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Narratori delle pianure di Gianni Celati

Narratori delle pianure Gianni Celati foto Andrea Siviero
Foto di Andrea Siviero, Pianura Padana nei pressi di Lendinara (RO)

 

Gianni Celati è un autore che sa raccogliere certe piccole storie, specifiche di un territorio, e trasformarle in materiale per racconti universali. Come l’amico fotografo Luigi Ghirri (1943-1992), che tra gli anni Settanta e i primi anni Novanta ha raccontato la pianura emiliana attraverso le fotografie di luoghi quotidiani e apparentemente marginali (fabbriche, periferie, distributori di benzina, prospettive agresti ammantate dalla nebbia) cercando di cogliere quel velo latente di meraviglia appena percepibile al di sotto del visibile quotidiano, Celati ha utilizzato la scrittura per mostrare come anche il paesaggio piatto e poco sorprendente della pianura possa contenere storie immaginifiche.

Peregrinando attraverso le pianure è facile perdere l’orientamento: in estate lo sguardo si perde nella profondità degli spazi; in inverno è spesso offuscato dalle nebbie e permette una vista di pochi metri. Quello che appare lungo la linea dell’orizzonte, in pianura, sembra sempre troppo lontano e irraggiungibile, oppure è un contorno sfumato, un’ombra. In entrambi i casi ha la qualità del miraggio. La scrittura di Celati nasce proprio da qui: dalle apparenze, dai miraggi; si nutre di una spiccata sensibilità per il paesaggio e della passione per quelle storie che hanno il sapore della diceria o della leggenda. L’operazione che compie lo scrittore è unire questi aspetti e creare una sorta di poema degli spazi sconfinati e delle persone che li abitano. Ma nel caso di Celati il risultato è un poema che non cerca l’epica: è una narrazione essenziale, popolata da personaggi ordinari, dove non c’è spazio per gli eroi.

Nel 1984, Italo Calvino presentava la raccolta di racconti Narratori delle pianure come un «libro che ha al suo centro la rappresentazione del mondo visibile, e più ancora un’accettazione interiore del paesaggio quotidiano in ciò che meno sembrerebbe stimolare l’immaginazione»[1]. Le trenta novelle raccolte nel libro, in effetti, hanno radici profonde nella realtà contemporanea e hanno come punto di partenza una geografia ben definita. Gallarate, Piacenza, Ostiglia, Ca’ Venier, Sermide, il Po, i suoi affluenti e i rami del suo delta sono alcuni esempi di luoghi reali che fanno da sfondo alle storie. La cartina posta all’inizio del libro e la dedica: «A quelli che mi hanno raccontato storie, molte delle quali sono qui trascritte»[2] sono gli strumenti con cui si manifesta il visibile. La cartina è offerta come documento del reale e la dedica sembra suffragare tale tesi, perché lo scrittore si pone nei confronti delle novelle contenute nel libro come un semplice trascrittore, indica i luoghi dove ha raccolto le storie. Di conseguenza il corpo delle novelle sembra proporsi come una serie composita di frammenti di realtà. Ma non è così. Spesso già nelle prime righe dei racconti l’immaginario penetra il reale mettendo in moto i meccanismi del surreale e del fantastico.

«In un piccolo paese in provincia di Parma, non lontano dal Po, mi è stata raccontata la storia d’un vecchio tipografo che s’era ritirato dal lavoro perché voleva finalmente scrivere un memoriale a cui pensava da tanto tempo. Il suo memoriale avrebbe dovuto trattare questo argomento: come fa il mondo ad andare avanti».[3]

In situazioni come queste il lettore prova la sensazione di trovarsi di fronte a una storia che può essere plausibile, ma quasi mai definitivamente vera. È la stessa sensazione che si prova quando si ascolta una storia di seconda mano, caricata di elementi iperbolici e al limite del possibile, o una leggenda. Potrebbe essere esistito un personaggio come il protagonista di questo racconto, ma è proprio questa la sua storia? Le novelle di Narratori delle pianure non offrono alcuna risposta a questa domanda, anzi alimentano il dubbio nel lettoreI personaggi che popolano le pianure sembrano procedere su quel filo tirato tra il mondo della realtà e quello della pura fantasia. Sono dei disincantati, dei pellegrini che vivono vicende qualche volta al limite del possibile, che vagano per il mondo in cerca di risposte, e queste gli si rivelano attraverso delle piccole epifanie. Ma queste risposte qualche volta arrivano troppo tardi, quando non si può rimediare al disastro. Allora, in tali casi, la novella assume perfino i toni della parabola (La ragazza di Sermide, Parabola per disincantati, Bambini pendolari che si sono perduti).

«Avevano fatto tanta strada venendo da lontano in cerca di qualcosa che non fosse noioso, senza mai trovar niente, e adesso per giunta chissà quanto tempo ancora avrebbero dovuto restare nella nebbia, col freddo e la malinconia, prima di poter tornare a casa dai loro genitori. Allora è venuto loro il sospetto che la vita potesse essere tutta così».[4]

Se già le prime storie mostravano avvisaglie di un surreale, procedendo nella lettura le vicende narrate hanno sempre più il sapore del fantastico quotidiano. Il viaggio del lettore procede lungo la direzione in cui scorre il Po, ma lo spostamento verso i confini estremi della pianura coincide con lo spostamento verso i limiti stessi del reale. Il racconto che conclude il libro, Giovani umani in fuga, coincide con il superamento della cartina geografica iniziale. La cartina in questo racconto non serve più a niente. I nomi dei luoghi non sono più citati, la pianura qui è uno spazio vasto e molteplice, che confonde. L’unico nome di luogo è “la sacca dei morti”, ma è un posto che, a differenza di quelli citati nelle altre novelle del libro, non esiste. La pianura di questo racconto è sede di generici accampamenti di «stranieri senza casa» e di zone militari dai limiti invalicabili; è una tana che offre riparo ai quattro giovani umani in fuga del titolo e allo stesso tempo si rivela traditrice perché mostra facilmente le tracce e la posizione agli inseguitori. I personaggi che popolano questa pianura non hanno nome, ma solo un mestiere (l’arrotino, la donna che serviva al bar) o un soprannome (Mazinga). Possono rivelarsi anch’essi traditori o amici. La realtà in questo racconto svanisce, sprofonda sotto i piedi dei personaggi. In un pantano di canali e barene, la pianura si sgretola in una miriade di isolette lagunari e si consegna al mare.

«Sempre piangendo hanno cercato di seguire sentieri che non esistevano, camminando in cerca di qualcosa tra le lagune, spesso sprofondando in buche d’acqua o in sabbie mobili. Alla sera, affamati e infreddoliti, si addormentavano piangendo e piangevano anche durante il sonno».[5]

 


[1] citazione di Italo Calvino tratta dalla quarta di copertina a cura di Nunzia Palmieri, Gianni Celati, “Narratori delle pianure”, Feltrinelli, 2012.
[2] Gianni Celati, “Narratori delle pianure”, Feltrinelli, 2012 (pag.7)
[3] Gianni Celati, “Come fa il mondo ad andare avanti”, in Narratori delle Pianure, Feltrinelli, 2012 (pag.50)
[4] Gianni Celati, “Bambini pendolari che si sono perduti”, in Narratori delle Pianure, Feltrinelli, 2012 (pag.25)
[5] Gianni Celati, “Giovani umani in fuga”, in Narratori delle Pianure, Feltrinelli, 2012 (pag.146)

David Poissant, Il paradiso degli animali

Di Claudio Correggioli 

C’è gente che ha la muscolatura striata di tipo uno ed è adatta per le maratone e poi c’è gente con la muscolatura di tipo due, perfetta per gli scatti. Comincio subito da un’ammissione di colpa: la mia fantasia, se fosse un muscolo, sarebbe di tipo uno: concepisce con una certa facilità storie lunghe e complicate, ottime per essere riempite di cose e tradotte in romanzi. Il racconto, però, è il regno della brevità. Della perfezione formale. Della sintesi e di quel delicato equilibrio di superfici che fanno intuire lo spazio che sottendono.

Ho scritto pochi racconti ma ciò non significa che io ne abbia letti pochi o che – peggio – non mi piacciano. Falso. Nella mia infanzia e adolescenza ho letto quasi solo storie brevi e brevissime, per la maggior parte di genere, e adesso che “sono diventato grande” apprezzo fino in fondo la capacità di uno scrittore di concentrare le emozioni nei racconti – non più di genere, però – che continuo a leggere. Distillarle, persino.

Uno degli autori che ho letto con maggior soddisfazione in questo senso è David J. Poissant con il suo Il paradiso degli animali pubblicato da NN Editore. Un autore giovane, con il quale Tre racconti ha avuto modo di fare due chiacchiere. Io ho scoperto questa raccolta grazie a quella forma moderna di passaparola che sono i commenti lasciati in rete da blogger, lettori e addetti ai lavori. So che mi posso fidare, perché è così che ho letto i libri migliori negli ultimi anni.

Il paradiso degli animali è un testo che mi è piaciuto subito perché la sua trave portante è una forma sottile di tristezza sulla quale si innestano squarci di salvezza mai banali. Il tutto sostenuto da una scrittura che mi è rimasta dentro con una sensazione che ormai provo di rado ed è questo il motivo per cui non posso fare a meno di accostarlo a certi racconti di Salinger o di David Foster Wallace, anche se so che qualcuno rabbrividirà a questa mia affermazione. Non sto parlando della scrittura in sé o dell’adesione più o meno formale a certe poetiche; parlo invece di una cosa molto intima che io per primo fatico a definire ma che non posso fare a meno di sentire; una cosa che mi fa esclamare senza ombra di dubbio: «Questi racconti mi piacciono!»

Come autore invece, cioè come persona addentro alle cose tecniche che riguardano la scrittura, ammiro il modo in cui Poissant trascina il lettore nelle proprie storie, facendolo sentire protagonista. Il narratore spesso in prima persona. L’uso dei tempi verbali. Soprattutto, la ricerca del termine che produca quella magia che la traduttrice, Gioia Guerzoni, ha indicato giustamente nel termine empatia.

Perché è proprio questo che mi affascina de Il paradiso degli animali: l’empatia tra me, che lo leggo, il protagonista che lo vive e l’autore, con cui sto dialogando al di là del tempo e dello spazio con quella meravigliosa forma di telepatia che è il libro.


Claudio Correggioli ha pubblicato Il geco sul primo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

 

 

Heinrich Böll, la zia Milla e il dottor Murke

La Cupola del Reichstag (foto di Paola Sabatini)

 

Complice un breve soggiorno a Berlino, ho riletto da poco un’antologia di racconti di Heinrich Böll, edita da Bompiani negli anni ottanta, intitolata Racconti umoristici e satirici[1]. Non ricordavo questo filone della sua produzione letteraria, forse perché associo più facilmente il suo nome alle protagoniste dei suoi romanzi più celebri, donne che hanno accompagnato i miei anni universitari, come  Katharina Blum e il suo onore perduto, Leni Guytren  e la sua foto di gruppo, Maria e le opinioni del povero clown e infine, la meravigliosa e silenziosa Käte, protagonista di uno dei romanzi dedicati all’amore coniugale più belli che io abbia mai letto, che prende il titolo da uno spiritual che vi consiglio di ascoltare; si tratta di And he never said a mumbling word[2].

Ma torniamo ai racconti.

Nell’introduzione, il curatore della raccolta scrive: «Il racconto breve è una delle armi più affilate dell’arte narrativa di Böll. È proprio nella pratica del racconto breve che Böll ha scoperto la propria capacità di oppositore della società tedesca federale».

Böll, a quanto pare, si servì della forma breve come strumento per fare della satira e dello humor finalizzati, da un lato, a smascherare quella felicità posticcia che sembrava permeare la parte occidentale della Germania postbellica – tanto desiderosa di dimenticare il proprio recente passato, quanto di non giudicarlo -, frutto di un frenetico sviluppo consumistico; dall’altro, a criticare quella utopia comunista di stampo sovietico con cui la parte orientale tedesca provò ad auto assolversi dagli orrori del nazismo, al punto tale da identificarsi coi vincitori della seconda guerra mondiale, dimenticando di essere tra i vinti.

Questo sdoppiamento culturale, economico, sociale e politico culminò, durante gli anni della Guerra Fredda, nella costruzione del Muro di Berlino, quel muro che nella notte tra il 12 e il 13 agosto del 1961 divise in due la città e il paese, che avrebbe dovuto contenere il vento del capitalismo che soffiava da Ovest verso Est, che avrebbe dovuto difendere meglio l’Est dalle mollezze occidentali.

Böll è morto nel 1985, molto tempo prima che il maledetto Muro venisse abbattuto e anche prima che la bellissima Cupola del Reichstag fosse costruita, simbolo della riunificazione e della ritrovata trasparenza tedesca ritratta nella fotografia in apertura, che cattura come una cartolina il cangiante cielo sopra Berlino. Il mondo da lui raccontato non esiste più, ma egli ci ha comunque lasciato un’intera galleria di personaggi bizzarri, esilaranti e carichi di simbolismi che meritano di essere conosciuti e ricordati.

L’uomo che ride, ad esempio, è un curioso personaggio che vive del suo riso in quanto commercialmente molto richiesto, non è un clown né un comico, non rallegra l’umanità, ma ne rappresenta solo l’allegria, e siccome la sua risata è molto contagiosa, è richiestissimo perfino dai comici di terzo e quart’ordine durante i loro spettacoli di cabaret, per ravvivare il pubblico in platea. Ma quando la sera torna a casa, da sua moglie, diventa un altro: distende i muscoli e non ride più. Si congederà dal lettore con queste parole: «Con un viso immobile passo attraverso la mia vita […] così, rido in tante maniere, ma il riso mio, non lo conosco».

Per un uomo che ride, ce n’è uno «nato per fare la persona colpita da grave lutto», ingaggiato da un’impresa funebre per recitare la parte del parente addolorato del caro estinto, durante la veglia o dietro al carro in processione. È il protagonista di Qualcosa accadrà, il quale candidamente ammetterà che «anche il non fare nulla è un lavoro».

L’ironia sottesa è fin troppo evidente. Mestieri fasulli in una società poco autentica.

Poi c’è Bodo Bengelmann, poeta, considerato il rinnovatore dell’allitterazione – “Lotte, latente lombrica…” e “Magia modulata maliarda…” erano i versi iniziali di due delle sue poesie più note, versi decisamente poco profondi -, capace di scrivere solo a stomaco pieno, diventato famoso in poco tempo e in modo fortuito, ma che poté godere solo due anni di gloria, dato che morì per un accesso di riso; o l’impiegato dell’ufficio delle tasse sui cani, l’accalappiacani che, in quanto custode della legge, si sente  rafforzato nella sua certezza di poterla infrangere in continuazione – come lo erano gli agenti della Stasi che vivevano spiando le vite degli altri, diffondendo la cultura del sospetto ed adattando la legge alle loro esigenze -; oppure, il cittadino modello del racconto Ospiti sconcertanti che si ritrova un ippopotamo nella vasca del bagno, coniglietti, pulcini, tartarughe  e cani  in giro per casa, perfino un elefante in cantina e un leone sotto il tavolo di cucina, con una moglie che non dice mai di no a chi abbia bisogno di un riparo, tutto ciò a rappresentare la necessità di offrire asilo a chiunque ne avesse bisogno, sacrificando se stessi a costo della vita pur di garantire la libertà.

Quelli che preferisco, però, sono La raccolta di silenzi del dottor Murke e Tutti i giorni Natale. Quest’ultimo è tra i più celebri di Böll, e inizia così:

«Si cominciano a notare nella nostra parentela dei fenomeni di decadenza che per un certo periodo ci siamo sforzati in silenzio di non vedere; ma ora siamo decisi a guardare in faccia il pericolo.
Non vorrei già azzardare la parola crollo, ma gli avvenimenti preoccupanti si moltiplicano in tal maniera da rappresentare un pericolo e mi costringono a raccontare cose che suoneranno certo sorprendenti agli orecchi dei miei contemporanei, ma che nessuno può mettere in dubbio
».

Sembra incombere la tragedia dato che un avvenimento, di per sé irrilevante, rischia di avere delle conseguenze catastrofiche. La zia Milla, famosa in famiglia perché la cosa che amava fare di più era addobbare l’albero di Natale, viveva tutto l’anno in funzione di quel momento; trascorse gli anni della guerra solo come una continua minaccia allo splendore del suo albero e infatti, nel 1940, durante un attacco nemico, l’albero andò distrutto.

Solo dopo sette anni, la zia Milla riuscirà finalmente ad avere un suo nuovo albero di Natale, ricco e decorato, ma quando la sera della Candelora – la festa che   tradizionalmente chiude il periodo delle celebrazioni natalizie ed apre il cammino verso la Pasqua – i nipoti si accingono a smontarlo, lei comincerà ad urlare come una pazza, l’albero cadrà, si spezzerà, ma lei non smetterà di urlare un attimo. Fino a quando, dopo più di una settimana di urli e strepiti, un nuovo abete farà ingresso in casa sua, pieno di addobbi e di candele accese, riempiendo finalmente il salotto di casa. A quel punto, la zia Milla smette di urlare, riacquistando il sorriso ma, da quel momento in poi, avrà inizio una finzione, prima familiare e poi collettiva, che porterà la famiglia alla rovina.

Leggetelo, così scoprirete da soli come andrà a finire.

Infine, La raccolta di silenzi del dottor Murke, un racconto semplice ma geniale.

Murke lavora per la Radio nazionale, colleziona silenzi incisi su nastro e sarà protagonista di una beffa ai danni di un artista al servizio del regime. A lui, infatti, verrà affidato il compito di “eliminare Dio” da un discorso registrato del grande Bur-Malottke, improvvisamente pentitosi di una sua frettolosa quanto poco credibile conversione religiosa di qualche tempo prima. I piccoli pezzi di nastro, contenenti la parola Dio, verranno conservati in una scatola e, al momento giusto, riutilizzati sorprendendo perfino il lettore.

Chissà come racconterebbe, oggi, la sua Germania il caro Böll; mi piace pensare che riuscirebbe a trovare comunque un modo per far ridere – finalmente – i tedeschi, senza smettere mai i panni del “perturbatore dell’ipocrisia pubblica”, come da qualcuno venne definito.

 


[1] Heinrich Böll, Racconti umoristici e satirici, Bompiani, 2007 

[2] Heinrich Böll, E non disse nemmeno una parola, Mondadori, 2010

Il Bianco muove per primo

photo by Jez Timms www.jeztimms.carrd.co

Mettete che in un pomeriggio non meglio precisato di una delle tante primavere dei primi anni duemila, un’adolescente scopra il gioco degli scacchi. Che cominci a scrutare la scacchiera e osservi con occhi dubbiosi il susseguirsi delle mosse, cercando di coglierne il significato apparente o la logica nascosta, affascinata dal quel gesto definitivo che è la mossa di apertura. Da che mondo è mondo “il bianco muove per primo”, lo sanno tutti, lo saprà pure chi, tra voi, avrà iniziato anche una partita soltanto. Ecco. È in quel preciso istante, in quella manciata di secondi in cui le dita prendono la prima pedina e ne decretano il destino, che ha inizio la storia. O per meglio dire, il racconto.

Esiste per me, infatti, una profonda analogia tra quello che è l’inizio di un racconto e l’apertura di una partita, esiste un parallelismo sostanziale tra l’intento dello scrittore nei confronti del lettore e quello che ha il giocatore bianco nei confronti del nero.

Il bianco sceglie il pezzo, o personaggio, cui affidare le fila della narrazione, e lo muove con l’intenzione di dare un proprio ritmo, di impostare il gioco sulla base di una strategia che vuole colpire l’avversario là dove le difese sono abbassate, con l’intento di dare lo scacco matto al Re, ossia quella mossa che lo faccia capitolare.
Chiunque infatti vedesse il gioco come un freddo esercizio di logica o intelletto, sbaglierebbe: gli scacchi sono anche tanta pancia e tenacia, una continua difesa dai colpi che vi può infliggere l’avversario, la tutela del vostro io più profondo.

Un’importante caratteristica degli scacchi è anche l’intrinseca capacità che hanno di farsi metafora e veicolo di un sottotesto che vada oltre le mosse stesse ma che, con esse, risulti non fraintendibile: quella capacità di poter rappresentare qualsiasi lotta o contrasto, di qualunque natura sia, usando riferimenti meramente scacchistici, sapendo che il messaggio riuscirà a passare. Questo aspetto è ben descritto da una tra le tante possibili e affascinanti leggende riguardanti la nascita del gioco, che ci giunge dall’antica India e rappresenta gli scacchi come un mezzo per conoscere verità nascoste.

L’aneddoto inizia con l’assassinio del futuro erede al trono di un regno non meglio identificato dell’India: i consiglieri del regno, cercando un modo adatto per comunicare alla regina la notizia, si rivolgono a un filosofo. Dopo tre giorni di silenzio e meditazione, il filosofo incarica un falegname di scolpire trentadue figurine in legno di colore bianco e nero e di tagliare una pelle conciata a forma di quadrato dove poter incidere sessantaquattro quadrati più piccoli.

Sistemate le figurine sulla scacchiera, il filosofo si rivolge ad un suo discepolo dicendogli: «Questa è una guerra senza spargimento di sangue». Dopo avergli spiegato le regole basilari, i due cominciano a giocare. Presto si sparge la voce di una misteriosa invenzione e la regina in persona convoca il filosofo per una spiegazione. Osservando il filosofo giocare col suo discepolo, al primo scacco matto che segna la fine della partita, la regina comprende il messaggio nascosto nella rappresentazione simbolica e, rivolgendosi al filosofo, dice: «Mio figlio è morto».

Ecco allora che, secondo la leggenda, il gioco diventa emblema di un messaggio. Di una verità che, con l’ausilio di un preciso numero di mosse (tante o poche, non fa differenza, ma sono necessarie) e di una varietà di pedine diverse come ruolo, ma fondamentali per la loro presenza o “sacrificio”, giunge tanto più forte e chiaro, e per questo non dubitabile, alle orecchie o agli occhi di chi riesca a coglierlo.

La peculiarità del gioco degli scacchi, quindi, sta proprio nel suo farsi strumento nelle mani di chi lo maneggi, nel diventare esso stesso storia, proprio per il suo essere inscrivibile e circoscrivibile al racconto stesso. Una potenzialità ampiamente colta e sfruttata nella letteratura, o più in generale nel mondo artistico.

Uno degli esempi più famosi è rappresentato da La novella degli scacchi, in cui Stefan Zweig scrive:

«Conoscevo bene per diretta esperienza la misteriosa attrazione del “gioco dei re”, l’unico fra tutti i giochi escogitati dall’uomo che si sottragga sovranamente alla tirannia del caso e dia la palma della vittoria all’intelletto soltanto, o per meglio dire, a una forma particolare di talento intellettuale. Ma non ci si rende già colpevoli di una limitazione offensiva, nel chiamare gli scacchi un gioco? Non è anche una scienza, un’arte, oscillante fra queste due categorie come la bara di Maometto fra cielo e terra, straordinario legame fra tutte le coppie di opposti; antichissimo eppure eternamente nuovo, meccanico nella disposizione e animato solo dalla fantasia, limitato in uno spazio rigidamente geometrico e insieme infinito nelle sue combinazioni, in continua evoluzione eppure sterile, un pensiero che non conduce a nulla, una matematica che non calcola nulla, un’arte senza opere, un’architettura senza sostanza e nonostante ciò, com’è dimostrato dai fatti, più durevole nella sua essenza ed esistenza di tutti i libri e le opere, l’unico gioco che appartenga a tutti i popoli e a tutti i tempi e di cui nessuno sa quale Iddio l’abbia portato sulla terra per ammazzare la noia, acuire i sensi, avvincere l’anima. Dov’è in esso il principio e dove la fine?»

Zweig compose La novella degli scacchi nel 1941, pochi mesi prima di suicidarsi a Petrópolis, dove era emigrato per fuggire al nazismo. Nato in un Austria nel pieno del fervore artistico, culturale e cosmopolita di fine Ottocento, visse da ebreo gli orrori della Prima guerra mondiale prima e l’avvento del furore Hitleriano poi, che lo costrinse a vedere le proprie opere bruciare per mano dei nazisti.
È perciò interessante pensare che quest’ultimo racconto, assieme all’autobiografia Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo, ne rappresenti il testamento letterario e che l’autore abbia scelto di affidare uno dei suoi ultimi messaggi proprio a questo gioco, che si dice essere stato la sua unica distrazione durante il periodo di esilio in Brasile.

La trama è all’apparenza piuttosto semplice. Il tutto si svolge su una nave diretta in America, in un non-luogo che più che descrivere il suo andare-verso sembra sottolineare il suo allontanarsi-da: una deriva metaforica ideologica del continente europeo ed esistenziale dell’autore.
A bordo troviamo il campione mondiale di scacchi Czentovič, un uomo rozzo e incolto che, nonostante la sua straordinaria bravura nel “gioco dei re”, è tratteggiato come ottuso e venale, incapace di pensare il gioco, tanto da portare sempre con sé una piccola scacchiera pieghevole con la quale provare le mosse.

Al campione viene contrapposto il misterioso e sensibile Dottor B., del quale l’autore con un flashback straziante ci descrive la reclusione forzata in una camera d’albergo avvenuta per mano della Gestapo.
Condannato all’alienazione da quel totale isolamento dallo spazio e dal tempo, il Dottor B. finisce con il giocare mentalmente contro se stesso infinite partite di scacchi: il gioco, pur non avendo mai disputato una partita reale, diventa così un rifugio dagli orrori circostanti, ma anche una mania, un’ossessione da cui non riuscirà a guarire.

Il duello scacchistico che scaturisce tra questi due personaggi altro non è che lo scontro tra due diverse culture, tra la vecchia e buona Europa incarnata dal Dottor B. e quella barbara e nuova incarnata invece dal campione, la modernità distruttiva pragmatica e non pensante contrapposta alle ideologie del passato. C’è, però, anche un altro scontro più profondo: quello rappresentato dalla partita psicologica che il Dottor B. gioca contro se stesso, continuamente sul filo del rasoio della pazzia cui il gioco lo aveva condotto in quei lunghi mesi di prigionia.

«Persino i pensieri, per quanto possano essere privi di sostanza, necessitano di un punto di appoggio, altrimenti cominciano a roteare e a girare senza senso su se stessi; anch’essi non riescono a sopportare il nulla.»

Tutto il racconto quindi, pur incentrandosi su questi continui confronti che paiono solo all’apparenza circoscritti alla scacchiera di legno, riesce a trascenderli e a descrivere, attraverso il delirio finale del Dottor B., la resa di un continente intero alla brutalità del nazismo e ai cambiamenti che stanno avvenendo, e la resa dell’uomo Zweig di fronte al crollo dei propri ideali: «Niente esercita sull’animo umano maggiore pressione del nulla».

Infatti, così come il Dottor B. del racconto non riesce a sfuggire al richiamo del nulla, incapace e in preda al delirio di terminare la partita decisiva, Zweig negò a se stesso la possibilità di “cercare una patta”, cioè di scendere ad un compromesso con quella versione contemporanea del mondo e della società in cui non si riconosceva più e che diventava ogni giorno più irrecuperabile.

Il suo rifiuto, uno scacco matto alla vita.

Ottaedro, di Julio Cortázar

Di Federico Iarlori

«Chiunque non legga Cortázar è condannato», recita l’ormai famosissima citazione di Pablo Neruda. Io aggiungerei che uno scrittore di racconti – o aspirante tale – lo è a maggior ragione. Non solo perché lo scrittore argentino ci ha lasciato delle raccolte di racconti memorabili, ma anche perché Cortázar non ha mai smesso di riflettere sulla forma racconto, né di auspicarne un futuro più radioso rispetto alla condizione di minorità in cui era stato confinato.

«Vivo in un paese, la Francia – scrive Cortázar nel testo di una conferenza sul racconto pubblicato nel 1962 -, dove questo genere ha scarso vigore […]. Mentre i critici continuano ad accumulare teorie e a intrattenere accese polemiche in merito al romanzo, quasi nessuno si interessa alla problematica del racconto».

Cortázar, invece, lo ha sempre fatto, continuando a leggere, a tradurre, a citare e a entusiasmarsi davanti a un testo breve di Poe o di Henry James, di Kafka o di Čechov. Per lui il racconto non è affatto un genere minore, ma è «il fratello misterioso della poesia in un’altra dimensione del tempo letterario»; per Cortázar:

«l’efficacia e il senso del racconto – scrive nel testo Del racconto breve e dintorni (in Ultimo round, 1969) – dipendono da quei valori che danno alla poesia e anche al jazz il loro carattere specifico: la tensione, il ritmo, la pulsazione interna, l’imprevisto dentro parametri pre-visti, quella libertà fatale che non ammette alterazione senza una perdita irreparabile». 

Pochi come Cortázar hanno saputo coniugare quell’istinto poetico, quell’esigenza di creazione spontanea, quello slittamento in uno stato di trance, nel cosiddetto état second, con la lucidità della sapienza narrativa e – nei suoi racconti fantastici in modo particolare – con il perfetto dosaggio del soprannaturale nell’intreccio.

La mia ammirazione incondizionata per Cortázar, tuttavia, è recente e risale a pochi anni fa. Avevo già letto Il gioco del mondo e qualche racconto (tra cui Il persecutore, ispirato al sassofonista Charlie Parker, e il meraviglioso Autostrada del Sud), ma la passione è scoppiata quando – un po’ per caso – incontrai in un bar parigino una ragazza spagnola, professoressa di italiano a Barcellona, che tra una birra e l’altra mi parlò di un racconto che non conoscevo: Manoscritto trovato in una tasca. Fissandomi con i suoi occhi scuri e luminosi e stuzzicandomi con il suo sorriso un po’ sornione, mi disse che il testo parlava di un gioco di incontri casuali tra un uomo e alcune donne in metro. C’era di mezzo il riflesso dei loro volti sui finestrini del treno e quell’hasard objectif dall’eco surrealista per cui io andavo matto. Le promisi che l’avrei letto e le chiesi il numero per farle sapere cosa ne pensavo. Le solite scuse, insomma.

La sera stessa, cercandolo su internet, scoprii che il racconto era incluso nella raccolta Ottaedro e in breve tempo realizzai di averlo già comprato ai tempi dell’università. Decisi, quindi, di aspettare di tornare al paesello – laddove tutti i libri di quel periodo della mia vita erano custoditi – per leggerlo. Non solo trovai quel racconto eccezionale, non tanto per la tematica – di per sé molto attraente (oggi un uomo come il protagonista di quel racconto sarebbe stato denunciato per stalking) – ma per lo stile, che mi fece l’effetto di uno stream of consciousness perfettamente decifrabile, ma soprattutto molto elegante ed estremamente onirico, pur nella concretezza della storia che delineava.

Con calma, affrontai anche gli altri sette racconti della raccolta: un uomo che immagina il suo funerale, un letterato che scrive una biografia sul suo mentore smascherando in maniera grottesca le invidie e gli arrivismi dei salotti culturali, la bella e giovane Lina che seduce il vecchio Marcelo e via dicendo. Otto racconti che rappresentano le otto facce dell’ottaedro del titolo e, di conseguenza, la poliedricità di temi, di stili, di linguaggi, di punti di vista, di strategie testuali con cui Cortázar è capace di giocare, senza mai rinunciare alla poesia.

Insomma, Ottaedro – per quanto rappresenti un’opera ambiziosa e non di facile accesso è stata per me un valido apripista per la progressiva scoperta di tutte le altre raccolte di racconti di Cortázar, ma soprattutto un autentico detonatore della mia voglia di provare a scrivere un racconto e a lavorare su un’idea – in primis – e poi sul suo sviluppo narrativo. Una perla rara. Per palati fini.


Federico Iarlori ha pubblicato L’ora del bucato sul primo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

Il mistero di Bartleby

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Bartleby lo scrivano è un racconto famoso. L’autore, Herman Melville, è però più famoso per un’altra opera, che non potrebbe essere più diversa. Moby Dick è tanto lungo, complesso, variabile e ricco di citazioni quanto Bartleby è breve e agile, perfino ripetitivo. Nel primo abbiamo un autore inquieto, sperimentale, con un evidente problema di grafomania, una altrettanto palese ossessione per i cetacei e l’obiettivo di scrivere il Grande Romanzo Epico Americano; nel secondo invece domina apparentemente l’inerzia, il silenzio. Le distese sconfinate del mare aperto, contro un ufficio dalle finestre cieche.

Bartleby è un copista e lavora presso un avvocato a Wall Street, già allora cuore finanziario della nazione americana. Un giorno, senza motivo apparente, comincia a rifiutare le legittime richieste del suo capo con le parole: «avrei preferenza di no». Con il passare del tempo, preferisce di fare sempre meno e meno, diventando fantasma ed eremita, costringendo il suo smarrito datore di lavoro a scontrarsi contro un muro di gomma. L’impiegato, seppur sollecitato in ogni modo, non fornisce mai spiegazione al suo comportamento, si limita a preferire di non farlo. La trama è tutta qui, una straordinaria sequenza di pressanti domande e di altrettanto sfuggenti risposte.

Cominciai la mia prima lettura subito dopo aver trovato un lavoro: lontano da casa, molto tempo da passare sui mezzi da dedicare ai libri. E mi sembrò anche tremendamente adeguato: io non più studente, una grande azienda, ritmi in cui incasellarsi, l’efficienza della monotonia lavorativa. Lui, Bartleby lo scrivano, una perfetta trasfigurazione del piccolo impiegato travolto dall’omologazione utilitaristica, che eroico ci illumina di una ribellione assurda e immateriale: nessuna protesta, violenza, reazione, addirittura contestazione. Solo il semplice rifiuto di compiere il proprio dovere di clerk, solo una frase, estremamente barocca nella sua monotonia: «I would prefer not to». Solo che ovviamente anche io ero stato condotto lontano e avevo creato il mio copista personale, qualcuno che fosse lì ad ascoltare le mie preghiere. La mia immedesimazione non spiegava certo il “perché” di Bartleby: quali fossero le sue intenzioni, quali le cause, quale l’intuizione che lo aveva portato a scontrarsi con la normalità. Il copista restava un personaggio vuoto, fatto solo di parole.

Il racconto e il suo protagonista (proprio come il loro Autore e Demiurgo) si trovano in una strana posizione tra i personaggi di carta: schiacciato in quegli strani decenni prima dell’inizio della sovversiva modernità novecentesca e dopo la sovversiva modernità romantica. Guardandolo noi possiamo ben provare a incastrarlo tra le nostre figurine, non ancora Josef K. ma non di certo titano ribelle romantico.
Se dovessimo cercare somiglianze tra i suoi contemporanei dovremmo sì guardare oltreoceano, ma per cercare il «Please Sir, I want some more» di Oliver Twist, ripetuto con la stessa innocente determinazione, ma così diverso per tono, motivi e obiettivi.

Charles Dickens, che pure è prepotentemente presente in ogni lavoro di Melville e particolarmente in questo racconto, è un uomo del suo tempo. Cresciuto nello spirito romantico, è l’autore di romanzi di formazione per eccellenza, e se pure popola i suoi mondi di sordidi criminali dei docks londinesi e di orripilanti fabbriche mangia persone è solo per farne uscire i suoi protagonisti lindi come lenzuola appena candeggiate. Eroi di semplicità e tenerezza che lottano contro un mondo ingiusto per fare trionfare il bene. Il povero orfano però, che porta lo scompiglio nella Working House con la sua candida richiesta di un piatto supplementare di zuppa, è molto più vicino a un Lord Byron vestito di seta eroe per la libertà della Grecia che a Bartleby. Loro hanno una missione luminosa e buona, una causa superiore, mentre lo smunto impiegato fa quasi innervosire per la sua sterile ribellione ad un datore di lavoro che guardando bene, permette ai suoi dipendenti persino una certa ubriachezza molesta. Non bastano certo le giustificazioni o la fragile storiella riferita dall’avvocato a giustificare un tale comportamento, la diagnosi rimane incompleta.

Il mistero di Bartleby, della forza che lo spinge nella sua lotta senza senso, non ha ancora trovato una soluzione definitiva. Tra le tante interpretazioni e letture portate da Gianni Celati in coda all’edizione Feltrinelli nessuna soddisfa pienamente e probabilmente nessuna arriverà mai a farlo, perché il genio letterario di Melville voleva proprio questo: portare il linguaggio ai suoi limiti naturali e mostrarne la potenza nel momento di massima negazione, l’assenza di parola e significato, un silenzio custodito tra dolci fili d’erba. «Nessun discorso sarà mai più potente d’un silenzio in risposta a una domanda che ci è stata rivolta»[1]. scrive Celati.

Eppure.

Se tutto questo fosse solo un inutile ricamare su una banale frase? Se Bartleby non nascondesse nessun enigma? Se la misteriosa e delicata potenza che si cela sotto la cartapesta non fosse tanto profonda? Allora forse, per continuare a gustarmi per sempre il racconto, avrei preferenza di non saperlo.

 


[1] pp. XXVI, Introduzione a Bartleby lo scrivano di Gianni Celati, Feltrinelli, 1991 Milano

Johnny Panic and the Bible of Dreams

 

By the roots of my hair some god got hold of me

I sizzled in his blue volts like a desert prophet.

È con questi versi di Hanging man che Sylvia Plath racconta la sua esperienza all’ospedale psichiatrico McLean. Come vi scrivevo nell’ultimo post, il periodo che Sylvia Plath vi trascorse ispirò i suoi lavori. Lo ritroviamo nelle sue poesie, ne La campana di Vetro[1] e in alcuni racconti brevi. Tra questi ce n’è uno dal titolo molto curioso, Johnny Panic and the Bible of Dreams[2]. Scritto nel 1958, uscì postumo nel 1968 e ispirò i Tears for Fears a pubblicare un singolo con questo titolo nel 1991.

Johnny Panic and The Bible of Dreams racconta di una segretaria che lavora in una clinica psichiatrica passando le sue giornate a trascrivere i problemi dei pazienti nelle cartelle ciniche («Nobody comes to our office unless they have troubles»). Insieme a problemi lievi come mal di testa e insonnia, trascrive anche i sogni dei pazienti nella speranza che la loro vita inconscia fornisca elementi per salvare quella cosciente. I sogni dei pazienti diventano la sua più grande passione, se non addirittura ossessione: di giorno trascrive e di notte li memorizza nella Bibbia dei Sogni rimanendo sveglia tutto il tempo per riviverli con la sua immaginazione. Per i pazienti di cui non ha informazioni, prova a immaginare lei stessa quali possano essere i loro sogni:

«I also remember quite clearly the scenario of the dream I had worked out for this guy: a gothic interior in some monastery cellar, going on and on as far as you could see, one of those endless perspectives between two mirrors, and the pillars and walls were made of nothing but human skulls and bones, and in every niche there was a body laid out, and it was the Hall of Time, with the bodies in the foreground still warm, discoloring and starting to rot in the middle distance, and the bones emerging, clean as a whistle, in a kind of white futuristic glow at the end of the line. As I recall, I had the whole scene lighted, for the sake of accuracy, not with candles, but with the ice-bright fluorescence that makes skin look green and all the pink and red flushes dead black-purple. You ask, how do I know this was the dream of the guy in the black leather jacket. I don’t know. I only believe this was his dream, and I work at belief with more energy and tears and entreaties than I work at recreating the dream itself».

In questo racconto tutti i mali dei pazienti dipendono da una sola causa: «Panic with a dog-face, devil-face, hag-face, whore-face, panic in capital letters with no face at all – it’s the same Johnny Panic, awake or asleep». Johnny Panic è appunto colui che fa e che conserva i sogni. Johnny Panic è la risposta a tutto, non solo ha tutte le possibili facce immaginabili dei sogni che trascrive, ma è anche la rappresentazione dell’ansia. Il nome Johnny Panic è appunto il Panico di vivere, ma è anche la normalità richiesta della società rappresentata da un nome comune come Johnny. Questo racconto è un po’ anche l’esplorazione della follia e della normalità della mente umana attraverso tutti i personaggi che si incontrano. I protagonisti non sono solo i pazienti, ma anche i dipendenti di altre cliniche mentre ad essere riportate sono tutti i particolari e le ossessioni: tutte rappresentazioni della psicosi che ormai aveva preso il sopravvento della mente di Sylvia Plath.

In realtà il rifiuto di Frank O’Connor di accettare Sylvia Plath nella sua classe estiva fu solo la classica goccia che fece traboccare il vaso perché le prime avvisaglie delle sue crisi esistenziali si possono già trovare nei suoi diari o lettere del suo periodo newyorkese. Nel 1953 si trasferì a New York dove fu scelta scelta come guest editor della rivista Mademoiselle, molto famosa per essere una rivista di qualità per giovani donne intelligenti. La sezione dedicata alla cultura era in effetti veramente di tutto rispetto. Sulle sue pagine vennero pubblicati scritti di Albert Camus, Truman Capote, William Faulkner, Tennessee Williams e Dylan Thomas e sfogliando qualche copia online è possibile imbattersi quasi sicuramente in una Sylvia Plath versione modella.

Sylvia, eccitatissima di iniziare, ebbe attraverso quel lavoro l’opportunità di far parte della vita mondana del tempo, ma il contrasto tra la sua sensibilità e la durezza della vita in una città grande come New York mise a dura prova il suo benessere mentale sin dai primi giorni. In particolare, in una lettera inviata al fratello[3] racconta che dopo essersi persa nella metro di New York si ritrovò in una stazione piena di mendicanti, gente con gambe amputate che chiedeva l’elemosina tenendo in mano una piccola tazza per il tè, immagini in contrasto con la sua vita fatta di feste. In un’altra lettera al fratello aveva infatti definito New York la città «delle pene, delle feste e del lavoro».

New York è anche l’incubatore del suo unico romanzo, La Campana di Vetro, la cui protagonista Esther è ritenuta da molti la sua trasposizione letteraria. Scritto probabilmente proprio per liberarsi dai fantasmi del passato, contiene un episodio della vita newyorkese raccontato anche nel suo diario personale. Solo che mentre in quel diario aveva parlato dell’incontro ad una festa con un uomo peruviano che si limita a definire crudele, in La campana di Vetro si trasforma in ciò che realmente fu: il racconto di un atto di violenza da lei subìto.

Mentre, però, ne La campana di Vetro è evidente l’aspetto autobiografico, Johnny Panic and The Bible of Dreams, pur avendo elementi biografici, è visionario. Per esempio, ai pazienti della clinica viene prescritto l’elettroshock: «In our clinic, treatment doesn’t get prescribed. It is invisible. It goes right on in those little cubicles, each with its desk, its two chairs, its window arid its door with the opaque glass rectangle set in the wood».

Devo dire che qui si sente l’eco della psicanalisi di Freud. La stessa Bibbia dei Sogni è un richiamo a L’interpretazioni dei sogniJohnny Panic and The Bible of Dreams è come una finestra introspettiva nella mente di Sylvia Plath e mostra la continua lotta tra la sua sensibilità interiore e il mondo esterno, allo stesso modo in cui la sua protagonista a un certo punto si trova tra lo scegliere se vivere attraverso i propri sogni o quelli dei pazienti. Nel racconto, il direttore del centro, dopo aver sorpreso Esther a leggere la Bibbia dei Sogni, capisce che in realtà quella segreteria non è una dipendente, ma una paziente. Le prescrive, quindi, una serie di elettroshock. Lo stesso trattamento che subì Sylvia.

 


[1] Sylvia Plath, La Campana di Vetro, Mondadori, 2016.

[2] Sylvia Plath, Johnny Panic and the Bible of Dreams: and other prose writings, Faber & Faber, 1998.

[3] Sylvia Plath, Letters Home, Faber & Faber, 2011.

Numeri e parole per spostare confini e colmare distanze. Intervista a Chiara Valerio

Chiara Valerio è Chiara Valerio. Farle domande è un po’ come correre sulle montagne russe. Sai bene che ti stai muovendo su due binari che fortunatamente, essendo due rette parallele, non si incroceranno mai, ma sai anche che, comunque, sei seduta su un proiettile che sfreccia sul vuoto, con sprezzo totale delle tue funzioni fisiologiche. Eccitazione, quindi, ma anche una sana e discreta voglia di sopravvivere con stile all’esperienza.

Fortunatamente, buone notizie. Tutti vivi dalle parti di Tre racconti. Non possiamo dire la stessa cosa per Dostoevskij… ma ci consoliamo sapendo che il buon “Dosto” ha abbastanza spirito per prenderla bene.

Conclusa l’avventura di Tempo di Libri, di cui è stata l’indefessa organizzatrice, Chiara Valerio ha gentilmente risposto alle nostre domande. Visto che la nostra “missione” su questo blog è parlare solo di racconti, per lei abbiamo fatto un’eccezione e siamo partiti dalla sua ultima fatica letteraria, quella Storia umana della matematica che se non ha messo proprio tutti d’accordo ha sicuramente il merito di aver offerto una interpretazione non banale al concetto di (auto)biografia. E non solo quello.

Come spesso accade, infatti, a chi nutre una grande curiosità per le cose del mondo, scavare nelle vite dei grandi geni che hanno contribuito a plasmarlo non si rivela mai un’operazione asettica. Succede che chi ne parla finisce inevitabilmente per mettersi in gioco e raccontare molto di sé offrendo al lettore una mappa affascinante delle proprie emozioni e del proprio ideale di nobiltà. In breve, del proprio percorso di crescita umana. Chiara Valerio non ha fatto eccezione.

Ora, per quanto mi riguarda, volando alto posso riassumere così: le parole, così come i numeri sono due linguaggi dall’infinito potenziale. Due codici (non per forza alternativi) dei quali ci possiamo servire per scrivere il nostro mondo, costruirne uno nuovo e, magari, farci entrare le persone che contano. Sono due strumenti per conoscere e per amare. Perché alla fine sempre lì andiamo a finire; alla voglia di scoprire noi stessi e gli altri mentre viviamo.

Allargare le cose, dare spazio a ciò che conta. E i libri, se sono scritti onestamente, lo fanno.

Ma veniamo alle domande.

 

Salve Chiara. Partiamo dal suo ultimo libro. Oltre che una bella occasione per scoprire storie e vicende di personaggi poco noti al grande pubblico, Storia umana della matematica è un meraviglioso racconto polifonico sul ruolo dell’immaginazione come motore del progresso umano (e personale). Che cos’è per lei l’immaginazione?

L’immaginazione è una possibilità di esistenza. Penso sia soprattutto questo. Anche in matematica dove i teoremi si dicono, per esempio di esistenza, o di esistenza e unicità.

Afferma che la matematica è una grammatica. Se è così, cosa ci possiamo scrivere? Alla fin fine, il mondo e la sua comprensione si riduce ad una questione di linguaggio?

La trova una riduzione? Io no. Penso che esista solo il linguaggio. Che sia dei gesti, delle immagini, delle parole, dei sentimenti, poco importa. Ma è un linguaggio, un codice, una abitudine. Dipende dal significato che lei attribuisce alla parola linguaggio, non crede?

Cito dal libro «deduco che la matematica è un atto di fede fino a un certo punto e la letteratura, per converso, è un atto di fede da un certo punto in poi». Ci spiega meglio questa frase?

È spiegata nel libro, anzi, non spiegata, raccontata attraverso alcuni esempi, che nella mia testa sono incontrovertibili…

(A questo punto riportiamo il passaggio che ci ha indicato)

Ho creduto che un triangolo iscritto in una semicirconferenza fosse rettangolo.
Ho creduto che due più due facesse quattro in ogni caso, fortissimamente.
Ho creduto che la parabola fosse una conica con un fuoco all’infinito.
Ho creduto che la serie geometrica di ragione minore di un mezzo convergesse.
Ho creduto che alcune serie avessero una ragione.
Ho creduto, talvolta, di avere anche io una qualche ragione.
Ho creduto, soprattutto, che senza un sistema di vettori linearmente indipendenti non potessi costruirmi uno spazio. E nel Teorema di Pitagora.
Ho creduto molto prima di capire. Ascolta papà.
Da ciò deduco che la matematica è un atto di fede fino a un certo punto e la letteratura, per converso, è un atto di fede da un certo punto in poi.
Non ho creduto che Dante sia sceso all’inferno e asceso prima al Purgatorio e poi al Paradiso.
Non ho creduto all’ossessione di Acab per la balena.
Non ho creduto che Mrs Dalloway avesse detto che i fiori li avrebbe comprati lei.
Non ho creduto ai biscotti e alle bevande che rimpiccoliscono e ingrandiscono. Né ad Adriano che seppellisce Antinoo in una durata senz’aria dunque senza tempo, o che Sarah Malcolm ti fosse apparsa in sogno. Poi sono stata tutte quelle cose e in quasi tutti quei posti (ma è perché non sono una viaggiatrice). Il verbo si è fatto carne, la carne (talvolta) si è disfatta, io l’ho (sempre) seppellita, e funziona ancora così, mi basta leggere.

Da quel punto, che non ha parti, dove finiva la fede della matematica e iniziava quella della letteratura cominciavano tutti i miei disegni di bambina, di adolescente, di adesso.

 

In un altro paragrafo ripercorre il momento in cui lei stessa, matematica per formazione, è maturata. La Storia, infatti, è anche la sua. Il racconto di come lei è passata dal “voglio solo sapere il risultato giusto” al “voglio capire”. Come ci si arriva? Cosa c’è in mezzo?

Credo ci sia sempre in mezzo la terza prova di Indiana Jones ne Indiana Jones e il tempo maledetto. Il film. La terza prova è il salto della fede, quando uno si trova davanti a qualcosa che razionalmente non ammette ma non ha altra scelta perché la curiosità o la necessità possono essere impellenti. Solo saltando con un balzo a piè pari dalla testa del leone potrai raggiungere il Graal. Dal che si capisce anche che la fede può essere un difetto ottico (Indiana Jones non vede una passerella che in realtà c’è), ma che non importa. Non importa se le nostre intenzioni risultano essere un difetto ottico, l’importante è avere l’intenzione. Nel mio caso, da bambina, e da non più bambina, l’intenzione di capire.

A proposito di Dostoevskij, di cui lei riporta un passaggio tratto dai Karamazov, in una lettera al fratello del 1839 scrive: “Amo le scienze militari, sebbene non tolleri la matematica. Che strana scienza, e che sciocchezza occuparsene! Mi basta studiarla nella misura in cui essa è necessaria per diventare ingegnere o forse un pochino di più. Ma perché mai dovrei diventare un Pascal o un Ostrogradskij? La matematica, senza una qualche applicazione pratica, equivale a un punto zero e in essa c’è tanta utilità quanta può essercene in una bolla di sapone”.

Non so che dirle. Mi pare una tale sciocchezza. Ma sarà che io non ho nessun principio di utilità. Non capisco perché qualcuno possa scegliere o voglia scegliere qualcosa per un principio di utilità… poi la matematica non è inutile, anzi, è l’unico linguaggio che ci ha mandato oltre le stelle fisse, anche da questo punto di vista, la matematica è straordinaria. Ma la cosa più straordinaria è che la matematica non viene toccata né dalle mie blande difese né dai sospetti di Dostoevskij. La matematica, pur essendo molto umana, riesce a essere, al contrario degli umani, fuori dal tempo e dallo spazio.

Visto che è un po’ inconsueto, a chi pensava mentre scriveva questo libro? Cosa vorrebbe restasse ad un lettore dopo aver sfogliato l’ultima pagina?

Non è una cosa alla quale penso. Io penso a scrivere e aspetto di vedere cosa pensa chi legge. Sono troppo curiosa per pensare a un lettore, e troppo poco interessata alla dimensione didattica delle cose per chiedermi cosa resterà a chi legge. Non so, me lo dica lei, cosa le è rimasto da questo libro?

Devo ammettere che sul V° postulato stavo per gettare la spugna ma poi ho tenuto duro. E ho fatto bene perché ho scoperto tanti uomini di genio e altrettante imprese intellettuali. Sicuramente mi è rimasta la voglia di leggere Flatlandia. In sintesi trovo che questo libro sia il racconto della crescita di una bambina (lei), ma anche un viaggio nelle infinite possibilità di ciò che ci rende umani. Un viaggio non per tutti però. Ma questo è solo il mio umile punto di vista…  

Cambiando discorso, a proposito di crescita, ci può raccontare come è arrivata a tradurre autori non certo facili come Virginia Woolf?

Lavoravo nella casa editrice Nottetempo con Ginevra Bompiani. E ci siamo chieste, allo scadere dei settant’anni dalla morte di Woolf, quale libro ritradurre. Io ho proposto Flush e Ginevra mi ha detto perché non lo traduci tu? Ci ho messo due anni ma alla fine, seguendo anche la dura e necessaria disciplina di Ginevra, ho fatto un lavoro di cui a distanza di anni sono ancora soddisfatta. Poi da Flush, abbiamo deciso di proseguire, seguendo e calcando una “linea comica” di Woolf, così, negli anni sono usciti Freshwater (l’unica commedia scritta da Woolf) e Tra un atto e l’altro (che è un libro comico per la maggior parte delle pagine… ma su Tra un atto e l’altro ci sarebbe molto da dire, e mi fermo qui).

Come decide quale libro tradurre? Quand’è che un libro va ritradotto?

Sempre? Non so. Un libro tradotto vive del flabello delle voci da cui è stato tradotto. Vive del e nel caleidoscopio di voci. Quindi direi, se uno ne ha l’improntitudine e la possibilità (parlo dei classici perché per i viventi è tutta un’altra storia), di tradurre, tradurre, tradurre. È anche un ottimo esercizio di scrittura e di sguardo.

Tre racconti è un progetto nato per promuovere le voci nuove che si cimentano con la forma breve. Ci sono racconti che consiglierebbe a chi vuole leggere e scrivere di scienza? 

Buzzati, D.F. Wallace, Bjorn Larsson, i primi che mi vengono in mente. Il sistema periodico di Primo Levi. Sì, Il sistema periodico.

Quali consigli darebbe a chi vuole provare a scrivere storie, in generale? Cos’è che fa funzionare un racconto?

Io non caldeggio, non sprono, non consiglio. Se volete scrivere, fate come ho fatto io, rubate da quelli che hanno scritto prima, Se volete scrivere, leggete.

Esiste un modo più giusto di altri di leggere? Ci sono letture che vanno fatte a prescindere o il percorso migliore è sempre quello più personale, che segue il proprio cuore?

Non esistono aggettivi o specificazioni o composizioni del verbo leggere. Si legge e basta, ciascuno a modo proprio.

Quali sono i libri che l’hanno fatta crescere o hanno influenzato il modo di percepire cose e persone?

Cambiano ogni volta che rispondo a questa domanda. Però ci sono dei grandi classici, degli invarianti, come si dice in matematica, Al di qua o al di là dell’umano di Ludovica Koch, I quaderni di Simone Weil, I Malavoglia di Giovanni Verga, Fosca di Tarchetti, Lo scimmiotto di Wu Cheng-en e Il Genji di Murasaki, anche La strada di Swann di Proust (odio e amore per Odette ogni volta che ci penso). Però davvero la risposta varia ogni volta.

In un suo intervento all’ultima edizione di Più Libri più Liberi di Roma (presentazione dell’ultimo rapporto AIE sui numeri dell’editoria indipendente, insieme a Gianni Peresson) ad un certo punto ha detto: “Il fatto di voler allargare le cose ha a che fare con il leggere molto…”. Ce la può commentare?

Beh, se leggi molto sei naturalmente abituato a considerare l’altro, e quando consideri l’altro, devi considerare lo spazio per l’altro. Credo volessi dire questo, ma ci penso mentre le rispondo. Non essendo un aforisma non so se possa valere fuori dal contesto in cui l’ho detto. Ma è plausibile che abbia pensato quello che le ho detto ora.

Cosa pensa del recente moltiplicarsi delle riviste letterarie nate online? È un fenomeno che secondo lei può contribuire ad “allargare le cose” in ambito editoriale? Pensa che le riviste possano intercettare nuovi bisogni di lettura o magari “plasmare” nuovi lettori?

Penso che le riviste, e mi riferisco soprattutto a Nuovi Argomenti che ancora bazzico o a Nazione Indiana a cui ho collaborato per anni, siano l’occasione di misurarsi con una scrittura che già si dispone a essere letta. Dunque siano una buona palestra per chi pensa che comporrà, colmerà, la distanza tra sé e gli altri, scrivendo.

A proposito di Fiere, la prima edizione di Tempo di Libri è partita con un successo di pubblico che non era affatto scontato. Ci può fare un bilancio di come è andata? Cosa pensa sia stato apprezzato di più?

Credo che abbiano funzionato molto bene le committenze. Gli incontri su Jane Austen per esempio, gli incontri sui traduttori o quelli sui “morti di successo” e in generale ha funzionato molto bene la novità che anche gli scrittori sono venuti da lettori, dunque a parlare di temi, e non dei loro libri. Siano venuti “con” i loro libri e non “per” i loro libri. Ecco questo passaggio di preposizioni semplici.

Una domanda che mi preme farle per chiudere in bellezza… Li fa ancora gli esperimenti di balistica lanciando in aria i gatti come racconta nel libro? E i gavettoni in spiaggia? I suoi hobbies sono tutti così pericolosi?

Tutti i miei hobbies si trasformano in ossessioni, ma non ho più gatti da lanciare… i gavettoni sì, li faccio e li subisco sempre (e credo sempre più spesso visto che mio nipote ha tre anni e non potrà far altro che specializzarsi…).

 

 

Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera

Meraviglie orientali di Natsume Sōseki

ciliegi_giapponesi - Natsume Sōseki
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Quest’anno è il centocinquantesimo anniversario della nascita di Natsume Sōseki, mentre l’anno scorso è stato il centenario dalla morte, e se queste ricorrenze sono passate inosservate nel nostro Paese, Edizioni Lindau ha pensato bene di celebrarle con questa raccolta, freschissima di stampa, di racconti brevi dell’autore giapponese.

La prima cosa a colpirmi di questa raccolta è stata il titolo, tradotto con Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera, che ha subito catturato la mia attenzione, complici un inizio maggio freddo e una voglia di una primavera che stenta a fare capolino. È quindi con sorpresa che, leggendo l’introduzione (a cura di Tamayo Muto, che si è occupata anche della traduzione) ho appreso che una delle interpretazioni del titolo è proprio il sentimento di attesa delle giornate primaverili, e il desiderio che queste possano non finire mai. Permettetemi una piccola nota per complimentarmi con traduttrice ed editore, la cura nella traduzione è evidente anche ad un profano (come il sottoscritto) e i molti termini giapponesi rimasti in lingua originale sono accompagnati da note minuziose che ne chiariscono il significato.

Sōseki nacque nel 1867 e morì nel 1916, visse quindi durante l’epoca Meiji, detta anche della restaurazione, o del rinnovamento. Questo periodo storico fu caratterizzato dal ritorno al potere della figura dell’imperatore, dopo anni di dominazione degli shogun, e per il Giappone significò l’ingresso nell’epoca della modernità e l’inizio di una serie di riforme che portarono il Paese a diventare una potenza economica e militare. Sōseki ebbe un’esistenza ricca ma travagliata, seppur figlio di una famiglia influente infatti non fu particolarmente amato dai genitori (tanto che visse per alcuni anni in affido) e gli anni della sua infanzia e adolescenza segnarono profondamente la sua personalità. Cresciuto si specializzò in letteratura inglese all’Università Imperiale di Tokyo e successivamente iniziò ad insegnare presso vari istituti, carriera che proseguì per alcuni anni. Dal 1900 al 1903 si recò in Inghilterra, su incarico del governo, per condurre ricerche (Sōseki era considerato tra i massimi esperti di letteratura inglese del Giappone). Gli anni inglesi furono tuttavia molto infelici, e minarono la sua salute fisica e mentale. Sōseki non sentendosi a suo agio nell’ambiente universitario scelse di proseguire i suoi studi da autodidatta, passando il suo tempo a leggere libri chiuso nella sua stanza.

Alcuni anni dopo, a proposito del suo periodo inglese, scrisse:

«I due anni che passai a Londra furono tra i più sgradevoli della mia vita. Tra i gentlemen io vivevo in miseria, come un cane qualunque, messo controvoglia a far parte di un branco di lupi».[1]

Richiamato in patria iniziò la sua collaborazione con il quotidiano Asahi Shinbun, e la sua carriera letteraria, iniziata con la composizione di haiku. I racconti di questa raccolta sono stati scritti tra il 1909 e il 1910, e originariamente pubblicati sul giornale, per poi confluire in questa raccolta. L’autore affronta diversi temi, e molto della sua vita privata è presente in questi racconti. Troviamo infatti sia esperienze autobiografiche, ispirate al suo periodo come insegnante e a quello come studioso a Londra (pagine in cui traspare tutto il suo malessere e tutto il suo senso di inadeguatezza nel trovarsi nella capitale inglese, popolata da individui perennemente di corsa e indaffarati), sia scene di vita domestica. Tra i racconti più interessanti quello intitolato Il professor Craig, nel quale viene ricordata la figura di William James Craig, studioso ed esperto di Shakespeare dal quale Sōseki prese lezioni private per un certo periodo. Il professore è ricordato come un tipo eccentrico e stravagante, dal carattere freddo e tutto preso dalla stesura di un dizionario shakespeariano. L’insegnante è tuttavia ricordato anche con parole di affetto e con qualche nota di benevola ironia:

«Sai, dei tanti che vedo passare qua sotto, neanche uno su cento capisce la poesia. Poveretti! In fin dei conti gli inglesi sono un popolo che non riesce a comprendere la poesia, sai? Se ci penso, da quel punto di vista, noi irlandesi eccelliamo, e siamo di gran lunga più raffinati… In effetti devo dire che le persone come te o me, che riescono ad assaporare le poesie, sono proprio fortunate».[2]

La raccolta offre, oltre ai racconti autobiografici, una serie di opere di pura fiction, che Sōseki utilizzò anche come “palestra” per sperimentare un nuovo linguaggio letterario. In questi racconti, popolati da personaggi talvolta malinconici e crudeli, Natsume Sōseki dipinge, con la delicatezza di un acquerellista, un ritratto della società nipponica dei primi del novecento, filtrandola con il suo attento occhio di artista. Tra le immagini che mi sono rimaste più impresse c’è quella di un ubriaco, disteso nel fango, che viene salvato dalle risate della folla da un suo compagno:

L’ubriaco assunse un’aria felice e si lasciò cadere di schiena sul carretto dicendo «Grazie a Dio!»; guardando il cielo luminoso sbatté due o tre volte gli occhi stanchi e abbagliati dalla luce, e disse: «Imbecilli! Anche se non sembra, sono un essere umano!»[3]

Sōseki è maestro della forma breve, e i suoi racconti riescono a racchiudere in poche pagine, spesso in poche righe, contraddizioni e sentimenti personali e della sua epoca, e lasciano molto su cui riflettere rimanendo in mente anche a lettura ultimata. I suoi ultimi anni furono caratterizzati da crisi nervose e un’ulcera dolorosa (che ne causò la morte prematura nel 1916), ma anche da una vivace attività letteraria: l’autore teneva infatti un piccolo circolo letterario in casa sua ogni giovedì assieme ai suoi studenti, per i quali nutriva un sincero affetto e che compaiono spesso anche nei racconti. Nel frattempo i suoi lavori riscuotevano un crescente successo.

I racconti, pur costituendo una parte minoritaria della sua produzione, sono ricchissimi di spunti di riflessione e pagine di poesia, riescono a trasportare il lettore in un’altra dimensione temporale, e a farlo vivere in un’alterità che può essere apprezzata anche da chi non ama particolarmente la letteratura orientale. Ultimo ma non ultimo, sono il passatempo perfetto per trascorrere queste ultime giornate fredde in attesa della bella stagione.

 


[1] La citazione è tratta dall’introduzione, cui devo molto per la parte biografica di questo articolo. Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera, Introduzione di Tamayo Muto, Edizioni Lindau, 2017 (pagina 8 dell’edizione in formato epub).

[2] Il professor Craig, op. cit. (p. 110).

[3] Un essere umano, op. cit. (p. 61).

Calendimaggio di William Faulkner

(Una storia d’amore scritta e illustrata per la donna del cuore)

 

 

Arriva un momento in cui io devo parlare di William Faulkner. Di solito succede quando il mio interlocutore mi concede un po’ di margine rispetto al tema principale del discorso, e allora cerco un appiglio per citare un autore che per me è fondamentale. Ma so di non poterne parlare a cuor leggero perché la narrativa di Faulkner non è così accessibile; non che gli interessasse, essere comprensibile, impegnato com’era a tirare fuori l’essenza della vita dalle parole che per lui erano «carne, sangue e pane». Per Faulkner la scrittura era: «99%  talento, 99% disciplina, 99% lavoro», e non c’era spazio per altro. Non rilasciava dichiarazioni, non leggeva le recensioni dei giornalisti, rideva di tutti i critici che provavano a tracciare “profili sociologici” dei suoi personaggi. Se gli capitava di esprimersi in pubblico, diceva quello che pensava senza mezzi termini. Sul conto di Hemingway, per esempio: «Non ha coraggio, non ha mai rischiato. Non ha mai usato una parola che il suo lettore dovesse andare a cercare sul vocabolario». Oppure, in un’intervista del 1956 per il The Paris Review, quando Jean Stein chiese: «Alcune persone dicono che non riescono a capire la sua scrittura, anche dopo averla letta due o tre volte. Quale approccio si sente di suggerire?». La risposta di Faulkner fu: «Read it four times».

Eppure questo è un ritratto che lascia molto fuori dalla cornice del quadro. In realtà Faulkner non voleva correre il rischio di diventare un personaggio perché era dell’idea che lo scrittore debba essere soltanto un veicolo per la propria arte. Perciò, quando arriva il momento in cui io devo parlare di William Faulkner, propongo una versione inedita e più umana dello scrittore americano. Comincio a raccontare una fiaba. «Conosci Calendimaggio?».

Un passo indietro.

William (Cuthberth) Faulkner nasce a New Albany, in Mississippi, il 25 settembre del 1897 da Murry Falkner[1] e Maud Butler, ed è il primo di quattro figli. Dopo qualche anno, la famiglia si trasferisce ad Oxford e Will, diventato adolescente, comincia a lavorare nella banca del nonno, si appassiona alla letteratura e scrive le prime poesie. «Sono un poeta fallito», ripeteva spesso. Nel 1916 frequenta Estelle Oldham, un’amica d’infanzia, ma la famiglia di lei ha in mente un partito migliore. Nel 1918 Estelle sposa Cornell Franklin, un giovane laureato in legge. Faulkner si arruola nella Royal Air Force canadese e nel 1925 va a vivere a New Orleans dove trova lavoro come impiegato all’ufficio postale e conosce la scultrice Helen Baird.

Mayday è un libro che William Faulkner scrisse, illustrò e rilegò personalmente per Helen Baird. Nell’edizione italiana[2] diventa Calendimaggio, una storia d’amore scritta e illustrata per la donna del cuore. Si dice che per scrivere questo racconto, Faulkner abbia preso spunto da un’antica leggenda secondo la quale se un uomo si specchia nell’acqua il primo giorno di maggio vedrà la donna che è destinato a sposare. Il primo di maggio in alcune tradizioni popolari è un giorno di festa perché si celebra l’arrivo della primavera, il ritorno alla vita dopo le gelide scene d’inverno.

A te, saggia e amabile
dedico questo:
una caduta nella tenebra.

Sir Galwyn di Arthgyl è un giovane cavaliere tornato da un lungo viaggio. Ha trovato riposo sulle rive di un torrente «dove l’aria era grigia e aveva il profumo della primavera». Osservando l’acqua, si accorge che un gruppo di piccoli pesci nuota concentrandosi in un solo punto. «Che cosa significa ciò?» chiede il cavaliere. Una piccola figura verde con mille bocche alla sua destra risponde: «Aspetta». E quella è Fame. I pesci si mescolano e si dividono seguendo uno schema ben definito. «Che cosa significa ciò?». «Aspetta», risponde una piccola figura rossa con mille mani alla sua sinistra. E quella è Sofferenza. I pesci si dileguano e nell’acqua compaiono immagini nelle quali Sir Galwyn riconosce i volti e i luoghi che ha odiato e amato durante tutta la vita. Poi vede se stesso, eroe di numerose battaglie, e in ogni scena di lotta si accorge che Fame e Sofferenza gli sono sempre state accanto. «Che cosa significa ciò?». Fame dice: «Guarda!».

E lì nell’acqua scura apparve un volto giovane, tutto roseo e bianco dai lunghi capelli lucenti, simili a una colonna d’acqua splendente nel sole; ed egli pensò ai giacigli bianchi in primavera, e al miele e alla luce del sole.

Sir Galwyn si rende conto che la sua vita non avrà più senso finché non troverà quella giovane donna nel mondo degli uomini. Seguendo il corso del fiume, il cavaliere incontra la principessa Yseult. La donna sta facendo il bagno e quando esce nuda dall’acqua Sir Galwyn sente di aver «trovato la bellezza e la disperazione in una volta sola». Che sia la donna del sogno? Sir Galwyn la corteggia con parole appassionate. Ma l’incanto dura poco: mentre la principessa, ammaliata dai modi del cavaliere, si volta per raccogliere i vestiti, Sir Galwyn monta a cavallo e si allontana. La stessa cosa accade quando incontra la principessa Elys, figlia del Re del Galles, e la principessa Aelia, figlia del principe dei Merovingi; da tutte fugge, dopo averle conquistate, con un inaspettato sospiro di sollievo. Galwyn ammette che le principesse, belle come non ne aveva mai viste, non erano però così diverse da tutte le donne che aveva conosciuto perciò nessuna di loro poteva essere la figura del sogno. Si chiede perché la felicità non riesca a sfiorarlo per più di un attimo.

Secondo me, l’uomo è solo una mosca ronzante che batte il capo contro uno strano mondo, in cerca di qualcosa a cui non sa dare neppure un nome, che non sa riconoscere e che forse non vuole neppure.

«C’è ancora una fanciulla che potrei mostrarvi», dice Fame. Sir Galwyn accetta e insieme cavalcano verso Occidente. Giungono in un luogo che appare familiare, una valle circondata da colline dove l’aria è grigia e ha il profumo della primavera. Sir Galwyn si specchia nel torrente.

La donna che incontrerà il cavaliere di Arthgyl è Sorella Morte. Le opere di Faulkner, come tutte quelle degli scrittori del Sud degli Stati Uniti, sono piene di riferimenti biblici, simboli che rimandano ai precetti cristiani. La morte viene definita Sorella da San Francesco, il religioso che non a caso compare anche in Calendimaggio. San Francesco, nel Cantico delle creature, nomina diverse volte “sora nostra”: riferendosi alla terra («Laudato si, mi Signore, per sora nostra madre Terra»), poi alla luna, all’acqua e alle stelle, e un’ultima volta facendo riferimento alla morte («(…) sora nostra morte corporale») perché, per i cristiani, la morte è un momento di passaggio verso la vita vera, che è quella con Dio, un’autentica occasione di rinascita. E tutto questo ha a che fare con l’amore in un modo che è complicato da comprendere.

In una delle Poesie del Mississippi, Faulkner scrive:

Giacerà là il Tempo, dove mi accostai da giovane
appresso a un corpo per accesa estasi del cuore,
tra le cosce dove bramai morte senza fine?

Se la vita è soltanto «agitarsi senza posa per conquistare ombre senza sostanza» l’incanto dell’amore ideale è destinato a scomparire, condannato a compiersi e a consumarsi nello stesso istante. Calendimaggio è un’opera marginale rispetto alla produzione di William Faulkner ma contiene tutti gli elementi che egli svilupperà nei suoi romanzi più importanti. Sir Galwyn è un disegno approssimato di Quentin Compson, uno dei protagonisti di quel capolavoro che è L’urlo e il furore. Anche in quel caso l’impurità della carne minerà la perfezione dell’amore ideale e una sorella sarà causa di drammi e sofferenze.

William Faulkner è attuale perché scrive dell’eternità, attingendo dalla violenza delle opere di Shakespeare, scandagliando tutte le teorie sul subconscio di Freud e sfruttando l’impeto del flusso di coscienza con uno stile ricco, evocativo, dilatato fino a diventare iperbolico. Il dono che aveva intenzione di dare a Helen Baird attraverso questa fiaba era un’illuminazione, la condivisione di una scoperta sul senso primo dell’esistenza che egli aveva fatto a partire da se stesso, grazie a ciò che quel sentimento aveva scatenato dentro di lui.

 

Ma la domanda vera è: come ha accolto Miss Baird questa romantica “caduta nella tenebra”?

Helen Baird accettò il manoscritto e rifiutò l’amore di Faulkner. Un paio di anni dopo vendette il libro a William B. Wisdom [3] e nel marzo 1927 sposò Guy Lyman. Ma niente accade per caso. Due anni dopo, nel 1929, Estelle divorzia da Franklin e torna ad Oxford con sua figlia Victoria. William regalò alla figlia di lei per l’ottavo compleanno un libro, scritto e illustrato, intitolato The Wishing Tree. Il 20 giugno dello stesso anno, William sposa Estelle, prima e unica moglie, con la quale resterà fino alla fine.

 


[1] Falkner o Faulkner? The real story behind the missing “u” in Fa(u)lkner

[2] Calendimaggio ha una storia editoriale molto complessa. In Italia è stato tradotto da Nicoletta della Casa nel 1989 e pubblicato da RED edizioni, in una versione che contiene anche copia a colori del manoscritto e una bellissima prefazione di Carver Collins, uno dei maggiori studiosi dell’opera di Faulkner. Quell’edizione è fuori catalogo ma si può ancora trovare in qualche libreria più fornita.

[3] William B. Wisdom regalò Mayday alla biblioteca della Tulane University dove si trova ancora oggi.