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Tommaso Landolfi, Diario Perpetuo

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Di Marco Parlato

Per un prevedibile gioco meta letterario avrei potuto scegliere di consigliare Tre Racconti, di Tommaso Landolfi. Tuttavia ho deciso di rifiutare l’opzione facile del gioco – seppure sia stata proprio tale coincidenza a aiutarmi nella scelta – in favore di Diario Perpetuo, che considero ideale per chi non ha mai approcciato l’opera di Landolfi, in quanto ne rappresenta una piccola summa.

Devo essere sincero: non ricordo come ho scoperto Tommaso Landolfi. Posso escludere di esserci arrivato come sono arrivato ad altri: i libri che avevo in casa.
Mi concedo una breve parentesi autobiografica.

Ho cominciato a leggere curiosando tra i libri dei miei genitori. Vedevo i volumi sugli scaffali, trascinavo una sedia da usare come scala, mi immergevo tra pagine e polvere.
Landolfi no. Sospetto di averlo scoperto nei mercatini dell’usato. Mentre posso confermare che rimane uno dei miei capisaldi da lettore, e poi da scrittore. Ne ammiro l’ecletticità, la fantasia e l’amaro disincanto tipico di chi, forse per autodifesa, vive di ironia.

Se volessi essere felice per qualche minuto, mi basterebbe invogliare chiunque a leggere Diario Perpetuo, che nasce come raccolta degli elzeviri apparsi sul Corriere della Sera tra il 1967 e il 1979.

Si susseguono racconti di genere vario, componimenti biografici, brevi riflessioni o scherzi. Eppure il dubbio che il romanzato conquisti sempre maggiore territorio, a sfavore della biografia, provoca un piacevole disorientamento nel lettore.
Qualcuno potrebbe illudersi di risolvere tale spaesamento affidandosi al soprannaturale. Nessuna storia di fantasmi può essere autobiografica. Sarà poi vero? O forse, citando l’anziano narratore di uno dei racconti della raccolta, La paura della paura, dovremmo dire che «i vecchi, purtroppo, non credono ai fantasmi»?

Senza contare che i racconti di Landolfi beneficiano di una tensione efficace, dove le presenze non umane, i fantasmi, cambiano continuamente posto, passano dalle suggestioni causate dal buio alle apparizioni, dai timori autoindotti alle illusioni ottiche. Non si può essere certi di cosa accada davvero ai protagonisti. Come per Passo vietato, dove un cacciatore racconta di non essere riuscito a oltrepassare un punto preciso della strada: «avvenne qualcosa d’inesplicabile e di terribile: egli cioè si sentì fermato».

Che una barriera invisibile esista davvero o che si tratti di autosuggestione sarà un enigma che toccherà risolvere al vero protagonista, memore del racconto del cacciatore e d’improvviso nella stessa situazione. Ma il fantastico landolfiano non vive solo di racconti di paura – definizione di comodo e sicuramente limitante; ne è un esempio Il millantatore, che rielabora uno dei più diffusi canovacci in tema di fantasmi, con la giusta dose di ironia sferzante, elemento che permea l’intera opera.

A tale proposito come non invogliare il lettore a leggere Il professore, raccontino che potrà appassionare molti universitari che tutt’oggi hanno la fortuna – molti direbbero il dispiacere e l’obbligo – di avere a che fare con insegnanti dalle risposte enigmatiche e, purtroppo, inopinabili a causa del timore reverenziale e della timidezza.

A proposito di timidezza, lo stesso Landolfi espone una formula matematica per aiutare i timidi ad approcciare le donne. L’esposizione del così battezzato Chiasma della Timidezza avviene in uno dei frammenti omonimi della raccolta, appena dopo avere elaborato la Formula delle Pazienze, utile per i giocatori d’azzardo.

La pazienza impiegata in ogni colpo sarà dunque eguale al prodotto delle pazienze impiegate in tutti i colpi precedenti, moltiplicato per gli elevatissimi coefficienti di delusione dei colpi perduti (dei quali coefficienti ognuno è, si capisce, almeno eguale al quadrato del precedente), diminuito appena della magra somma dei decrementi di soddisfazione sulle pazienze semplici impiegate nei colpi vinti. La seguente formula generale potrà forse risultare interessante per qualcuno:

Pn = (Ρ1α · Ρ2α2· Ρ3α4… Pn-1 αn-2) – dx in cui Pn esprime la pazienza al colpo n, α il coefficiente di delusione, x il numero dei colpi vinti sugli n colpi giocati, d il decremento di soddisfazione, P1 P2… le pazienze semplici ai colpi 1,2…

Composizioni che potremmo definire da fumistes, alle quali si aggiunge il formidabile dialogo a due voci Gli Incas, botta e risposta tra uno scrittore che non riesce a scrivere una lettera di presentazione e la moglie che si ostina a imporgli modifiche, nel tentativo di aiutarlo.
In breve entrambi si trovano impossibilitati a trovare una chiusura degna. Al contrario io ho vita facile: leggiamo e rileggiamo Diario Perpetuo.

 

 

Marco Parlato ha pubblicato Sotto di noi le stelle sul secondo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.


Tommaso Landolfi, Diario Perpetuo, Adelphi (Biblioteca Adelphi), 2012, 393 pp.

Immaginare il pensiero

La signorina Else di Arthur Schnitzler e Manuele Fior

Quando nelle biblioteche appare una nuova sezione, significa che qualcosa di grosso sta succedendo. Lentamente, un paio di centimetri alla volta, nuovi volumi prendono possesso di un angolo, di una mensola, di uno scaffale. Alcuni libri che nessuno vuole più leggere dovranno lasciare spazio alla novità, gonfiando un numero di collocazione che prima nessuno avrebbe mai notato.

741.5 Vignette, caricature, fumetti.

Ancora non hanno un codice solo per loro, le graphic novel. Ma hanno già occupato stabilmente un posto nelle nostre biblioteche, librerie, modalità di espressione culturale.
La traduzione letterale dall’inglese è romanzo grafico, ma forse per una volta dovremmo fidarci di questo falso amico e tradurre con novella grafica. Questo termine dal gusto medievale infatti porta con sé un altro significato: la brevità. Difficilmente la lettura di un albo va oltre poche ore e le rare eccezioni consistono soprattutto in raccolte e antologie. In realtà il tempo di lettura della maggior parte delle nuove storie illustrate si aggira attorno all’ora. Perché paragonarle al romanzo quindi? Non sono molto più simili ai racconti?

Come i racconti, le graphic novel hanno poco tempo, poco spazio, pochissime pagine per convincere il lettore a stare con lui. I meccanismi che l’autore ha a disposizione sono altri, e se segui Tre racconti fedele lettore, saprai già quali. Ma sono gli stessi per entrambe le forme? Per non prendere subito il largo in questa nostra avventura alla ricerca della risposta cominceremo da un’opera che non si allontani troppo da casa. La signorina Else, nella doppia versione di racconto, pubblicato nel 1924 da Arthur Schnitzler, e del suo adattamento illustrato firmato da Manuele Fior nel 2009.

Il racconto di Schnitzler è ambientato in un non meglio precisato momento del primo novecento, forse tra i due conflitti mondiali, a San Martino di Castrozza nelle dolomiti trentine. Le tumultuose lotte politiche che agitano l’Austria negli anni della pubblicazione non hanno alcun riverbero tra le pagine: non ci sono politici, militari o nobili di sangue, unico indizio che il vecchio Impero sia già tramontato lasciando il posto alle lotte tra i socialdemocratici e le squadre fasciste di Dolfuss. Ma in realtà all’autore, di professione medico, non interessava la salute del paese quanto quella dell’animo dei suoi personaggi. Negli stessi anni in cui viene alla luce l’Ulysses di Joyce, Albert Schnitzler utilizza il monologo interiore per indagare l’interiorità, con risultati che provocano l’invidiosa ammirazione del fondatore della psicologia moderna. Un unico, indivisibile, capitolo di 120 pagine esplora i pensieri di Else, una giovane ragazza della buona società viennese, la cui famiglia è costantemente sull’orlo del tracollo finanziario e che si gode una breve vacanza ospite della zia materna. Il mondo esterno lo percepiamo solo grazie ai suoni che in corsivo o con le note di un pentagramma interrompono il discorso dei pensieri di Else, che commenta, giudica, sogna, racconta e ci mostra un ambiente meschino e ipocrita, da cui in ogni modo cerca di fuggire. La lettera della madre che chiede aiuto sarà solo un pretesto, che si accoda ai tanti piccoli indizi che l’autore ci lascia in crescendo, il sonnifero, la montagna, gli uomini che potrebbero salvarla.

La prima cosa che si nota nella trasposizione è l’intervento d’autore di Manuele Fior. Sempre nel massimo rispetto dell’originale la storia viene adattata, divisa, sezionata: prima in due sezioni e poi ovviamente dal ritmo stilistico e costrittivo delle vignette. Prima assenti, le immagini che appaiono sulla pagina come il dialogo che apre il racconto, poi sempre più fitte, per rallentare e allentare la loro presa durante un sogno, un ricordo, una lettura. Nonostante il suo tratto morbido, Fior rende più aguzzo il racconto, entrambi gli autori seguono un climax, ma lui segue un percorso molto più accidentato, tagliando, spostando e alterando la tensione. La seconda è lo stile. Nelle recensioni si legge sempre: «Un omaggio alla secessione viennese!» E poi come un mantra i nomi di Klimt, Schiele e Kokoshka, direttamente dal libro di Storia dell’Arte delle superiori. Peccato che sfogliando le pagine e osservando le forme e il tratto si possono riconoscere giusto un paio di citazioni, mentre la presenza più ingombrante è sicuramente quella di Tolouse-Lautrec, il pittore francese famoso per le sue stampe art noveau e per i grotteschi schizzi del sottobosco umano parigino. Fior vive e lavora in Francia e il suo viaggio a Vienna, con l’eccezione forse di Schiele, non ha riportato poi molto. Nelle forme dell’acquerello però forse si può intuire il ricordo di qualcosa di più profondo e lontano, che emerge soprattutto nei sogni oscuri e nella follia di Else, e anche le figure orrorifiche di Goya appaiono come un ricordo lontano. Manuele Fior ama studiare e cercare le forme di corpi, visi, mani e piedi e riesce così nella traduzione visiva di un’opera in cui non c’è quasi nessuna descrizione, (i capelli sono biondi, il pullover è rosa, il vestito nero) perché il mondo vero è quello dentro la mente di Else.

I due autori insieme e da soli riescono a dare voce, silenziosa, alla disperazione esistenziale di una bambina non ancora donna, che non può fronteggiare da sola la vita di menzogna, solitudine e prostituzione che le viene promessa. E che alla bramosia di un vecchio e all’inettitudine della famiglia sceglie, per un momento, una fuga senza fine.

Belfast e The Peace Wall

Un pezzo del Peace Wall di Belfast. Foto di Eleonora Paulicelli

 

Ogni volta che si pensa ad una vacanza in Irlanda si pensa a Dublino, a Galway, alle scogliere a picco sul mare e alla natura incontaminata. In realtà c’è un’altra città molto importante su questa isola, Belfast, famosa per tutt’altre ragioni. Chi come me è nato negli anni ‘70 o prima ricorderà infatti i telegiornali che riportavano quasi quotidianamente le notizie degli scontri tra cattolici e protestanti. Una visita a questa città è quindi molto attuale in questo periodo storico in cui si ritorna a parlare di chiudere le frontiere e alzare muri. Perché in questa città i muri ci sono realmente e in alcune zone possono arrivare fino a otto metri di altezza.

Comunque, andiamo con ordine.

Gli scontri tra cattolici e protestanti iniziarono negli anni ‘60 a causa delle discriminazioni subite dai cattolici dell’Irlanda del Nord che, dopo la proclamazione della Repubblica Irlandese e la relativa separazione da essa, si ritrovarono in minoranza scontrandosi con notevoli difficoltà: non riuscivano né a trovare lavoro né a trovare una casa (in giro per Belfast troverete tanti graffiti di denuncia di queste discriminazioni) e le regole elettorali erano scritte in modo tale che i cattolici non potessero mai vincere le elezioni. Ebbe così inizio questa lunga guerra durata 30 anni nella quale furono uccise 3000 persone.

La città alla fine degli anni ‘60 pensò di risolvere i conflitti costruendo un muro per dividere i quartieri cattolici da quelli protestanti. Il muro fu chiamato Peace Wall e già dalla scelta del nome si può immaginare quanto il governo Nordirlandese abbia sempre cercato di minimizzare il livello di scontro che realmente c’era (mi chiedo come si possa ancora pensare che le parole non abbiano un peso). Dobbiamo aspettare il 10 Aprile del 1998 per la firma dell’accordo di pace tra le parti, giorno che viene ricordato come il Good Friday. Di quegli anni rimangono ancora i muri costruiti. Ce ne sono “solo” 99 per un totale di circa 15 km di lunghezza e possono arrivare a otto metri di altezza con tanto di filo spinato e porte d’accesso che possono essere chiuse durante la notte o per il fine settimana.

Gli scontri nell’Irlanda del nord richiamano alla mente la famosa canzone degli U2 Sunday Bloody Sunday ispirata ad una manifestazione cattolica terminata in tragedia perché i soldati inglesi iniziarono a sparare sui manifestanti disarmati uccidendo 14 civili. Capitò spesso negli anni che i cattolici avessero come avversari non solo i protestanti civili, ma anche l’esercito inglese. Questo accadde nel 1972 a Derry e per farvi capire il delirio tra cattolici e protestanti basti pensare che la città si chiama Derry per i cattolici e Londonderry per i protestanti, per rimarcare la fedeltà alla Regina.

In seguito agli accordi del Good Friday le due fazioni vennero smilitarizzate e il clima ora è più tranquillo. Gli episodi di attrito però continuano. Ogni 12 luglio, per esempio, i protestanti celebrano la vittoria del re protestante Guglielmo III D’Orange sul Cattolico Giacomo II con una processione arancione, processione che ovviamente non perde l’occasione di sfilare attraverso i quartieri cattolici. E per iniziare i “festeggiamenti” i protestanti ammassano cinque metri in altezza di legna creando un enorme falò per intimidire i cattolici. Certo un po’ si sono calmati, adesso non mettono sulla sommità del falò la bandiera della Repubblica Irlandese dandole fuoco.

Sunday Bloody Sunday fu suonata a Belfast due mesi prima della pubblicazione del loro album War che la contiene e le leggende narrano che gli U2 chiesero al pubblico di Belfast se potevano inserirla nell’album o se preferissero non ascoltarla più. Quella canzone fu suonata solo un’altra volta sempre a Belfast e per molti anni non è più stata suonata dal vivo.

Questa visita mi ha particolarmente toccata e mi sono messa subito a cercare scrittori che avessero raccontato quegli anni. Ho scoperto una interessante raccolta di racconti brevi The Hurt World: Short Stories of the Troubles[1] del 1995 che però non credo sia mai stata tradotta in italiano. La raccolta inizia proprio con il racconto di Frank O’Connor di cui vi avevo parlato in precedenza ed è incluso Dead and Son di McLaverty, una storia che mi ha particolarmente colpito.

Dead and Son parla del rapporto tra un padre e un figlio che cercano di mantenere una apparente normalità attraverso attività come la pesca o la condivisione della cena a fine giornata. In realtà in quegli anni tutto può succedere e il padre, molto preoccupato per la vita di suo figlio, prende addirittura il Valium due volte al giorno per evitare una crisi di nervi. Ciò che lo preoccupa maggiormente sono i profondi sentimenti anti protestanti maturati dal figlio e la possibilità che il giovane sia entrato a far parte dell’IRA. Ipotesi e paure confermate successivamente dal ritrovamento di un fucile nascosto sotto il letto del figlio. Un giorno il ragazzo riceve la visita di un amico in camera sua, ma cinque minuti dopo si sente uno sparo: il padre corre in camera e trova il figlio morto per terra e la finestra aperta da dove probabilmente il suo amico è scappato.

Questo racconto è stato scritto prima del Good Friday e mostra la paura e la violenza che governava la vita dei cittadini di Belfast. Aver visitato Belfast l’ha reso tremendamente verosimile: le preoccupazioni del padre, il Valium per stare calmo, il figlio arruolato nell’IRA. Sono stati decenni difficili. Dead and Son è pieno di emozioni, come ansia e paura, e mostra come la guerriglia urbana a Belfast in quegli abbia predeterminato fortemente le vite dei suoi cittadini. Ovviamente le cose ora sono molto cambiate e le nuove generazioni non portano più avanti queste battaglie ideologiche, escono insieme, si sposano tra di loro, però la rabbia e la paura sono ancora vive nei ricordi di chi le ha vissute.

La guida cattolica che mi ha accompagnato quel giorno in giro tra quartieri protestanti e cattolici ha 60 anni e quel periodo se lo ricorda molto bene. Mi ha mostrato le foto dei palazzi distrutti, dei controlli che subivano prima di entrare nei supermercati. Mi ha anche raccontato dei lunghi anni di disoccupazione che ha passato. Gli ho chiesto se fosse ancora contento di avere un muro di otto metri a separarlo dai protestanti e lui mi ha risposto di sì. Mi ha detto che si sente più sicuro. Questa risposta mi ha fatto molto pensare e tutt’oggi mi torna in mente perché siamo nel 2017 e pensavo che almeno in Europa avessimo gli strumenti per poter vivere in pace tra di noi.

How long? How long must we sing this song?

La risposta a questa domanda che gli U2 si sono posti nel 1983 penso sia ancora aperta.

 


[1] The Hurt World: Short Stories of The Troubles, Micheal Parker, 1995

Un inverno a Marsiglia di Jean-Claude Izzo

Marseille, le Vieux Port (Wikimedia Commons)

 

Di Francesca Ceci

Partimmo per Marsiglia in quattro, ognuno con qualche libro in valigia, senza conoscere i titoli l’uno degli altri. Sapevamo solo che non erano libri di Jean-Claude Izzo, quelli li avevamo già letti prima di partire, era quasi solo per quello che stavamo viaggiando. Passavamo i giorni camminando nelle strade ombreggiate del Panier, facendo poca spesa al Vieux Port o limitandoci a guardare le barche dei pescatori che entravano e uscivano lentamente, come a occhi chiusi, come se conoscessero a memoria ogni manovra. Non ce lo dicevamo ma ci pesava l’assenza dell’uomo che ci aveva condotto là e che non si era fatto trovare, sapeva di tradimento. Marsiglia era come le sue parole ce l’avevano fatta immaginare: densa, diretta, pessimista, a seconda della luce e dell’ora ci pareva senza speranza o raramente contenta.

Senza dirlo a nessuno, mi ero portata dietro anche due piccole raccolte di racconti di Izzo, quei libri di cui si procrastina la lettura sapendo che saranno proprio gli ultimi. Uscii da sola e passeggiai lungo la Corniche fino ad una curva con due panchine vuote, poco prima di arrivare al Vallon des Auffes. Di fronte si riuscivano a intravedere, nell’aria afosa di fine giugno, pezzi di isole dell’arcipelago delle Frioul; poco più in basso, su un pezzo di spiaggia libera, alcuni ragazzi facevano il bagno vestiti, non so se per vergogna o per non perdere tempo, alcune ragazze magre ridevano all’angolo opposto. Mi venne in mente la frase di Izzo: «Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide».

Mi sedetti e iniziai a leggere Vivere stanca dalla fine, dall’ultimo racconto fuori tempo: Un inverno a Marsiglia[1]. Mi ritrovai d’improvviso di fronte Fabio Montale, il personaggio più rappresentativo di Izzo, che credevo non avrei più incontrato dopo la fine delle trilogia marsigliese (Casino totale, Chourmo, Solea). Lo riconobbi così come lo avevo lasciato, deluso ma ancora forte, disincantato, stanco di pensare. Era il giorno dopo il Natale ed era in pieno rimpianto. Aveva fatto tardi ad andare a trovare Joëlle – come si era ripromesso -, in prigione da cinque anni per aver ucciso il suo ragazzo per paura.

Joëlle dopo si era persa nel silenzio. Per sempre. Pazza, dicevano che era diventata. Perché comunque c’è bisogno di una parola per dire l’incomprensibile.

Oggi era già oggi e lei non lo aveva aspettato e lui si ricordò che una volta un sociologo gli aveva spiegato come cambiano gli omicidi e i suicidi durante le stagioni, doveva averne parlato a lungo per poi concludere che la teoria non spiega niente e che niente dipende da una spiegazione. Montale riappariva come era sempre stato, immerso nelle storie più grigie e con la testa da un’altra parte, migliore. Izzo ce lo regala un’ultima volta in pochissime pagine in cui ne lascia impresso il ritratto, le poche cose che ama, il vino bianco di Provenza, l’incomprensione del mondo. Finii di leggere ed ero sempre sulla stessa panchina, a guardare probabilmente le stesse immagini che avevano visto Izzo e Montale ogni giorno. E pensai che quel breve racconto poteva essere la scoperta che corona una fine o l’inaugurazione di un nuovo inizio.

Lasciai andare lo sguardo sul mare. Verso l’orizzonte. Non avevo ancora trovato di meglio per dimenticare le schifezze del mondo.

Francesca Ceci ha pubblicato Altre parole sul secondo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.


[1] Jean-Claude Izzo, Un inverno a Marsiglia è contenuto in Vivere stanca (trad. Franca Doriguzzi), Edizioni E\O, pp. 128, euro 8,50; lo stesso racconto si trova anche in Aglio, menta e basilico (Ed. E\O) con il titolo La cena di Natale di Fabio Montale. La prima versione di Souris, Montale, c’est Noël è stata pubblicata sulla rivista Regards nel 1996.

Le voci americane di Ring Lardner

 

«Il mio scrittore preferito è mio fratello D.B., e subito dopo viene Ring Lardner. Mio fratello per il mio compleanno mi ha regalato un libro di Ring Ladner, subito prima che io andassi a Pencey. C’erano queste storie davvero pazze e divertenti, e c’era quella storia di quel poliziotto addetto al traffico che si innamora di una ragazza carina che corre sempre troppo in macchina. Solo che il poliziotto è sposato, così non può né sposarla né niente. Alla fine la ragazza muore, proprio perché corre troppo. Quella storia mi ha praticamente ucciso».

Il giovane Holden, J.D. Salinger

Ring Lardner non andava a genio solo al pestifero Holden Caufield. Le «storie davvero pazze e divertenti» che scriveva per le riviste con le quali collaborava piacevano anche ad una vastissima schiera di lettori che con il personaggio di Salinger non avevano proprio nulla da spartire. Uomini e donne della buona borghesia americana che ritrovavano nei suoi racconti quel grappolo indefinito di emozioni e sensazioni che provavano ogni giorno, una volta essersi chiusi alle spalle le porte delle rispettive case o in tutti quegli spazi sociali in cui, ieri come oggi, ci si prendeva le misure a vicenda, si facevano paragoni e si tiravano le somme delle proprie esperienze di vita. Un club per signore, la sala d’attesa di un parrucchiere, la tribuna di uno stadio durante una partita di baseball, una località di vacanza non proprio di lusso…

Il punto che interessa a noi, però, è che i racconti di Lardner non solo illustravano ciò che la letteratura di quegli anni stava lentamente portando alla luce, ma lo facevano con un taglio satirico che si accompagnava alla freschezza di un linguaggio nuovo. Una lingua per la prima volta americana. Autenticamente americana e contemporanea.

Ma chi era Ring Lardner? Chi era questo illustre sconosciuto intimo amico di Fitzgerald[1], tanto apprezzato sia dal virile Ernest Hemingway[2] che dalla sofisticata e britannicissima Virginia Woolf? Elio Vittorini ce ne offre un ritratto in miniatura nella piccola biografia scritta per l’antologia Americana, nella cui sezione “Il rivolgimento delle forme” troviamo Il dente, tradotto da Alberto Moravia, e Un magnate del teatro, tradotto da lui stesso:

«Nacque nel 1885 a Niles, Michigan, studiò a Chicago, si diede al giornalismo sportivo, poi, verso il 1917, cominciò a pubblicare racconti. Non scrisse che racconti. E un’autobiografia. Morì nel 1933, quando gli si era riconosciuta la funzione di scrittore satirico ufficiale».

Lardner il giornalista. Lardner lo scrittore satirico, dunque.

Ora, qui lo confesso: ho un debole per i giornalisti scrittori. Di Lardner, in particolare, mi piace il fatto che nonostante l’indubbio talento artistico non si prese mai troppo sul serio come scrittore di storie considerando i suoi racconti alla stessa stregua delle cronache con le quali si guadagnava il pane. Le considerava delle cose destinate a passare.

Prove di questa sua tendenza a trascurare il proprio archivio sono le vicende legate al modo in cui nacquero i suoi libri. Quando si trattò di raccogliere i racconti per farli uscire in volume, a cura di quel famoso Maxwell Perkins che grazie al recente film Genius molti di noi oggi collegano facilmente a Fitzgerald e Thomas Wolfe, Lardner fu costretto a chiedere in giro copie dei giornali sui quali erano stati originariamente pubblicati perché non ne aveva conservata nessuna copia. Questo l’uomo.

Tornando ai nostri giorni, invece, un sunto significativo dell’approccio di Lardner alla narrazione lo offre Prima di sposarti ero molto più in forma, raccolta di tre racconti che riprende nel titolo una frase tratta dal primo di questi, Una seconda luna di miele, la semplice “cronaca” del soggiorno estivo dei coniugi Charley e Lucy Frost in una località a buon mercato della California.

Già in questo primo racconto, apparentemente semplice, notiamo subito il mestiere di Lardner. Quel suo naturalissimo dare spazio ai personaggi, in questo caso a Charlie che è gli occhi, le orecchie, la mente e la voce narrante della storia. Charlie, infatti, è perfettamente verosimile. È un uomo anziano, che riporta i fatti esattamente come farebbe un uomo anziano, con le ripetizioni (quel suo «riesce sempre ad avere l’ultima parola» riferito alla moglie), i giri di parole e le fissazioni tipiche di un uomo della sua età.

La mano di Lardner qui non si avverte. Scompare per lasciare la sua creatura libera di instaurare con il lettore un legame che dura fino alla fine. Fino a quel suo complice e umanissimo «Ma adesso sta arrivando mia moglie, sarà meglio che chiuda».

La stessa abilità di giocare con il linguaggio la ritroviamo anche nel secondo racconto, Adesso e allora, in cui scopriamo un’altra voce altrettanto ben caratterizzata; quella di Irma, giovane sposa alle prese con le amare contraddizioni del matrimonio, uno dei soggetti più frequenti dei racconti a tema non sportivo di Lardner.

Piccolo capolavoro di spietata satira, Adesso e allora è costruito attraverso la successione cronologica delle lettere spedite da Irma all’amica Esther in due momenti diversi: durante il viaggio di nozze alle Bahamas e, tre anni dopo, nel corso della sua (demoralizzante) replica organizzata per festeggiare l’anniversario di matrimonio. Il lettore non può leggere le risposte di Esther e concentra quindi tutta l’attenzione su Irma, che appare tragicamente incapace di vedere le cose attorno a sé, ingenua fino all’inverosimile persino nelle situazioni più mortificanti.

Lardner in questo caso è spietato: ad ogni “meraviglioso”, “meravigliosamente”, “una meraviglia” che Irma scrive a Esther è come se la vedessimo sprofondare sempre più in basso. Le parole le si ritorcono contro. È la satira che si scrive da sola. La più potente. Quella che fotografa un fatto crudele ma vero: nonostante tutto, ognuno vede la realtà con i propri occhi. Non dico altro per non rovinare il finale a chi volesse leggere.

Bellissimo, anche se in modo diverso, è anche il terzo racconto, Anniversario. Una storia in cui prende il sopravvento la volontà di mostrare in maniera chiara e inequivocabile la cappa soffocante e spersonalizzante che rappresenta il matrimonio. Anche qui, però, mi fermo per non guastare il piacere della lettura.

Tirando le somme, in Prima di sposarti ero molto più in forma si riconosce quello che ad oggi è il principale lascito di Lardner: aver compreso che la sete di storie che avevano i lettori dei quotidiani e delle riviste di inizio Novecento poteva essere soddisfatta solo recuperando autenticità, solo cominciando finalmente a far parlare i personaggi come americani.

Virginia Woolf aveva intuito qualcosa del genere notando che Lardner scriveva le sue storie «often in a language which is not English». Quello che invece molto probabilmente non sapeva era che il suo lontanissimo collega aveva alle spalle chilometri e chilometri di strada fatta insieme ai giocatori di baseball di tutto il Paese. Non sapeva che Ring, da giornalista “embedded” al seguito delle squadre in trasferta, aveva seguito i giocatori nei ritiri pre partita, si era seduto accanto a loro nei pullman sui quali avevano viaggiato per ore e ore e aveva quindi avuto modo di abituare il proprio orecchio a decine di slang e ad altrettante parlate da contadinotti.

In quelle trasferte aveva insomma capito cosa rendeva vere le persone: la lingua che parlavano. E quella consapevolezza, intrecciata con uno humor pungente e con un’indubbia capacità narrativa, fu una scoperta che a modo suo contribuì a plasmare il canone delle short stories made in U.S.A. Le storie sulle quali si formò il gusto, tra gli altri, di Ernest Hemingway.

Il risultato più immediato fu che i campioni, veri e fantasiosi, di cui in seguito scrisse risultarono più autentici che mai. E non solo loro, ma anche i personaggi che nacquero fuori dalle colonne dei pezzi di cronaca. Lardner imparò a creare mogli, mariti, amanti, poliziotti, bambini, parrucchieri e molti altri tipi americani. Gente che suonava vera perché parlava americano. Finalmente.

 

 


[1] Lardner ispirò a Fitzgerald il personaggio di Abe North di Tenera è la notte.

[2] Hemingway utilizzò il nome di Ring Lardner Jr. come pseudonimo per firmare le sue cronache sportive sul giornalino scolastico. Il vero Ring Lardner Jr, invece, fu il figlio del nostro autore e vincitore di un Oscar nel 1943 per la miglior sceneggiatura per il film Woman of the year, con Katharine Hepburn e Spencer Tracy.

 

Il palcoscenico di Ivano Porpora

Photo by Paul Green on Unsplash

 

Di Sara Gambolati

«Larga è la foglia stretta è la via / dite la vostra che io ho detto la mia», metteva Calvino in chiusura di fiaba per invogliare i bambini a spegnere la luce, ma io dicevo a mio papà quando chiudeva il libro: e poi?Cosa succede dopo che Masino ha smascherato la Maschera Micillina, il Gobbo Tabagnino è sfuggito ancora una volta all’Uomo Selvatico, chi si ama è convolato a giuste nozze e chi è stato cattivo ha avuto una camicia di pece?

Noi che le amiamo, sappiamo bene che le storie non finiscono mai. Continuano nella penna di chi le ha scritte e nella testa di chi le ha lette, nelle orecchie di chi le ha ascoltate o di chi ne ha sentite appena due parole mentre passava in corridoio.

E poi? potremmo chiedere a Ivano Porpora alla fine del racconto Il palcoscenico contenuto nell’antologia Teorie e Tecniche di indipendenza, a cura di Gianluigi Bodi.

Il palcoscenico è un racconto condensato nei cinque o cinquecento passi di una scrittrice-attrice-funambola, dalle quinte al centro del palco. Un tempo enormemente dilatato ed estremamente denso. Il narratore, squintato sulla poltroncina rossa e impegnato in un muto dialogo con l’artista (è la sua donna, hanno condiviso l’ispirazione, lui l’ha osservata metterla su carta caffè dopo caffè, sonno dopo sonno, e lei gli ha ripetuto infinite volte l’attacco: ci sono un italiano e uno svizzero che entrano in banca), ci fa vedere tutto: gli stucchi e il grande lampadario, il tatuaggio giallo e rosa che freme d’indecisione e le cicatrici incistate sul braccio della donna, le ombre azzurrine. Sentiamo i criiiic dell’assito tarlato, e i sospiri degli spettatori sospesi sulla battuta di apertura.

«Ma poi succede qualcosa che non avevi preventivato. E questo qualcosa che non avevi preventivato, mentre le termiti con le loro mascelle ti precludono ogni via di fuga, e ormai non puoi più fare scena muta, non puoi ritirarti, ci sono anche le autorità, ecco, è che a quel punto le parole che usi sono diverse. Non: sostitutive. Non stai trovando un modo migliore di esprimerti. Stai proprio parlando di altro».

L’italiano e lo svizzero, provati e logorati per mesi di vita quotidiana, scompaiono e il racconto erutta in un altro racconto, un po’ come nella teoria degli universi sequenziali.

Leggere Ivano Porpora, scrittore dalle parole imbizzarrite, è un po’ come avere un pennarello e dover unire dei puntini. Dobbiamo allontanare il foglio dagli occhi per riuscire a vedere cosa stia venendo fuori.

I puntini sono tanti: la banca, la bambina che si sporge dalla vetrina, vestita d’azzurro come la donna sul palcoscenico e come le ombre, che è ripetuto ossessivamente, sono il frutto della mescola del colore del corpo e del suo complementare.

Allontano di nuovo il foglio e lo avvicino, allontano e avvicino e finalmente lo vedo.

«Un bambino è nascosto dietro quel pilastro, dall’altra parte della strada, e quel bambino ha la maglietta che avevo io trent’anni fa, e i mie capelli; e non so come, ma io la bambina che si confondeva nell’ombra la ricordo».

Inizialmente pensavo che si trattasse del narratore. La storia sottesa a quella sua paura dell’ascensore, il modo che ha di segnare la fronte alla sua donna quando dorme. Ma alla quarta lettura mi sono chiesta: e se il bambino che fa capolino fossimo noi? Noi spettatori, lettori, passeggiatori di corridoio rimasti ingarbugliati nel racconto.

Forse abbiamo una storia in comune, con lei e con lui, una storia che ha bisogno di uno squarcio per colare fuori come un pianto che deve erompere dopo una risata liberatori.

Quel parlare di altro inizia a parlare di me.

A ciascuno nella sua testa. A ciascuno il suo poi.

Ci sarebbe una chiusa: Ma è già finito. Anche una data.

Ma non è vero. La fine del racconto è il vero inizio.

La storia non finisce mai.

 


Sara Gambolati ha pubblicato La donna del cecchino sul secondo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

La cosa marrone chiaro di Fritz Leiber

Racconti horror da brivido per combattere la calura estiva

Corridoio creepy buio
Photo by Herm via pixabay

 

Afa, Caldo torrido, trentotto gradi all’ombra.  Se vivete anche voi in Italia immagino che siano termini che in questi giorni evochino in voi sensazioni fin troppo familiari. Fortunatamente c’è la lettura a venire in soccorso di noi bibliofili, attività che mette in moto l’immaginazione, ovvero quella particolarissima facoltà dell’essere umano che ha il potere di «rapirci in un mondo interiore strappandoci al mondo esterno, tanto che anche se suonassero mille trombe non ce ne accorgeremmo»[1]. Cosa potrà mai quindi un po’ di calura contro il potere della fantasia?

Chi scrive abita in un posto discretamente isolato, di quelli in cui, se ti affacci dalla finestra in una notte senza luna, sei quasi totalmente circondato dall’oscurità. Gli unici suoni a far compagnia i versi di insetti e delle bestioline notturne che si aggirano nel cortile. Un’ambientazione perfetta insomma, per iniziare una bella raccolta di racconti dell’orrore.

Oggi infatti torno ad addentrarmi nel mondo della letteratura di genere (che se mi leggete da un po’ sapete quanto mi stia a cuore) con La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore di Fritz Leiber. Il volume è pubblicato in Italia dalla Cliquot, casa editrice romana che ha come mission quella di riportare alla luce e digitalizzare opere e autori dimenticati dalla grande editoria. Com’ è stato per i racconti di Fritz Leiber, che dopo un paio d’anni di disponibilità in formato esclusivamente digitale si sono da pochissimo incarnati anche in una bella edizione cartacea.

Fritz Leiber, è stato un autore americano molto prolifico, che ha sperimentato diverse forme della narrativa di genere. Le sue opere spaziano dalla fantascienza all’horror, passando per il fantasy. È a lui che si deve l’invenzione del termine sword and sorcery che ha dato il nome ad un intero filone di storie (quelle coi tizi con le spade che vanno in giro a caccia di malvagi negromanti per capirci) al quale i suoi romanzi hanno contribuito in buona misura ad accrescere le fila.

Come molti autori d’oltreoceano del secolo scorso, e in particolare quelli che si dedicavano ad un certo tipo di letteratura, gran parte della produzione letteraria di Leiber passò per le riviste specializzate. Riviste dai nomi evocativi, come Weird Tales, Fantastic stories of immagination, Whispers. In coda al libro troviamo anche uno scritto in cui l’autore ripercorre il suo travagliato rapporto con Weird Tales, una storia di amore “a distanza” la definisce Leiber, costellata anche da molti rifiuti che probabilmente contribuirono in una certa misura ad influenzarne lo stile. Federico Cenci, curatore e traduttore del volume, ricorda nell’introduzione come la trama di alcuni racconti sia stata, almeno all’inizio della carriera letteraria dell’autore, legata a molti stereotipi del genere considerati necessari per far sì che i racconti venissero pubblicati. Ciò non significa che Leiber sia rimasto fossilizzato in un’unica formula piegando la sua inventiva alle semplici logiche editoriali. Se nella sua prima produzione è molto riconoscibile l’impronta di autori come Lovecraft, le opere più mature hanno subito invece l’influenza della psicoanalisi e delle teorie junghiane.

Un grandissimo autore di storie horror, e precursore del genere, viene omaggiato con il ruolo di protagonista in uno dei racconti. Leiber ce lo descrive così:

«L’uomo sembrava più vecchio di quanto non fosse in realtà, almeno secondo la stima che farebbe un assicuratore. Anche lui era pallido e avvolto in abiti scuri. Indossava un cappotto di alpaca nero. Gli occhi infossati e permanentemente anneriti dalle bastonate invisibili della vita gli conferivano un certo fascino. Eppure c’era del brio, uno slancio romantico e disperato al contempo. Portava una camicia bianca con un cravattino nero, e una sobria riga di baffi all’altezza del labbro superiore.»[2]

Indovinato di chi si parla? Vi concedo un altro aiuto, siamo nel 1849, di più non dico per non incorrere nelle ire dei sensibili allo spoiler, temibili almeno quanto un mostro che si nasconde in un angolo buio.

La realtà quotidiana e una certa dose di elementi autobiografici sono altri ingredienti dei racconti di Fritz Leiber. La cosa marrone chiaro, racconto che dà il titolo alla raccolta, narra ad esempio di uno scrittore che è uscito con fatica dalla sua dipendenza dall’alcool, problema che afflisse anche l’autore per un certo periodo della sua vita.

Naturalmente non è certo il problema dell’alcolismo il tema centrale del racconto, e mi auguro per Leiber che nella sua vita non abbia mai dovuto avere a che fare con la terribile creatura marrone che viene affrontata in queste pagine. Nemmeno l’entità soprannaturale tuttavia riesce a far tornare il protagonista della storia tra le braccia dell’alcool e mi domando se l’autore non volesse dirci, in fondo, che nella vita di tutti i giorni possono nascondersi demoni ben peggiori di qualunque creatura di fantasia.

«Saresti in grado di fermare un missile atomico in rotta per San Francisco, in questo preciso momento, attraverso la ionosfera? Saresti in grado di controllare i germi del colera? Di sopprimere la tua Anima o la tua Ombra? Di fermare un poltergeist con un “Si prega di non bussare”? Non puoi rimanere in guardia ventiquattr’ore al giorno per mesi, per anni. Credimi, io lo so. Un soldato in trincea non può predire se la bomba successiva lo colpirà oppure no. Impazzirebbe se ci provasse. No, Franz, tutto ciò che puoi fare è sbarrare porte e finestre, accendere tutte le luci e sperare che l’entità non si fermi da te. E cercare di non pensarci. Mangiare, bere e stare allegri. Svagarsi. Dai, beviamoci su».
Ritornò verso Franz con un bicchiere pieno in ognuna delle due mani.
«No, grazie» disse Franz aspramente […]»[3]

Questo scambio di battute tra il protagonista e un suo amico è un esempio di quello che intendevo poco sopra. Il racconto verrà poi ripreso e rielaborato da Leiber, fino a trasformarsi nel romanzo Nostra signora delle tenebre[4], pubblicato nel 1977 e tra i suoi maggiori successi.

Al di là delle note personali e autobiografiche rintracciabili al loro interno, i racconti di questa raccolta sono un must per gli appassionati dell’horror, e più in generale per chi cerca una lettura non troppo impegnativa ma che sia in grado di regalare momenti di qualità. Le pagine del libro sono popolate di demoni, streghe e spettri, che possono annidarsi nei luoghi in cui meno ce lo aspettiamo. Anche e soprattutto nelle nostre moderne metropoli, dove ingenuamente crediamo di poter essere al sicuro, protetti da un’aura di razionalità e tecnologia che ci dà solo l’illusione di essere immuni dagli attacchi di queste presenze. Credetemi, dopo aver letto questi racconti non guarderete con gli stessi occhi nemmeno l’androne del vostro condominio. E l’afa estiva sarà l’ultimo dei vostri pensieri.

 


[1] La citazione è una parafrasi di Italo Calvino di un verso di Dante, che si può leggere nella sua lezione americana sulla Visibilità. Italo Calvino, Lezioni Americane, Mondadori, 1993, (p. 92).

[2] Fritz Leiber, “Richmond, fine settembre, 1849” ne La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore, Cliquot, 2015, (p. 69 dell’edizione in formato epub).

[3] [3] Fritz Leiber, “La cosa marrone chiaro (seconda parte)” op. cit. (pp. 152-153 dell’edizione in formato epub).

[4] Traduzione italiana del titolo originale Our lady of Darkness, Milano, Mondadori, 2002.

La tragica onestà di Richard Yates

Photo by James Sutton on Unsplash

 

Poche settimane prima di morire, Richard Yates rilasciò un’intervista a Scott Bradfield, un giornalista dell’Independent. Era il 1992 e Yates viveva a Tuscaloosa, nella sede dell’Università dell’Alabama dove aveva insegnato fino a qualche tempo prima. Yates soffriva di enfisema polmonare da dieci anni e quando Bradfiel lo contattò, lo scrittore accettò la proposta con molto entusiasmo («Grazie per essersi ricordato», si sentì dire Bradfield, un’esclamazione che sembrava sottintendere un «di me»). La stanza di Yates era essenziale: una scrivania con una macchina da scrivere, un frigorifero pieno di birra e bourbon, alcune fotografie delle sue tre figlie e, appesa alla parete, una citazione di Adlain Stevenson: «Americans have always assumed, subconsciously, that every story will have a happy ending».

Né la carriera né la vita di Yates brillarono di memorabili successi. I suoi genitori divorziarono quando aveva tre anni e il periodo tra l’infanzia e l’adolescenza fu segnato da diversi trasferimenti; Richard e sua sorella erano vittime delle aspirazioni artistiche inconcludenti e delle crisi nervose della madre Dookie. A vent’anni Yates entrò nell’esercito e dopo la guerra viaggiò tra Francia e Inghilterra, facendo poco altro se non scrivere. Beveva, fumava e tossiva – i suoi polmoni erano stati danneggiati dalla polmonite durante il servizio militare – senza riuscire a pubblicare nulla. Tornato a New York lavorò come autore di testi per la Remigton Rand Corporation e per un breve periodo, alla fine degli anni ’60, scrisse i discorsi per il procuratore generale Robert Kennedy. Per molti anni ha vissuto da solo, è stato sposato due volte, due volte ha divorziato. La carriera di Yates iniziò ufficialmente nel 1961 con la pubblicazione del celebre (straziante e bellissimo) Revolutionary Road, un romanzo che arrivò tra i finalisti al National Book Award nell’edizione in cui vinse Walker Percy con The Moviegoer. Pubblicò altri romanzi di ottimo livello (il meno conosciuto ma altrettanto valido Easter Parade) e diversi racconti. Tenne corsi di scrittura alla Columbia University, a Boston, in Iowa e in California. Yates ha influenzato scrittori come Raymond Carver e Richard Ford, era molto apprezzato da Tobias Wolff, Dorothy Parker, Tennessee Williams e John Cheever, Kurt Vonnegut lo chiamava “the Great Gatsby of my generation”, eppure nessuno dei suoi libri vendette più di 12.000 copie. Il New Yorker pubblicò un suo racconto, The canal, soltanto nel 2001. Ma in una conversazione con l’amico e collega Andre Dubus, Yates confidò di non essere tanto interessato al successo in termini di vendite: «Io non voglio soldi, voglio lettori».

Dalla pubblicazione di Revolutionary road al secondo romanzo, A special Providence, passarono otto anni. Non fu un periodo felice, come ammise lo stesso Yates a Bradfiel: «Non so cosa sia successo. Credo che si sia trattato della sindrome del secondo romanzo. Ci sono voluti sette anni per scriverlo. E alla fine hanno dovuto strapparmelo da dentro». Yates non è mai stato troppo contento di quel libro e in un’intervista del ’72 cercò di rispondere a qualche perché: «I suspect that’s why A Special Providence is a weak book – one of the reasons, anyway. It’s not properly formed; I never did achieve enough fictional distance on the character of Robert Prentice». Richard Yates disse di non aver avuto la capacità di distanziarsi da Robert Prentice, il protagonista del romanzo. Aveva già scritto altri libri basati su se stesso o su persone che conosceva ma era sempre riuscito a far passare tutto attraverso una specie di “fictional prism”, un veicolo immaginario che permetteva alla storia di epurarsi dall’esperienza soggettiva, così che il lettore potesse sentire la presenza dell’autore senza mai vederlo. Yates credeva molto nella citazione di Flaubert: «L’autore deve essere nella sua opera d’arte come Dio nell’universo, onnipresente e invisibile».

Bob Prentice era un nome già noto ai lettori di Yates. Nel 1962, Yates pubblicò Eleven Kind of Loneliness [1], una raccolta di racconti scritti tra i venti e i trent’anni. Uno dei racconti è Builders e il protagonista è proprio Bob Prentice. A differenza di A special providence, Yates credeva in quel racconto perché era stato in grado di oggettivarlo: «sono riuscito a evitare le terribili trappole della narrativa autobiografica – l’autocommiserazione e l’autodifesa». Bob Prentice, scrittore non troppo di successo con un lavoro precario e un matrimonio in crisi, è un chiaro ritratto di Richard Yates. La trama del racconto è abbastanza semplice: Bob Prentice lavora per una società assicurativa e uno dei tanti giorni in cui sfoglia il giornale per cercare un impiego un po’ più stabile trova un’offerta interessante. L’inserzione è di Bernie Silver e la figura che cerca è quella di uno scrittore su commissione. L’idea di Bernie è di pubblicare una raccolta di racconti basati sulle sue “avventure” da tassista. Bob ha bisogno di soldi e accetta l’incarico (ecco il compromesso tra ideale e realtà, elemento fondamentale nelle storie di Yates). Ne scriverà uno, un altro, un altro ancora. Fino a un certo punto, che scoprirete voi stessi quando lo leggerete. Non so se Builders sia il miglior racconto di Yates, di sicuro è quello per me più rappresentativo, una sorta di traccia di tutto quello che produrrà in seguito, e contiene una piccola ma importante lezione di scrittura. Quando Bob si mostra un po’ titubante, Bernie incalza:

Capisce che in un senso scrivere un racconto è un po’ come costruire? Come costruire una casa? […] Una casa, cioè, bisogna che abbia il tetto. Ma ci troveremmo nei pasticci se cominciassimo a costruirla dal tetto, no? Prima del tetto si devono costruire le mura, no? E prima delle mura si devono gettare le fondamenta, no? E così via. Prima delle fondamenta si deve scavare nel terreno una bella fossa, vero? Ho ragione?» […] Supponiamo che lei costruisca una casa in questo modo. E allora? Qual è la prima domanda che deve porsi a opera compiuta?

E la domanda è: «Dove sono le finestre?». Da dove entra la luce? «Voglio dire… la filosofia della storia, la sua verità…». È quello di cui parlavo qualche mese fa, quando ho provato a spiegarvi quella verità che cerco nei racconti. Il senso è tutto qui, in questa citazione. Così si scrive un racconto, non ci sono alternative. Se non c’è quel bagliore, la storia non esiste.

Mi sento molto vicina al pensiero espresso da Stewart O’Nan in un articolo per il Boston Review. O’Nan si chiede perché uno scrittore del calibro di Richard Yates, rispettato e ammirato dai colleghi, in grado di smuovere i lettori in modo profondo, non ottiene il riconoscimento che merita. Riferendosi a Tutto il bene possibile, un racconto delle Undici solitudini in cui un uomo e una donna, alla vigilia delle nozze, scoprono una specie di distanza, una sensazione di non detto che ci è molto familiare, O’Nan fa notare che: «Questo è il mondo fortunato di Carver, ma senza trucchi e senza l’ultima speranza». Il mondo di Yates non è ambizioso, non così ottimista, ma è onesto, tragicamente onesto, per quanto triste possa apparire. A Yates non interessavano i successi ma era attratto dai fallimenti, dalle situazioni in cui l’uomo sente di aver perso tutto e allora rivela la parte più istintiva (più vera?) per provare in qualche modo a rimettersi in piedi. Gli esseri umani sono inevitabilmente soli e in questo risiede la loro tragedia. Il problema è che gli americani, gli uomini tutti, hanno sempre avuto l’idea inconscia che ogni storia avrà un lieto fine. Ma la vita non va sempre così, e se la letteratura è la vita oggettivata, chi meglio di Richard Yates ha saputo raccontarcela?

 


[1] Richard Yates, Undici solitudini, minimum fax, 2006. Traduzione di Maria Lucioni.
La biografia di Richard Yates scritta da Blake Bailey nel 2003 s’intitola, non a caso, A Tragic Honesty.

L’angelo Esmeralda di Don DeLillo

Di Ilaria Marcoccia

Dovete sapere che Don DeLillo è in grado di costruire una storia avvincente anche solo intorno a una fotografia. Partendo da una singola immagine lui può dire tutto, intrecciare avvenimenti inavvicinabili, raccontare di vite solitarie, inscenare dialoghi assurdi, e da quella stessa foto far sgorgare una infinità di parole. Le fotografie di DeLillo sono violente, non per il contenuto, ma per il modo in cui riempiono lo spazio dei sensi, della vista, della mente. Barthes diceva che la vita è fatta di piccole solitudini, e le storie di DeLillo sono popolose, ricche, ma non di persone, di parole. Le parole stesse sono protagoniste, il linguaggio che ci salva dalla consapevolezza perturbante che le cose non esistono, che potrebbero sparire se smettiamo di nominarle. Dire le cose, definirle, elencarle, è l’unico modo per porre fine allo spaesamento, per riempire i nostri piccoli luoghi solitari.

Consiglio a tutte le persone che incontro di leggere questo autore contemporaneo e lungimirante, perché le sue storie sono ricche di belle parole che danno significato a momenti quotidiani e allo stesso tempo sono in grado di racchiudere l’umanità intera, tutta la terra e anche lo spazio, o meglio noi stessi visti dallo spazio. I racconti di DeLillo, con i loro finali sospesi, sono brevi passeggiate nello spazio, registrano ciò che avviene sulla terra, i ritmi sparsi, le circostanze, le occorrenze e le restituiscono come rumore umano, parole. Lasciamo che le parole siano i fatti.

C’è una suora nel Bronx che crede di poter salvare la vita degli street artist e dei tossici del quartiere correggendo i loro errori di grammaticali; c’è una donna ad Atene che vive in una eterna pausa e, in attesa che la terra tremi sotto i suoi piedi, dimentica di vivere; c’è un uomo che va al cinema cinque volte al giorno, incontra persone sugli autobus e il suo pensiero ormai scorre per inquadrature; c’è una donna misteriosa su un’isola che fa l’amore con un uomo che ha la continua necessità di stilare liste nella sua mente per dare senso alle cose; e poi ci sono due uomini nello spazio che osservano la terra durante la terza guerra mondiale mantenendo nell’orbita spaziale l’ultimo briciolo di umanità:

«Per uomini così lontani dalla Terra è come se la forma fisica delle cose avesse l’unico scopo di rilevare la semplicità nascosta in una profonda verità matematica. La Terra si svela la semplice, incredibile bellezza del giorno e della notte. Esiste per contenere e incarnare questi eventi concettuali».

Cercando di dare una struttura ordinata delle cose, L’angelo Esmeralda raccoglie in totale nove racconti, scritti tra il 1979 e il 2011, che condensano l’immensità della scrittura di Don DeLillo in circa duecento pagine. Molti dicono che siano i romanzi di DeLillo ad essere oscuri e misteriosi, ma in realtà il vero mistero siamo noi: gli esseri umani che popolano la Terra hanno questo incessante bisogno di dare senso alle cose terrene, di elencarle, di costruire una catena di causalità, di nominarle. Assegniamo nomi agli eventi distanziandoli, matematizzando la vita scientificamente e crediamo che questo sia vivere, pensare. «Se non siamo qui per sapere che cos’è una cosa, allora che ci stiamo a fare?». La vita dei personaggi di DeLillo si svolge nel pensiero, un pensiero che categorizza ma che a volte non riconosce gli oggetti:

«Nel profondo c’è solo un caos indistinto. Abbiamo inventato la logica per mettere in fuga la nostra essenza creaturale. Affermiamo o neghiamo. Alla M facciamo seguire una N. Le uniche leggi che contano sono quelle del pensiero».

Ogni cosa è al suo posto. Non siamo noi a dover sospendere l’incredulità durante la lettura di un racconto, viviamo già in un mondo fatto di storie, ed è quello nella nostra testa. Quando un racconto finisce, è necessario che ce ne sia un altro e poi un altro ancora, perché vivere in un mondo senza storie ci fa regredire fino ad uno stato di animalità. Vedere il viso di Esmeralda su un cartellone con la pubblicità di un succo di frutta, forse è questo che ci rende umani: credere.


Ilaria Marcoccia ha pubblicato Suoni sul primo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

Lo Sfidante di F.X. Toole

Un giorno Mr. Nat Sobel, agente letterario di New York, riceve una raccolta di racconti sul pugilato. A mandargliela è un tizio abbastanza curioso: un ex rissaiolo settantenne con una montagna di sbronze sulle spalle, tre ex mogli, tre figli e che fra le varie cose ha combattuto i tori in New Mexico e fatto l’investigatore privato. Sobel resta impressionato e decide di cercare un editore, alla fine lo trova e Lo Sfidante (titolo originale Rope Burns: Stories from the Corner) viene pubblicata. Jerry Boyd, in arte F.X. Toole, diventa uno scrittore.

Non è tutto. Angelica Huston legge il libro e dopo aver pianto tantissimo dalla commozione, contatta un amico produttore cinematografico nel tentativo di piazzare una di queste storie a Hollywood. Per un tot di anni niente da fare, nessuno è interessato. Nessuno, tranne Clint Eastwood.
La fine di questa storia vera si chiama Million Dollar Baby: un film da quattro premi Oscar, certo, ma anche un racconto di Toole.

Quella di Boyd-Toole è la classica storia personale che viene fuori quando la fortuna, tra un rimbalzo casuale e l’altro, picchia addosso al talento di qualcuno che vive, anonimo, in quell’incasinato e polveroso mucchio selvaggio così tipicamente americano, fatto di reietti, scartati e mezzi falliti, che hanno come missione quella di campare e – magari – riuscire a rimediare ad un qualche errore o scelta avventata fatta lungo il percorso.

Terreno fertilissimo per la boxe. Ed è proprio da quel giro che arriva Toole, e si sa, da quelle parti le cose non vanno mai a finire del tutto in gloria. Non sarebbe né coerente, né estetico.

Toole getta la spugna, definitivamente, due anni prima che il film venga realizzato e diventi conosciuto in tutto il mondo, cospargendo tutta questa storia con un velo di leggerissima e romantica amarezza.

Lo Sfidante rimarrà la sua unica pubblicazione, assieme ad un romanzo uscito postumo e incompiuto dal titolo A bordo ring, che non ha però né la freschezza né l’originalità di questi racconti.

Che cosa ci sia per lui di così magico, esaltante e straordinario nel pugilato, lo racconta splendidamente nell’introduzione-confessione della raccolta, dal titolo Come entrare nel giro: un’introduzione. È una mini biografia ma, più che essere una serie di fatti cronologici della la sua vita, è la piccola storia dell’origine del suo amore per la boxe e la scrittura:

«La magia del ring è diversa da quella del teatro, perché il sipario non cala mai – e il sangue sul ring è sangue vero, e i nasi e i cuori che vanno a pezzi sono veri, e talvolta vanno a pezzi per sempre. La boxe è la magia di uomini nell’atto di combattere, la magia della volontà, della capacità, e del dolore, e di rischiare il tutto per tutto, così che uno possa rispettare se stesso per il resto della sua esistenza. Un po’ come scrivere.
Come per uno scrittore, più un pugile padroneggia la sua arte, più grande è la magia. Sia per lui, sia per gli altri».[1]

Nulla di particolarmente originale, si potrebbe di certo dire, anzi ha proprio quel gustaccio di banalotto che hanno tutti i discorsi motivazionali; ma è questa retorica del sacrificio, impastata di sudore, coraggio, fatica e dolore, senza nessun’altra speculazione filosofica, che costituisce la vera fede di ogni pugile (e scrittore). Non potrebbe essere diversamente.
Se un pugile non credesse con tutto il suo cuore che non c’è cosa più dignitosa che rialzarsi e continuare davanti ad un K.O. o ad una sconfitta, semplicemente non sarebbe un pugile. Deve crederci e basta. Le motivazioni sono tutte lì, in quella semplice magia di cui ci parla Toole.

Oppure nei soldi, se diventi abbastanza bravo da far sì che qualcuno paghi per vederti combattere. «È il business della boxe» ripete spesso l’autore.

Toole, rispetto ad alcuni grandissimi scrittori che pure hanno praticato il pugilato a vari livelli di semiprofessionismo come Hemingway e London, la sua passione l’ha vissuta da ogni prospettiva, ricoprendo praticamente tutti i ruoli che bazzicano attorno ad un ring.
È stato pugile, allenatore e “cucitagli”, ovvero colui che sta all’angolo e si occupa di sistemare ferite e sanguinamenti dei pugili per farli tornare a combattere. Forse, proprio l’aver saltato da un punto di vista all’altro, potendo così osservare la boxe in tutte le sue sfaccettature e angolazioni, gli ha permesso di non scriverne in maniera troppo idealizzata ed epica.
Ha il pregio di descrivere momenti atipici, situazioni che nessuno vede mai, aspetti privati e nascosti presenti in ogni disciplina, o arte, di cui vediamo solo l’esibizione pubblica o il prodotto finito, quando tutto è stato ripulito e il lavoro grosso terminato.

Come per ogni storia conclusa, anche dietro ad ogni match, si tratti anche del più infimo incontro da palazzetto di periferia, c’è l’enorme sacrificio, fisico e mentale, di quei pugili che al suono della campana faranno di tutto per staccarsi vicendevolmente la testa dal collo.
Ed è questo destino, che lega e accomuna coloro che salgono su un ring, a richiamare l’interesse di Toole: cioè che tutti, per tutta la carriera, negli allenamenti come negli incontri, verranno presi a botte, anche se sono dei vincenti.

Tra i suoi personaggi ci sono anche pugili viziati, manager sciacalli; attraverso le sue storie ci mostra trucchi, scorrettezze, giri di soldi, ci fa sedere all’angolo con uno dei suoi vecchi “cucitagli” e ci racconta quanto è frustrante seguire in maniera religiosa la dieta per non uscire dal peso, una vera prigione, rischiando di non combattere e perdere la borsa. Bisogna fare i conti con persone squallide, che però sono bravi pugili e soprattutto sono capaci di dare spettacolo, oltre che vincere. Vogliono solo guadagnare bene, per spendere bene. Fine.

È anche vero, però, che basta mettersi contro l’esperto uomo che sarà all’angolo, per mandare tutto a rotoli. Decisivo per rimettere in sesto le ferite, cercare di fregarlo sulla borsa o trattarlo come un povero vecchio scoppiato, è sufficiente per far finire male il match.
È il caso di Hoolie Garza, presentato così dal suo “cucitagli”, appunto:

«Fatemelo dire: Hoolie era un pugile coi controcazzi, un piccolo bastardo attaccabrighe. Con la mascella e il naso a becco che puntavano in due direzioni diverse. E pieno di cicatrici… tatuaggi dappertutto, fatti in prigione e in ogni singolo paese dove aveva combattuto, rose e pugnali, le solite cazzate… un furbo peso piuma messicano che si credeva più furbo di quello che era».[2]

Hoolie è uno dei protagonisti del primo racconto Un’aria da scimmia, quasi una storia di vendetta, che rappresenta bene il suo stile e che secondo me è anche uno dei migliori racconti del libro, insieme alla seconda storia.
L’ebreo nero racconta di Reggie Love, pugile non più giovanissimo, chiamato a fare da materasso.

«Nel pugilato il materasso è quello che perde, quello che il promoter fa incontrare al ragazzo che lui crede bravo abbastanza da diventare campione. Il materasso è quello che adoperano per fargli fare carriera. Così il ragazzo del promoter diventa un avversario da battere, comincia a beccarsi borse importanti, magari lo portano al titolo. Vincere un titolo vuol dire soldi, e per il promoter essere in pista».[3]

Il problema, per Dashiki, più giovane e promettente avversario, è che Reggie non si sente ancora sul viale del tramonto ed è intenzionato a dire ancora la sua. Entrambi potenti, colpiscono duro, ma Toole, che definisce il pugilato una scienza in cui la strategia ha un’importanza primaria, ci ricorda che «la boxe sembra una cosa di muscoli, due coglioni che se le danno in testa, lassù. Ma non si tratta di usare solo la forza, è come la si usa. La boxe è una questione di cervello, una volta che col fisico sei a posto».[4]

Se in Italia abbiamo avuto la possibilità di leggere questa raccolta e conoscere questo autore, lo dobbiamo sicuramente alla potenza del cinema, come già raccontato all’inizio, a Clint Eastwood e Hilary Swank, straordinari interpreti nel film che prende il titolo dal terzo racconto: La ragazzina da un milione di dollari.
È una storia davvero bella e commovente, ma in cui lo stile di Toole non si addolcisce troppo, nonostante alcuni passaggi davvero da pelle d’oca.
Non c’è dubbio che sia il racconto più cinematografico di tutti, reso avvincente da una precisa sequenza di inneschi drammatici, alternati a qualche successo sul ring, che porteranno all’episodio clou del racconto (forse l’unica vera forzatura ed esagerazione, in fatto di verosimiglianza), e quindi diretti al finale tragico, terribile e toccante.

Meggie, una campagnola cresciuta nel Missouri in una roulotte e con una famiglia abbastanza problematica, ama la boxe ed è determinata a combattere, e pure a fare qualche soldo per sistemarsi, ma Frankie Dunn, un vecchio coach burbero, è restio ad allenare una ragazza. Troveranno un accordo, basato su una semplice proposta fatta da Frankie «tu fai quello che dico io. Io non faccio quello che dici tu»[5]. Affare fatto. E la storia decolla.

Il mio personaggio del cuore, però, è Dangerous Dillard Fighting Flippo Bam-Bam Barch, protagonista di Acqua Ghiacciata. Un nome da combattimento semplicemente memorabile.

Dee Dee, come lo chiamano tutti per ovvie ragioni di risparmio, è un bianco, bianchissimo anzi, che per potersi allenare si è fatto dal Missouri alla California in autostop, mettendoci una settimana. Ci teneva ad essere allenato dall’ex pugile Curtis “Inno” Odom. Una storia tenerissima, di un ragazzo che nel pugilato non sfonderà mai, ma che dice a se stesso, gridandolo poi a tutta la palestra quasi a motivarsi, di voler mettere al tappeto lo storico pugile Thomas “Hitman” Hearns. Ma Dee Dee forse è solo in cerca di qualche ora di dignità. Non ci è dato sapere molto della sua vita, ma si capisce benissimo che la fortuna con lui, ha fatto il giro largo.

«Inno lavora con chiunque gli batta sulla spalla. Se sono giovani, ci lavora gratis, persino con i ciccioni, perché non puoi sapere cosa c’è dentro un ragazzo finché non viene colpito. Joe Frazier era un ciccione».[6]

I racconti che completano la raccolta, e anche i più deboli secondo me, sono Combattere a Philly e Lo Sfidante, appunto.

Resta il fatto che, forti o deboli che siano, in quasi tutte e sei le storie non c’è molto tempo per rifiatare. I ritmi sono serrati come in un incontro, dove il minuto di pausa tra una ripresa e l’altra è davvero un scheggia di tempo. Non c’è spazio per troppe riflessioni sull’esistenza, i ricordi o le nostalgie, e se ci sono passano come uno sbuffo di terra alzata dal vento, mentre mangi una torta in una tavola calda qualunque lungo la strada, pensando ai vecchi tempi dell’infanzia e ad alcune persone di cui senti sempre di più la mancanza.
Giusto il tempo di finire una torta al limone per farsi passare la fame e poi i suoi personaggi salgono in macchina e guidano verso il prossimo match, verso la prossima paga.

Toole ha una penna efficace e naturale nel puntellare questo mondo, e la precisione e musicalità dei dialoghi sono i suoi punti di forza.
Lascia intendere che il pugilato è una di quelle esperienze che, per essere capite fino in fondo, vanno semplicemente provate. Lui ci presenta il giro, ma il pregio di questi racconti è anche quello di essere avvincenti pure per chi non ha mai avuto particolare interesse verso il pugilato.
Diamo una sbirciata al backstage del grande e leale, tanto quanto sporco, mondo della boxe.

Le belle storie di redenzione sono poche, pochissime rispetto al numero di persone che inseguono una passione, ed è per questo che le belle storie non fanno statistica.
Per la maggior parte dei pugili non cambierà mai nulla, saranno solo giorni di fatica, uno dietro l’altro, finché la testa e la costanza reggeranno i colpi, le diete, gli allenamenti.

Come dice Joyce Carol Oates nel suo bel saggio Sulla boxe (consigliato più che altro agli impallinati totali) «la boxe non è una metafora, è la cosa in sé»[7]. Qui e ora.

Perché la vita causa a tutti dolori fortissimi, che si propagano anche per anni dentro di noi; ma è sempre bene non dimenticarsi che una combinazione di pugni portata come si deve fa i suoi danni. Ed è a quello che devi pensare durante una ripresa, è da quel dolore che ti devi difendere, perché lì, sul ring, quel momento fatto di carne ed ossa, fa terribilmente più male della vita.

Per concludere, se dovessi scegliere un aforisma sul pugilato, tra tutti quelli che si possono trovare sui libri o in rete, e ce ne sono davvero tanti, quello che mi piace di più, che trovo più adatto e adattabile, buono per la boxe, la vita, i sogni, insomma per tutte le stagioni, è uno solo. Una frase attribuita a Joe Louis, leggendario peso massimo, ma in realtà pronunciata da quell’altra leggenda di Mike Tyson, e che fa più o meno così: «Tutti hanno un piano, fino a quando non prendono un pugno in faccia».

 


[1] F.X. Toole, “Come entrare nel giro: un’introduzione”, in Lo sfidante, Garzanti, 2007 (pag.18)
[2] F.X Toole, “Un’aria da scimmia”, in Lo Sfidante, Garzanti, 2007 (pag.29)
[3] F.X. Toole, “L’ebreo nero”, in Lo Sfidante, Garzanti, 2007 (pag.53)
[4] F.X. Toole, “L’ebreo nero”, in Lo Sfidante, Garzanti, 2007 (pag.71)
[5] F.X Toole, “La ragazzina da un milione di dollari”, in Lo Sfidante, Garzanti, 2007 (pag.93)
[6] F.X. Toole, “Acqua Ghiacciata”, in Lo Sfidante, Garzanti, 2007 (pag.170)
[7] Joyce Carol Oates, Sulla boxe, 66THA2ND, 2015 (pag.89)