad inizio ottobre il secondo posto era occupato da una antologia di racconti brevi di scrittrici irlandesi, The Glass Shore: Short Stories by Women Writers from the North of Ireland[2].

Non posso non nascondervi che la cosa mi abbia meravigliato molto considerato che in Italia, si sa, non solo si legge poco, ma sicuramente i racconti brevi non sono ai primi posti delle classifiche di vendite. Questa antologia raccoglie la voce di venticinque scrittrici nordirlandesi ed è stata curata dalla giornalista, scrittrice ed editrice Sinéad Gleeson.

La scelta di sole scrittrici nordirlandesi non è stata casuale. L’editrice ha voluto fortemente dare voce e spazio a queste scrittrici perché spesso nelle antologie di racconti brevi compaiono solo uomini e tra le pochissime voci femminili ci sono quasi sempre le più celebri come Mary Lavin o Edna O’Brien. La particolarità di questa antologia è il tema attorno a cui ruotano i racconti: l’identità e i confini. Sono storie di donne che emigrano da Belfast a Londra, da Dublino ad Abu Dhabi, dal nord dell’Irlanda a Cork lasciando la famiglia al confine.

Disturbing words di Evelyn Conlon è la mia preferita, la protagonista lascia la sua famiglia al confine con il nord dell’Irlanda e dice alla famiglia: «Yes, I had gone away. First to Dublin, where they couldn’t stop hearing the headlines in my accent, and then to further away, where it didn’t matter». Perché sì, quando emigri, ci saranno sempre particolari che ti porti via con te a ricordarti ogni giorno che sei ospite nella nuova terra in cui vivi. Come l’accento. Questa antologia ti fa ripensare sotto un’altra luce l’immigrazione che non è solo il viaggio fisico, ma anche una modifica della propria identità attraverso il distacco dalla propria terra e l’integrazione nel nuovo paese: il passaggio del confine non è una mai solamente una questione geografica o fisica, è una trasformazione irreversibile. In questi racconti il confine è qualcosa di fisico e mentale che definisce quale vita farai e quando decidi di superarlo tutto cambia.

Sinéad Gleeson ha curato una precedente antologia di scrittrici irlandesi: The Long Gazeback edita nel 2015. Questa prima antologia è molto particolare perché raccoglie la voce di 30 scrittrici irlandesi viventi e non, ricoprendo un periodo temporale di 217 anni. Sì, avete letto bene: 217 anni. L’obiettivo della curatrice per questa antologia era non solo di guardare ai tempi che viviamo, ma anche indietro, a quando alle donne non erano concesse molte occasioni per essere pubblicate. L’editrice con questa antologia voleva dare il giusto spazio negato in passato ed esaminare cronologicamente come si siano sviluppate le voci femminili dalle prime pioniere come la Edgeworth fino alle voci più recenti come Eimar Ryan o Roisin O’Donnell.

La raccolta inizia proprio con un racconto breve di Maria Edgeworth ed ha come protagonista una bambina che vuole un paio di scarpe nuove, ma posta di fronte ad una scelta, preferisce comprare un vaso viola pensando che all’interno del vaso ci fosse un liquido viola. Quando arriva a casa, scopre la verità e pretende di uscire di nuovo per comprare le scarpe, ma i genitori si rifiutano dicendole che occorre sempre assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Molti critici hanno rivisto questo racconto come uno dei primissimi esperimenti di descrizione della società capitalista nella quale siamo poi entrati gradualmente nei secoli successivi. Non so se questa visione sia corretta, ma ho trovato il racconto molto piacevole e sono riuscita a riconoscermi nelle dinamiche raccontate e nel rapporto che la bambina ha con i suoi genitori, nonostante sia stato scritto più di due secoli fa.

I lavori di Edgeworth sono stati si ispirazione per Scott, Yeats, Coleridge, Flanangan e Louise May Alcott, mentre John Ruskin dichiarò che c’è più da imparare nel romanzo The Absentee sull’Irlanda che da cento giornali. Non la conoscevo ed è stato bello scoprirla.

Il secondo racconto è di Charlotte Riddell e parla di un matrimonio in cui entrambi i partner sono insoddisfatti passando il tempo ad incolpare l’altro delle proprie insoddisfazioni. In questo racconto l’autrice invita le donne a lavorare perché, se proprio devono sentirsi infelici, lo siano a causa di un brutto lavoro e non di un marito insensibile. In questo racconto ho ritrovato in forma primordiale le idee di Virginia Woolf, questo probabilmente a testimonianza del fatto che le idee sull’emancipazione femminile avevano già iniziato a fecondare la società da qualche tempo.

Sono stata molto contenta di aver ritrovato in questa raccolta Evelyn Conlon con il racconto The meaning of missing nel quale ritorna sul tema della migrazione ed esplora la relazione tra due sorelle lontane, una a Dublino e l’altra in Australia, con tutte le difficoltà che ci possano essere nel mantenere rapporti quando si è molto lontani. Anne Enright nel racconto dal titolo Three stories about love, un po’ tre racconti in uno, declina alcune forme dell’amore: verso i proprio genitori, verso un figlio non ancora nato, verso un uomo appena incontrato e che finisce nel tuo letto. In queste dieci pagine c’è tutto: il rapporto con i social, le nuove e vecchie paure, frustrazioni e felicità legate a queste diverse forme di amore. C’è poi My little Pyromaniac di Mary Costello che racconta come sia difficile farsi capire in una relazione e come questo fallimento porti inevitabilmente a sentirsi soli. Questo è sicuramente il mio racconto preferito.

È stato poi interessante leggere come autrici in tempi diversi abbiano raccontato drammi come la perdita di un figlio: The Eldest Child è stato scritto in un periodo in cui di rado a una madre capitava di assistere alla morte di un figlio e questo tema è ripreso più in là negli anni nel racconto Somewhere to be, ma affrontato con un approccio diverso. L’ultimo racconto Lane in Stay è la storia di una vedova che dopo la morte del marito con il quale è stata sposata per una vita decide di sperimentare l’amore più frivolo, con ragazzi più giovani.

Devo dire che leggere i primi racconti è stato un po’ più complesso da un punto di vista dello stile, l’inglese non è ancora quello a cui sono abituata a leggere oggi sui giornali o nei romanzi. Questa raccolta non è solo interessante per le scrittrici a cui è stata data voce, ma anche perché la struttura temporale dell’antologia riesce a mostrare i cambiamenti della società irlandese attraverso le protagoniste. Le donne che, nei primi racconti sono angeli del focolare, diventano attive protagoniste dei cambiamenti dei costumi della società. E man mano che si percorre il ‘900 attraverso questi racconti, si nota subito come queste donne dimostrano di assumere sempre più coscienza e un ruolo attivo nelle storie raccontate: non sono più solo una voce narrante, ma tracciano e determinano l’evoluzione del racconto stesso. Qui non ci sono storie da romanzi rosa o, come si dice in inglese, “girly” in cui la donna viene raccontata mediante cliché. Al contrario, ci sono storie di donne che provano gioia, passione, compassione, dolore. È rappresentata tutta la ricchezza della vita declinata al femminile, anche se ormai trovo questa distinzione di genere un po’ sterile: soffriamo tutti e credo che molti uomini si possano riconoscere in molte dinamiche raccontate in queste storie. Spesso leggo dibattiti sulla necessità di dare più spazio e di leggere più autrici femminili, io credo che la risposta sia tutta in queste due raccolte.

Infine, è molto interessante notare il numero di scrittrici irlandesi che abbiano avuto la possibilità di sviluppare il proprio talento di scrittrice e mi chiedo se una operazione del genere si possa fare anche con scrittrici italiane e fare un’antologia in grado di ricoprire due secoli. Credo che una delle cose che renda posti come Dublino più culturalmente in fermento è l’esistenza di importanti università che riescono a catalizzare le energie creative. La presenza del Trinity College fondato a Dublino nel 1592 ha permesso di diffondere nella città idee nuove, di sviluppare lo spirito critico, di diffondere la cultura. E la stessa Edgeworth era figlia di un uomo di cultura che la invitava a coltivare le sue doti di scrittrice. Negli ultimi anni di vita del padre curarono insieme addirittura un trattato da presentare al governo sull’educazione scolastica nazionale. Qualunque famoso autore dublinese come Joyce, Stoker, Le Fanu o Wilde intreccia la propria vita con il Trinity College. Il segreto è sempre lo stesso da secoli: alzare il livello culturale della società promuove sempre la crescita dei talenti e la circolazione delle idee. E non sono proprio le università i luoghi di eccellenza a ricoprire questo ruolo?


[1] «Lei, lei, lei. Lei cosa? La vergine alla vetrina di Hodges Figgis lunedì, alla ricerca dei libri alfabetici che avresti scritto».

[2] The Glass Shore: Short Stories by Women Writers from the North of Ireland, Edited by Sinéad Gleeson, New Island Books, 2016. L’antologia non è stata tradotta in italiano.

I racconti da Shakespeare dei fratelli Lamb

Illustrazione dalla copertina dell’edizione Penguin (Puffin Classics)

 

A volte le storie che accompagnano la nascita dei libri dicono molto più di ciò che effettivamente raccontano sulla pagina. Quella dietro Tales from Shakespeare (Racconti da Shakespeare) rientra sicuramente in questo caso.

Tales from Shakespeare, infatti, fu tante cose insieme. Oltre che un caso letterario di successo, fu un progetto editoriale intelligente e pionieristico, un’occasione di riscatto per una donna sfortunata e un esempio di innovazione letteraria. Fu anche un frutto genuino della poetica romantica. Un’espressione felice di un’idea non affatto scontata, ma molto cara a poeti, filosofi e letterati vissuti tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo: coltivare l’immaginazione può spalancare le porte della mente e amplificare la nostra capacità di conoscere rendendoci ricettivi, aperti e puri. Creatori e “poeti” per sempre. Immaginazione, dunque, come leva moltiplicatrice della conoscenza. I primi segni di un concetto che avrebbe fatto strada: quello del fanciullino, o “inner child”.

Ma andiamo con ordine. Di cosa stiamo parlando?

Tales from Shakespeare è una raccolta di adattamenti in forma di racconto di venti opere del genio di Stratford-upon-Avon. Fu scritta “a due mani” dai fratelli Charles e Mary Lamb sul finire del 1806 e pubblicata il Natale del 1807 facendo capolino per la prima volta tra gli scaffali della Children’s Library di William Godwin, famoso illuminista e padre di un’altra Mary; quella che avrebbe sposato il poeta Percy Bysshe Shelley e scritto Frankenstein in una notte buia e tempestosa al termine di una sessione di lettura di racconti di fantasmi.

Ora, se non siete studiosi di critica letteraria ma attenti lettori, potreste aver già incontrato Charles Lamb all’inizio di Una stanza tutta per sé, la famosa raccolta di saggi del 1929 in cui Virginia Woolf rifletteva sul rapporto tra la scrittura e l’essere donna. In quel libro prezioso l’autrice di Gita al faro rievocava con queste parole lo spirito raffinato e poetico del nostro autore:

«(…) tra tutti i morti, Lamb è quello il cui spirito è più affine al mio; colui al quale avrei voluto domandare: “Ditemi, come avete fatto a scrivere i vostri saggi?”. Perché i suoi saggi sono superiori persino a quelli di Max Beerbohm, pensavo, nonostante la perfezione di questi ultimi; hanno quelle fiammate incontenibili di immaginazione, quello scoppio, quel lampo di genio nel mezzo del discorso, sicché questo rimane spaccato e imperfetto ma costellato di poesia».

L’opinione della Woolf, che non a caso parlava di immaginazione e poesia, è ampiamente condivisibile. Lamb fu effettivamente una personalità fuori dal comune. Sperimentò con la poesia (tra gli altri, ebbe rapporti diretti con Wordsworth, Coleridge, Shelley e Hazlitt), scrisse per il teatro, fece ricerca storica ridando luce agli autori contemporanei messi in ombra dal genio di Shakespeare e inventò il genere del saggio umoristico e autobiografico. Una tipologia di scritto che più tardi, in epoca vittoriana, divenne un classico molto amato. Fu insomma quello che oggi chiameremmo un intellettuale illuminato, un letterato in grado di prendere le giuste distanze dalle correnti dell’epoca, assorbirne con lucidità il meglio e servirsene per esplorare vie diverse, nella lettura dei testi così come nel pensare progetti editoriali di largo respiro come, appunto, Tales from Shakespeare.

In questo caso, l’idea di scrivere una raccolta di racconti nacque dopo una deludente ricognizione in libreria fatta insieme alla sorella. Un’esperienza che lasciò Charles e Mary piuttosto contrariati. Com’era possibile, scrisse Charles nel 1802 al compagno di scuola e amico Samuel Taylor Coleridge, che i libri per bambini fossero così aridi? Com’era possibile che in quei tomi non ci fossero avventure, ma solo precetti, divieti e pedanterie? Dov’erano le storie? Dov’era il cibo per l’anima? Come sarebbero cresciute quelle piccole menti? Perché trattare i fanciulli come dei piccoli adulti lasciandoli in balia di un freddo nozionismo?

Quel che ci voleva, invece, era un tocco di wilderness. Ci volevano delle «wild tales», delle storie selvagge che scuotessero lo spirito dalla monotonia della vita quotidiana e fornissero una potente base per sviluppare le facoltà intellettive. Cibo per diventare magari adulti più consapevoli e aperti alle meraviglie del mondo.

Proprio a ravvivare la mente dovevano servire quei «riassunti imperfetti», come li chiamarono gli stessi autori nella prefazione della prima edizione. Secondo i Lamb, quei testi in prosa dovevano offrire ai bambini e alle bambine dell’epoca (queste ultime totalmente tagliate fuori dall’insegnamento scolastico e dalle biblioteche dei padri accessibili solo ai maschi) la possibilità di avvicinarsi all’eccellenza della letteratura inglese in modo totalmente diverso. Senza i moralismi e le ingessature pedagogiche di cui abbondavano i libri a loro dedicati, ma prendendo quelle stesse storie per quello che erano e sono ancora oggi per noi: dei portentosi strumenti per interrogare noi stessi e nutrire lo spirito.

Questa era l’ambizione. Tales from Shakespeare, però, rappresentava per Charles e Mary anche una cosa molto concreta: la speranza di un guadagno economico. Un balsamo con cui alleviare le sofferenze e le miserie che avevano lasciato tracce indelebili nei loro spiriti e nei loro fisici.

Passettino indietro. Nati in una famiglia povera, i due fratelli vissero i primi anni in una casa donata da un benefattore, rifugio che dovettero presto abbandonare alla morte del proprietario. Rimasti senza altri appigli per sopravvivere, i due ragazzi furono costretti a fare molti sforzi per assicurarsi un minimo di sostentamento. Per non finire in mezzo ad una strada, Charles iniziò a lavorare come impiegato per la “Compagnia delle Indie orientali” compilando libri mastri per i successivi trent’anni, mentre Mary imparò a cucire mantelli per signora, lavoro che odiava con tutte le sue forze e che alternava alla cura dei genitori, entrambi degenti.

A rompere quel fragile equilibrio, fu il crollo psicologico di Mary nel 1796, anno in cui a seguito di un eccesso di follia uccise la madre con una coltellata e ferì il padre. Dopo essere stata giudicata insana di mente, Mary fu rinchiusa per un anno in manicomio per poi essere affidata, una volta uscita, alla tutela del fratello, a sua volta vittima di diverse crisi e ricadute. Nonostante le difficoltà, Charles diede prova di abnegazione e amore fraterno e alla morte del padre si prese cura della sorella dividendo con lei la casa e le sue ambizioni letterarie.

Dopo la suddetta visita in libreria del 1802, fu proprio pensando alla fragilità di Mary che Charles stabilì la suddivisione del lavoro per Tales from Shakespeare. Per non aggravare ulteriormente la salute della sorella, decise di occuparsi dell’adattamento in prosa delle tragedie lasciando a Mary le commedie. I morti, il sangue versato, la follia non sarebbero state una materia semplice da rielaborare. In questo modo, giorno dopo giorno, lavorando allo stesso tavolo, uno di fronte all’altro, i due misero insieme i seguenti racconti:

La Tempesta, Sogno di una notte di mezza estate, Racconto d’inverno, Molto rumore per nulla, Come vi piace, I due gentiluomini di Verona, Il mercante di Venezia, Cimbelino, Re Lear, Macbeth, Tutto e bene ciò che finisce bene, La bisbetica domata, La commedia degli errori, Misura per misura, La dodicesima notte, Timone d’Atene, Romeo e Giulietta, Amleto, Otello e Pericle, principe di Tiro.

Ma che racconti erano? Cosa restava di Shakespeare nella forzata traduzione in prosa?

Leggendoli nel 2017, i racconti di Tales from Shakespeare non appagano chi già conosce e ama l’opera del Bardo, ma sorprendono molto per la modernità dell’approccio. Nella prosa non c’è la potenza immediata dei versi. Né quella magica stratificazione di immagini e parole con cui solo Shakespeare sapeva rendere il racconto dell’ambiguità umana. Al contrario, c’è invece un narratore onnisciente che si colloca al di fuori dell’azione, una voce rassicurante che offre una interpretazione univoca facendosi carico di spiegare ai giovani e giovanissimi lettori le ragioni del bene e del male.

L’operazione, tuttavia, non si riduce ad un generale edulcoramento, né dei fatti né della complessità della realtà. È piuttosto un sunto efficace dello spirito di quelle famose storie. Non ci sono lezioni, ma inserimenti intelligenti. Qua e là, ad esempio, Charles e Mary si permettono anche qualche nota di contesto. È il caso di Macbeth in cui Charles ricorda la successione delle casate sul trono d’Inghilterra o quello di Sogno di una notte di mezza estate, che Mary, facendo trasparire il suo tocco di donna, fa iniziare così:

«Molto tempo fa, nella città di Atene una legge accordava ai padri il potere di obbligare le figlie a sposare un pretendente scelto per loro; se una giovane rifiutava, la legge dava al genitore la facoltà di chiederne la condanna a morte; tuttavia, siccome i padri di solito non desiderano la morte delle figlie, anche se disobbedienti, questa legge veniva applicata molto di rado, o, per meglio dire, mai, anche se spesso i genitori se ne servivano per domare le figlie ribelli…».

“Riassunti imperfetti”, insomma, eppure profondamente rispettosi di Shakespeare, il quale rivive in alcuni virgolettati che riproducono fedelmente i suoi versi. A beneficio di letture future e più mature.

Tirando le somme, Tales from Shakespeare fu una raccolta di un grande successo che ispirò un nuovo modo di raccontare ai più piccoli. Charles e Mary Lamb divennero quasi dei divulgatori ufficiali di Shakespeare tanto che la loro opera venne apertamente lodata dal famoso circolo londinese di Bloomsbury, quello di Virginia, Leonard Woolf e innumerevoli altri artisti e intellettuali.

Dopo il successo di quella raccolta, Charles si dedicò anche ad altri progetti editoriali continuando ad occuparsi della sorella. Quando infine la follia di Mary si aggravò, pur di non lasciarla si trasferì con lei in una clinica psichiatrica privata morendo per le conseguenze dell’alcolismo a soli cinquantanove anni. Mary gli sopravvisse altri dodici anni, ormai totalmente pazza. Alla sua morte fu sepolta accanto al fratello nel cimitero di Edmonton nel Middlesex. Vicini, come erano sempre stati. Era il 1847. Il suo nome era stato incluso accanto a quello del fratello sul frontespizio delle Tales solo nel 1838, alla settima edizione.


Tales from Shakespeare, Charles and Mary Lamb; Penguin Classics, 2007

Racconti da Shakespeare, Charles e Mary Lamb; Bur Ragazzi, 2010

 

Martin il romanziere, di Marcel Aymé

Le Passe-Muraille

Quando i mondi della fantasia e della satira si uniscono

Come nel mio non troppo lontano primo articolo su queste pagine, oggi voglio tornare a parlarvi di narrativa di genere. Lo faccio con Martin il romanziere, una bellissima raccolta di racconti uscita lo scorso anno per L’orma editore.

Prima di tutto l’autore. Chi è questo Aymé? Ammetto di essermelo domandato anche io quando questo libro mi è stato raccomandato, ma vinto dalla curiosità e dall’ottima qualità dell’edizione mi sono portato a casa il volume senza stare a pensarci troppo su.

Marcel Aymé, come forse lascia intuire il nome, è uno scrittore di origine francese, vissuto nella prima metà del secolo scorso. Famoso in patria per i suoi romanzi e racconti fantastici e per le sue pièces teatrali, da noi ha avuto una certa fortuna editoriale quasi solo con una raccolta per ragazzi (Les Contes du chat perché, apparsi in diverse edizioni nel corso degli anni). Fino all’anno scorso almeno, quando L’orma ha deciso di riproporcelo con una selezione dei suoi racconti più riusciti, che spero tanto essere la prima di una lunga serie.

Marcel Aymé fu uno spirito ribelle e poco avvezzo ad adeguarsi a qualsiasi ruolo preconfezionato ci si sarebbe potuto aspettare per lui, non riconoscendosi in alcuna corrente politica fu fedele sempre e solo a quello che di volta in volta gli suggeriva il suo istinto e il suo spirito. Questo atteggiamento anticonformista gli procurò diverse critiche, soprattutto per alcune scelte vicine alla destra radicale durante il periodo di occupazione. Critiche alimentate anche da alcune frequentazioni, giudicate poco raccomandabili, tra le quali spicca Louis-Ferdinand Céline, che, come ci ricorda nella prefazione Carlo Mazza Galanti, traduttore e curatore dell’antologia, veniva considerato dal nostro autore come: «Il più grande scrittore francese vivente, e forse il più grande lirico che abbiamo mai avuto»[1]A Céline è riservato anche l’onore di comparire come comparsa nel racconto La carta del tempo il primo di questa raccolta. Coerentemente con il suo modo di essere il nostro autore rifiutò la Legion d’onore nel 1949 e l’invito ad entrare a far parte dell’Académie française dieci anni dopo, e visse guardando sempre con divertito distacco e un pizzico di disprezzo al mondo degli intellettuali parigini e della cosiddetta cultura ufficiale.

Chi di voi ha avuto la fortuna di visitare Parigi ha forse avuto anche l’occasione di passeggiare in piazza Marcel Aymé, caratterizzata dalla presenza della statua in bronzo di un uomo (la stessa che trovate nell’immagine in alto, sì), colto nell’atto di attraversare un muro. Quell’uomo altri non è che Dutilleul, o le passe mureille, protagonista dell’omonimo racconto (non contenuto in questa edizione), e personaggio con il quale diversi parigini e molti turisti di passaggio amano immortalarsi, nel tentativo di aiutarlo ad uscire dal muro. Le fattezze della statua, per altro, sono proprio quelle dell’autore.

Il monumento è una perfetta sintesi del modo di Aymé di fare narrativa. I suoi racconti partono tutti da un presupposto fantastico, per poi seguire lo svolgimento degli eventi in maniera naturale. Troviamo: personaggi che prendono vita per rivolgere lamentele all’autore che li ha creati (com’è il caso del racconto che dà il titolo alla raccolta), leggi che impongono alla popolazione di ringiovanire (nel corpo ma non nello spirito), personaggi che hanno la facoltà di potersi moltiplicare a piacimento, e simili situazioni fantastiche, che al lettore risultano molto gustose e divertenti, ma che per i protagonisti sono non di rado fonte di angosce e di problemi. Queste sono solo alcune delle trovate dell’autore transalpino, che poi procede nella narrazione sviscerando tutte le conseguenze della situazione paradossale che vi ha dato inizio. Fino ad arrivare ad un finale che spesso ribalta all’ultimo secondo le aspettative che il lettore si era formato fino a quel momento.

Oltre ai risvolti fantastici questi racconti, ciascuno dei quali è un piccolo gioiellino, sono caratterizzati da un’ironia pungente, e sbeffeggiano apertamente il mondo della borghesia parigina, con tutte le sue convinzioni e i suoi codificati regolamenti. Un esempio tra tanti: nel racconto La grazia il protagonista, come premio per le sue virtù e la sua condotta di cristiano modello (addirittura il migliore di tutta Montmartre!), viene ricompensato direttamente dall’Altissimo con una luminosissima aureola, da sempre simbolo di santità, che gli compare proprio attorno alla testa. Ebbene la reazione della moglie del pio uomo è:

«Che roba è questa?» diceva. «Vorrei sapere che figura ci facciamo coi vicini, coi negozianti del quartiere e con mio cugino Léopold! C’è poco di cui andare fieri. È soltanto una cosa ridicola. Vedrai, si metteranno tutti a parlare di noi.»

Inutile dire che l’atteggiamento della moglie dello sventurato protagonista avrà non poche conseguenze sullo sviluppo della trama.

Le storie raccontate da Marcel Aymé sono tutte così. Pur avendo all’incirca lo stesso schema, (situazione paradossale; conseguenze; finale imprevedibile) riescono a sorprendere il lettore con una freschezza sempre nuova, che non stanca. Pur essendo caratterizzati da una forte vena umoristica i racconti hanno la capacità di spingere il lettore a riflettere su aspetti della contemporaneità che sono ancora molto attuali, e che vengono messi alla berlina con uno stile satirico ma mai stucchevole. Non è sempre facile coniugare leggerezza con la profondità, ma questa antologia di racconti ci riesce benissimo. Consigliata per chi cerca una lettura leggera ma allo stesso tempo non banale.


[1] Carlo Mazza Galanti, prefazione a Martin il romanziere, L’orma editore, 2016, pag. 10.

Philip Roth e la genesi di uno scrittore

Photo by Darius Anton

In un pomeriggio di aprile del 1959, Philip Roth era più impaziente del solito. Tre volte uscì di casa per raggiungere l’edicola sulla Quattordicesima Strada e trovare il nuovo numero del New Yorker; tra quelle pagine c’era Defender of the faith, il secondo racconto che aveva scritto, il primo pubblicato da una rivista importante. In quel periodo Roth aveva lasciato sua moglie Josie, si era trasferito nel Lower East side e aveva deciso che avrebbe provato a vivere soltanto della sua scrittura.

Defender of the faith è una storia ambientata sul finire della seconda guerra mondiale. Il protagonista è Nathan Marx, un sergente ebreo che nel maggio del ’45 viene rispedito negli Stati Uniti per dirigere una compagnia di addestramento a Camp Crowder, nel Missouri. Alcuni soldati cercano di ottenere dei favori dal nuovo sergente sfruttando la comune ebraicità. Uno su tutti: la recluta Glossbart, un diciannovenne subdolo e bugiardo che mette in atto ogni stratagemma possibile per ottenere ciò che vuole. Il sergente Marx sarà costretto a prendere una decisione drastica per mettere in riga il soldato.

Defender of the faith scatenò reazioni violente presso la comunità ebraica, diventò tema di discussione nei sermoni dei rabbini, nei confronti familiari, in ogni dibattito universitario. Roth fu chiamato a rispondere di quel testo outrageous di fronte agli esponenti dell’Anti-Defamation League e a difendersi dalle accuse con articoli e interventi pubblici. Forse perché era il primo racconto che trattava l’argomento senza moralismo, forse perché era il primo racconto che trattava l’argomento su una rivista come il New Yorker (il direttore di allora era l’ebreo William Shaw. Tra i collaboratori ebrei del tempo il giornale vantava scrittori del calibro di J. D. Salinger). Centinaia di lettere di protesta invasero la redazione: il racconto era un attentato alla dignità degli ebrei. Philip Roth guadagnò l’appellativo di scrittore controverso e venne accusato di utilizzare la letteratura per dar libero sfogo alla sua inclinazione antisemita.

Roth non riusciva a capire: Defender of the faith era un’opera di fantasia e come ogni opera di fantasia attingeva dalla realtà senza mai raccontarla davvero. Perché doveva subire un trattamento del genere? Era possibile? Soprattutto: era giusto? Che colpa ne aveva lui se alcuni ebrei si erano riconosciuti nei difetti del soldato Glossbart?

Non tardai a capire che per odio di sé si intendeva una ripugnanza interiorizzata, ma non necessariamente consapevole, per i segni riconoscibili del proprio gruppo che culmina o in una serie di sforzi quasi patologici per espungerli o nella brutale denigrazione di coloro che ne sono così ignari da non provarci nemmeno.

La comunità intravide in quel racconto una mancata sensibilità per la sofferenza del popolo ebraico. Quale sofferenza, si chiedeva Roth. A dispetto dei divieti imposti dalla religione, i ragazzi sentivano sotto la pelle la stessa eccitazione dei loro coetanei, l’emozione di crescere nel più grande paese della terra. Gli ebrei americani non erano gli ebrei europei. Il peso di un passato che alcuni sentivano di portare addosso era solo l’ombra di un fantasma che nessuno aveva mai visto. Nelle scuole, nei campus, i giovani ebrei vivevano da veri americani, e questo era sotto gli occhi di tutti. Se c’era qualche differenza era da ricercare nello spirito, non in ciò che distingue un cattolico da un ebreo, ma un essere umano dall’altro.

Defender of the faith fu incluso nella raccolta Goodbye, Columbus e nel 1960 Roth vinse il National Book Awards. La polemica aveva attirato interessi, acceso discussioni e spinto il racconto più di quanto sarebbe successo se fosse stato scritto da qualcun altro. Roth presentò il libro in diverse occasioni, sia in America che in Europa. I suoi interventi erano brillanti, autoironici ma misurati; sapeva di avere a che fare con un pubblico pronto a scaldarsi al momento opportuno. Nel 1962 accettò di partecipare a un incontro organizzato dalla Yeshiva University di New York. Anche se il titolo della conferenza lo lasciava un po’ perplesso, La crisi di coscienza dei narratori delle minoranze, sapeva che declinare l’invito di una scuola ebrea ortodossa sarebbe stato considerato un affronto, l’ennesimo che gli avrebbero attribuito. Non aveva scelta ma si sentì rassicurato dal fatto che non sarebbe stato solo; insieme a lui erano stati invitati gli scrittori Ralph Ellison e Pietro Di Donato. Per i primi venti minuti i tre si presentarono al pubblico con alcune dichiarazioni introduttive sulla propria carriera. Roth aveva scritto il suo discorso per evitare che l’ansia del momento gli facesse dire cose che potevano essere fraintese. Conclusi gli interventi, il moderatore prese la parola e, quasi ignorando gli altri due, si rivolse a Roth e chiese: «Signor Roth, lei scriverebbe gli stessi racconti che ha scritto se vivesse nella Germania nazista?». Roth si rese conto che qualsiasi cosa avrebbe detto non avrebbe avuto importanza perché il processo era cominciato. Il pubblico fu chiamato a intervenire e lo scrittore capì che quel fervore non era dovuto soltanto a un giudizio negativo sulla sua scrittura: quella gente lo odiava sul serio. Il suo corpo reagì in modo inaspettato; avvertì un senso di profonda spossatezza, come uno stato d’incoscienza. Ralph Ellison condivideva la stessa posizione intellettuale di Roth e dopo trenta minuti di attacchi trasversali, sentì il bisogno d’intervenire per difendere il collega e spegnere gli animi. Il moderatore ringraziò gli scrittori e dal pubblico partì un applauso poco spontaneo. Roth cercò di allontanarsi ma venne circondato dalla cellula più ostile della folla che lo costrinse in una morsa di imprecazioni e insulti. «Fate largo, me ne vado!».

Era arrabbiato, così arrabbiato che promise a se stesso che non avrebbe scritto una parola in più sugli ebrei. Ma in quel giorno, che nella sua autobiografia [1] ricorda come uno dei più duri della sua vita, Roth aveva scoperto anche che l’aggressività che accompagnava il tema dell’autodefinizione ebraica era un magma inesauribile, una fonte d’ispirazione che non avrebbe potuto ignorare.

Dopo un’esperienza come la mia alla Yeshiva, bisognava che uno scrittore non fosse affatto uno scrittore per andare a cercare altrove qualcosa di cui scrivere. L’umiliazione che avevo subito davanti ai bellicosi spettatori della Yeshiva – anzi, la rabbiosa opposizione ebraica che avevo suscitato praticamente dall’inizio – fu l’occasione più fortunata che potessi avere. Ero marchiato a fuoco.

«Fanatica sicurezza, fanatica insicurezza» era questo il dramma degli ebrei d’America, lo stimolo che spinse Roth a creare Nathan Zuckerman, il suo alter ego, a scrivere Pastorale americana (Pulitzer per la narrativa nel 1998). A diventare quello che è oggi: uno dei più grandi rappresentanti della letteratura ebraico-americana nel mondo.

 


[1] Philip Roth. I fatti: autobiografia di un romanziere. Einaudi editore, 2013. Traduzione di Vincenzo Mantovani (pp. 118-136).

Una pistola nella neve

I. E. Repin, Il duello tra Onegin e Lenskij.

All’alba di un mite giorno di primavera, due ussari si sfidano a duello ma uno dei due, sprezzante della morte, si presenta con un berretto pieno di ciliegie; subito dopo aver sparato e fallito il proprio colpo, in piedi e sotto la mira del suo avversario, sceglie dal berretto le ciliegie mature, le mangia una dopo l’altra, sputando i noccioli verso l’altro duellante. È un episodio tratto da Le novelle del defunto Ivan Petrovič Belkin di Puškin, racconti che – come le ciliegie – invogliano il lettore ad esser letti, uno dopo l’altro.

Ma chi era questo Ivan Petrovič Belkin? In realtà nessuno lo sa con certezza, neppure il suo editore: questi, accingendosi a preparare una breve nota biografica dell’autore, da unire alle novelle, avverte il lettore di non essere riuscito a racimolare che poche e striminzite notizie sul suo conto, neppure di prima mano, attraverso uno stimato signore e sedicente amico del defunto, che però preferisce rimanere nell’anonimato non prima di avergli fatto sapere che Belkin ha «lasciato una moltitudine di manoscritti, che in parte si trovano presso di me, in parte sono stati adoperati dalla cuoca per vari bisogni domestici. Così l’inverno scorso su tutte le finestre della sua ala era stata incollata la prima parte di un romanzo che egli non finì». [1]

È così che ha inizio il gioco letterario che rende indimenticabili questi racconti, un gioco fatto di specchi, di immagini cangianti, di voci che si alternano, dove i narratori si rivolgono a destinatari che a loro volta diventano narratori, impedendo al lettore di sapere chi sia il vero autore della raccolta: ci sono, infatti, un narratore fittizio e un editore fittizio di racconti fittizi, che sembrano veri, uniti da un autore esterno vero che si presenta però come l’editore fittizio A.P., e così via.

Puškin, a quanto pare, si proponeva di sperimentare una forma narrativa diversa, divertente e più leggera, priva di prediche e di intenti morali – come lo sono, invece, solitamente le novelle – perché, a differenza di ciò che comunemente si pensa, a lui interessava divertire e divertirsi, soprattutto quando scriveva racconti. Le novelle sono cinque: Il becchino, Il maestro delle poste, La signorina contadina, Un colpo di pistola (o I duellanti) e La tempesta di neve, scritte in quest’ordine tra settembre e ottobre del 1830.

Per alcuni studiosi, il gioco letterario di Puškin è anche un gioco di parodie dei generi letterari europei all’epoca molto in voga tra i nobili russi, talmente in voga da costituire la loro lettura principale e da farli esprimere sempre più spesso in francese o in inglese piuttosto che in russo! I generi in questione sarebbero: il racconto sentimentale, il racconto romantico, il racconto gotico e il marivaudage [2]. Tuttavia, la novità insita in questi racconti è che Puškin non inventa nuovi personaggi, ripropone quelli già esistenti nei generi citati, fa compiere loro le azioni che per loro sono abituali per poi, con estrema ironia e con colpi da maestro, portarli a soluzioni diverse ed imprevedibili rispetto al genere cui si rifà il racconto.
Così, ad esempio, ne Il maestro delle poste, la ragazza povera – e di rango inferiore – dovrebbe essere sedotta e poi abbandonata, suo padre – scoperto l’inganno – morire di crepacuore e il seduttore – di rango superiore – far perdere velocemente le sue tracce e invece… Non resta che leggerli, per scoprirlo.

Tornando ai nostri duellanti – il mio racconto preferito – e alle ciliegie, non svelerò qui la fine di questa sfida perché, in realtà, è un altro il duello che vi vorrei raccontare: quello che vide protagonista Puškin e che lo portò inesorabilmente alla morte. Nato nel 1799, a trent’anni non era già più il «galante e scapato giocatore e duellista» [3] che tutti conoscevano ma un uomo nel mezzo del cammin della sua vita, provato dalle tante esperienze vissute, desideroso di metter su famiglia e di costruirsi una casa. È proprio in tali circostanze che incontra e si innamora della bella, anzi, bellissima Natalia. Si sposeranno nel 1831 ma, subito dopo le nozze, cominceranno i guai per il novello sposo giacché sua moglie, definita bellezza tra le bellezze perfino dallo Zar, attirava schiere di ammiratori come le mosche al miele, tanto che pettegolezzi e dicerie non tardarono a farsi strada.

Tra cascamorti e galantuomini, comparve anche un certo Giorgio D’Anthés, un francese rubacuori e di bell’aspetto trasferitosi in Russia dopo essere stato cacciato dalla Francia, ammirato e conteso da tutte le ragazze dell’alta società in cerca di marito. E siccome pare che i belli attirino i belli, presto Natalia e Giorgio si ritrovarono spesso a ballare insieme, s’intrattenevano a lungo in amabili conversazioni, tanto che nuovi pettegolezzi furono alimentati. La situazione precipitò quando Giorgio, destinatario di un primo cartello di sfida intercettato dal patrigno, per evitare di battersi si disse perdutamente innamorato della sorella di Natalia, Caterina, e pronto a sposarla. Le nozze furono celebrate di lì a poco ma gli sposi, ahimè, furono sistemati in casa del nostro autore; benché Puškin avesse proibito alla bella Natalia ogni relazione con il novello cognato, i due ben presto ripresero a frequentarsi. Pare che D’Anthés ostentasse perfino un’intimità inesistente. Tanto bastò per rendere la situazione intollerabile e convincere Puškin a lanciargli una seconda sfida.

Il duello fu fissato alle quattro di un freddo pomeriggio di gennaio, con la neve alle ginocchia, nei pressi del Ruscello Nero. D’Anthés sparò per primo, ferendo il poeta gravemente ma questi, caduto bocconi sul suo mantello, con la pistola piena di neve, ebbe comunque la forza di sparare il suo colpo, ferendolo ad un braccio.

Puškin fu riportato a casa in condizioni disperate, morì due giorni dopo, non prima di aver esclamato «Adieu, les amis!» rivolto ai suoi amati libri.

Era il 29 gennaio del 1837.


[1] Puškin, Le novelle del defunto Ivan Petrovič Belkin, Meridiano Mondadori, p. 690
[2] Ibidem, dalla nota introduttiva alle novelle a cura di Eridano Bazzarelli, p.682. Quanto al marivaudage, il riferimento è alle commedie d’intreccio amoroso elegante e raffinata, come quelle scritte nel Settecento da Marivaux.
[3] Capitolo intitolato Morte di Puškin, tratto da I russi di Tommaso Landolfi, Adelphi edizioni.

Chiedere di raccontarsi.

Tondelli e l’esperienza di Under 25

 

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Pier Vittorio Tondelli

Quando la redazione di Linus chiese a Pier Vittorio Tondelli di scrivere un pezzo sui giovani, lo scrittore emiliano rispose con un articolo illuminante intitolato Gli scarti. Le premesse di quell’articolo erano una sfida complessa: tracciare un identikit dei giovani degli anni Ottanta fornendo un quadro più profondo della semplice suddivisione in categorie secondo le abitudini di vita o le tendenze in termini di moda, di musica ascoltata e di luoghi frequentati, come era comune leggere sui giornali dell’epoca. Nonostante in precedenza avesse già prodotto descrizioni del mondo giovanile in saggi o articoli apparsi su altre riviste, questa volta Tondelli cercò di ragionare sul problema stesso di non cadere nella trappola di uno sguardo superficiale, tipico dei “tuttologi” o degli “opinionisti” da salotto televisivo.

«Chi sono i giovani d’oggi? Che cosa pensano? Saranno vere le categorie, così pubblicizzate dai mass media, che li vedono raggruppati in comportamenti e mode assolutamente non paragonabili tra loro? Saranno tutti stupidi, reazionari, bambocci preoccupati soltanto del vestito e del “cosa mettere stasera”?[…] Sono in difficoltà. Mi accorgo di cadere nelle trappole di chi, per diletto o per artigianato, fa la professione di chi scrive e di chi racconta: cioè, dimenticare la realtà per i simulacri e i feticci imposti dal sistema delle comunicazioni di massa».[1]

Per rispondere alla domanda, Tondelli provò a fare un passo indietro: abbandonò i panni del Giovane Scrittore (definizione che gli stava stretta già da un po’) per mettersi nei panni del giovane comune, in particolare di quel giovane che fu quando scriveva il suo “libro segreto”, un romanzo a cui aveva confidato i dolori e le illuminazioni degli anni della giovinezza. Naturalmente il “libro segreto” a cui fa riferimento Tondelli è il classico libro che è rimasto nel cassetto, una sorta di antologia di prime intenzioni, una raccolta di materiale non pubblicato e non pubblicabile, ma che ha la straordinaria capacità di un balsamo magico, di pronto soccorso per i momenti di difficoltà. È dalla consultazione di questo “libro segreto” che Tondelli trova l’ispirazione per scrivere l’articolo per Linus. Così, un articolo che aveva nelle premesse il racconto della gioventù contemporanea si trasforma in un invito ai giovani a raccontarsi, ad affidare alla carta i pensieri, le inquietudini quotidiane.

«Propongo: perché non raccontate quello che fate, che sentite: i vostri tormenti, i vostri rapporti a scuola, con le ragazze, con la famiglia. E perché di queste cose, poi – visto che ne avete voglia – non provate a formularne un giudizio? Perché non scrivete pagine contro chi odiate? O per chi amate? C’è bisogno di sapere tutte queste cose. Siete gli unici a poterlo fare. Nessun giornalista, per quanto abile, potrà raccontarle al vostro posto. Nessuno scrittore. Sarà sempre qualcosa di diverso. Siete voi che dovete prendere la parola e dire quello che non vi va o che vi sta bene. Siete voi che dovete raccontare.»[2]

Gli scarti fu pubblicato sul numero 243 di Linus del giugno 1985. A distanza di più di trent’anni si può dire che Tondelli, da straordinario osservatore della sua contemporaneità, riuscì perfettamente a inquadrare gli elementi nuovi che stavano caratterizzando quel decennio (e che per certi versi anticipavano il decennio successivo) e riuscì anche a individuare gli elementi di discontinuità con gli anni Settanta, in Italia così segnati dalla lotta politica e dalle stragi degli “anni di piombo”. Tondelli sapeva che la generazione di giovani che stavano vivendo gli anni Ottanta era profondamente diversa da quella cui sentiva di appartenere lui stesso, sebbene ci fossero pochissimi anni di differenza. Perché? Perché il mondo era cambiato in maniera profonda e gli strumenti per raccontare una certa fascia d’età che erano validi fino all’altro ieri, adesso erano completamente obsoleti, almeno da un punto di vista superficiale. Allora bisognava fare due cose: invitare i giovani a raccontarsi (per avere una visione più fedele e autentica della realtà), e cercare in questi racconti dei punti di contatto con le esperienze giovanili precedenti, far vedere che al di sotto della superficie c’è un mondo che, in fin dei conti, possiede sempre i medesimi sogni, le medesime aspirazioni. Queste intenzioni si tradussero in un’idea più strutturata, in una ipotetica rivista che desse spazio alle voci dei giovani. Ma Tondelli aveva in mente un progetto diverso; rifiutò l’idea di rivista e propose alla casa editrice Transeuropa Edizioni di Ancona, un’antologia di racconti scritti soltanto da giovani al di sotto dei venticinque anni. Nacquero così le antologie Under 25, antologie cult della seconda metà degli anni Ottanta, che cercarono di fornire, con una certa coscienza da parte del curatore, una risposta alla domanda che gli era stata posta dalla redazione di Linus e che aveva prodotto Gli scarti.

Si potrebbero dire molte altre cose intorno all’esperienza di Under 25. Ad esempio si potrebbe parlare anche della ricerca formale operata da Tondelli nella selezione dei manoscritti: dell’attenzione dell’autore emiliano anche per la lingua dei giovani, le scelte di stile e le scelte di esprimersi attraverso differenti generi letterari. Si potrebbe parlare anche delle necessarie e interessanti riflessioni attorno agli autori dei manoscritti (sia di quelli pubblicati che di quelli non pubblicati), ed è interessante lo spunto sociologico che emerge  dalle righe della Presentazione: Tondelli si chiede come mai la maggior parte dei manoscritti arrivi dalla provincia, mentre da Milano, che solo pochi anni prima era stata la capitale culturale del Paese, forse «la sola metropoli italiana degna di questo nome[3]», non sia arrivato niente. Si potrebbero dire tante cose ancora intorno a questa esperienza, ma mi preme tornare alle intenzioni della raccolta per arrivare ai giorni nostri; per capire se le intenzioni messe in atto da Tondelli, possano essere valide ancora oggi. In buona parte ritengo di sì: è sempre attuale l’intenzione di spingere una generazione a raccontarsi, e la letteratura è sempre una buona strada da percorrere quando si tratta di raccontare il disagio o le aspirazioni di una generazione. Dopotutto la nostra letteratura, anche successiva all’esperienza Under 25, ha sempre continuato ad offrire interessanti esempi in tal senso: penso ai cult degli anni Novanta come Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi o Tutti giù per terra di Giuseppe Culicchia – autore tra l’altro che esordì, con i primi racconti, proprio in una delle antologie Under 25 di Tondelli.

Le premesse poste in atto da Tondelli hanno salvaguardato l’esperienza Under 25 da semplice laboratorio per talenti letterari o da vetrina per autori emergenti; hanno prodotto una voce comune, una testimonianza dei tempi. Chiedere ai giovani di raccontarsi è stata una scelta felice: ha prodotto una fotografia di un momento storico, ha offerto uno strumento sociologico. In altre parole ha dato a quegli scarti cui si rivolgeva Tondelli la possibilità di comunicare in prima persona. Per questo un’esperienza come quella di Under 25 riveste un’importanza capitale non tanto come collezione di oggetti-feticcio, ma come fenomeno capace di fornire uno specchio dei tempi molto più fedele delle inchieste e degli articoli sociologici che fino ad allora avevano rinchiuso i giovani degli anni Ottanta in vuote categorie.


[1] Pier Vittorio Tondelli, “Gli scarti” in Un weekend postmoderno, Bompiani, 2016 (pag. 321)
[2] Pier Vittorio Tondelli, “Gli scarti” in Un weekend postmoderno, Bompiani, 2016 (pag. 323)
[3] Pier Vittorio Tondelli, “Under 25: Presentazione” in Un weekend postmoderno, Bompiani, 2016 (pag. 336)

Di un racconto scomparso e un poeta sconosciuto

Lo skyline di Boston – foto dell’autrice

 

La musica è insieme alla lettura un’altra mia grande passione e ad essa devo molto. Ho iniziato ad apprezzare la poesia proprio leggendo i testi delle canzoni e senza Bob Dylan, Patty Smith e tanti altri non mi sarei mai avvicinata al linguaggio della poesia che per molti anni ho trovato incomprensibile. Nella musica come nella lettura vado sempre alla ricerca di autori nuovi e qualche anno fa mi capitò di ascoltare Lungo i Bordi dei Massimo Volume, gruppo rock della scena indipendente italiana. Rimasi subito impressionata dai testi sempre inclini alla poesia, in particolare mi colpì la prima canzone di Lungo i Bordi, Il Primo Dio, questa una parte del testo:

Emanuel Carnevali, morto di fame nelle cucine d’America

sfinito dalla stanchezza nelle sale da pranzo d’America

scrivevi

E c’è forza nelle tue parole

Sopra le portate lasciate a metà, i tovaglioli usati

Sopra le cicche macchiate di rossetto

Sopra i posacenere colmi

Sapevi di trovare l’uragano

Emidio Clementi, cantante dei Massimo Volume, scrisse e dedicò questa canzone al poeta Emanuel Carnevali, nato a Firenze nel 1897 e immigrato a 16 anni negli Stati Uniti perché sognava di diventare un poeta. Non avevo assolutamente idea di chi fosse Emanuel Carnevali e la mia prima scoperta fu che frequentò il circolo letterario di Ezra Pound, Sherwood Anderson, William Carlos Williams, Edgar Lee Masters e Robert McAlmon che ne apprezzarono le sue doti poetiche. Williams lo descrive come «il poeta nero, l’uomo vuoto, la New York che non esiste», e nella sua autobiografia dice:

«McAlmon pubblicò il libro di Em[anuel], che nessuno ricorda più, uno dei migliori esempi di – di che cosa? Di un libro, un libro che è tutto di un uomo, un uomo giovane, superbamente vivo. Condannato. Quando penso a ciò che si pubblica e si legge e si loda e, regolarmente, si premia, mentre un libro così resta sepolto sotto un mucchio di cadaveri, giuro di non voler più avere successo, sono disgustato, tornano le vecchie tentazioni. Che cos’altro può fare un libro per un uomo?» [1]/p>
Sherwood Anderson compose un racconto proprio ispirato a Carnevali dal titolo Italian Poet in America pubblicato nel 1941; peccato sia introvabile e che sul web ci sono pochissime informazioni a riguardo. Per recuperare il ricordo di Anderson su Carnevali occorre leggere le sue memorie, ed ecco cosa racconta:

«Faceva ogni cosa in gran fretta. Era come un vecchio, tutto cinismo e, un momento dopo, come un fanciullo. Se ne stava seduto tranquillamente, un giovanotto ben fatto, dalla pelle olivastra, dai folti capelli neri, il tipo d’uomo, si sarebbe detto, che piace alle donne, benché egli mi avesse detto che non era vero. Diceva che quello era il grande problema, il dolore della sua vita. “Ho bisogno di una donna,” diceva “terribilmente, ma le spavento”». [2]

Emidio Clementi scoprì Carnevali grazie a un cliente di un ristorante dove lavorava come cameriere che una sera gli porse un libro dicendogli: «Qui si racconta di uno come te». Era Il Primo Dio di Emanuel Carnevali, il libro autobiografico di Carnevali pubblicato in Italia dalla Adelphi insieme alle sue poesie. Ho iniziato a leggere le poesie di Carnevali e ne sono stata rapita. Questa è per esempio una parte della poesia L’Ultimo Giorno:

I miei occhi/ sono grida acute

come gli occhi di un cane frustato, affamato

C’è un giornale

accartocciato

ucciso dal fango

Le mie mani spaventate

tremano

dissennate

e la tua mano bianca

la sento

dentro di me che strappa quel poco di anima

che ancora mi resta.

Carnevali collaborò con la Little Review durante il suo periodo americano (nel numero 11 un suo racconto è tra il XIII capitolo dell’Ulisse e le poesie di Sherwood Anderson) e fu vicedirettore di Poetry. La caratteristica principale dello stile di Carnevali è l’urgenza di raccontare la sua vita con l’entusiasmo tipico di chi arriva dalla periferia. E poi scriveva in inglese, la lingua dell’esilio imparata servendo ai tavoli dei ristoranti, per le strade di New York («Quante volte nelle strade di Manhattan/ho scagliato il mio odio») e le sue poesie sono piene delle ribellioni, sogni e immaginazioni tipiche degli immigrati.

Nel periodo passato a Chicago andava spesso a trovare Sherwood Anderson e per un certo periodo ha anche vissuto proprio a casa sua. Ed è proprio Sherwood Anderson che, in questa assenza di informazioni su questo poeta, ha raccontato quando e come Carnevali perse il contatto con la realtà: era una notte di neve a Chicago, Carnevali lo va a trovare – dopo mesi che non si incontravano – e gli chiede se vuole uscire a camminare con lui. È molto malato, magrissimo, poco coperto, senza cappotto. Dopo mezz’ora corre fuori da casa, Anderson prova a rincorrerlo per convincerlo a prendere almeno il cappotto, ma era già andato via e per ore vaga nella bufera. Lo trovano più tardi in ginocchio nella neve davanti alla casa della prostituta che lo manteneva e gridava, gridava a Dio, di salvare la sua anima e l’anima della sua donna che era al lavoro.

Questa è invece la versione fornita da Emanuel Carnevali nella sua autobiografia:

«Corsi da Sherwood Anderson e lo pregai che mi desse qualcosa da mangiare, pensando che l’azione meccanica del masticare mi avrebbe aiutato a riportarmi alla realtà. Divorai tutto quello che mi diede, ma non valse a nulla. Con il pretesto che sua moglie sarebbe rientrata da lì a poco e che forse si sarebbe spaventata nel vedermi in quello stato, Sherwood Anderson, mi mise garbatamente alla porta. Barcollai, fuori, nella neve, ubriaco per quei terribili sintomi di follia, vagando per strade che mi erano da sempre note e da sempre sconosciute. Avevo per compagne la tremenda Paura delle Paure, la paura di non esser più in grado di capire il significato delle cose e la Miseria di tutte le Miserie: quella di capire che era scomparsa in me la facoltà di distinguere una cosa dall’altra e perfino la volontà di distinguerle».

In quel periodo la mano destra gli tremava continuamente e non riusciva più a lavorare, gli mancavano le forze, non riusciva a concentrarsi a lungo. La diagnosi purtroppo fu terribile: encefalite letargica. L’ultimo suo lavoro è stato quello di trasportare sacchi di tappi di sughero da una parte all’altra di Chicago. Dopo, si abbandonerà completamente alla malattia. Emanuel Carnevali «accarezza il sogno, ma non riesce a stringere la presa»[3] : nel 1922 è costretto a rientrare in Italia, dove il padre lo fa ricoverare nell’ospedale civile dove muore nel 1942.

Fatevi regalare Il Primo Dio[4], è bellissimo. Nel 2013 Emidio Clementi ha realizzato Notturno Americano insieme a Corrado Nuccini e a Emanuele Reverberi, entrambi componenti dei Giardini di Mirò, dove propone un reading di testi Emanuel Carnevali. Li ho visti dal vivo qualche estate fa e ancora ho i brividi ripensando a quella serata. E torno a quel cd ogni volta che sono in difficoltà perché trovo conforto nella poesia con la quale viene raccontata la vita di miseria di Emanuel Carnevali negli Stati Uniti. Grazie Emidio Clementi, senza Lungo i Bordi avrei continuato a ignorare l’esistenza di questo poeta. E grazie a chi leggendo questo post potrà darmi informazioni sul racconto scomparso di Sherwood Anderson.

p.s.: vi lascio con un indovinello. Nella canzone Bye Bye Bombay degli Afterhours, Manuel Agnelli dice a un certo punto: «Sai Mimì che la paura è una cicatrice». Chi è Mimì?


[1] William Carlos Williams, “The Autobiography of William Carlos Williams”, New Directions, 1967
[2] Sherwood Anderson, “Sherwood Anderson’s Memoirs: A Critical Edition”, Ed. Ray Lewis White, 1969
[3] Emidio Clementi, L’Ultimo Dio, Fazi Editori, 2004
[4] Emanuel Carnevali, Il Primo Dio, Adelphi, 1978

 

Un cenone molto particolare

Photo by La Repubblica.it

 

Sono le 21:30 del 31 dicembre. Intorno al grande tavolo del salotto di casa Di Biase i nove redattori di Tre racconti stanno discutendo delle cose già fatte, di quelle da fare e di quelle che devono ancora spuntare fuori. Le ultime settimane sono state pesanti. In ballo c’è il primo numero della rivista e qualcuno comincia ad avvertire la stanchezza. Tra un boccone e l’altro si fa il punto sulla copertina, sul piano editoriale e sulle letture per il prossimo anno.

Incredibilmente ci sono tutti. Ci sono Andrea Siviero e Davide Bovati, scesi dalle pianure nebbiose del Veneto e della Brianza, il Boschi dalla piovosa Liguria, le due toscane Paola e Linda, Simone dai castelli romani, Gaia dalla Capitale e persino Eleonora, atterrata due ore prima all’aeroporto di Capodichino, carica di esperienze e aneddoti dalla fredda e umida Dublino.

Maria è in piedi a capotavola. Davanti a sé non ha una lista di cose da fare ma una gigantesca insalatiera piena di fumanti spaghetti alle vongole. «Ragazzi, prima che questa cena sfugga di mano volevo dirvi che… vabbuò, come non detto, Simone vieni a fare le porzioni che qui mi scivola tutto. Diamoci anche una regolata perché in cucina c’è una montagna di pesce ancora da preparare. Come se fosse caduto dal cielo». In quel preciso momento, avvicinandosi al tavolo, Simone cambia espressione. «Praticamente è come la poesia di Carver…». Otto teste e sedici occhi si fissano su di lui. Silenzio. «Che c’è? È perché ho detto poesia? Mica adesso leggiamo solo racconti, no? Be’ in questa poesia Carver racconta che durante un’escursione in montagna con i suoi amici un’aquila perse il merluzzo che aveva appena catturato facendolo cadere con un gran tonfo proprio ai loro piedi. Come ha detto Maria, sembrò proprio “caduto dal cielo”. Ovviamente per Carver e compagnia non fu un problema. Presero il pesce e se lo mangiarono la sera stessa. Fosse stato per me avrei aggiunto solo un bel vino dei Castelli. Sarebbe piaciuto anche a Carver, che non era proprio un raffinatone in fatto di alcol».

Mentre i piatti passano di mano in mano sulla tavola, Linda alza il sopracciglio e ridacchiando ribatte. «Io invece a proposito di abbinamenti tra scrittori e vini avrei in mente una bella scenetta. Bellina, bellina. Sapete tutti della famosa rivalità Pisa-Livorno vero? Noi toscani non ne abbiamo mai abbastanza, siamo capacissimi di picchiarci in spiaggia ricordando battaglie avvenute secoli fa! Insomma, se per esempio avessi il pisano Antonio Tabucchi seduto con noi a tavola lo costringerei a mangiare il nostro bel cacciucco alla livornese innaffiandolo con un bel Bolgheri rosso. Come vogliono i puristi Livornesi! Boia deh, col cacciucco ci vòle il rosso, miha un bianco pisano qualsiasi!».

Silenzio. Di nuovo. Le mandibole lavorano. Eleonora dall’altro capo della tavola elenca i piatti in menù: «Pasta alle vongole, una spigola, il cacciucco alla livornese. Poi c’è l’insalata russa, un panettone, e il dolce che ho portato io. Ah, abbiamo anche un capitone vero?».

Andrea Siviero sta osservando l’albero di Natale. Mille lucine brillano a intermittenza proiettando lame dorate sulle decorazioni di cristallo. Il soffitto si riempie di riflessi colorati. Una danza di saette verdi, rosse e blu sopra otto teste ignare. Così dovevano apparire gli studi di Newton e quelli di William Herschel e Joseph von Fraunhofer mentre facevano i primi esperimenti con i prismi. Oh, se solo si potesse descrivere un linguaggio nuovo quell’arcobaleno segreto di luci! Che poi non serve neanche essere un poeta. Scienziati, scrittori. Dov’è la differenza? Non è forse sempre un lavoro dell’immaginazione in cui si dà corpo a un sogno di libertà e bellezza?

«Sì, l’anguilla l’ho portata io», dice Andrea girandosi improvvisamente verso Eleonora. «Tra l’altro adesso vi svelo perché. Inizialmente non sapevo come contribuire a questo cenone, ma poi mi sono ricordato di un racconto di Ricardo Piglia che si intitola Un pesce nel ghiaccio. È una specie di viaggio tra le pagine del diario di Pavese, Il mestiere di vivere, da cui è tratto il titolo, e i luoghi pavesiani in Piemonte. Poi, pensando a questo intreccio tra uno scrittore argentino e un mio conterraneo, mi è venuto in mente che a Napoli l’anguilla è il capitone. E quindi, eccolo qua!».

L’altro Andrea, Boschi, è un po’ sulle spine. Nascondendo il viso sotto una “cofana” di capelli spia nei piatti in cerca di qualcosa. «Ma tu non mangi gli spaghetti?», gli chiede Linda combattendo con un filo di pasta sfuggito alla forchetta. «Sì, ma credo che toglierò le vongole. Non è che proprio ne vada pazzo». Simone, che è seduto di fronte, ha sentito lo scambio. «Ma quel pacco sul divano è tuo, Andrea?». «Ecco dov’era! Ragazzi vi devo fare una confessione». Di nuovo otto paia di occhi si puntano su di lui. «Io in realtà sono vegetariano». Sedici sopracciglia si alzano. «Non sarai mica vegano?», domanda Paola perplessa. «No, ma sono parecchi mesi che ho rinunciato, anche se quei cibi mi piacciono un sacco. Per questo avevo portato una cosa. Nel pacchetto che ho lasciato sul divano c’è la farinata di grano col pesto. Volevo farvela assaggiare…».

Simone interessatissimo si alza subito dalla sedia, recupera il fagotto e lo mette al centro della tavola. «Non ne avevo mai sentito parlare, che roba è? ». Andrea si siede «innanzitutto è una cosa buonissima e poi è solo savonese. A questa cosa ci tengo perché non la sa nessuno. Sono tutti convinti che sia un piatto genericamente ligure, ma in realtà no. E quei buzzurri dei genovesi manco lo sanno! Prendete… c’è da sviluppare una dipendenza di quelle brutte per quanto è buona. Roba alla Irvine Welsh, non so se rendo l’idea. Lui, che di dipendenze se ne intendeva si sarebbe venduto l’anima al diavolo per una sola forchettata!».

Toc, toc. TOC. SBAAAM!
Paola guarda le due sedie vuote accanto a lei. Due minuti prima erano occupate. «Ma dove sono finite Linda ed Eleonora? E che cos’è ‘sto rumore?», chiede voltandosi in ogni direzione.
Simone: «In cucina, stanno cercando di disincrostare il pesce dal sale, ma pare serva un piccone. Sarà un lavoro per scienziate. Che dite un ingegnere e un fisico basteranno? Forse dovresti andare anche tu Andrea. Un chimico potrebbe agevolare l’operazione».
Siviero: «Posso pure andare ma il pesce sarà fresco?».
Davide, scherzandoci su: «Appena tirato fuori dal ghiaccio Siv!».
Gaia: «Fresco: pescato da poco, sano, in forma, fiorente, arzillo, vigoroso, vivace, pimpante…».
Maria: «Fermatela vi prego!».
Davide: «Non è che sei già ubriaca Gaia?».

Paola: «Ma se è quasi astemia! Non ti ricordi che quando ha intervistato O’Ceallaigh era l’unica con l’acqua sul tavolino mentre lui e tutti gli altri bevevano vino? E l’acqua non era neanche gasata ma naturale! Oh, a proposito… a voi v’ho portato il vin santo e du’ ricciarelli al cioccolato. Senza scarafaggi dentro, però! …Ché? Non vi ricordate di quando vi raccontai che Cortázar in un suo racconto, Circe, obbliga il povero Mario a mangiare un dolcetto al marzapane preparato da Delia con uno scarafaggio dentro?».

Andrea Siviero è assorto nei suoi pensieri. Secondo me non è mica tanto fresco ‘sto pesce qui. E poi mi manca la polenta. Forse se mi propongo come cuoco Davide mi segue… aveva parlato del Toc, quella cosa micidiale a base di burro, formaggio e che altro ancora? Bah, no, stavolta sto zitto. E però un vin brulé mica ci starebbe male. Il guaio è che non c’è il camino. Non c’è la nebbia. No, non si intonerebbe alla situazione. Sto, dai, sembra brutto.

«Siviero guarda che ti ho sentito». Maria sbuca dietro la sedia di Andrea che non si era reso conto di aver parlato a voce alta. «Questa è una cosa che non avresti detto se fossi stato uno dei personaggi di McEwan. Lui ragiona proprio in questo modo, distingue sempre tra vittima e carnefice. Prendi Cortesie per gli ospiti, per esempio, considerato da tutti il libro più inquietante che ha scritto. L’hai letto, sì? Oppure hai visto il film, quello con Christopher Walken? Comunque, brevemente: c’è una coppia, Mary e Colin, e c’è una coppia, Robert e Caroline. I primi due incontrano il terzo, bellissimo, elegantissimo, e tra un bicchiere di vino e l’altro, Robert racconta un po’ della sua vita, e quindi anche di Caroline. Il giorno dopo s’incontrano a piazza San Marco. Sì, non l’ho detto, siamo a Venezia. S’incontrano, e Robert invita Mary e Colin a casa, a conoscere Caroline. La mattina dopo, senza sapere come e perché, Colin e Mary si svegliano in una camera da letto e sono nudi. Succedono un po’ di cose, Colin e Mary si accorgono che Caroline ha subito degli abusi dal marito, Robert tira un pugno nello stomaco a Colin, Colin che però si sente di nuovo attratto da sua moglie Mary, come non gli capitava da tempo, in un modo un po’ strano e abbastanza perverso. Sai com’è, no? Insomma, il punto, il punto vero, di tutta la questione, è: “Mai far arrabbiare il padrone di casa”».

Gaia non ascolta, guarda dritto davanti a sé. Punta gli occhi sullo scaffale della libreria che le sta di fronte. Appena sfiorato dalle fronde pungenti dell’albero di Natale, spunta il tomo enorme de I Fratelli Karamazov. Si distingue benissimo in mezzo agli altri libri più piccoli. Si sa che a Maria piacciono le storie brevi e quel volumone tra i volumini è un po’ come un leone in mezzo a un branco di gattini. Dostoevskij, però, è vicino a Dubus. Una doppietta niente male davvero. Gaia avrebbe proprio voglia di leggere un bel romanzo russo, forse recupererà Il maestro e Margherita. Lo ha cominciato tre volte ma stranamente non lo ha mai finito. Il fatto è che lì dentro, nei russi, c’è tutto. Nei Karamazov c’è l’uomo, il diavolo, l’amore, la povertà, la società, c’è Dio e la morte di Dio e a pensarci bene ci sono anche un sacco di zuppe di pesce. A questo punto vorrebbe proprio dire qualcosa di intelligente ma la fame ha il sopravvento e dalla bocca esce solo una domanda: «Dov’è l’insalata russa? Non l’avevo posata sul tavolo prima?».

«Ma perché “russa”, deh, mica dorme? Che origini ha?», chiede Linda. «Non ne sono sicura, ma penso fosse un piatto di un famoso chef francese che lavorava in alcuni famosi ristoranti di Mosca. Da lì, non so come, pare si sia diffuso in Liguria per poi entrare come piatto tipico della vigilia di Natale sulle tavole campane. Io so solo che ne vado pazza! È un miscuglio di verdure lesse tagliate a cubetti e condite con abbondante maionese. La può mangiare anche Boschi. Ah no! Dentro c’è anche il tonno. Sorry Andrea». Andrea alza le spalle. Il suo piatto è vuoto. Andato il primo, il secondo, il primo contorno e anche quello dopo. La pancia è già piena.

Eleonora intanto mette al centro il dolce, fa nove porzioni tutte uguali e spiega. «Se vi state chiedendo cosa sia è un Christmas Pudding! È un dolce tipico della tradizione irlandese e ovviamente non l’ho fatto io ma la mia padrona di casa perché bisogna farlo cuocere sei ore e prepararlo 48 ore prima! Non esattamente alla mia portata». «Ma che c’è dentro?», chiede Simone alzando la forchetta. «Fai prima a chiedermi cosa non c’è, ma quello che conta è che è buono. Ora che ci penso, viene anche mangiato dai commensali nel racconto I Morti di Joyce, solo che lì i personaggi non bevevano vino ma birra. Uh, manca la salsa al brandy per accompagnarlo, vado a prenderla in cucina. Vi pare che gli irlandesi possano rinunciare all’alcol in una portata?». «Be’ – risponde Simone – io sul brandy non ho mai obiezioni».

Mentre Eleonora passa a tutti le coppette con il Pudding, Davide comincia a tagliare il panettone a fette mormorando tra sé «mmm, il panettone non bastò? Bastò eccome, invece!». Sentendosi osservato, alza lo sguardo e vede Maria che lo scruta dietro il cestino della frutta secca: «Cosa dici Da’ ?». «Uhm, niente pensavo solo a Buzzati. Lui scrisse il racconto Il panettone non bastò, e penso che qui è esattamente l’opposto. Abbiamo mangiato troppo e su questa tavola c’è ancora cibo a sufficienza per un…».  Troppo tardi, la sua voce è superata da quella di Boschi e Simone, che sentendo già l’effetto del brandy, si alzano da tavola e trascinano Linda verso il centro del salotto cantando a squarciagola Sunshine on Leith, in onore di Irvine Welsh.

My heart was broken, my heart was broken

Sorrow Sorrow Sorrow Sorrow

My heart was broken, my heart was broken

You saw it,

You claimed it

You touched it,

You saved it

My tears are drying, my tears are drying

Thank you Thank you Thank you Thank you

My tears are drying, my tears are drying

Davide li guarda. Ha ancora il panettone in mano. Forse vorrebbe essere altrove, proprio come il suo adorato Buzzati che era obbligato dai parenti a stare in famiglia quando avrebbe preferito scappare a Cortina con la sua giovanissima moglie. Ma forse, dopotutto, a lui piaceva stare al caldo con zie, e amici. Magari proprio con una fetta di panettone in mano. «Eleonora, di’ la verità. Preferivi una canzone degli U2?». «Eh eh eh forse sì, ma di quelle vecchie. Dopo gli anni ’80 non c’è più niente di vero in Bono! ».

La TV trasmette la solita diretta dalle piazze italiane. Una gigantografia di John Lennon e Gandhi fa da sfondo ad una nutrita fila di starlette strizzate in costumi da bagno tempestati di paillettes e cantanti degli anni ’70 con triplo strato di cerone sul viso. Vecchi e giovani con niente in comune tranne che una dentiera finta scandiscono il conto alla rovescia. Manca un minuto e mezzo alla mezzanotte.

Andrea Siviero: «Questa sì che è una scena veramente postmoderna…».
Davide: «Intendi in TV? Ma stai pensando più al Sudamerica o a Wallace?».
Andrea Siviero: «Mmm, è decadenza comunque».
Boschi: «È tutto un po’… tutto a cazzo».
Maria: «Ecco, questa cosa l’ho sempre pensata. Ma secondo voi…».
Simone: «Certo che quel costume è veramente…».
Davide: «Già».
Maria: «Ehm.., il postmoder…».
Boschi: «…ridottissimo. Praticamente illegale. Céline ci avrebbe pianto su quelle gambe».

Gaia guarda i ragazzi che guardano la TV. Sta pensando a dove sta andando tutta l’insalata russa che si è mangiata. Sta anche pensando che certe cose non cambieranno mai. È la vita. Sono maschi. E lei è una lei. Maria, invece, ha rinunciato a fare discorsi seri e soprattutto a capire se il postmodernismo esista o meno, se è una corrente o un movimento, americano, sudamericano o universale. Sbuffando comincia a pensare a come riordinare. In un raptus organizzativo compulsivo afferra il carrello, lo carica all’inverosimile e imbocca decisa il corridoio circondata da un micidiale sferragliare di posate e vassoi traballanti. «Okkei ragazzi chi li porta i piatti? Magari ci dividiamo i compiti, tipo catena di montaggio. Ragazziiii…!!?» Quand’è già davanti alla lavastoviglie, Maria si volta e nota che nessuno l’ha seguita. Esce dalla cucina e rientra in sala da pranzo. Il tavolo è ancora incredibilmente ingombro di cose. Il piatto di Davide brilla come fosse d’argento. Non c’è nessuno. La casa sembra deserta. Qualcuno ha tolto il volume della TV.

«Accidenti! Mannaggia a me e quando mi lancio in queste cose. Me lo dice sempre Lui…».
Improvvisamente dal balcone arriva un urlo.
«Maria. Maria! MARIAAAAA!». Paola si precipita dentro.
«EH, ah ma siete qui. Che c’è!?»
«Ma che facevi di là? Sognavi a occhi aperti?».
«Ma io veramente stavo…»
«Maria i fuochi! Muoviti che te li perdi!»
«Arrivo… mi è preso un colpo! È che per un attimo ho pensato ve ne foste andati tutti».
Davide: «Dai Maria che stappiamo lo spumante. I bicchieri li abbiamo già presi».
«Ma come sapevi dove prenderli?».
«Boh, non lo so ma li ho trovati lo stesso».
«…»

Cinque, quattro, tre, due, unooooo AUGURIIIIIII. Buon 2017!! …♪♫ …Brigitte Bardot, Bardot…♫♪ … da qualche parte, è partito un trenino. Il grande classico di capodanno!

Davide stappa lo spumante. Il tappo schizza in alto, sbatte sul soffitto, rimbalza sulla fronte di Simone poi sulla ringhiera del balcone e rotola giù in strada finendo la sua corsa sotto una macchina. Perso per sempre, addio cimelio del primo anno. I redattori alzano i calici e brindano allegramente. Cominciano i fuochi d’artificio.

Siviero con il cellulare in mano: «Mmm non viene niente. Sto cercando di fare una foto, ma non viene niente.»
Davide: «Seeeee, faccio prima a disegnarli io! Però non dirlo a Maria che poi me lo fa fare veramente… lo sai com’è fatta. Idea uguale fuoco alle polveri».
Simone: «Sinceramente io mi accontento di guardarli. Guarda come brillano».
Siviero: «Ma sì dai. Godiamoceli per bene. Niente filtri».
Linda: «Insomma sto panettone mi tocca finirlo da sola… Deh, ’un si po’ mica buttare nulla
Boschi: «Smezziamo?».
Linda guarda il cielo: «Uh, bellini i fohi».

In un angolo.

Paola: «Chissà dove saremo il prossimo anno. Tu che dici Eleonora?»
Eleonora: «Non ne ho la più pallida idea. So solo che ho fatto una fatica bestiale a starvi dietro, ma oggi sono proprio contenta di stare qui».

In un altro angolo.

Gaia: «E pensare che io ci sono nata ma a volte la odio questa città…”
Maria: «Eh, la napoletana de Roma”.
«…però i fuochi li ho sempre amati. E come li facciamo noi non li fa nessuno”.
«Come quando noi parliamo di racconti”.
«Quelli sono botti. È che siamo passionali. Ribolliamo e poi esplodiamo. Saltano i tappi. Come il Vesuvio. Tu poi…».
«Io cosa?!?».
“Niente, niente…».
«Parla e non fare le facce, Mutone!»
«mmm»
«…»
«…»
«Sì, sono proprio belli i fuochi”.
«Buon anno Capa».
«Buon anno anche a te… Abbraccio collettivo?”
«Ora non esageriamo”.

«…» [sorridendo]

«…» [sorridendo]

THE END

(but the best is yet to come)