Autore: Redazione

Storie brevi e voci nuove

Il palcoscenico di Ivano Porpora

Photo by Paul Green on Unsplash

 

Di Sara Gambolati

«Larga è la foglia stretta è la via / dite la vostra che io ho detto la mia», metteva Calvino in chiusura di fiaba per invogliare i bambini a spegnere la luce, ma io dicevo a mio papà quando chiudeva il libro: e poi?Cosa succede dopo che Masino ha smascherato la Maschera Micillina, il Gobbo Tabagnino è sfuggito ancora una volta all’Uomo Selvatico, chi si ama è convolato a giuste nozze e chi è stato cattivo ha avuto una camicia di pece?

Noi che le amiamo, sappiamo bene che le storie non finiscono mai. Continuano nella penna di chi le ha scritte e nella testa di chi le ha lette, nelle orecchie di chi le ha ascoltate o di chi ne ha sentite appena due parole mentre passava in corridoio.

E poi? potremmo chiedere a Ivano Porpora alla fine del racconto Il palcoscenico contenuto nell’antologia Teorie e Tecniche di indipendenza, a cura di Gianluigi Bodi.

Il palcoscenico è un racconto condensato nei cinque o cinquecento passi di una scrittrice-attrice-funambola, dalle quinte al centro del palco. Un tempo enormemente dilatato ed estremamente denso. Il narratore, squintato sulla poltroncina rossa e impegnato in un muto dialogo con l’artista (è la sua donna, hanno condiviso l’ispirazione, lui l’ha osservata metterla su carta caffè dopo caffè, sonno dopo sonno, e lei gli ha ripetuto infinite volte l’attacco: ci sono un italiano e uno svizzero che entrano in banca), ci fa vedere tutto: gli stucchi e il grande lampadario, il tatuaggio giallo e rosa che freme d’indecisione e le cicatrici incistate sul braccio della donna, le ombre azzurrine. Sentiamo i criiiic dell’assito tarlato, e i sospiri degli spettatori sospesi sulla battuta di apertura.

«Ma poi succede qualcosa che non avevi preventivato. E questo qualcosa che non avevi preventivato, mentre le termiti con le loro mascelle ti precludono ogni via di fuga, e ormai non puoi più fare scena muta, non puoi ritirarti, ci sono anche le autorità, ecco, è che a quel punto le parole che usi sono diverse. Non: sostitutive. Non stai trovando un modo migliore di esprimerti. Stai proprio parlando di altro».

L’italiano e lo svizzero, provati e logorati per mesi di vita quotidiana, scompaiono e il racconto erutta in un altro racconto, un po’ come nella teoria degli universi sequenziali.

Leggere Ivano Porpora, scrittore dalle parole imbizzarrite, è un po’ come avere un pennarello e dover unire dei puntini. Dobbiamo allontanare il foglio dagli occhi per riuscire a vedere cosa stia venendo fuori.

I puntini sono tanti: la banca, la bambina che si sporge dalla vetrina, vestita d’azzurro come la donna sul palcoscenico e come le ombre, che è ripetuto ossessivamente, sono il frutto della mescola del colore del corpo e del suo complementare.

Allontano di nuovo il foglio e lo avvicino, allontano e avvicino e finalmente lo vedo.

«Un bambino è nascosto dietro quel pilastro, dall’altra parte della strada, e quel bambino ha la maglietta che avevo io trent’anni fa, e i mie capelli; e non so come, ma io la bambina che si confondeva nell’ombra la ricordo».

Inizialmente pensavo che si trattasse del narratore. La storia sottesa a quella sua paura dell’ascensore, il modo che ha di segnare la fronte alla sua donna quando dorme. Ma alla quarta lettura mi sono chiesta: e se il bambino che fa capolino fossimo noi? Noi spettatori, lettori, passeggiatori di corridoio rimasti ingarbugliati nel racconto.

Forse abbiamo una storia in comune, con lei e con lui, una storia che ha bisogno di uno squarcio per colare fuori come un pianto che deve erompere dopo una risata liberatori.

Quel parlare di altro inizia a parlare di me.

A ciascuno nella sua testa. A ciascuno il suo poi.

Ci sarebbe una chiusa: Ma è già finito. Anche una data.

Ma non è vero. La fine del racconto è il vero inizio.

La storia non finisce mai.

 


Sara Gambolati ha pubblicato La donna del cecchino sul secondo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

L’angelo Esmeralda di Don DeLillo

Di Ilaria Marcoccia

Dovete sapere che Don DeLillo è in grado di costruire una storia avvincente anche solo intorno a una fotografia. Partendo da una singola immagine lui può dire tutto, intrecciare avvenimenti inavvicinabili, raccontare di vite solitarie, inscenare dialoghi assurdi, e da quella stessa foto far sgorgare una infinità di parole. Le fotografie di DeLillo sono violente, non per il contenuto, ma per il modo in cui riempiono lo spazio dei sensi, della vista, della mente. Barthes diceva che la vita è fatta di piccole solitudini, e le storie di DeLillo sono popolose, ricche, ma non di persone, di parole. Le parole stesse sono protagoniste, il linguaggio che ci salva dalla consapevolezza perturbante che le cose non esistono, che potrebbero sparire se smettiamo di nominarle. Dire le cose, definirle, elencarle, è l’unico modo per porre fine allo spaesamento, per riempire i nostri piccoli luoghi solitari.

Consiglio a tutte le persone che incontro di leggere questo autore contemporaneo e lungimirante, perché le sue storie sono ricche di belle parole che danno significato a momenti quotidiani e allo stesso tempo sono in grado di racchiudere l’umanità intera, tutta la terra e anche lo spazio, o meglio noi stessi visti dallo spazio. I racconti di DeLillo, con i loro finali sospesi, sono brevi passeggiate nello spazio, registrano ciò che avviene sulla terra, i ritmi sparsi, le circostanze, le occorrenze e le restituiscono come rumore umano, parole. Lasciamo che le parole siano i fatti.

C’è una suora nel Bronx che crede di poter salvare la vita degli street artist e dei tossici del quartiere correggendo i loro errori di grammaticali; c’è una donna ad Atene che vive in una eterna pausa e, in attesa che la terra tremi sotto i suoi piedi, dimentica di vivere; c’è un uomo che va al cinema cinque volte al giorno, incontra persone sugli autobus e il suo pensiero ormai scorre per inquadrature; c’è una donna misteriosa su un’isola che fa l’amore con un uomo che ha la continua necessità di stilare liste nella sua mente per dare senso alle cose; e poi ci sono due uomini nello spazio che osservano la terra durante la terza guerra mondiale mantenendo nell’orbita spaziale l’ultimo briciolo di umanità:

«Per uomini così lontani dalla Terra è come se la forma fisica delle cose avesse l’unico scopo di rilevare la semplicità nascosta in una profonda verità matematica. La Terra si svela la semplice, incredibile bellezza del giorno e della notte. Esiste per contenere e incarnare questi eventi concettuali».

Cercando di dare una struttura ordinata delle cose, L’angelo Esmeralda raccoglie in totale nove racconti, scritti tra il 1979 e il 2011, che condensano l’immensità della scrittura di Don DeLillo in circa duecento pagine. Molti dicono che siano i romanzi di DeLillo ad essere oscuri e misteriosi, ma in realtà il vero mistero siamo noi: gli esseri umani che popolano la Terra hanno questo incessante bisogno di dare senso alle cose terrene, di elencarle, di costruire una catena di causalità, di nominarle. Assegniamo nomi agli eventi distanziandoli, matematizzando la vita scientificamente e crediamo che questo sia vivere, pensare. «Se non siamo qui per sapere che cos’è una cosa, allora che ci stiamo a fare?». La vita dei personaggi di DeLillo si svolge nel pensiero, un pensiero che categorizza ma che a volte non riconosce gli oggetti:

«Nel profondo c’è solo un caos indistinto. Abbiamo inventato la logica per mettere in fuga la nostra essenza creaturale. Affermiamo o neghiamo. Alla M facciamo seguire una N. Le uniche leggi che contano sono quelle del pensiero».

Ogni cosa è al suo posto. Non siamo noi a dover sospendere l’incredulità durante la lettura di un racconto, viviamo già in un mondo fatto di storie, ed è quello nella nostra testa. Quando un racconto finisce, è necessario che ce ne sia un altro e poi un altro ancora, perché vivere in un mondo senza storie ci fa regredire fino ad uno stato di animalità. Vedere il viso di Esmeralda su un cartellone con la pubblicità di un succo di frutta, forse è questo che ci rende umani: credere.


Ilaria Marcoccia ha pubblicato Suoni sul primo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

David Poissant, Il paradiso degli animali

Di Claudio Correggioli 

C’è gente che ha la muscolatura striata di tipo uno ed è adatta per le maratone e poi c’è gente con la muscolatura di tipo due, perfetta per gli scatti. Comincio subito da un’ammissione di colpa: la mia fantasia, se fosse un muscolo, sarebbe di tipo uno: concepisce con una certa facilità storie lunghe e complicate, ottime per essere riempite di cose e tradotte in romanzi. Il racconto, però, è il regno della brevità. Della perfezione formale. Della sintesi e di quel delicato equilibrio di superfici che fanno intuire lo spazio che sottendono.

Ho scritto pochi racconti ma ciò non significa che io ne abbia letti pochi o che – peggio – non mi piacciano. Falso. Nella mia infanzia e adolescenza ho letto quasi solo storie brevi e brevissime, per la maggior parte di genere, e adesso che “sono diventato grande” apprezzo fino in fondo la capacità di uno scrittore di concentrare le emozioni nei racconti – non più di genere, però – che continuo a leggere. Distillarle, persino.

Uno degli autori che ho letto con maggior soddisfazione in questo senso è David J. Poissant con il suo Il paradiso degli animali pubblicato da NN Editore. Un autore giovane, con il quale Tre racconti ha avuto modo di fare due chiacchiere. Io ho scoperto questa raccolta grazie a quella forma moderna di passaparola che sono i commenti lasciati in rete da blogger, lettori e addetti ai lavori. So che mi posso fidare, perché è così che ho letto i libri migliori negli ultimi anni.

Il paradiso degli animali è un testo che mi è piaciuto subito perché la sua trave portante è una forma sottile di tristezza sulla quale si innestano squarci di salvezza mai banali. Il tutto sostenuto da una scrittura che mi è rimasta dentro con una sensazione che ormai provo di rado ed è questo il motivo per cui non posso fare a meno di accostarlo a certi racconti di Salinger o di David Foster Wallace, anche se so che qualcuno rabbrividirà a questa mia affermazione. Non sto parlando della scrittura in sé o dell’adesione più o meno formale a certe poetiche; parlo invece di una cosa molto intima che io per primo fatico a definire ma che non posso fare a meno di sentire; una cosa che mi fa esclamare senza ombra di dubbio: «Questi racconti mi piacciono!»

Come autore invece, cioè come persona addentro alle cose tecniche che riguardano la scrittura, ammiro il modo in cui Poissant trascina il lettore nelle proprie storie, facendolo sentire protagonista. Il narratore spesso in prima persona. L’uso dei tempi verbali. Soprattutto, la ricerca del termine che produca quella magia che la traduttrice, Gioia Guerzoni, ha indicato giustamente nel termine empatia.

Perché è proprio questo che mi affascina de Il paradiso degli animali: l’empatia tra me, che lo leggo, il protagonista che lo vive e l’autore, con cui sto dialogando al di là del tempo e dello spazio con quella meravigliosa forma di telepatia che è il libro.


Claudio Correggioli ha pubblicato Il geco sul primo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

 

 

Ottaedro, di Julio Cortázar

Di Federico Iarlori

«Chiunque non legga Cortázar è condannato», recita l’ormai famosissima citazione di Pablo Neruda. Io aggiungerei che uno scrittore di racconti – o aspirante tale – lo è a maggior ragione. Non solo perché lo scrittore argentino ci ha lasciato delle raccolte di racconti memorabili, ma anche perché Cortázar non ha mai smesso di riflettere sulla forma racconto, né di auspicarne un futuro più radioso rispetto alla condizione di minorità in cui era stato confinato.

«Vivo in un paese, la Francia – scrive Cortázar nel testo di una conferenza sul racconto pubblicato nel 1962 -, dove questo genere ha scarso vigore […]. Mentre i critici continuano ad accumulare teorie e a intrattenere accese polemiche in merito al romanzo, quasi nessuno si interessa alla problematica del racconto».

Cortázar, invece, lo ha sempre fatto, continuando a leggere, a tradurre, a citare e a entusiasmarsi davanti a un testo breve di Poe o di Henry James, di Kafka o di Čechov. Per lui il racconto non è affatto un genere minore, ma è «il fratello misterioso della poesia in un’altra dimensione del tempo letterario»; per Cortázar:

«l’efficacia e il senso del racconto – scrive nel testo Del racconto breve e dintorni (in Ultimo round, 1969) – dipendono da quei valori che danno alla poesia e anche al jazz il loro carattere specifico: la tensione, il ritmo, la pulsazione interna, l’imprevisto dentro parametri pre-visti, quella libertà fatale che non ammette alterazione senza una perdita irreparabile». 

Pochi come Cortázar hanno saputo coniugare quell’istinto poetico, quell’esigenza di creazione spontanea, quello slittamento in uno stato di trance, nel cosiddetto état second, con la lucidità della sapienza narrativa e – nei suoi racconti fantastici in modo particolare – con il perfetto dosaggio del soprannaturale nell’intreccio.

La mia ammirazione incondizionata per Cortázar, tuttavia, è recente e risale a pochi anni fa. Avevo già letto Il gioco del mondo e qualche racconto (tra cui Il persecutore, ispirato al sassofonista Charlie Parker, e il meraviglioso Autostrada del Sud), ma la passione è scoppiata quando – un po’ per caso – incontrai in un bar parigino una ragazza spagnola, professoressa di italiano a Barcellona, che tra una birra e l’altra mi parlò di un racconto che non conoscevo: Manoscritto trovato in una tasca. Fissandomi con i suoi occhi scuri e luminosi e stuzzicandomi con il suo sorriso un po’ sornione, mi disse che il testo parlava di un gioco di incontri casuali tra un uomo e alcune donne in metro. C’era di mezzo il riflesso dei loro volti sui finestrini del treno e quell’hasard objectif dall’eco surrealista per cui io andavo matto. Le promisi che l’avrei letto e le chiesi il numero per farle sapere cosa ne pensavo. Le solite scuse, insomma.

La sera stessa, cercandolo su internet, scoprii che il racconto era incluso nella raccolta Ottaedro e in breve tempo realizzai di averlo già comprato ai tempi dell’università. Decisi, quindi, di aspettare di tornare al paesello – laddove tutti i libri di quel periodo della mia vita erano custoditi – per leggerlo. Non solo trovai quel racconto eccezionale, non tanto per la tematica – di per sé molto attraente (oggi un uomo come il protagonista di quel racconto sarebbe stato denunciato per stalking) – ma per lo stile, che mi fece l’effetto di uno stream of consciousness perfettamente decifrabile, ma soprattutto molto elegante ed estremamente onirico, pur nella concretezza della storia che delineava.

Con calma, affrontai anche gli altri sette racconti della raccolta: un uomo che immagina il suo funerale, un letterato che scrive una biografia sul suo mentore smascherando in maniera grottesca le invidie e gli arrivismi dei salotti culturali, la bella e giovane Lina che seduce il vecchio Marcelo e via dicendo. Otto racconti che rappresentano le otto facce dell’ottaedro del titolo e, di conseguenza, la poliedricità di temi, di stili, di linguaggi, di punti di vista, di strategie testuali con cui Cortázar è capace di giocare, senza mai rinunciare alla poesia.

Insomma, Ottaedro – per quanto rappresenti un’opera ambiziosa e non di facile accesso è stata per me un valido apripista per la progressiva scoperta di tutte le altre raccolte di racconti di Cortázar, ma soprattutto un autentico detonatore della mia voglia di provare a scrivere un racconto e a lavorare su un’idea – in primis – e poi sul suo sviluppo narrativo. Una perla rara. Per palati fini.


Federico Iarlori ha pubblicato L’ora del bucato sul primo numero di Tre racconti. Per leggerlo, puoi scaricare il Pdf disponibile qui. Per sfogliare la rivista, invece, clicca qui.

Discesa dalle nuvole

un racconto di Natale

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Photo by Scott Umstattd – www.picture-power.com

 

Confesso francamente che io non avevo mai messo a cuocere un cappone.
Gli altri anni… ma lasciamo stare gli altri anni, sogno svanito.
La realtà presente è che io oggi, giorno di Natale, ho messo per la prima volta in vita mia a cuocere un cappone.
La donna era andata alla messa, sebbene sia miscredente, e non tornava né viva né morta: e si capisce che oggi doveva andare alla messa, perché il mercato si chiude alle nove, e lei di solito torna verso le dieci: Dio è sempre buono a qualche cosa.
Ed eccomi in cucina, di un umore tra il cattivo e il buono e con i soliti quesiti da districare.
Sono io una grande signora decaduta, per il fatto che mi trovo in cucina costretta a dar battaglia alla formidabile fila schierata delle pentole, o sono ancora una potenza rispettabile poiché davanti a me, vittima e olocausto, è la grande bestia in questi ultimi anni divenuta simbolo popolare delle nuove ricchezze?
Eccomi dunque di fronte alla grande bestia morta. È gialla, con la testa in cima al lungo collo abbandonata da un lato, le zampe ripiegate su sé stesse con abbandono e tristezza: intorno, sulla piazza del vassoio, le stanno i visceri, e dentro è vuota come una cattedrale donde sono appena usciti i fedeli.
Il compito più penoso è quello di riempire d’acqua la pentola. L’acqua delle bocchette a chiave, che a volte schizza addosso con tutta la rabbia della sua forzata prigionia, a me desta sempre un misterioso senso di paura e anche di invincibile ripugnanza.
Io la sfuggo, come la sfugge il gatto, sebbene come il gatto io ami straordinariamente la pulizia.
Atavismo? Ricordo di luoghi dove si è vissuto con la sola acqua del cielo e delle piccole fonti vergini, affidando per necessità naturale al sole, al vento, al fuoco, la purificazione delle cose?
Certo è anche, però, che una espertissima Signora di Parigi mi disse che il segreto per tenere la carnagione fresca è di lavarsi il meno possibile. E credo che lei lo facesse davvero perché era meravigliosamente rosea e brillante come una tazza di porcellana.
A ogni modo, forza e coraggio, ed ecco la pentola piena a metà d’acqua.
E il cappone vi scende; ed ho l’impressione di buttare un cadavere in un pozzo: il cappone vi scende, si rannicchia in fondo, e la sua testa è più che mai rassegnata; e mai ho veduto, neppure nel mendicante vero che si chiude tutto in sé per il freddo, e neppure nel malato inguaribile che nei momenti di maggiore stanchezza cerca di riprendere la posizione che aveva nel ventre materno, la tristezza, la disperazione e l’impotenza di quelle zampe ripiegate su sé stesse.
Ne ho provato veramente una pietà materna, della quale ho subito sogghignato.
La pentola è al fuoco e io sono contenta della mia bravura: e persino penso follemente di potermi un giorno liberare dalla schiavitù della serva.
Sogni, e sempre sogni.
Non sono passati tre minuti che una cosa spaventevole mi richiama alla realtà.
Una forza misteriosa ha sollevato e buttato fino a terra il coperchio della pentola: e due artigli gialli, protesi e feroci più di quelli che un giorno ho veduto al nibbio, salgono su dalla profondità dell’acqua calda.
Ho l’impressione che al calore del fuoco la bestia sia tornata viva.
Cerco di spingere giù col coperchio le atroci zampe e rinchiudere la bestia nella sua tomba. È come ributtare nelle onde il cadavere che il mare respinge.
Allora ho cercato un peso da mettere sul coperchio: una grossa lima che introduco nell’ansa di quello; ma la pentola sobbalza, e un vero disastro sta per accadere.
Poche volte in vita mia mi sono veduta così confusa.
Fortunatamente a salvarmi arriva la donna, col velo in testa e la corona in mano come una vera santa.
Con un colpo d’occhio indovina tutto ed ha un sorriso ambiguo, di pietà e di beffe. È una donna rispettosa, che forse mi ama, forse mi odia; il tipo della schiava ancora non del tutto emancipata.
Nell’accorgersi che io sto per darle la colpa di tutto, mi dice con calma:
«Sono io che dovrei arrabbiarmi. Bella figura mi fa fare, oggi, bella figura!».
«Anche!».
«Ma quando vossignoria ha mai veduto arrivare a tavola un cappone con le zampe? Avrà veduto il fagiano con le sue penne, il zampone con le sue unghie, ma il cappone con le zampe mai. È la verità?».
È la verità, e io non la posso discutere.
«Le zampe vanno stroncate, abbrustolite, pulite e messe dopo; e il loro troncone va ficcato nel corpo vuoto del cappone. Ha capito, vossignoria?».
Ho capito, e ripeto fra di me l’insegnamento, per un’altra volta.
Ella intanto stronca con le sue dita bruciate le terribili zampe e le tira via: la bestia ha finalmente pace, va giù, si annega nel bollore dell’acqua schiumante.
«E adesso vossignoria se ne vada a scrivere, che fa molto meglio di stare qui. Qui non è il suo posto» dice la donna, con protezione e umiltà, ma anche con una certa imponenza.
Io però non mi arrendo.
«No, non ci vado, nello studio: basta. Troppo ho vissuto tra le nuvole».
Allora lei ha un sorriso fine, enigmatico.
«Dia retta a me, vossignoria; torni, torni nello studio, o fra le nuvole, come dice vossignoria: vedrà che sarà più contenta lei e gli altri».
Io non replico, ma non so perché, o forse perché da qualche tempo in qua vedo egualmente anche rasentando la terra le fantasmagorie delle nuvole, ho voglia di piangere.

 


 

Grazia Deledda nasce a Nuoro il 27 settembre 1871 da una famiglia benestante. Figlia della provincia italiana più isolata fu in grado di raccontare la sua terra e allo stesso tempo attraversare un’epoca di grandi rinnovamenti. Nonostante la scarsa considerazione se non il disprezzo della critica diventa un’autrice di successo. Collocata soprattutto in ambiente verista, corrente da cui però si distanzia per originalità della poetica e stile. Nel 1926 arriva la definitiva consacrazione con il Nobel per la Letteratura.

 

 

Il racconto di Natale Grazia Deledda è pubblicato da Edizioni Lindau,  all’interno della raccolta Racconti sotto l’albero.