Autore: Simone Giulitti

“Quello alto”. Umanista, information architect, UX designer. Di tutto un po'.
Lettore onnivoro con la passione dei libri usati.

La cosa marrone chiaro di Fritz Leiber

Racconti horror da brivido per combattere la calura estiva

Corridoio creepy buio
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Afa, Caldo torrido, trentotto gradi all’ombra.  Se vivete anche voi in Italia immagino che siano termini che in questi giorni evochino in voi sensazioni fin troppo familiari. Fortunatamente c’è la lettura a venire in soccorso di noi bibliofili, attività che mette in moto l’immaginazione, ovvero quella particolarissima facoltà dell’essere umano che ha il potere di «rapirci in un mondo interiore strappandoci al mondo esterno, tanto che anche se suonassero mille trombe non ce ne accorgeremmo»[1]. Cosa potrà mai quindi un po’ di calura contro il potere della fantasia?

Chi scrive abita in un posto discretamente isolato, di quelli in cui, se ti affacci dalla finestra in una notte senza luna, sei quasi totalmente circondato dall’oscurità. Gli unici suoni a far compagnia i versi di insetti e delle bestioline notturne che si aggirano nel cortile. Un’ambientazione perfetta insomma, per iniziare una bella raccolta di racconti dell’orrore.

Oggi infatti torno ad addentrarmi nel mondo della letteratura di genere (che se mi leggete da un po’ sapete quanto mi stia a cuore) con La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore di Fritz Leiber. Il volume è pubblicato in Italia dalla Cliquot, casa editrice romana che ha come mission quella di riportare alla luce e digitalizzare opere e autori dimenticati dalla grande editoria. Com’ è stato per i racconti di Fritz Leiber, che dopo un paio d’anni di disponibilità in formato esclusivamente digitale si sono da pochissimo incarnati anche in una bella edizione cartacea.

Fritz Leiber, è stato un autore americano molto prolifico, che ha sperimentato diverse forme della narrativa di genere. Le sue opere spaziano dalla fantascienza all’horror, passando per il fantasy. È a lui che si deve l’invenzione del termine sword and sorcery che ha dato il nome ad un intero filone di storie (quelle coi tizi con le spade che vanno in giro a caccia di malvagi negromanti per capirci) al quale i suoi romanzi hanno contribuito in buona misura ad accrescere le fila.

Come molti autori d’oltreoceano del secolo scorso, e in particolare quelli che si dedicavano ad un certo tipo di letteratura, gran parte della produzione letteraria di Leiber passò per le riviste specializzate. Riviste dai nomi evocativi, come Weird Tales, Fantastic stories of immagination, Whispers. In coda al libro troviamo anche uno scritto in cui l’autore ripercorre il suo travagliato rapporto con Weird Tales, una storia di amore “a distanza” la definisce Leiber, costellata anche da molti rifiuti che probabilmente contribuirono in una certa misura ad influenzarne lo stile. Federico Cenci, curatore e traduttore del volume, ricorda nell’introduzione come la trama di alcuni racconti sia stata, almeno all’inizio della carriera letteraria dell’autore, legata a molti stereotipi del genere considerati necessari per far sì che i racconti venissero pubblicati. Ciò non significa che Leiber sia rimasto fossilizzato in un’unica formula piegando la sua inventiva alle semplici logiche editoriali. Se nella sua prima produzione è molto riconoscibile l’impronta di autori come Lovecraft, le opere più mature hanno subito invece l’influenza della psicoanalisi e delle teorie junghiane.

Un grandissimo autore di storie horror, e precursore del genere, viene omaggiato con il ruolo di protagonista in uno dei racconti. Leiber ce lo descrive così:

«L’uomo sembrava più vecchio di quanto non fosse in realtà, almeno secondo la stima che farebbe un assicuratore. Anche lui era pallido e avvolto in abiti scuri. Indossava un cappotto di alpaca nero. Gli occhi infossati e permanentemente anneriti dalle bastonate invisibili della vita gli conferivano un certo fascino. Eppure c’era del brio, uno slancio romantico e disperato al contempo. Portava una camicia bianca con un cravattino nero, e una sobria riga di baffi all’altezza del labbro superiore.»[2]

Indovinato di chi si parla? Vi concedo un altro aiuto, siamo nel 1849, di più non dico per non incorrere nelle ire dei sensibili allo spoiler, temibili almeno quanto un mostro che si nasconde in un angolo buio.

La realtà quotidiana e una certa dose di elementi autobiografici sono altri ingredienti dei racconti di Fritz Leiber. La cosa marrone chiaro, racconto che dà il titolo alla raccolta, narra ad esempio di uno scrittore che è uscito con fatica dalla sua dipendenza dall’alcool, problema che afflisse anche l’autore per un certo periodo della sua vita.

Naturalmente non è certo il problema dell’alcolismo il tema centrale del racconto, e mi auguro per Leiber che nella sua vita non abbia mai dovuto avere a che fare con la terribile creatura marrone che viene affrontata in queste pagine. Nemmeno l’entità soprannaturale tuttavia riesce a far tornare il protagonista della storia tra le braccia dell’alcool e mi domando se l’autore non volesse dirci, in fondo, che nella vita di tutti i giorni possono nascondersi demoni ben peggiori di qualunque creatura di fantasia.

«Saresti in grado di fermare un missile atomico in rotta per San Francisco, in questo preciso momento, attraverso la ionosfera? Saresti in grado di controllare i germi del colera? Di sopprimere la tua Anima o la tua Ombra? Di fermare un poltergeist con un “Si prega di non bussare”? Non puoi rimanere in guardia ventiquattr’ore al giorno per mesi, per anni. Credimi, io lo so. Un soldato in trincea non può predire se la bomba successiva lo colpirà oppure no. Impazzirebbe se ci provasse. No, Franz, tutto ciò che puoi fare è sbarrare porte e finestre, accendere tutte le luci e sperare che l’entità non si fermi da te. E cercare di non pensarci. Mangiare, bere e stare allegri. Svagarsi. Dai, beviamoci su».
Ritornò verso Franz con un bicchiere pieno in ognuna delle due mani.
«No, grazie» disse Franz aspramente […]»[3]

Questo scambio di battute tra il protagonista e un suo amico è un esempio di quello che intendevo poco sopra. Il racconto verrà poi ripreso e rielaborato da Leiber, fino a trasformarsi nel romanzo Nostra signora delle tenebre[4], pubblicato nel 1977 e tra i suoi maggiori successi.

Al di là delle note personali e autobiografiche rintracciabili al loro interno, i racconti di questa raccolta sono un must per gli appassionati dell’horror, e più in generale per chi cerca una lettura non troppo impegnativa ma che sia in grado di regalare momenti di qualità. Le pagine del libro sono popolate di demoni, streghe e spettri, che possono annidarsi nei luoghi in cui meno ce lo aspettiamo. Anche e soprattutto nelle nostre moderne metropoli, dove ingenuamente crediamo di poter essere al sicuro, protetti da un’aura di razionalità e tecnologia che ci dà solo l’illusione di essere immuni dagli attacchi di queste presenze. Credetemi, dopo aver letto questi racconti non guarderete con gli stessi occhi nemmeno l’androne del vostro condominio. E l’afa estiva sarà l’ultimo dei vostri pensieri.

 


[1] La citazione è una parafrasi di Italo Calvino di un verso di Dante, che si può leggere nella sua lezione americana sulla Visibilità. Italo Calvino, Lezioni Americane, Mondadori, 1993, (p. 92).

[2] Fritz Leiber, “Richmond, fine settembre, 1849” ne La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore, Cliquot, 2015, (p. 69 dell’edizione in formato epub).

[3] [3] Fritz Leiber, “La cosa marrone chiaro (seconda parte)” op. cit. (pp. 152-153 dell’edizione in formato epub).

[4] Traduzione italiana del titolo originale Our lady of Darkness, Milano, Mondadori, 2002.

Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera

Meraviglie orientali di Natsume Sōseki

ciliegi_giapponesi - Natsume Sōseki
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Quest’anno è il centocinquantesimo anniversario della nascita di Natsume Sōseki, mentre l’anno scorso è stato il centenario dalla morte, e se queste ricorrenze sono passate inosservate nel nostro Paese, Edizioni Lindau ha pensato bene di celebrarle con questa raccolta, freschissima di stampa, di racconti brevi dell’autore giapponese.

La prima cosa a colpirmi di questa raccolta è stata il titolo, tradotto con Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera, che ha subito catturato la mia attenzione, complici un inizio maggio freddo e una voglia di una primavera che stenta a fare capolino. È quindi con sorpresa che, leggendo l’introduzione (a cura di Tamayo Muto, che si è occupata anche della traduzione) ho appreso che una delle interpretazioni del titolo è proprio il sentimento di attesa delle giornate primaverili, e il desiderio che queste possano non finire mai. Permettetemi una piccola nota per complimentarmi con traduttrice ed editore, la cura nella traduzione è evidente anche ad un profano (come il sottoscritto) e i molti termini giapponesi rimasti in lingua originale sono accompagnati da note minuziose che ne chiariscono il significato.

Sōseki nacque nel 1867 e morì nel 1916, visse quindi durante l’epoca Meiji, detta anche della restaurazione, o del rinnovamento. Questo periodo storico fu caratterizzato dal ritorno al potere della figura dell’imperatore, dopo anni di dominazione degli shogun, e per il Giappone significò l’ingresso nell’epoca della modernità e l’inizio di una serie di riforme che portarono il Paese a diventare una potenza economica e militare. Sōseki ebbe un’esistenza ricca ma travagliata, seppur figlio di una famiglia influente infatti non fu particolarmente amato dai genitori (tanto che visse per alcuni anni in affido) e gli anni della sua infanzia e adolescenza segnarono profondamente la sua personalità. Cresciuto si specializzò in letteratura inglese all’Università Imperiale di Tokyo e successivamente iniziò ad insegnare presso vari istituti, carriera che proseguì per alcuni anni. Dal 1900 al 1903 si recò in Inghilterra, su incarico del governo, per condurre ricerche (Sōseki era considerato tra i massimi esperti di letteratura inglese del Giappone). Gli anni inglesi furono tuttavia molto infelici, e minarono la sua salute fisica e mentale. Sōseki non sentendosi a suo agio nell’ambiente universitario scelse di proseguire i suoi studi da autodidatta, passando il suo tempo a leggere libri chiuso nella sua stanza.

Alcuni anni dopo, a proposito del suo periodo inglese, scrisse:

«I due anni che passai a Londra furono tra i più sgradevoli della mia vita. Tra i gentlemen io vivevo in miseria, come un cane qualunque, messo controvoglia a far parte di un branco di lupi».[1]

Richiamato in patria iniziò la sua collaborazione con il quotidiano Asahi Shinbun, e la sua carriera letteraria, iniziata con la composizione di haiku. I racconti di questa raccolta sono stati scritti tra il 1909 e il 1910, e originariamente pubblicati sul giornale, per poi confluire in questa raccolta. L’autore affronta diversi temi, e molto della sua vita privata è presente in questi racconti. Troviamo infatti sia esperienze autobiografiche, ispirate al suo periodo come insegnante e a quello come studioso a Londra (pagine in cui traspare tutto il suo malessere e tutto il suo senso di inadeguatezza nel trovarsi nella capitale inglese, popolata da individui perennemente di corsa e indaffarati), sia scene di vita domestica. Tra i racconti più interessanti quello intitolato Il professor Craig, nel quale viene ricordata la figura di William James Craig, studioso ed esperto di Shakespeare dal quale Sōseki prese lezioni private per un certo periodo. Il professore è ricordato come un tipo eccentrico e stravagante, dal carattere freddo e tutto preso dalla stesura di un dizionario shakespeariano. L’insegnante è tuttavia ricordato anche con parole di affetto e con qualche nota di benevola ironia:

«Sai, dei tanti che vedo passare qua sotto, neanche uno su cento capisce la poesia. Poveretti! In fin dei conti gli inglesi sono un popolo che non riesce a comprendere la poesia, sai? Se ci penso, da quel punto di vista, noi irlandesi eccelliamo, e siamo di gran lunga più raffinati… In effetti devo dire che le persone come te o me, che riescono ad assaporare le poesie, sono proprio fortunate».[2]

La raccolta offre, oltre ai racconti autobiografici, una serie di opere di pura fiction, che Sōseki utilizzò anche come “palestra” per sperimentare un nuovo linguaggio letterario. In questi racconti, popolati da personaggi talvolta malinconici e crudeli, Natsume Sōseki dipinge, con la delicatezza di un acquerellista, un ritratto della società nipponica dei primi del novecento, filtrandola con il suo attento occhio di artista. Tra le immagini che mi sono rimaste più impresse c’è quella di un ubriaco, disteso nel fango, che viene salvato dalle risate della folla da un suo compagno:

L’ubriaco assunse un’aria felice e si lasciò cadere di schiena sul carretto dicendo «Grazie a Dio!»; guardando il cielo luminoso sbatté due o tre volte gli occhi stanchi e abbagliati dalla luce, e disse: «Imbecilli! Anche se non sembra, sono un essere umano!»[3]

Sōseki è maestro della forma breve, e i suoi racconti riescono a racchiudere in poche pagine, spesso in poche righe, contraddizioni e sentimenti personali e della sua epoca, e lasciano molto su cui riflettere rimanendo in mente anche a lettura ultimata. I suoi ultimi anni furono caratterizzati da crisi nervose e un’ulcera dolorosa (che ne causò la morte prematura nel 1916), ma anche da una vivace attività letteraria: l’autore teneva infatti un piccolo circolo letterario in casa sua ogni giovedì assieme ai suoi studenti, per i quali nutriva un sincero affetto e che compaiono spesso anche nei racconti. Nel frattempo i suoi lavori riscuotevano un crescente successo.

I racconti, pur costituendo una parte minoritaria della sua produzione, sono ricchissimi di spunti di riflessione e pagine di poesia, riescono a trasportare il lettore in un’altra dimensione temporale, e a farlo vivere in un’alterità che può essere apprezzata anche da chi non ama particolarmente la letteratura orientale. Ultimo ma non ultimo, sono il passatempo perfetto per trascorrere queste ultime giornate fredde in attesa della bella stagione.

 


[1] La citazione è tratta dall’introduzione, cui devo molto per la parte biografica di questo articolo. Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera, Introduzione di Tamayo Muto, Edizioni Lindau, 2017 (pagina 8 dell’edizione in formato epub).

[2] Il professor Craig, op. cit. (p. 110).

[3] Un essere umano, op. cit. (p. 61).

Trigger Warning: leggere attentamene le avvertenze di Neil Gaiman

Di racconti per persone sensibili

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Neil Gaiman è uno di noi. Intendo uno come me, uno come noi di Tre Racconti, e uno come voi presumibilmente visto che state leggendo questo blog. Un rappresentante cioè, della piccola ma agguerrita comunità degli amanti del racconto. Oltre ad essere uno scrittore dal talento eccezionale naturalmente, talmente bravo che anche l’introduzione al volume di cui vi parlo oggi (generalmente una parte ritenuta necessaria ma un po’ noiosetta) è una piccola miniera d’oro dalla quale ho attinto abbondantemente per scrivere questo articolo. Gaiman racconta molto bene della sua passione per le short stories in una delle sue ultime fatiche: Trigger warning: leggere attentamente le avvertenze edito in Italia da Mondadori e uscito ad ottobre dello scorso anno nell’edizione in lingua nostrana.

Sono cresciuto nell’amore e nell’ammirazione per i racconti. Mi sembravano le cose più pure e perfette che una persona potesse scrivere: non una parola di troppo, nei migliori. Bastava un cenno della mano di uno scrittore e, voilà, ecco un mondo, e dentro quel mondo persone e idee. Un inizio, una parte centrale e una conclusione che ti accompagnavano fino in fondo all’universo e ritorno[1]

Come avrete già capito stiamo parlando di una raccolta di racconti. Il titolo si riferisce ad un’espressione inglese difficilmente traducibile nella nostra lingua (attenti all’innesco/ attenti al grilletto suona proprio male in effetti) che viene utilizzata per definire una frase utilizzata, principalmente sul web, per avvisare il lettore che sta per imbattersi in un contenuto “forte” e potenzialmente offensivo. Un qualcosa che potrebbe innescare una spiacevole reazione appunto. L’autore ricorda la sorpresa avuta quando si è reso conto che il concetto di trigger warning sta valicando i confini della rete, tanto che in alcune università americane si discute dell’opportunità di porre un’etichetta di avvertenze anche a certe opere letterarie, per evitare di turbare l’animo degli studenti più suscettibili. Il concetto che sta dietro a questa raccolta di racconti infatti è qualcosa che tocca tutti noi, ciascuno di noi ha qualcosa che lo turba, e che generalmente viene accantonato negli angoli più oscuri della nostra coscienza. Ma che può venire talvolta richiamato alla mente dalle circostante e dalle situazioni più inaspettate.

I mostri nell’armadio e nella nostra mente sono sempre lì nell’oscurità, come la muffa sotto il parquet o dietro la carta da parati, e ce n’è tanta, di oscurità, una riserva inesauribile. L’universo possiede un’ampia scorta di notti.[2]

Il filo conduttore del libro è appunto questo: una serie di racconti che potrebbero spiazzare il lettore (ma non per forza devono) lasciando un senso di sbigottimento e di lieve smarrimento a fine lettura. Neil Gaiman nello scrivere del suo amore per le raccolte di racconti dice di preferire quelle in cui, nell’introduzione, l’autore spiega come è arrivato a certe conclusioni, o come gli sono venute in mente alcune idee. Ed è proprio questo che fa anche lui, dedicando un breve paragrafo introduttivo a ciascuno dei 24 racconti che compongono questo volume. In realtà c’è anche qualche poesia, che Gaiman incoraggia a considerare come un bonus, un di più che viene assieme a tutto il resto, per calmare l’animo di eventuali lettori che potrebbero storcere la bocca in una smorfia di disappunto nel trovare delle poesie dove non se le aspettavano (e anche questa tutto sommato è un’avvertenza).

Non pensiate comunque che questa sia una raccolta di storie horror, alcune lo sono, ma si spazia molto attraverso vari tipi di racconti, che per comodità possiamo mettere tutti sotto l’ombrello della letteratura fantastica. Tra le cose degne di nota troviamo un commovente omaggio a Ray Bradbury, una riscrittura dal sapore fantasy di fiabe classiche come Biancaneve e i sette nani e la bella addormentata nel bosco, e non mancano riferimenti alla cultura pop, come un racconto ispirato alla musica di David Bowie e uno (tra i più belli, e lo dico non avendo mai visto nessuna puntata della serie) che ha come protagonista il Dr. Who.

Tra i numerosi avvisi che Neil Gaiman scrive all’inizio di questo libro ce n’è uno in cui l’autore si scusa (addirittura!) per la mancanza di uniformità della raccolta. A ben guardare però un elemento comune c’è, ed è l’uomo. Sono le persone, con le loro paure, fragilità e debolezze a dar vita all’universo di angosce più o meno grandi che le accompagnano, spesso nel corso di tutta una vita. E sono sempre le persone a far fronte a queste paure, il più delle volte attingendo a insospettate risorse interiori che vengono in loro soccorso proprio nel momento del bisogno.

Sperando di avervi incuriosito almeno un po’ e di avervi fatto venir voglia di prendere in mano questo libro vi lascio con quest’ultima, pirandelliana, citazione:

E penso a noi tutti, alle maschere che indossiamo, le maschere dietro cui ci nascondiamo e le maschere che svelano. Immagino persone che fingono di essere quello che sono davvero, persone che scoprono che gli altri sono molto di più o molto di meno di quanto si immaginano di essere o di come si presentano. E poi, poi penso al bisogno di aiutare gli altri, e a come per farlo ci mettiamo la maschera, e a quanto toglierla ci renda vulnerabili…
Tutti indossiamo delle maschere, grazie a questo siamo interessanti.
I racconti che avete in mano parlano proprio di queste maschere e delle persone che siamo dietro di esse.[3]

 


[1] Neil Gaiman, introduzione a Trigger Warning Mondadori, 2016

[2] Idem

[3] Idem

Martin il romanziere, di Marcel Aymé

Le Passe-Muraille

Quando i mondi della fantasia e della satira si uniscono

Come nel mio non troppo lontano primo articolo su queste pagine, oggi voglio tornare a parlarvi di narrativa di genere. Lo faccio con Martin il romanziere, una bellissima raccolta di racconti uscita lo scorso anno per L’orma editore.

Prima di tutto l’autore. Chi è questo Aymé? Ammetto di essermelo domandato anche io quando questo libro mi è stato raccomandato, ma vinto dalla curiosità e dall’ottima qualità dell’edizione mi sono portato a casa il volume senza stare a pensarci troppo su.

Marcel Aymé, come forse lascia intuire il nome, è uno scrittore di origine francese, vissuto nella prima metà del secolo scorso. Famoso in patria per i suoi romanzi e racconti fantastici e per le sue pièces teatrali, da noi ha avuto una certa fortuna editoriale quasi solo con una raccolta per ragazzi (Les Contes du chat perché, apparsi in diverse edizioni nel corso degli anni). Fino all’anno scorso almeno, quando L’orma ha deciso di riproporcelo con una selezione dei suoi racconti più riusciti, che spero tanto essere la prima di una lunga serie.

Marcel Aymé fu uno spirito ribelle e poco avvezzo ad adeguarsi a qualsiasi ruolo preconfezionato ci si sarebbe potuto aspettare per lui, non riconoscendosi in alcuna corrente politica fu fedele sempre e solo a quello che di volta in volta gli suggeriva il suo istinto e il suo spirito. Questo atteggiamento anticonformista gli procurò diverse critiche, soprattutto per alcune scelte vicine alla destra radicale durante il periodo di occupazione. Critiche alimentate anche da alcune frequentazioni, giudicate poco raccomandabili, tra le quali spicca Louis-Ferdinand Céline, che, come ci ricorda nella prefazione Carlo Mazza Galanti, traduttore e curatore dell’antologia, veniva considerato dal nostro autore come: «Il più grande scrittore francese vivente, e forse il più grande lirico che abbiamo mai avuto»[1]A Céline è riservato anche l’onore di comparire come comparsa nel racconto La carta del tempo il primo di questa raccolta. Coerentemente con il suo modo di essere il nostro autore rifiutò la Legion d’onore nel 1949 e l’invito ad entrare a far parte dell’Académie française dieci anni dopo, e visse guardando sempre con divertito distacco e un pizzico di disprezzo al mondo degli intellettuali parigini e della cosiddetta cultura ufficiale.

Chi di voi ha avuto la fortuna di visitare Parigi ha forse avuto anche l’occasione di passeggiare in piazza Marcel Aymé, caratterizzata dalla presenza della statua in bronzo di un uomo (la stessa che trovate nell’immagine in alto, sì), colto nell’atto di attraversare un muro. Quell’uomo altri non è che Dutilleul, o le passe mureille, protagonista dell’omonimo racconto (non contenuto in questa edizione), e personaggio con il quale diversi parigini e molti turisti di passaggio amano immortalarsi, nel tentativo di aiutarlo ad uscire dal muro. Le fattezze della statua, per altro, sono proprio quelle dell’autore.

Il monumento è una perfetta sintesi del modo di Aymé di fare narrativa. I suoi racconti partono tutti da un presupposto fantastico, per poi seguire lo svolgimento degli eventi in maniera naturale. Troviamo: personaggi che prendono vita per rivolgere lamentele all’autore che li ha creati (com’è il caso del racconto che dà il titolo alla raccolta), leggi che impongono alla popolazione di ringiovanire (nel corpo ma non nello spirito), personaggi che hanno la facoltà di potersi moltiplicare a piacimento, e simili situazioni fantastiche, che al lettore risultano molto gustose e divertenti, ma che per i protagonisti sono non di rado fonte di angosce e di problemi. Queste sono solo alcune delle trovate dell’autore transalpino, che poi procede nella narrazione sviscerando tutte le conseguenze della situazione paradossale che vi ha dato inizio. Fino ad arrivare ad un finale che spesso ribalta all’ultimo secondo le aspettative che il lettore si era formato fino a quel momento.

Oltre ai risvolti fantastici questi racconti, ciascuno dei quali è un piccolo gioiellino, sono caratterizzati da un’ironia pungente, e sbeffeggiano apertamente il mondo della borghesia parigina, con tutte le sue convinzioni e i suoi codificati regolamenti. Un esempio tra tanti: nel racconto La grazia il protagonista, come premio per le sue virtù e la sua condotta di cristiano modello (addirittura il migliore di tutta Montmartre!), viene ricompensato direttamente dall’Altissimo con una luminosissima aureola, da sempre simbolo di santità, che gli compare proprio attorno alla testa. Ebbene la reazione della moglie del pio uomo è:

«Che roba è questa?» diceva. «Vorrei sapere che figura ci facciamo coi vicini, coi negozianti del quartiere e con mio cugino Léopold! C’è poco di cui andare fieri. È soltanto una cosa ridicola. Vedrai, si metteranno tutti a parlare di noi.»

Inutile dire che l’atteggiamento della moglie dello sventurato protagonista avrà non poche conseguenze sullo sviluppo della trama.

Le storie raccontate da Marcel Aymé sono tutte così. Pur avendo all’incirca lo stesso schema, (situazione paradossale; conseguenze; finale imprevedibile) riescono a sorprendere il lettore con una freschezza sempre nuova, che non stanca. Pur essendo caratterizzati da una forte vena umoristica i racconti hanno la capacità di spingere il lettore a riflettere su aspetti della contemporaneità che sono ancora molto attuali, e che vengono messi alla berlina con uno stile satirico ma mai stucchevole. Non è sempre facile coniugare leggerezza con la profondità, ma questa antologia di racconti ci riesce benissimo. Consigliata per chi cerca una lettura leggera ma allo stesso tempo non banale.


[1] Carlo Mazza Galanti, prefazione a Martin il romanziere, L’orma editore, 2016, pag. 10.

Ma il mondo, non era di tutti?

Racconto di un’antologia sui confini

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Photo by Ashish_Choudhary

Ma il mondo non era di tutti?  è una raccolta di racconti collaborativa, che mette insieme voci diverse del panorama letterario italiano contemporaneo. Gli otto racconti che compongono questo libro, breve ma intenso, ruotano tutti attorno al concetto di confine.

Paolo Nori, autore della prefazione e curatore della raccolta, mette subito il lettore di fronte a una domanda di quelle toste:

Ha senso, oggi, in Italia, l’articolo primo della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, quello che dice che: “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Sono tutti dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni e gli altri con uno spirito di fraternità”?.[1]

Edite da Marcos y Marcos con il patrocinio dell’Arci, queste otto brevi storie (non solo racconti, ci sono anche una poesia, un brano a carattere più saggistico e una breve graphic novel liberamente ispirata a uno scritto di Pier Paolo Pasolini) non tentano di dare una risposta, ma spingono il lettore a confrontarsi con questo interrogativo.

Ogni autore ha provato ad affrontare il concetto di confine da un punto di vista diverso. Presentandoveli cercherò di darvi un assaggio di ciascun pezzo, senza spoiler eccessivi (ma se proprio siete molto molto sensibili alla faccenda siete avvisati).

Carlo Lucarelli ci porta nell’Africa coloniale, all’epoca in cui l’arrivo dei nostri connazionali significò, tra le altre cose, il caos per la vita di un umile pastore di capre, che più per stizza che per vendetta userà l’unico mezzo a sua disposizione per rivalersi nei confronti dei «sacri confini della Patria».
Emanuela Carbé affronta la questione del confine dal punto di vista linguistico, tra studenti universitari e ragazze orientali che nessuno sa da dove provengano, in una storia che ci insegna come spesso per capire qualcuno basta semplicemente provare ad ascoltarlo.
Antonio Pascale ci narra, con un breve excursus temporale, com’è cambiata l’Italia negli ultimi quarant’anni e di come, negli anni sessanta, anche il raggiungimento della costiera romagnola fosse un bel traguardo per qualcuno.  A scandire il ritmo del racconto, come le lancette di un orologio, sono i numeri sull’aumento della popolazione mondiale che ha visto, in quattro decenni, raddoppiare le proprie unità, e che nonostante le conquiste della tecnologia continua spesso a soffrire degli stessi problemi, ansie e paure.
Francesca Genti prega, per il mondo e per la parola. E attraverso di essa.
Giuseppe Palumbo reinterpreta con la penna, l’inchiostro e le chine la poesia Profezia 1964 di Pasolini, che parla di Alì dagli occhi azzurri, che «scenderà da Algeri su navi a vela e remi».
Monica Massari si interroga su come possiamo fare a comprendere, ascoltare e preservare le storie che ogni migrante porta con sé. Con la convinzione che in fondo per capire un fenomeno complesso una buona storia possa essere più utile della statistica.
Violetta Bellocchio sceglie come protagonista della sua storia un musicista di periferia, che prova a sbarcare il lunario come può ai matrimoni delle persone ricche (che comunque «fanno schifo come tanti altri»). Saranno l’incontro con una strega e la scrittura che gli permetteranno di riconciliarsi con il posto dal quale proviene.
Gipi (per una volta in veste di scrittore) ci racconta invece di quella volta che è stato buono, tipo nel ’92.

Confini fisici, ma anche linguistici, sociali e soprattutto mentali, quelli che sono protagonisti di Ma il mondo non era di tutti. Confini che hanno una caratteristica in comune propria del loro essere, l’isolamento dell’individuo di fronte a una realtà. Poco importa se si tratta di un migrante, di un meridionale o di qualcuno che semplicemente parla una lingua diversa, è l’etichetta di diverso a stabilire spesso il primo dei confini, quello più difficile da superare.

Altra protagonista della raccolta, stavolta in senso positivo però, è la parola. Parola come elemento costitutivo di un linguaggio, come preghiera, come mezzo per trasmettere il proprio vissuto a chi sta dall’altra parte. Sono le parole che possono aiutare a valicare il confine, e il racconto è uno dei contenitori più rapidi, efficaci e immediati per veicolarle al meglio.

 


[1] La citazione è tratta dalla prefazione.

La luce smeraldo nell’aria di Donald Antrim

Cronaca di serendipità letteraria

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Photo by Ahundt

 

Oggi sono qui a tentare di parlarvi di La luce smeraldo nell’aria, raccolta di racconti di Donald Antrim recentemente approdata in libreria per i tipi dell’Einaudi.

Donald Antrim, autore per me sconosciuto finora, è stata una piacevolissima scoperta nel piovoso ottobre romano. Cercherò di procedere in maniera ordinata per raccontarvi come l’ho incontrato.

Innanzitutto l’antefatto, ovvero la prova che il detto “non tutto il male viene per nuocere” si dimostra talvolta veritiero. Un treno in ritardo mi ha portato a cercare rifugio nella libreria della stazione, uno dei pochi baluardi accoglienti per un lettore che voglia far passare un po’ il tempo in attesa del ritardo successivo. Girovagando tra le pile delle novità la copertina di questo supercorallo, con una vignetta simpatica, ha saputo attirare la mia attenzione (un punto per l’editore) una rapida occhiata alla quarta di copertina permette di identificare il volumetto come una raccolta di racconti, che sembra esser stata particolarmente apprezzata dalla stampa oltreoceano (un altro punto a favore quindi).

Ora un piccolo inciso polemico: cari editori tutti è davvero necessario che qualunque nuova uscita in libreria debba essere accostata ad autori come George Saunders, Jonathan Franzen e David Foster Wallace? È proprio indispensabile tirare in ballo, ogni volta, il termine postmodernismo? Lo scrivo perché questi accostamenti inizio a trovarli (in buona compagnia di tanti altri amici lettori) un pochino forzati e messi lì tanto per vendere qualche copia in più. Rischiano però a sortire l’effetto opposto, soprattutto nella cerchia dei lettori più attenti. Fine della piccola invettiva (che conta come un punto in meno nella mia personale tabella mentale dove decido se investire i miei risparmi in un “acquisto libresco al buio”).

Le premesse sembrano tutto sommato buone, ma non ancora abbastanza per convincermi all’acquisto.

Metto quindi in pratica la mia collaudata strategia per evitare acquisti deludenti: mi appunto il nome del libro e verifico se è presente su Medialibrary (la rete bibliotecaria nazionale di prestito di ebook, un sevizio utilissimo che non mi stanco mai di pubblicizzare) in modo da poterlo prendere in prestito e valutare successivamente se comprare o meno il cartaceo.

Check effettuato, il libro c’è ed è pure disponibile, ed io ho lo smartphone carico e un viaggio in treno da far passare.

Già dal primo racconto mi accorgo che la buona impressione che m’aveva fatto la copertina si dimostra confermata dal contenuto del libro. Per i successivi tre giorni dedico il mio tempo libero a questa piacevolissima raccolta di racconti.

Cosa offre quindi al lettore la luce smeraldo nell’aria?

Ambientazione americana, che spazia delle affollate metropoli modaiole a paesaggi più bucolici abitati da individui che vivono ai margini della società. In questo scenario si muovono protagonisti pieni di problemi, adulti insoddisfatti che provano loro malgrado a trovare un senso in quello che fanno nella vita. Un mondo di individui psicologicamente fragili, sempre sull’orlo del collasso e che si aggrappano a quello che possono per non cadere nel baratro, ricorrendo spesso ai farmaci e all’alcool per tirare avanti.

Ma dopo qualche altro bicchiere i suoi pensieri imboccarono un ben noto vicolo cieco. Chi voleva prendere in giro? Come avrebbe mai potuto avere anche solo una di quelle cose? Perché non sapeva impossessarsi delle ricchezze del mondo? Perché lui e Jennifer non erano mai andati a ballare, Cristo santo? Che progetti avevano? Si vedevano, s’infilavano a letto, scendevano al volo dal letto, si salutavano… era innamorato? E lei? O scopavano e basta? Dovevano essere grati di tante cose, davvero tante. Lui aveva lei e lei aveva lui.[1]

La grandezza dell’autore sta nell’aver saputo descrivere in modo superbo le difficoltà che i suoi personaggi incontrano nel gestire i rapporti con le persone care. Difficoltà che nascono dal non saper convivere con se stessi e con quello che si è o non accettando quello che si è diventati.

Questi racconti mi hanno ricordato un grafo, una figura matematica che viene spesso assunta come simbolo di una rete. Si presenta alla vista come un insieme di punti detti nodi (o vertici) e di linee che li congiungono, dette archi. I protagonisti dei racconti di Antrim sono come tanti nodi che fatichino a trovare il modo di connettersi tra loro. Tanti archi potenziali ma mancati. Personaggi fondamentalmente soli, anche quando sono parte di una coppia, che un po’ per inettitudine e un po’ per auto sabotaggi messi in atto più o meno consapevolmente non riescono a relazionarsi con le persone che li circondano e non riescono a tenere saldo il timone delle proprie vite. In tutti i sette racconti che compongono questa raccolta (che, come ci avverte l’editore, sono presentati in ordine cronologico per poter meglio apprezzare l’evoluzione dello stile dell’autore) i protagonisti accomunati dalla consapevolezza di avere un problema e di non avere i mezzi per poterlo risolvere. Per alcuni questo significherà continuare ad ignorarlo, mascherandosi dietro giustificazioni di qualche tipo, mentre in altri racconti, i più belli, il protagonista riesce ad individuare un lumicino di speranza che forse saprà illuminare il pur difficile percorso che lo porterà all’uscita del tunnel.

La luce smeraldo nell’aria è un piccolo gioiellino che merita sicuramente il tempo investito nella lettura (poco tra l’altro, 124 pagine in ebook, 157 nella versione cartacea). Siccome la vita di un lettore è fatta anche di personalissime manie, in omaggio al metodo di valutazione che ho utilizzato (e come rito propiziatorio per la prossima volta) acquisterò sicuramente una copia cartacea da inserire nella libreria, perché voglio che questa raccolta rimanga nella mia collezione.

Con La luce smeraldo nell’aria Donald Antrim ci accompagna in un universo contemporaneo fatto di incertezze, paranoie, ossessioni e paure paralizzanti. Il meccanismo di immedesimazione funziona, perché le ansie dei protagonisti sono le stesse che potremmo provare noi, e che rendono questi racconti “veri” e indimenticabili.

 


[1] La citazione è tratta dal racconto “Consolazione”.

I Vedovi Neri di Isaac Asimov

Ovvero come eccellere senza prendersi troppo sul serio

 

Wood engraving by F. Wentworth after H.K. Browne
Wood engraving by F. Wentworth after H.K. Browne

Ad ogni buon navigante dei mari della letteratura è capitato di fare rotta, di tanto in tanto, nelle torbide e burrascose acque della cosiddetta letteratura di genere, definizione qui usata non a scopo dispregiativo come spesso accade. In queste acque, capita di fare gli incontri più disparati: pirati da fare invidia al Corsaro Nero ma anche valenti gentiluomini che con la loro penna hanno dato vita a opere che, pur venendo snobbate dai mondanissimi salotti letterari si sono col tempo imposte, guadagnandosi il rispetto e l’affetto di numerosi lettori.

Tra queste figure spicca Isaac Asimov, professione chimico ma noto ai più per le sue opere fantascientifiche. Forse meno noto ma comunque assai apprezzabile è invece il suo contributo al genere giallo, rappresentato principalmente dal prestigioso club dei Vedovi Neri.

Il club venne idealmente fondato nel 1971 anno della comparsa del primo racconto della serie, e nasce come omaggio di Asimov ai classici del giallo (quello tradizionale, cerebrale, alla Hercule Poirot), genere di cui era un grande appassionato. I Vedovi neri sono sei eccentrici gentiluomini, che si riuniscono una volta al mese per una serata in compagnia, serata nella quale la presenza femminile è rigorosamente vietata. L’impianto dei racconti è sempre il medesimo: a turno ciascun membro ricopre il ruolo di anfitrione e presenta un ospite. L’ospite in cambio della cena deve sottoporsi a un pressante interrogatorio, la cui prima domanda è sempre: «lei come giustifica la sua esistenza?». Solitamente nel corso dell’interrogatorio l’ospite propone un piccolo o grande mistero che, dopo accalorate discussioni, viene puntualmente risolto dall’impeccabile cameriere Henry, membro onorario del club e unico dei protagonisti a non avere un equivalente nella realtà. Asimov infatti modellò i suoi personaggi su un vero club a cui apparteneva (il club dei Trap Door Spiders, per chi fosse curioso di approfondire Wikipedia ricostruisce le identità delle persone alle quali si è ispirato per i suoi Vedovi Neri), oltre allo spunto per i personaggi vengono dal Trap Door Spiders anche il rito dell’interrogatorio pressante e l’appartenenza al genere maschile come prerequisito fondamentale per l’ammissione. Più o meno come se io scrivessi una serie di racconti che ruotano attorno a una rivista letteraria animata da strani ma simpatici personaggi (Ehi a pensarci bene non suona così male, vero? A proposito, avete già dato un’occhiata alle nostre biografie?).

I racconti nascono per essere pubblicati su rivista (di solito l’Ellery Queen’s Mystery Magazine) con un discreto intervallo nel tempo di pubblicazione tra l’uno e l’altro. Letti in raccolte, come sono disponibili oggi, potrebbero risultare monotoni e noiosi. Invece non è così. In primo luogo perché Asimov riesce a inserire in ogni racconto un qualche elemento nuovo che spinge ad andare avanti nella lettura, ma anche perché è proprio la ripetitività ad essere una carta vincente, fornendo al lettore uno spazio comodo e familiare nel quale rifugiarsi e ritornare risolvere misteri assieme a facce amiche (in teoria, in ossequio alle regole non scritte dei gialli tradizionali, il lettore può sempre arrivare alla soluzione prima che la fornisca l’autore anche se personalmente non ci sono mai riuscito). Interessante quasi quanto i racconti stessi è il breve spazio che l’autore si ritaglia alla fine di ogni racconto, un punto di dialogo diretto con il lettore, nel quale Asimov racconta alcuni retroscena sulla stesura dei racconti con il tono di chi non vuole prendersi troppo sul serio. Il nostro è abbastanza autoironico in queste raccolte e arriva al punto di inserire se stesso in una discussione tra i membri del club. Lo fa con queste parole:

«Asimov. Un mio amico. Scrittore di fantascienza e presuntuoso in modo patologico. Si porta una copia dell’Enciclopedia alle feste e dice: “A proposito di cemento armato, l’Enciclopedia della Columbia tratta in modo eccellente l’argomento solo 249 pagine dopo la voce su di me. Guardate”. E poi fa vedere la voce che parla di lui».

In queste postfazioni l’autore approfitta inoltre per segnalare le correzioni apportate ai racconti rispetto alle versioni apparse sulle riviste: oltre ai titoli quasi sempre cambiati talvolta sceglie di seguire il consiglio dei lettori più attenti e pignoli, modificando qualche dettaglio della trama: «Il che dimostra, incidentalmente, che i lettori non sanno soltanto sfornare domande fastidiose […]. Talvolta sono molto utili e in queste occasioni li apprezzo molto».

Asimov è onesto, riconosce che i suoi racconti sono tutt’altro che perfetti e in qualche caso se ne scusa pure con il pubblico. Tuttavia è riuscito a creare un prodotto godibilissimo, che non stanca e che ci fa affezionare ai protagonisti già dopo poche battute. La forza dei racconti dei Vedovi Neri, e di tante altre opere simili che vengono relegate, spesso troppo frettolosamente, nel calderone della letteratura di secondo piano, sta proprio nell’umiltà con la quale si propongono. Umiltà che molte volte manca a parecchi autori, anche contemporanei, che peccando di esuberanza tentano troppo spesso di dare vita a opere che non sono alla portata delle loro gambe e che per rincorrere non si sa bene quale modello ideale astratto di “alta letteratura” finiscono col mancare di personalità, quando non proprio d’anima.  L’umiltà di Asimov sta anche nella volontà di mettersi a nudo davanti ai lettori e che si incarna nelle postfazioni ai racconti. Già solo il fatto che l’autore scenda dal suo piedistallo e rinunci alla sua posizione privilegiata per coltivare un dialogo a tu per tu col proprio lettore è cosa più che lodevole. La lezione dei Vedovi Neri che credo qualunque autore, ma soprattutto gli emergenti dovrebbero far propria, è quella, per utilizzare una metafora culinaria, di preparare una piccola ricetta e non un piatto da gourmet. Va bene anche se la pietanza non raggiunge il punto perfetto di cottura, l’importante è che ci sia almeno un ingrediente che ci spinge ad assaggiarla ogni volta con ritrovato appetito.