Autore: Gaia Mutone

Giornalista e webqualcosa. A volte liscia, a volte riccia.
Ama Shakespeare, il mare e pensare di essere un cavaliere Jedi.

Numeri e parole per spostare confini e colmare distanze. Intervista a Chiara Valerio

Chiara Valerio è Chiara Valerio. Farle domande è un po’ come correre sulle montagne russe. Sai bene che ti stai muovendo su due binari che fortunatamente, essendo due rette parallele, non si incroceranno mai, ma sai anche che, comunque, sei seduta su un proiettile che sfreccia sul vuoto, con sprezzo totale delle tue funzioni fisiologiche. Eccitazione, quindi, ma anche una sana e discreta voglia di sopravvivere con stile all’esperienza.

Fortunatamente, buone notizie. Tutti vivi dalle parti di Tre racconti. Non possiamo dire la stessa cosa per Dostoevskij… ma ci consoliamo sapendo che il buon “Dosto” ha abbastanza spirito per prenderla bene.

Conclusa l’avventura di Tempo di Libri, di cui è stata l’indefessa organizzatrice, Chiara Valerio ha gentilmente risposto alle nostre domande. Visto che la nostra “missione” su questo blog è parlare solo di racconti, per lei abbiamo fatto un’eccezione e siamo partiti dalla sua ultima fatica letteraria, quella Storia umana della matematica che se non ha messo proprio tutti d’accordo ha sicuramente il merito di aver offerto una interpretazione non banale al concetto di (auto)biografia. E non solo quello.

Come spesso accade, infatti, a chi nutre una grande curiosità per le cose del mondo, scavare nelle vite dei grandi geni che hanno contribuito a plasmarlo non si rivela mai un’operazione asettica. Succede che chi ne parla finisce inevitabilmente per mettersi in gioco e raccontare molto di sé offrendo al lettore una mappa affascinante delle proprie emozioni e del proprio ideale di nobiltà. In breve, del proprio percorso di crescita umana. Chiara Valerio non ha fatto eccezione.

Ora, per quanto mi riguarda, volando alto posso riassumere così: le parole, così come i numeri sono due linguaggi dall’infinito potenziale. Due codici (non per forza alternativi) dei quali ci possiamo servire per scrivere il nostro mondo, costruirne uno nuovo e, magari, farci entrare le persone che contano. Sono due strumenti per conoscere e per amare. Perché alla fine sempre lì andiamo a finire; alla voglia di scoprire noi stessi e gli altri mentre viviamo.

Allargare le cose, dare spazio a ciò che conta. E i libri, se sono scritti onestamente, lo fanno.

Ma veniamo alle domande.

 

Salve Chiara. Partiamo dal suo ultimo libro. Oltre che una bella occasione per scoprire storie e vicende di personaggi poco noti al grande pubblico, Storia umana della matematica è un meraviglioso racconto polifonico sul ruolo dell’immaginazione come motore del progresso umano (e personale). Che cos’è per lei l’immaginazione?

L’immaginazione è una possibilità di esistenza. Penso sia soprattutto questo. Anche in matematica dove i teoremi si dicono, per esempio di esistenza, o di esistenza e unicità.

Afferma che la matematica è una grammatica. Se è così, cosa ci possiamo scrivere? Alla fin fine, il mondo e la sua comprensione si riduce ad una questione di linguaggio?

La trova una riduzione? Io no. Penso che esista solo il linguaggio. Che sia dei gesti, delle immagini, delle parole, dei sentimenti, poco importa. Ma è un linguaggio, un codice, una abitudine. Dipende dal significato che lei attribuisce alla parola linguaggio, non crede?

Cito dal libro «deduco che la matematica è un atto di fede fino a un certo punto e la letteratura, per converso, è un atto di fede da un certo punto in poi». Ci spiega meglio questa frase?

È spiegata nel libro, anzi, non spiegata, raccontata attraverso alcuni esempi, che nella mia testa sono incontrovertibili…

(A questo punto riportiamo il passaggio che ci ha indicato)

Ho creduto che un triangolo iscritto in una semicirconferenza fosse rettangolo.
Ho creduto che due più due facesse quattro in ogni caso, fortissimamente.
Ho creduto che la parabola fosse una conica con un fuoco all’infinito.
Ho creduto che la serie geometrica di ragione minore di un mezzo convergesse.
Ho creduto che alcune serie avessero una ragione.
Ho creduto, talvolta, di avere anche io una qualche ragione.
Ho creduto, soprattutto, che senza un sistema di vettori linearmente indipendenti non potessi costruirmi uno spazio. E nel Teorema di Pitagora.
Ho creduto molto prima di capire. Ascolta papà.
Da ciò deduco che la matematica è un atto di fede fino a un certo punto e la letteratura, per converso, è un atto di fede da un certo punto in poi.
Non ho creduto che Dante sia sceso all’inferno e asceso prima al Purgatorio e poi al Paradiso.
Non ho creduto all’ossessione di Acab per la balena.
Non ho creduto che Mrs Dalloway avesse detto che i fiori li avrebbe comprati lei.
Non ho creduto ai biscotti e alle bevande che rimpiccoliscono e ingrandiscono. Né ad Adriano che seppellisce Antinoo in una durata senz’aria dunque senza tempo, o che Sarah Malcolm ti fosse apparsa in sogno. Poi sono stata tutte quelle cose e in quasi tutti quei posti (ma è perché non sono una viaggiatrice). Il verbo si è fatto carne, la carne (talvolta) si è disfatta, io l’ho (sempre) seppellita, e funziona ancora così, mi basta leggere.

Da quel punto, che non ha parti, dove finiva la fede della matematica e iniziava quella della letteratura cominciavano tutti i miei disegni di bambina, di adolescente, di adesso.

 

In un altro paragrafo ripercorre il momento in cui lei stessa, matematica per formazione, è maturata. La Storia, infatti, è anche la sua. Il racconto di come lei è passata dal “voglio solo sapere il risultato giusto” al “voglio capire”. Come ci si arriva? Cosa c’è in mezzo?

Credo ci sia sempre in mezzo la terza prova di Indiana Jones ne Indiana Jones e il tempo maledetto. Il film. La terza prova è il salto della fede, quando uno si trova davanti a qualcosa che razionalmente non ammette ma non ha altra scelta perché la curiosità o la necessità possono essere impellenti. Solo saltando con un balzo a piè pari dalla testa del leone potrai raggiungere il Graal. Dal che si capisce anche che la fede può essere un difetto ottico (Indiana Jones non vede una passerella che in realtà c’è), ma che non importa. Non importa se le nostre intenzioni risultano essere un difetto ottico, l’importante è avere l’intenzione. Nel mio caso, da bambina, e da non più bambina, l’intenzione di capire.

A proposito di Dostoevskij, di cui lei riporta un passaggio tratto dai Karamazov, in una lettera al fratello del 1839 scrive: “Amo le scienze militari, sebbene non tolleri la matematica. Che strana scienza, e che sciocchezza occuparsene! Mi basta studiarla nella misura in cui essa è necessaria per diventare ingegnere o forse un pochino di più. Ma perché mai dovrei diventare un Pascal o un Ostrogradskij? La matematica, senza una qualche applicazione pratica, equivale a un punto zero e in essa c’è tanta utilità quanta può essercene in una bolla di sapone”.

Non so che dirle. Mi pare una tale sciocchezza. Ma sarà che io non ho nessun principio di utilità. Non capisco perché qualcuno possa scegliere o voglia scegliere qualcosa per un principio di utilità… poi la matematica non è inutile, anzi, è l’unico linguaggio che ci ha mandato oltre le stelle fisse, anche da questo punto di vista, la matematica è straordinaria. Ma la cosa più straordinaria è che la matematica non viene toccata né dalle mie blande difese né dai sospetti di Dostoevskij. La matematica, pur essendo molto umana, riesce a essere, al contrario degli umani, fuori dal tempo e dallo spazio.

Visto che è un po’ inconsueto, a chi pensava mentre scriveva questo libro? Cosa vorrebbe restasse ad un lettore dopo aver sfogliato l’ultima pagina?

Non è una cosa alla quale penso. Io penso a scrivere e aspetto di vedere cosa pensa chi legge. Sono troppo curiosa per pensare a un lettore, e troppo poco interessata alla dimensione didattica delle cose per chiedermi cosa resterà a chi legge. Non so, me lo dica lei, cosa le è rimasto da questo libro?

Devo ammettere che sul V° postulato stavo per gettare la spugna ma poi ho tenuto duro. E ho fatto bene perché ho scoperto tanti uomini di genio e altrettante imprese intellettuali. Sicuramente mi è rimasta la voglia di leggere Flatlandia. In sintesi trovo che questo libro sia il racconto della crescita di una bambina (lei), ma anche un viaggio nelle infinite possibilità di ciò che ci rende umani. Un viaggio non per tutti però. Ma questo è solo il mio umile punto di vista…  

Cambiando discorso, a proposito di crescita, ci può raccontare come è arrivata a tradurre autori non certo facili come Virginia Woolf?

Lavoravo nella casa editrice Nottetempo con Ginevra Bompiani. E ci siamo chieste, allo scadere dei settant’anni dalla morte di Woolf, quale libro ritradurre. Io ho proposto Flush e Ginevra mi ha detto perché non lo traduci tu? Ci ho messo due anni ma alla fine, seguendo anche la dura e necessaria disciplina di Ginevra, ho fatto un lavoro di cui a distanza di anni sono ancora soddisfatta. Poi da Flush, abbiamo deciso di proseguire, seguendo e calcando una “linea comica” di Woolf, così, negli anni sono usciti Freshwater (l’unica commedia scritta da Woolf) e Tra un atto e l’altro (che è un libro comico per la maggior parte delle pagine… ma su Tra un atto e l’altro ci sarebbe molto da dire, e mi fermo qui).

Come decide quale libro tradurre? Quand’è che un libro va ritradotto?

Sempre? Non so. Un libro tradotto vive del flabello delle voci da cui è stato tradotto. Vive del e nel caleidoscopio di voci. Quindi direi, se uno ne ha l’improntitudine e la possibilità (parlo dei classici perché per i viventi è tutta un’altra storia), di tradurre, tradurre, tradurre. È anche un ottimo esercizio di scrittura e di sguardo.

Tre racconti è un progetto nato per promuovere le voci nuove che si cimentano con la forma breve. Ci sono racconti che consiglierebbe a chi vuole leggere e scrivere di scienza? 

Buzzati, D.F. Wallace, Bjorn Larsson, i primi che mi vengono in mente. Il sistema periodico di Primo Levi. Sì, Il sistema periodico.

Quali consigli darebbe a chi vuole provare a scrivere storie, in generale? Cos’è che fa funzionare un racconto?

Io non caldeggio, non sprono, non consiglio. Se volete scrivere, fate come ho fatto io, rubate da quelli che hanno scritto prima, Se volete scrivere, leggete.

Esiste un modo più giusto di altri di leggere? Ci sono letture che vanno fatte a prescindere o il percorso migliore è sempre quello più personale, che segue il proprio cuore?

Non esistono aggettivi o specificazioni o composizioni del verbo leggere. Si legge e basta, ciascuno a modo proprio.

Quali sono i libri che l’hanno fatta crescere o hanno influenzato il modo di percepire cose e persone?

Cambiano ogni volta che rispondo a questa domanda. Però ci sono dei grandi classici, degli invarianti, come si dice in matematica, Al di qua o al di là dell’umano di Ludovica Koch, I quaderni di Simone Weil, I Malavoglia di Giovanni Verga, Fosca di Tarchetti, Lo scimmiotto di Wu Cheng-en e Il Genji di Murasaki, anche La strada di Swann di Proust (odio e amore per Odette ogni volta che ci penso). Però davvero la risposta varia ogni volta.

In un suo intervento all’ultima edizione di Più Libri più Liberi di Roma (presentazione dell’ultimo rapporto AIE sui numeri dell’editoria indipendente, insieme a Gianni Peresson) ad un certo punto ha detto: “Il fatto di voler allargare le cose ha a che fare con il leggere molto…”. Ce la può commentare?

Beh, se leggi molto sei naturalmente abituato a considerare l’altro, e quando consideri l’altro, devi considerare lo spazio per l’altro. Credo volessi dire questo, ma ci penso mentre le rispondo. Non essendo un aforisma non so se possa valere fuori dal contesto in cui l’ho detto. Ma è plausibile che abbia pensato quello che le ho detto ora.

Cosa pensa del recente moltiplicarsi delle riviste letterarie nate online? È un fenomeno che secondo lei può contribuire ad “allargare le cose” in ambito editoriale? Pensa che le riviste possano intercettare nuovi bisogni di lettura o magari “plasmare” nuovi lettori?

Penso che le riviste, e mi riferisco soprattutto a Nuovi Argomenti che ancora bazzico o a Nazione Indiana a cui ho collaborato per anni, siano l’occasione di misurarsi con una scrittura che già si dispone a essere letta. Dunque siano una buona palestra per chi pensa che comporrà, colmerà, la distanza tra sé e gli altri, scrivendo.

A proposito di Fiere, la prima edizione di Tempo di Libri è partita con un successo di pubblico che non era affatto scontato. Ci può fare un bilancio di come è andata? Cosa pensa sia stato apprezzato di più?

Credo che abbiano funzionato molto bene le committenze. Gli incontri su Jane Austen per esempio, gli incontri sui traduttori o quelli sui “morti di successo” e in generale ha funzionato molto bene la novità che anche gli scrittori sono venuti da lettori, dunque a parlare di temi, e non dei loro libri. Siano venuti “con” i loro libri e non “per” i loro libri. Ecco questo passaggio di preposizioni semplici.

Una domanda che mi preme farle per chiudere in bellezza… Li fa ancora gli esperimenti di balistica lanciando in aria i gatti come racconta nel libro? E i gavettoni in spiaggia? I suoi hobbies sono tutti così pericolosi?

Tutti i miei hobbies si trasformano in ossessioni, ma non ho più gatti da lanciare… i gavettoni sì, li faccio e li subisco sempre (e credo sempre più spesso visto che mio nipote ha tre anni e non potrà far altro che specializzarsi…).

 

 

A caccia di farfalle con Nabokov

Il lettore ideale di Nabokov è un rilettore. Anzi, di più: un rilettore fatto a sua immagine e somiglianza. Come spiega Zadie Smith in un bellissimo saggio[1], Nabokov affermava di scrivere «soprattutto per gli artisti, artisti di oggi, artisti di domani», il cui compito è «condividere non le emozioni dei personaggi del libro ma quelle dell’autore: le gioie e le difficoltà della creazione». Insiste ancora la Smith:

Per Nabokov, il lettore ideale è simile a un collezionista di farfalle, con un interesse sia empirico che estetico. Per il suo lettore ideale, il testo è un oggetto talmente specifico che il compito che gli spetta è quello di notare e valutare le sue specificità[2].

Specificità che vanno svelate scendendo gradualmente in profondità; immaginando di togliere uno dopo l’altro gli strati sovrapposti che avvolgono il succo… la realtà più vera, almeno secondo quanto stabilisce l’Autore.

A questo punto, mi scuso, ma serve un’altra citazione. Stavolta tratta da una delle interviste rilasciate dello stesso autore di Lolita:

La realtà è una faccenda molto soggettiva. Non saprei come definirla, se non come una sorta di graduale accumulo di informazioni; e come una specializzazione. Se prendiamo un giglio, per esempio, o un qualsiasi altro oggetto naturale, un giglio è più reale per un naturalista che per una persona comune. Ma è ancora più reale per un botanico. E si arriva a un grado ancora più elevato di realtà se il botanico è uno specialista di gigli. Possiamo, per così dire, avvicinarci sempre di più alla realtà; ma mai a sufficienza, perché la realtà è una successione infinita di passi, di gradi di percezione, di doppi fondi, ed è dunque inestinguibile, irraggiungibile. Di un particolare oggetto possiamo sapere sempre di più, ma non potremo mai sapere tutto: non c’è speranza.

Quindi, se questo è il mondo di Nabokov, vuol dire che il lettore, oltre che preparato, deve essere un lettore-creatore. Deve accettare la sfida di un narratore che scrive come un poeta. Deve in un certo senso diventare un po’ poeta lui stesso, accettando però, e qui sta il punto, i limiti posti dall’Autore. Il Costruttore che ha sempre saldamente in mano matita, squadra e righello.

Nei racconti, che Nabokov chiamava «piccole forme alpine» del romanzo, questo particolare aspetto è ben visibile. Nella loro brevità, oltre che un’occasione di puro godimento estetico, rappresentano un punto di osservazione privilegiato. Vagamente onirici, caldamente sensuali e colorati, i 66 racconti scritti in russo e in inglese sembrano degli splendidi quadri dove gli oggetti, i luoghi e i colori non si limitano ad essere, ma fluttuano, vorticano, scorrono, vibrano, sfumano. Storie in cui si ha la sensazione che l’incontro tra i personaggi non sia solo un fatto fisico, ma un incrocio di dimensioni. Contatti resi possibili da squarci provvisori creati nelle sottili membrane che avvolgono gli esseri umani: «Berg emerse dalla non esistenza, salutò con un inchino, e si adagiò di nuovo – in una poltrona, invece che nella precedente non esistenza», scrive Nabokov in Una questione d’onore[3] per descrivere due personaggi che fanno reciproca conoscenza. O ancora, in Terrore, così riflette un uomo ricordando la morte di una donna amata: «capii che mi vedeva nel suo calmo delirio, nella sua immaginazione morente – cosicché c’erano due me stesso davanti a lei: io in persona, che ella non vedeva, e il mio doppio, a me invisibile. Poi rimasi solo: il mio doppio morì con lei».

È una poetica densa e coerentissima che irrora un mondo in cui «ogni tanto (divino istante!) appare la vera vita, inconsapevole di essere filmata: una folla casuale, acque luminose, un albero con il suo stormire silenzioso ma visibile» (da Una lettera che non raggiunse mai la Russia).

Più che raccontare, Nabokov sembra “evocare” scene. E lo fa con l’occhio di un naturalista o di un fotografo esperto, usando i dettagli in modo esatto, specifico, selettivo. Il suo occhio è capace di spostarsi, in continui cambi e salti, da un oggetto all’altro ma anche da dentro a fuori; dall’esteriorità all’interiorità dei personaggi ai quali dà vita. Con Nabokov noi lettori ci spostiamo da una metafora a un’astrazione, in altri luoghi dello spazio e del tempo, reali o immaginari, nella storia o altrove. Salti che dopo un paio di riletture (appunto) cominciamo a riconoscere come un gioco di specchi, una specie di rappresentazione metaletteraria di un’ossessione estetica.

Alcuni di questi “salti” sono piuttosto evidenti[4]. Una visita al museo (1939), ad esempio, inizia in maniera realistica per poi virare decisamente verso il surreale facendoci assistere alla trasformazione di una successione di quadri in un viaggio a ritroso nella storia della Russia. Un viaggio in una sorta di aldilà in cui domina il terrore al pensiero di tornare nella patria natìa e non riconoscerla più (si ricordi che Nabokov era un esule fuggito a seguito della Rivoluzione). Nel racconto i piani dell’Arte e della Vita si sovrappongono, e ne abbiamo la conferma quando il protagonista passa davanti ad una statua di Orfeo, mito ricorrente e molto caro a Nabokov.

Il simbolo di colui che compie il viaggio nell’Altrove senza riuscire a riportare con sé Euridice, cioè ciò che ama al di sopra di tutto, lo troviamo anche in Il ritorno di Corb (1925), dove un giovane sposo, già vedovo, si riaddormenta in una stanza d’albergo proprio dopo aver visto dalla finestra una statua di Orfeo. Una coincidenza che nasconde una convinzione riguardo al ruolo dell’arte: attraverso di essa possiamo avere un riflesso di quel mondo di cose che c’è ma che non riusciremo mai a raggiungere. Possiamo dare una sbirciatina, niente di più. E la reazione può essere duplice, come nel caso del giovane Corb, il quale, nel tentativo di raggiungere il confine tra vita e morte per recuperare il ricordo della moglie morta, si abbandona in un sorriso, che non sappiamo se di beatitudine o di follia.

Intrecciando le vicende biografiche di Nabokov, variazioni di questo tema si hanno soprattutto nei primi racconti successivi alla perdita del padre, ucciso a Berlino nel 1922 da un fascista russo. È il caso di Natale, dove un padre deve affrontare la perdita del figlio rievocando ricordi di cose che «sanno d’estate e di erba calda di sole»; è anche il caso di Dio, dove troviamo un altro padre convinto di poter comunicare con un altro figlio perso «perché le parole non hanno confini».

Questi sono tutti salti. Incursioni in mondi contenuti in altri mondi, come le matrioske russe. Salti fatti con l’aiuto dell’Arte, ma con la certezza che «sì, la Vita ha più talento di noi. (…) Quali trame escogita a volte! Com’è possibile competere con quella divinità? Le sue opere sono intraducibili, indescrivibili[5]».

Rinunciando al conflitto e all’azione come unica molla per innescare i racconti, Nabokov preferisce dipingere. Mettere in scena i movimenti, i viaggi e i salti di una singola vita, il percorso del passato di un eroe, le tappe del suo destino irripetibile e unico. Non si tratta nemmeno di psicologia. Sono sunti simbolici, ricami fatti sulla tela di momenti chiave dell’esistenza, spesso un amore o una perdita. Racconti affidati all’esattezza dei dettagli e a una scrittura autenticamente poetica che noi lettori dobbiamo interpretare e gustare entrandoci dentro, diventandone parte.

Alla fine, voltata l’ultima pagina, vorremmo ritornare in quelle storie. Ripartire dall’inizio con loro. Come un bambino che va a caccia di farfalle, ne prende una con il retino e, per il gusto di rifarlo, la libera per poterle correre dietro di nuovo. Una caccia bellissima e infinita.

 


[1] “Rileggere Barthes e Nabokov”, incluso in Cambiare idea; minimum fax, 2010

[2] Come sopra.

[3] Con l’eccezione di “Dio”, i racconti citati sono tutti tratti da Una bellezza russa e altri racconti, Adelphi, 2008.

[4] Gli esempi che seguono sono ampiamente approfonditi nel saggio di Priscilla Meyer “Nabokov’s Short Fiction” incluso in The Cambridge Companion to Nabokov, Edited by Julian Connolly, Cambridge University Press, 2005.

[5] È l’incipit de Il passeggero.

 

I racconti da Shakespeare dei fratelli Lamb

Illustrazione dalla copertina dell’edizione Penguin (Puffin Classics)

 

A volte le storie che accompagnano la nascita dei libri dicono molto più di ciò che effettivamente raccontano sulla pagina. Quella dietro Tales from Shakespeare (Racconti da Shakespeare) rientra sicuramente in questo caso.

Tales from Shakespeare, infatti, fu tante cose insieme. Oltre che un caso letterario di successo, fu un progetto editoriale intelligente e pionieristico, un’occasione di riscatto per una donna sfortunata e un esempio di innovazione letteraria. Fu anche un frutto genuino della poetica romantica. Un’espressione felice di un’idea non affatto scontata, ma molto cara a poeti, filosofi e letterati vissuti tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo: coltivare l’immaginazione può spalancare le porte della mente e amplificare la nostra capacità di conoscere rendendoci ricettivi, aperti e puri. Creatori e “poeti” per sempre. Immaginazione, dunque, come leva moltiplicatrice della conoscenza. I primi segni di un concetto che avrebbe fatto strada: quello del fanciullino, o “inner child”.

Ma andiamo con ordine. Di cosa stiamo parlando?

Tales from Shakespeare è una raccolta di adattamenti in forma di racconto di venti opere del genio di Stratford-upon-Avon. Fu scritta “a due mani” dai fratelli Charles e Mary Lamb sul finire del 1806 e pubblicata il Natale del 1807 facendo capolino per la prima volta tra gli scaffali della Children’s Library di William Godwin, famoso illuminista e padre di un’altra Mary; quella che avrebbe sposato il poeta Percy Bysshe Shelley e scritto Frankenstein in una notte buia e tempestosa al termine di una sessione di lettura di racconti di fantasmi.

Ora, se non siete studiosi di critica letteraria ma attenti lettori, potreste aver già incontrato Charles Lamb all’inizio di Una stanza tutta per sé, la famosa raccolta di saggi del 1929 in cui Virginia Woolf rifletteva sul rapporto tra la scrittura e l’essere donna. In quel libro prezioso l’autrice di Gita al faro rievocava con queste parole lo spirito raffinato e poetico del nostro autore:

«(…) tra tutti i morti, Lamb è quello il cui spirito è più affine al mio; colui al quale avrei voluto domandare: “Ditemi, come avete fatto a scrivere i vostri saggi?”. Perché i suoi saggi sono superiori persino a quelli di Max Beerbohm, pensavo, nonostante la perfezione di questi ultimi; hanno quelle fiammate incontenibili di immaginazione, quello scoppio, quel lampo di genio nel mezzo del discorso, sicché questo rimane spaccato e imperfetto ma costellato di poesia».

L’opinione della Woolf, che non a caso parlava di immaginazione e poesia, è ampiamente condivisibile. Lamb fu effettivamente una personalità fuori dal comune. Sperimentò con la poesia (tra gli altri, ebbe rapporti diretti con Wordsworth, Coleridge, Shelley e Hazlitt), scrisse per il teatro, fece ricerca storica ridando luce agli autori contemporanei messi in ombra dal genio di Shakespeare e inventò il genere del saggio umoristico e autobiografico. Una tipologia di scritto che più tardi, in epoca vittoriana, divenne un classico molto amato. Fu insomma quello che oggi chiameremmo un intellettuale illuminato, un letterato in grado di prendere le giuste distanze dalle correnti dell’epoca, assorbirne con lucidità il meglio e servirsene per esplorare vie diverse, nella lettura dei testi così come nel pensare progetti editoriali di largo respiro come, appunto, Tales from Shakespeare.

In questo caso, l’idea di scrivere una raccolta di racconti nacque dopo una deludente ricognizione in libreria fatta insieme alla sorella. Un’esperienza che lasciò Charles e Mary piuttosto contrariati. Com’era possibile, scrisse Charles nel 1802 al compagno di scuola e amico Samuel Taylor Coleridge, che i libri per bambini fossero così aridi? Com’era possibile che in quei tomi non ci fossero avventure, ma solo precetti, divieti e pedanterie? Dov’erano le storie? Dov’era il cibo per l’anima? Come sarebbero cresciute quelle piccole menti? Perché trattare i fanciulli come dei piccoli adulti lasciandoli in balia di un freddo nozionismo?

Quel che ci voleva, invece, era un tocco di wilderness. Ci volevano delle «wild tales», delle storie selvagge che scuotessero lo spirito dalla monotonia della vita quotidiana e fornissero una potente base per sviluppare le facoltà intellettive. Cibo per diventare magari adulti più consapevoli e aperti alle meraviglie del mondo.

Proprio a ravvivare la mente dovevano servire quei «riassunti imperfetti», come li chiamarono gli stessi autori nella prefazione della prima edizione. Secondo i Lamb, quei testi in prosa dovevano offrire ai bambini e alle bambine dell’epoca (queste ultime totalmente tagliate fuori dall’insegnamento scolastico e dalle biblioteche dei padri accessibili solo ai maschi) la possibilità di avvicinarsi all’eccellenza della letteratura inglese in modo totalmente diverso. Senza i moralismi e le ingessature pedagogiche di cui abbondavano i libri a loro dedicati, ma prendendo quelle stesse storie per quello che erano e sono ancora oggi per noi: dei portentosi strumenti per interrogare noi stessi e nutrire lo spirito.

Questa era l’ambizione. Tales from Shakespeare, però, rappresentava per Charles e Mary anche una cosa molto concreta: la speranza di un guadagno economico. Un balsamo con cui alleviare le sofferenze e le miserie che avevano lasciato tracce indelebili nei loro spiriti e nei loro fisici.

Passettino indietro. Nati in una famiglia povera, i due fratelli vissero i primi anni in una casa donata da un benefattore, rifugio che dovettero presto abbandonare alla morte del proprietario. Rimasti senza altri appigli per sopravvivere, i due ragazzi furono costretti a fare molti sforzi per assicurarsi un minimo di sostentamento. Per non finire in mezzo ad una strada, Charles iniziò a lavorare come impiegato per la “Compagnia delle Indie orientali” compilando libri mastri per i successivi trent’anni, mentre Mary imparò a cucire mantelli per signora, lavoro che odiava con tutte le sue forze e che alternava alla cura dei genitori, entrambi degenti.

A rompere quel fragile equilibrio, fu il crollo psicologico di Mary nel 1796, anno in cui a seguito di un eccesso di follia uccise la madre con una coltellata e ferì il padre. Dopo essere stata giudicata insana di mente, Mary fu rinchiusa per un anno in manicomio per poi essere affidata, una volta uscita, alla tutela del fratello, a sua volta vittima di diverse crisi e ricadute. Nonostante le difficoltà, Charles diede prova di abnegazione e amore fraterno e alla morte del padre si prese cura della sorella dividendo con lei la casa e le sue ambizioni letterarie.

Dopo la suddetta visita in libreria del 1802, fu proprio pensando alla fragilità di Mary che Charles stabilì la suddivisione del lavoro per Tales from Shakespeare. Per non aggravare ulteriormente la salute della sorella, decise di occuparsi dell’adattamento in prosa delle tragedie lasciando a Mary le commedie. I morti, il sangue versato, la follia non sarebbero state una materia semplice da rielaborare. In questo modo, giorno dopo giorno, lavorando allo stesso tavolo, uno di fronte all’altro, i due misero insieme i seguenti racconti:

La Tempesta, Sogno di una notte di mezza estate, Racconto d’inverno, Molto rumore per nulla, Come vi piace, I due gentiluomini di Verona, Il mercante di Venezia, Cimbelino, Re Lear, Macbeth, Tutto e bene ciò che finisce bene, La bisbetica domata, La commedia degli errori, Misura per misura, La dodicesima notte, Timone d’Atene, Romeo e Giulietta, Amleto, Otello e Pericle, principe di Tiro.

Ma che racconti erano? Cosa restava di Shakespeare nella forzata traduzione in prosa?

Leggendoli nel 2017, i racconti di Tales from Shakespeare non appagano chi già conosce e ama l’opera del Bardo, ma sorprendono molto per la modernità dell’approccio. Nella prosa non c’è la potenza immediata dei versi. Né quella magica stratificazione di immagini e parole con cui solo Shakespeare sapeva rendere il racconto dell’ambiguità umana. Al contrario, c’è invece un narratore onnisciente che si colloca al di fuori dell’azione, una voce rassicurante che offre una interpretazione univoca facendosi carico di spiegare ai giovani e giovanissimi lettori le ragioni del bene e del male.

L’operazione, tuttavia, non si riduce ad un generale edulcoramento, né dei fatti né della complessità della realtà. È piuttosto un sunto efficace dello spirito di quelle famose storie. Non ci sono lezioni, ma inserimenti intelligenti. Qua e là, ad esempio, Charles e Mary si permettono anche qualche nota di contesto. È il caso di Macbeth in cui Charles ricorda la successione delle casate sul trono d’Inghilterra o quello di Sogno di una notte di mezza estate, che Mary, facendo trasparire il suo tocco di donna, fa iniziare così:

«Molto tempo fa, nella città di Atene una legge accordava ai padri il potere di obbligare le figlie a sposare un pretendente scelto per loro; se una giovane rifiutava, la legge dava al genitore la facoltà di chiederne la condanna a morte; tuttavia, siccome i padri di solito non desiderano la morte delle figlie, anche se disobbedienti, questa legge veniva applicata molto di rado, o, per meglio dire, mai, anche se spesso i genitori se ne servivano per domare le figlie ribelli…».

“Riassunti imperfetti”, insomma, eppure profondamente rispettosi di Shakespeare, il quale rivive in alcuni virgolettati che riproducono fedelmente i suoi versi. A beneficio di letture future e più mature.

Tirando le somme, Tales from Shakespeare fu una raccolta di un grande successo che ispirò un nuovo modo di raccontare ai più piccoli. Charles e Mary Lamb divennero quasi dei divulgatori ufficiali di Shakespeare tanto che la loro opera venne apertamente lodata dal famoso circolo londinese di Bloomsbury, quello di Virginia, Leonard Woolf e innumerevoli altri artisti e intellettuali.

Dopo il successo di quella raccolta, Charles si dedicò anche ad altri progetti editoriali continuando ad occuparsi della sorella. Quando infine la follia di Mary si aggravò, pur di non lasciarla si trasferì con lei in una clinica psichiatrica privata morendo per le conseguenze dell’alcolismo a soli cinquantanove anni. Mary gli sopravvisse altri dodici anni, ormai totalmente pazza. Alla sua morte fu sepolta accanto al fratello nel cimitero di Edmonton nel Middlesex. Vicini, come erano sempre stati. Era il 1847. Il suo nome era stato incluso accanto a quello del fratello sul frontespizio delle Tales solo nel 1838, alla settima edizione.


Tales from Shakespeare, Charles and Mary Lamb; Penguin Classics, 2007

Racconti da Shakespeare, Charles e Mary Lamb; Bur Ragazzi, 2010

 

Un cenone molto particolare

Photo by La Repubblica.it

 

Sono le 21:30 del 31 dicembre. Intorno al grande tavolo del salotto di casa Di Biase i nove redattori di Tre racconti stanno discutendo delle cose già fatte, di quelle da fare e di quelle che devono ancora spuntare fuori. Le ultime settimane sono state pesanti. In ballo c’è il primo numero della rivista e qualcuno comincia ad avvertire la stanchezza. Tra un boccone e l’altro si fa il punto sulla copertina, sul piano editoriale e sulle letture per il prossimo anno.

Incredibilmente ci sono tutti. Ci sono Andrea Siviero e Davide Bovati, scesi dalle pianure nebbiose del Veneto e della Brianza, il Boschi dalla piovosa Liguria, le due toscane Paola e Linda, Simone dai castelli romani, Gaia dalla Capitale e persino Eleonora, atterrata due ore prima all’aeroporto di Capodichino, carica di esperienze e aneddoti dalla fredda e umida Dublino.

Maria è in piedi a capotavola. Davanti a sé non ha una lista di cose da fare ma una gigantesca insalatiera piena di fumanti spaghetti alle vongole. «Ragazzi, prima che questa cena sfugga di mano volevo dirvi che… vabbuò, come non detto, Simone vieni a fare le porzioni che qui mi scivola tutto. Diamoci anche una regolata perché in cucina c’è una montagna di pesce ancora da preparare. Come se fosse caduto dal cielo». In quel preciso momento, avvicinandosi al tavolo, Simone cambia espressione. «Praticamente è come la poesia di Carver…». Otto teste e sedici occhi si fissano su di lui. Silenzio. «Che c’è? È perché ho detto poesia? Mica adesso leggiamo solo racconti, no? Be’ in questa poesia Carver racconta che durante un’escursione in montagna con i suoi amici un’aquila perse il merluzzo che aveva appena catturato facendolo cadere con un gran tonfo proprio ai loro piedi. Come ha detto Maria, sembrò proprio “caduto dal cielo”. Ovviamente per Carver e compagnia non fu un problema. Presero il pesce e se lo mangiarono la sera stessa. Fosse stato per me avrei aggiunto solo un bel vino dei Castelli. Sarebbe piaciuto anche a Carver, che non era proprio un raffinatone in fatto di alcol».

Mentre i piatti passano di mano in mano sulla tavola, Linda alza il sopracciglio e ridacchiando ribatte. «Io invece a proposito di abbinamenti tra scrittori e vini avrei in mente una bella scenetta. Bellina, bellina. Sapete tutti della famosa rivalità Pisa-Livorno vero? Noi toscani non ne abbiamo mai abbastanza, siamo capacissimi di picchiarci in spiaggia ricordando battaglie avvenute secoli fa! Insomma, se per esempio avessi il pisano Antonio Tabucchi seduto con noi a tavola lo costringerei a mangiare il nostro bel cacciucco alla livornese innaffiandolo con un bel Bolgheri rosso. Come vogliono i puristi Livornesi! Boia deh, col cacciucco ci vòle il rosso, miha un bianco pisano qualsiasi!».

Silenzio. Di nuovo. Le mandibole lavorano. Eleonora dall’altro capo della tavola elenca i piatti in menù: «Pasta alle vongole, una spigola, il cacciucco alla livornese. Poi c’è l’insalata russa, un panettone, e il dolce che ho portato io. Ah, abbiamo anche un capitone vero?».

Andrea Siviero sta osservando l’albero di Natale. Mille lucine brillano a intermittenza proiettando lame dorate sulle decorazioni di cristallo. Il soffitto si riempie di riflessi colorati. Una danza di saette verdi, rosse e blu sopra otto teste ignare. Così dovevano apparire gli studi di Newton e quelli di William Herschel e Joseph von Fraunhofer mentre facevano i primi esperimenti con i prismi. Oh, se solo si potesse descrivere un linguaggio nuovo quell’arcobaleno segreto di luci! Che poi non serve neanche essere un poeta. Scienziati, scrittori. Dov’è la differenza? Non è forse sempre un lavoro dell’immaginazione in cui si dà corpo a un sogno di libertà e bellezza?

«Sì, l’anguilla l’ho portata io», dice Andrea girandosi improvvisamente verso Eleonora. «Tra l’altro adesso vi svelo perché. Inizialmente non sapevo come contribuire a questo cenone, ma poi mi sono ricordato di un racconto di Ricardo Piglia che si intitola Un pesce nel ghiaccio. È una specie di viaggio tra le pagine del diario di Pavese, Il mestiere di vivere, da cui è tratto il titolo, e i luoghi pavesiani in Piemonte. Poi, pensando a questo intreccio tra uno scrittore argentino e un mio conterraneo, mi è venuto in mente che a Napoli l’anguilla è il capitone. E quindi, eccolo qua!».

L’altro Andrea, Boschi, è un po’ sulle spine. Nascondendo il viso sotto una “cofana” di capelli spia nei piatti in cerca di qualcosa. «Ma tu non mangi gli spaghetti?», gli chiede Linda combattendo con un filo di pasta sfuggito alla forchetta. «Sì, ma credo che toglierò le vongole. Non è che proprio ne vada pazzo». Simone, che è seduto di fronte, ha sentito lo scambio. «Ma quel pacco sul divano è tuo, Andrea?». «Ecco dov’era! Ragazzi vi devo fare una confessione». Di nuovo otto paia di occhi si puntano su di lui. «Io in realtà sono vegetariano». Sedici sopracciglia si alzano. «Non sarai mica vegano?», domanda Paola perplessa. «No, ma sono parecchi mesi che ho rinunciato, anche se quei cibi mi piacciono un sacco. Per questo avevo portato una cosa. Nel pacchetto che ho lasciato sul divano c’è la farinata di grano col pesto. Volevo farvela assaggiare…».

Simone interessatissimo si alza subito dalla sedia, recupera il fagotto e lo mette al centro della tavola. «Non ne avevo mai sentito parlare, che roba è? ». Andrea si siede «innanzitutto è una cosa buonissima e poi è solo savonese. A questa cosa ci tengo perché non la sa nessuno. Sono tutti convinti che sia un piatto genericamente ligure, ma in realtà no. E quei buzzurri dei genovesi manco lo sanno! Prendete… c’è da sviluppare una dipendenza di quelle brutte per quanto è buona. Roba alla Irvine Welsh, non so se rendo l’idea. Lui, che di dipendenze se ne intendeva si sarebbe venduto l’anima al diavolo per una sola forchettata!».

Toc, toc. TOC. SBAAAM!
Paola guarda le due sedie vuote accanto a lei. Due minuti prima erano occupate. «Ma dove sono finite Linda ed Eleonora? E che cos’è ‘sto rumore?», chiede voltandosi in ogni direzione.
Simone: «In cucina, stanno cercando di disincrostare il pesce dal sale, ma pare serva un piccone. Sarà un lavoro per scienziate. Che dite un ingegnere e un fisico basteranno? Forse dovresti andare anche tu Andrea. Un chimico potrebbe agevolare l’operazione».
Siviero: «Posso pure andare ma il pesce sarà fresco?».
Davide, scherzandoci su: «Appena tirato fuori dal ghiaccio Siv!».
Gaia: «Fresco: pescato da poco, sano, in forma, fiorente, arzillo, vigoroso, vivace, pimpante…».
Maria: «Fermatela vi prego!».
Davide: «Non è che sei già ubriaca Gaia?».

Paola: «Ma se è quasi astemia! Non ti ricordi che quando ha intervistato O’Ceallaigh era l’unica con l’acqua sul tavolino mentre lui e tutti gli altri bevevano vino? E l’acqua non era neanche gasata ma naturale! Oh, a proposito… a voi v’ho portato il vin santo e du’ ricciarelli al cioccolato. Senza scarafaggi dentro, però! …Ché? Non vi ricordate di quando vi raccontai che Cortázar in un suo racconto, Circe, obbliga il povero Mario a mangiare un dolcetto al marzapane preparato da Delia con uno scarafaggio dentro?».

Andrea Siviero è assorto nei suoi pensieri. Secondo me non è mica tanto fresco ‘sto pesce qui. E poi mi manca la polenta. Forse se mi propongo come cuoco Davide mi segue… aveva parlato del Toc, quella cosa micidiale a base di burro, formaggio e che altro ancora? Bah, no, stavolta sto zitto. E però un vin brulé mica ci starebbe male. Il guaio è che non c’è il camino. Non c’è la nebbia. No, non si intonerebbe alla situazione. Sto, dai, sembra brutto.

«Siviero guarda che ti ho sentito». Maria sbuca dietro la sedia di Andrea che non si era reso conto di aver parlato a voce alta. «Questa è una cosa che non avresti detto se fossi stato uno dei personaggi di McEwan. Lui ragiona proprio in questo modo, distingue sempre tra vittima e carnefice. Prendi Cortesie per gli ospiti, per esempio, considerato da tutti il libro più inquietante che ha scritto. L’hai letto, sì? Oppure hai visto il film, quello con Christopher Walken? Comunque, brevemente: c’è una coppia, Mary e Colin, e c’è una coppia, Robert e Caroline. I primi due incontrano il terzo, bellissimo, elegantissimo, e tra un bicchiere di vino e l’altro, Robert racconta un po’ della sua vita, e quindi anche di Caroline. Il giorno dopo s’incontrano a piazza San Marco. Sì, non l’ho detto, siamo a Venezia. S’incontrano, e Robert invita Mary e Colin a casa, a conoscere Caroline. La mattina dopo, senza sapere come e perché, Colin e Mary si svegliano in una camera da letto e sono nudi. Succedono un po’ di cose, Colin e Mary si accorgono che Caroline ha subito degli abusi dal marito, Robert tira un pugno nello stomaco a Colin, Colin che però si sente di nuovo attratto da sua moglie Mary, come non gli capitava da tempo, in un modo un po’ strano e abbastanza perverso. Sai com’è, no? Insomma, il punto, il punto vero, di tutta la questione, è: “Mai far arrabbiare il padrone di casa”».

Gaia non ascolta, guarda dritto davanti a sé. Punta gli occhi sullo scaffale della libreria che le sta di fronte. Appena sfiorato dalle fronde pungenti dell’albero di Natale, spunta il tomo enorme de I Fratelli Karamazov. Si distingue benissimo in mezzo agli altri libri più piccoli. Si sa che a Maria piacciono le storie brevi e quel volumone tra i volumini è un po’ come un leone in mezzo a un branco di gattini. Dostoevskij, però, è vicino a Dubus. Una doppietta niente male davvero. Gaia avrebbe proprio voglia di leggere un bel romanzo russo, forse recupererà Il maestro e Margherita. Lo ha cominciato tre volte ma stranamente non lo ha mai finito. Il fatto è che lì dentro, nei russi, c’è tutto. Nei Karamazov c’è l’uomo, il diavolo, l’amore, la povertà, la società, c’è Dio e la morte di Dio e a pensarci bene ci sono anche un sacco di zuppe di pesce. A questo punto vorrebbe proprio dire qualcosa di intelligente ma la fame ha il sopravvento e dalla bocca esce solo una domanda: «Dov’è l’insalata russa? Non l’avevo posata sul tavolo prima?».

«Ma perché “russa”, deh, mica dorme? Che origini ha?», chiede Linda. «Non ne sono sicura, ma penso fosse un piatto di un famoso chef francese che lavorava in alcuni famosi ristoranti di Mosca. Da lì, non so come, pare si sia diffuso in Liguria per poi entrare come piatto tipico della vigilia di Natale sulle tavole campane. Io so solo che ne vado pazza! È un miscuglio di verdure lesse tagliate a cubetti e condite con abbondante maionese. La può mangiare anche Boschi. Ah no! Dentro c’è anche il tonno. Sorry Andrea». Andrea alza le spalle. Il suo piatto è vuoto. Andato il primo, il secondo, il primo contorno e anche quello dopo. La pancia è già piena.

Eleonora intanto mette al centro il dolce, fa nove porzioni tutte uguali e spiega. «Se vi state chiedendo cosa sia è un Christmas Pudding! È un dolce tipico della tradizione irlandese e ovviamente non l’ho fatto io ma la mia padrona di casa perché bisogna farlo cuocere sei ore e prepararlo 48 ore prima! Non esattamente alla mia portata». «Ma che c’è dentro?», chiede Simone alzando la forchetta. «Fai prima a chiedermi cosa non c’è, ma quello che conta è che è buono. Ora che ci penso, viene anche mangiato dai commensali nel racconto I Morti di Joyce, solo che lì i personaggi non bevevano vino ma birra. Uh, manca la salsa al brandy per accompagnarlo, vado a prenderla in cucina. Vi pare che gli irlandesi possano rinunciare all’alcol in una portata?». «Be’ – risponde Simone – io sul brandy non ho mai obiezioni».

Mentre Eleonora passa a tutti le coppette con il Pudding, Davide comincia a tagliare il panettone a fette mormorando tra sé «mmm, il panettone non bastò? Bastò eccome, invece!». Sentendosi osservato, alza lo sguardo e vede Maria che lo scruta dietro il cestino della frutta secca: «Cosa dici Da’ ?». «Uhm, niente pensavo solo a Buzzati. Lui scrisse il racconto Il panettone non bastò, e penso che qui è esattamente l’opposto. Abbiamo mangiato troppo e su questa tavola c’è ancora cibo a sufficienza per un…».  Troppo tardi, la sua voce è superata da quella di Boschi e Simone, che sentendo già l’effetto del brandy, si alzano da tavola e trascinano Linda verso il centro del salotto cantando a squarciagola Sunshine on Leith, in onore di Irvine Welsh.

My heart was broken, my heart was broken

Sorrow Sorrow Sorrow Sorrow

My heart was broken, my heart was broken

You saw it,

You claimed it

You touched it,

You saved it

My tears are drying, my tears are drying

Thank you Thank you Thank you Thank you

My tears are drying, my tears are drying

Davide li guarda. Ha ancora il panettone in mano. Forse vorrebbe essere altrove, proprio come il suo adorato Buzzati che era obbligato dai parenti a stare in famiglia quando avrebbe preferito scappare a Cortina con la sua giovanissima moglie. Ma forse, dopotutto, a lui piaceva stare al caldo con zie, e amici. Magari proprio con una fetta di panettone in mano. «Eleonora, di’ la verità. Preferivi una canzone degli U2?». «Eh eh eh forse sì, ma di quelle vecchie. Dopo gli anni ’80 non c’è più niente di vero in Bono! ».

La TV trasmette la solita diretta dalle piazze italiane. Una gigantografia di John Lennon e Gandhi fa da sfondo ad una nutrita fila di starlette strizzate in costumi da bagno tempestati di paillettes e cantanti degli anni ’70 con triplo strato di cerone sul viso. Vecchi e giovani con niente in comune tranne che una dentiera finta scandiscono il conto alla rovescia. Manca un minuto e mezzo alla mezzanotte.

Andrea Siviero: «Questa sì che è una scena veramente postmoderna…».
Davide: «Intendi in TV? Ma stai pensando più al Sudamerica o a Wallace?».
Andrea Siviero: «Mmm, è decadenza comunque».
Boschi: «È tutto un po’… tutto a cazzo».
Maria: «Ecco, questa cosa l’ho sempre pensata. Ma secondo voi…».
Simone: «Certo che quel costume è veramente…».
Davide: «Già».
Maria: «Ehm.., il postmoder…».
Boschi: «…ridottissimo. Praticamente illegale. Céline ci avrebbe pianto su quelle gambe».

Gaia guarda i ragazzi che guardano la TV. Sta pensando a dove sta andando tutta l’insalata russa che si è mangiata. Sta anche pensando che certe cose non cambieranno mai. È la vita. Sono maschi. E lei è una lei. Maria, invece, ha rinunciato a fare discorsi seri e soprattutto a capire se il postmodernismo esista o meno, se è una corrente o un movimento, americano, sudamericano o universale. Sbuffando comincia a pensare a come riordinare. In un raptus organizzativo compulsivo afferra il carrello, lo carica all’inverosimile e imbocca decisa il corridoio circondata da un micidiale sferragliare di posate e vassoi traballanti. «Okkei ragazzi chi li porta i piatti? Magari ci dividiamo i compiti, tipo catena di montaggio. Ragazziiii…!!?» Quand’è già davanti alla lavastoviglie, Maria si volta e nota che nessuno l’ha seguita. Esce dalla cucina e rientra in sala da pranzo. Il tavolo è ancora incredibilmente ingombro di cose. Il piatto di Davide brilla come fosse d’argento. Non c’è nessuno. La casa sembra deserta. Qualcuno ha tolto il volume della TV.

«Accidenti! Mannaggia a me e quando mi lancio in queste cose. Me lo dice sempre Lui…».
Improvvisamente dal balcone arriva un urlo.
«Maria. Maria! MARIAAAAA!». Paola si precipita dentro.
«EH, ah ma siete qui. Che c’è!?»
«Ma che facevi di là? Sognavi a occhi aperti?».
«Ma io veramente stavo…»
«Maria i fuochi! Muoviti che te li perdi!»
«Arrivo… mi è preso un colpo! È che per un attimo ho pensato ve ne foste andati tutti».
Davide: «Dai Maria che stappiamo lo spumante. I bicchieri li abbiamo già presi».
«Ma come sapevi dove prenderli?».
«Boh, non lo so ma li ho trovati lo stesso».
«…»

Cinque, quattro, tre, due, unooooo AUGURIIIIIII. Buon 2017!! …♪♫ …Brigitte Bardot, Bardot…♫♪ … da qualche parte, è partito un trenino. Il grande classico di capodanno!

Davide stappa lo spumante. Il tappo schizza in alto, sbatte sul soffitto, rimbalza sulla fronte di Simone poi sulla ringhiera del balcone e rotola giù in strada finendo la sua corsa sotto una macchina. Perso per sempre, addio cimelio del primo anno. I redattori alzano i calici e brindano allegramente. Cominciano i fuochi d’artificio.

Siviero con il cellulare in mano: «Mmm non viene niente. Sto cercando di fare una foto, ma non viene niente.»
Davide: «Seeeee, faccio prima a disegnarli io! Però non dirlo a Maria che poi me lo fa fare veramente… lo sai com’è fatta. Idea uguale fuoco alle polveri».
Simone: «Sinceramente io mi accontento di guardarli. Guarda come brillano».
Siviero: «Ma sì dai. Godiamoceli per bene. Niente filtri».
Linda: «Insomma sto panettone mi tocca finirlo da sola… Deh, ’un si po’ mica buttare nulla
Boschi: «Smezziamo?».
Linda guarda il cielo: «Uh, bellini i fohi».

In un angolo.

Paola: «Chissà dove saremo il prossimo anno. Tu che dici Eleonora?»
Eleonora: «Non ne ho la più pallida idea. So solo che ho fatto una fatica bestiale a starvi dietro, ma oggi sono proprio contenta di stare qui».

In un altro angolo.

Gaia: «E pensare che io ci sono nata ma a volte la odio questa città…”
Maria: «Eh, la napoletana de Roma”.
«…però i fuochi li ho sempre amati. E come li facciamo noi non li fa nessuno”.
«Come quando noi parliamo di racconti”.
«Quelli sono botti. È che siamo passionali. Ribolliamo e poi esplodiamo. Saltano i tappi. Come il Vesuvio. Tu poi…».
«Io cosa?!?».
“Niente, niente…».
«Parla e non fare le facce, Mutone!»
«mmm»
«…»
«…»
«Sì, sono proprio belli i fuochi”.
«Buon anno Capa».
«Buon anno anche a te… Abbraccio collettivo?”
«Ora non esageriamo”.

«…» [sorridendo]

«…» [sorridendo]

THE END

(but the best is yet to come)

 

Il Simenon che non mi aspettavo

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Georges Simenon a Parigi

Georges Simenon è uno degli autori più prolifici di sempre. Lavorando ininterrottamente in una sola giornata poteva scrivere fino a 80 cartelle e consegnare al suo editore un romanzo breve in poco più di dieci giorni. Nato a Liegi nel 1903, diventa cronista per la Gazette de Liège poco più che sedicenne e in breve tempo, grazie alla pratica quotidiana imposta da quella professione, acquisisce la capacità di rielaborare fatti e storie in maniera asciutta. Pone insomma le basi di quel che sarà il suo caratteristico stile. Una scrittura semplice e diretta, priva di qualunque ricerca di effetto stilistico. Uno sguardo che registra quasi in maniera cinematografica, un realismo essenziale, privo di fronzoli, quasi crudele, l’abilità di costruire un mondo intero fatto di stradine e nebbioline, solo a tratti squarciato da colori violenti. Personaggi, spesso umili, in preda ad ossessioni che man mano sembrano quasi gonfiarsi sotto gli occhi del lettore per poi scoppiare fragorosamente una volta giunti all’inevitabile epilogo, spesso tragico. Anime in pena sotto cieli cupi e minacciosi. Una voce narrante che non partecipa e non giudica ma talvolta vibra di compassione.

Tutto questo, ovviamente, troverà una sintesi “alta” solo anni dopo, quando Simenon verrà definito «un Balzac privo di lungaggini» per quel suo indubbio talento nel costruire con uno strano minimalismo un mondo coerente e riconoscibile. Eppure molto del suo carattere è già intuibile nei primi scritti.

Proseguiamo, però, lungo il filo biografico. Alla fine del 1922, dopo gli esordi come cronista, ritroviamo Simenon a Parigi. Nella capitale francese fa il primo salto di qualità e inizia a scrivere sotto vari pseudonimi, e con un ritmo che ha dell’incredibile, le sue di storie. Sono romanzetti popolari, come egli stesso li avrebbe definiti più tardi, scritti per ogni tipo di pubblico, «per imparare il mestiere» o «far piangere le ragazze e le vecchie signore»[1]. Testi di varia lunghezza con titoli eloquenti come Dolorosa, I pirati del Pacifico, Libidinosa, Il nano delle cascate ecc ecc… In soli tre anni, dal 1923 al 1925, alcuni stimano abbia scritto addirittura oltre 700 tra racconti e romanzi commerciali collaborando con 14 riviste diverse.

Leggende a parte, come un artigiano versatile e creativo, Simenon rivela un’inventiva praticamente infinita sperimentando fino alla fine del decennio, quando matura propositi più precisi. È solo tra il 1929 e il 1930, infatti, che Simenon diventa veramente «le phénomène Simenon», come lo ribattezzò Robert Brasillach giornalista e critico molto famoso dell’epoca. Nel 1929, nel corso di una navigazione dei canali del Nord della Francia che compie con una chiatta da lui stesso acquistata scrive il racconto Pietr le Letton (Pietr il Lettone), dove fa la sua prima comparsa il personaggio di Maigret, il commissario al quale lo scrittore deve gran parte della sua immensa popolarità. È il primo pezzo di una produzione sterminata di storie che forgeranno un immaginario letterario e cinematografico e si stamperanno nella testa dei lettori e degli spettatori di tutto il mondo fungendo da modello per i commissari che verranno dopo, Montalbano compreso.

Ma andiamo avanti. Negli anni Trenta Simenon prosegue le sue fortune alternando racconti di genere ai primi «romanzi duri», gli scritti che segnarono l’inizio della sua seconda vita letteraria, quella di scrittore serio. Appartengono a questo periodo, ad esempio, Cargo (1935), Il testamento Donadieu (1937), Fauburg (1937). Da leggere se ci si vuole fare un’idea. E se non vi fidate di me, fidatevi almeno di Camilleri che ha incluso proprio questi titoli in una sua lezione sullo scrittore belga. Simenon a questo punto è cresciuto e vuole fare un ulteriore salto di qualità conquistandosi un posto tra i grandi del canone francese. Alla fine del decennio, ormai affermato e relativamente ricco, il Nostro giura di non scrivere mai più racconti polizeschi e di abbandonare per sempre Maigret. Qualcosa, però, si mette di traverso. Il suo editore Gallimard gli comunica che la carta costa (la guerra è alle porte e nel 1940 Parigi verrà occupata dai tedeschi), ma che la casa editrice farebbe volentieri uno sforzo in più se solo avesse un altro Maigret per le mani… Riluttante e con il dubbio di mettere a rischio la nuova immagine che si sta costruendo, Simenon cede e negli anni successivi resuscita il suo fortunato commissario… e anche qualcos’altro.

Ed è a questo punto che arrivo io. Essendo curiosa (ogni lettore in fondo lo è) ed essendo abituata al Simenon duro di Cargo, Il clan dei Mahé (1945),Tre camere a Manhattan (1946), Il piccolo libraio di Archangelsk (1956) e di Le campane di Bicêtre (1962), mi lancio ignara ma fiduciosa nella lettura di L’uomo nudo e altri racconti, tre storie scritte tra il 1938 e il 1940 (proprio dopo il caldo invito di Gallimard) recentemente riproposte da Adelphi, impegnata da tempo nella ripubblicazione della titanica opera di Simenon.

Ebbene, mi è bastata qualche pagina per capire che avevo tra le mani il libro di un autore sconosciuto, o almeno un’altra faccia inedita di uno scrittore che nella mia testa pensavo di aver compreso. E invece, niente tragicità del quotidiano, niente ossessioni personali, niente solitudine, nessuna traccia di atmosfere psicologicamente opprimenti. Solo tre storie. Tre semplici storie di genere poliziesco. Personaggi rassicuranti, pieni di difetti molto umani, alle prese con casi da risolvere. E poi un abile gioco di cliché. La Parigi umida e fredda, le ballerine di un locale, i caffè con uomini che leggono il quotidiano comodamente seduti ai tavolini, il fumo di una pipa, la femme fatale, un medico di campagna che non dice proprio tutta la verità, la pazza che in realtà non lo è, amori negati, travestimenti e via dicendo. Tutto il campionario mostrato con maestria e mestiere al lettore.

“Ma che roba è?”, mi dicevo continuando la lettura. “Dov’è il mio Simenon?”. “Chi è questo autore che vuole bene ai suoi personaggi, è quasi affettuoso con loro e con il lettore?”. “Dov’è quella fredda e spietata grandezza?”. “Cosa sono queste storielle?”.

Poi sono arrivata all’ultima pagina, ho chiuso il libro e ho fatto diverse ricerche scoprendo tutto quello (e anche di più) che vi ho raccontato fin qui. Le mille vite di un scrittore nato come giovane cronista alla fine della prima guerra mondiale. Uno scrittore insaziabilmente curioso che si è inventato il suo personale apprendistato scrivendo, scrivendo, scrivendo e ancora scrivendo. Di tutto. Un grande nome della letteratura che nonostante le ambizioni legittime che coltivava teneva i piedi per terra e non dimenticava di essere anche un intrattenitore. Una penna al servizio di un pubblico che, proprio per questo, lo adorava e lo adora ancora oggi.

L’uomo nudo e altri racconti, in effetti, è puro intrattenimento. Consigliatissimo a chi vuole imparare a scrivere i dialoghi strizzando un occhio allo schermo. È un efficacissimo spin-off di Maigret in cui Simenon mescola gli stessi ingredienti ma con una voce più scanzonata. Non c’è il grande commissario, ma il suo ex braccio destro Torrence che si è messo in proprio fondando la rinomatissima Agenzia investigativa “O” in Rue du Faubourg Montmartre. Ad affiancarlo nella risoluzione dei casi è il giovane e dimesso, ma solo in apparenza, Émile, che si rivela essere la vera testa pensante dell’agenzia. Niente toni esasperati o psicologia profonda. Uomini semplici alle prese con il mistero di turno.

A prevalere qui è un tono di voce, affettuoso verso le sue creature, gli investigatori e i galoppini che li accompagnano. È un Simenon affabile che sfoggia un po’ di humour e persino una insolita vena sentimentale. È insomma un Simenon che si diverte! Che poi, in fondo, è quello che conta ed è quello che ogni tanto anche noi lettori chiediamo. Giusto per staccare la testa da altro.

 


[1] Un’ora con Georges Simenon. Intervista di Ettore della Giovanna (1963) RAI – Da YouTube

 

 

«Vivere è un’altra cosa». Intervista a Philip O’Ceallaigh

Photo by Owen CL

 

Roma, quartiere San Lorenzo. In un tardo pomeriggio di ottobre sferzato a sorpresa da un violento scirocco, incontriamo Philip O’Ceallaigh per una libera chiacchierata su Appunti da un bordello turco, raccolta con la quale ha debuttato in Italia qualche mese fa grazie all’occhio lungo della neonata Racconti Edizioni.

Irlandese di nascita e giramondo di indole, O’Ceallaigh ha il suo percorso di vita e di scrittura disegnato su una cartina geografica. Per anni (classe 1968) viaggia tra Romania, Russia, Spagna, Kosovo, Georgia e Stati Uniti. Tra un lavoro e l’altro legge molto, soprattutto cose americane. Si stabilisce poi a Bucarest nel 2000 facendo una scelta di vita opposta a quella dei tanti lavoratori che invece partono proprio da lì, dall’Europa dell’Est, verso i Paesi più ricchi in cerca di fortuna.

Nei trenta minuti che trascorriamo con lui, e durante la successiva presentazione alla Libreria Giufà, capiamo diverse cose. Ad esempio che l’idea di “fare carriera” non lo hai mai interessato e che, per sua stessa ammissione, è pigro. Calmo, talvolta flemmatico, si concentra molto mentre spiega le sue ragioni e se lo si punzecchia bene esce volentieri dalla sua laconicità irlandese. Non ama le barriere (e forse non è un caso per uno che vive all’Est) e ha un debole per gli autori che coltivano una certa vena autobiografica e metaletteraria. Gli scrittori un po’ brutali, alla Bukowski; quelli che non si fanno problemi a parlare di cose noiose o a mettere a disagio il lettore.

In Appunti da un bordello turco, ovviamente, c’è il riflesso di tutto questo, ma ci sono prima di tutto diciannove storie diversissime tra di loro. Le storie di uomini e donne (ma soprattutto uomini) alle prese con il tentativo di far quadrare i conti delle proprie esistenze mentre sullo sfondo va in scena lo squallore della periferia. Palazzoni grigi di dieci piani che cadono a pezzi e un’umanità inquieta e frustata fotografata benissimo dalla frase riportata in quarta di copertina: «Se ti vuoi fare un’idea di come se la passa una città devi andare a vedere i suoi margini. Il centro ti dirà che tutto va bene. La periferia ti dirà il resto».

Prendendo la palla al balzo, quindi, proviamo a chiedergli cosa gli dice Roma, ma ci ferma subito dicendo che essendo pigro (appunto) non ha fatto passeggiate. Allora viriamo speranzosi sulla notizia della giornata, il Nobel a Bob Dylan. La sua risposta non ci sorprende granché, ma è solo l’inizio di una stimolante conversazione sul senso della scrittura e sul perché anche una cosa semplice come guardare cadere la pioggia può trasformarsi in un atto di ribellione e forse, in fin dei conti, di amore.

 

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Domanda obbligata Philip. Che ne pensi del Nobel per la letteratura a Bob Dylan?

Ne sono veramente contento perché quest’uomo e la sua musica sono stati una costante fonte di gioia e ispirazione per me. Lo è stato quando ero un ragazzo e nei successivi trent’anni. Non conosco un altro cantautore popolare così creativo in termini di stile e musica e così in grado di esplorare qualsiasi genere folk, gospel, country, rock, blues. Ha fatto tutto ed è stato incredibilmente versatile. In alcune fasi della carriera è stato maggiormente legato alla tradizione poetica e narrativa presente nel folk americano, mentre in altre è stato capace di esprimere una sensibilità poetica moderna tutta sua. È stato versatile anche nel registro del linguaggio e nel modo in cui ha combinato questo con la musica.

Questa notizia mi fa felice anche perché è un riconoscimento alla poesia, che oggi è confinata in una specie di ghetto. Nelle università è entrata in un canone, è studiata e analizzata freddamente sulla pagina, ma in realtà in passato la poesia aveva una sua dimensione sociale, era legata alla musica alla preghiera, era una cosa viva. Forse il comitato del Nobel sarà criticato per aver fatto qualcosa di popolare, ma per quanto mi riguarda è una scelta interessante.

Quindi non pensi che la musica è una cosa e letteratura è un’altra?

Credo che questi confini siano ormai decisamente artificiosi. Sono costruzioni accademiche. La gente è ossessionata dai confini, dalle classificazioni, come quella tra racconti e romanzi. A loro modo, invece, sono tutte forme poetiche.

Ci sono tanti modi in cui le parole possono trovare una loro collocazione e un loro senso sulla pagina. In alcuni racconti prevale la storia, in altri ci sono descrizioni che però servono a riflettere su alcuni aspetti. Poi ci sono racconti come quelli di Bruno Schulz che hanno un certo grado di invenzione linguistica e raccontano anche attraverso le illustrazioni dello stesso autore. Per me non ha più senso vedere barriere.

Però c’è una differenza di linguaggio tra racconto e romanzo.

La differenza sta nel diverso livello di attenzione richiesto al lettore. I testi più corti sembrano suggerire una lettura più lenta. Per questo quella dei racconti è una forma più letteraria e meno popolare. Richiede un’attenzione speciale anche rispetto al come è costruito. Per la poesia vale ancora di più. La poesia richiede una lettura ancora più lenta. All’opposto, più ci si avvicina al romanzo, più si scivola in una forma di narrazione commerciale.

A proposito di scrittura, per te che cos’è? È una forma di resistenza alla realtà? O piuttosto una ricerca personale, una forma di istinto?

Scrivere, come leggere, richiede attenzione e la disponibilità a rallentare. Già questo contraddice il ritmo frenetico con cui viviamo quotidianamente perché siamo costantemente portati a fare sempre più cose e sempre più velocemente. In un certo senso quindi sì, scrivere è una forma di resistenza e leggere è come fermare il tempo e riflettere sulle cose. Mentre lavoravo ai racconti ne ero consapevole, a modo mio. La scrittura era un rifugio dalla confusione e dell’assenza di senso della mia vita. Era un sollievo sedermi nella mia stanza e lavorare al materiale grezzo delle mie esperienze cercando di dare loro una forma.

L’altro giorno ero a casa a Bucarest e pioveva fortissimo. Ho aperto la finestra, mi sono messo a osservare le luci e ho sentito gli odori. Era bellissimo. Scrivere è un po’ la stessa cosa. È riconsiderare le cose da un luogo protetto, ritirarsi in uno spazio sicuro per prendere le misure di quanto ci accade. Osservare la pioggia avendo un tetto sulla testa è bello. Non è come un’esperienza reale, che invece è difficile, dolorosa, scomoda. L’arte e la filosofia in qualche modo ti insegnano a guardare da una prospettiva, a coltivare una distanza, un distacco. Vivere, insomma, è un’altra cosa. La pioggia te la prendi tutta in testa.

C’è anche un lato estetico in tutto questo.

Sì. C’è anche un certo piacere nell’osservare la nostra esistenza “da fuori”. Faccio un altro esempio. L’altra sera guardavo Sieranevada, un film rumeno in cui ci sono molti scambi apparentemente senza senso tra i personaggi, dialoghi comunissimi, cose senza importanza. Il punto, però, è che quando sei in mezzo alle cose non te ne accorgi, eppure quando guardi tutto questo fluire di cose banali seduto comodamente in poltrona dà un certo piacere. Osservare le cose da lontano è bello, in un certo senso ci nutre. Essere in grado di replicare questo distacco è la chiave.

A proposito di distacco artistico. Se penso a te nel libro ti identifico nel personaggio del ragazzo pazzo che fa giardinaggio nel secondo racconto, Nel quartiere. Forse è l’unico personaggio veramente coerente con se stesso.

In realtà tutti i personaggi in quel racconto cercano di fare qualcosa che abbia senso. Anche i due uomini che cercano di coprire una buca, così come quello che prova a scrivere a fine giornata sono coerenti. Nel quartiere è un collage di diverse cose scritte negli anni. Non è stato scritto avendo in mente un romanzo ma è diverso dagli altri racconti perché ha molti personaggi e diverse prospettive. È lungo quanto doveva essere. Sapevo di dover lasciare quel posto (il palazzone di dieci piani dove Philip ha vissuto e che funge da ambientazione al racconto, n.d.r.) e volevo scrivere qualcosa per ricordarmelo, quindi ho raccolto tutte queste storie e le ho compresse in un’unica giornata connettendole l’una con l’altra. Nel quartiere l’ho scritto piuttosto velocemente. È stato il racconto più lungo ma non il più difficile da scrivere.

E qual è stato il racconto più difficile da scrivere? (Intanto nel bar dove siamo seduti suonano una canzone di Tom Waits. “Il prossimo Nobel”, si scherza…).

Per alcuni ci ho messo diversi anni e ho fatto diverse stesure. Direi che i più difficili sono stati Mentre affondo e Riportare i fatti.

Due racconti in cui non sembra esserci tanta speranza. Nel tuo mondo sembra impossibile instaurare rapporti solidi. Gli incontri tra gli inquilini del palazzo di Nel quartiere sembrano avvenire più una questione di pessima idraulica che per una reale volontà di condivisione.

Mi chiedo se sono io incline a vedere tutto questo o se fosse un riflesso dell’ambiente in cui mi trovavo. Non saprei dire con certezza da dove arriva. Certo l’ambiente in cui mi trovavo era molto duro, così come le persone che mi circondavano. Le città dovrebbero aggregare, ma a volte fanno esattamente l’opposto e la conseguenza è che le persone non possono fare altro che collidere tra di loro. A Bucarest è ancora così, ma allora in particolare era un posto duro con gente molto frustrata che viveva in periferie dove tutto era distrutto e cadeva a pezzi. Io mi sono trasferito lì nel 2000, dieci anni dopo la caduta del comunismo e c’era un senso vero di decadenza, di disintegrazione delle cose. Nulla di nuovo veniva costruito e questa disintegrazione esterna corrispondeva ad una disintegrazione sociale. Una situazione piuttosto demoralizzante.

Tu usi immagini forti. Descrivi il palazzo dove si svolge la seconda storia come «una sala d’attesa per idioti terminali».

Sì, diciamo che non ti sentivi proprio una cima vivendo lì e il dramma è che nessuno poteva andare via per ragioni economiche. Io ho comprato la casa dove stavo per cinquemila dollari e quella era diventata la mia postazione per interpretare la mia esistenza. Vero, era piuttosto difficile come situazione, ma era anche stimolante perché mi permetteva di osservare certi aspetti della vita nella loro forma grezza e senza che niente le attenuasse.

Ora una piccola provocazione (intanto ci portano il vino). Devo ammettere di aver desiderato un punto di vista femminile. Soprattutto nel racconto che dà il titolo alla raccolta. Come mai non lo hai inserito?

Non è stata una decisione conscia o almeno non era questo il punto. Per un certo periodo sono stato interessato alle dinamiche uomo-donna, ma poi ho perso interesse. Volevo il conflitto vero. Ad un certo punto ho capito che potevo trarre il massimo scrivendo storie da un punto di vista che sfidasse il lettore, raccontando di personaggi di cui non condividevo necessariamente il modo di agire. Ho sempre ammirato gli scrittori in grado di far questo. Quelli che sembrano non mettere a loro agio i lettori, che li provocano e li sfidano.

Ci fai qualche nome?

Quando ero all’inizio del mio percorso, ho letto molte cose, soprattutto americane. Era la fase in cui cercavo di capire quale potesse essere lo stile in grado di adattarsi meglio a quello che volevo scrivere. Dovendo fare i nomi direi Hemingway, Bukowski, Carver, Céline, Hamsun, Miller. Sono scrittori diretti, piuttosto autobiografici in quello che scrivono e nel come lo scrivono. «Brutal», come piace a me.

 

A conversation on “Paradise” with David James Poissant

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Photo by Davide Bovati

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Italian version

The headquarters of NN Editore are located in a classic Milanese courtyard framed by balustrade houses. David is already there. He welcomes us, offering drinks, as we were guests in his home. The temperature is atrociously hot so we accept the offer right away. Soon, his kindness and friendliness put us at ease and all participants feel free to ask their own questions.

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In your collection of short stories we’ve noticed the presence of a “domesticated” landascape: we see outskirts, highways with the popular diners (a typical American topos) but there is no trace of clash with the wild side of nature. Even with wild nature, unexpected in large cities, everything is calm and enjoyable. Do you agree?

Yes and no (he is smiling). What I am trying to show in a couple of stories is the weird tension existing in America. We invaded many places where animals used to live. For example, I live in Orlando and thirty miles down the road there is Disney World: this is really insane! We built a castle on a swamp and this doesn’t make sense simply because we dont’ belong there. This is the strangest thing! At night I like to take walks to help me think. In the neighborhood, I can still see deers and armadillos, while in the past it was easy to come across hogs and bears that ran away because they were frightened by humans. Of course, there still are many birds, turtles and alligators; an alligator is essentially my neighbour. There are many ponds in Florida too, even if you can’t see them. One aspect is particularly important to me: there are animals that we can keep with us, pets like dogs and cats, and those we cannot keep with us.  

In Lizard man, for example, the protagonist tries to keep an alligator in a cage and this is something that people try to do for real in Florida! The result is that every year someone ends up on the TV news after trying to keep an animal at home which should be not domesticated. And these people are even surprised when they are bitten. “Watch it! It’s an alligator, not a pet!” We tend to consider certain spaces to be ours. We think they are not wild, but the reality is that wilderness is so close to us: it is close to us but it doesn’t belog to us. Have I answered your question?

Yes you have. I had another question on animals. They seem to be “domesticated” too: the buffalos in the reserve or the Moster of Gila closed in a box, they don’t belog in those places. All interactions between men and animals don’t take place in the typical wilderness one would expect (another American topos). How do you feel about that?

Well, I was tying to express a certain kind of sadness. The Gila monster in a box and the alligator in a cage are two examples. We tend to use animals for our purposes while they should simply live their lives. I wanted the title of this collection to be like a story speaking to me. In the last story I wonder whether animals have a soul or whether there is a God for them too. I don’t have an answer. I grew up in Georgia, in the suburbs, and now I live in a more rural part of Florida and still it is not wild. I don’t know wilderness the way other writers do. Other writeres are doing very well about that but they live in an other part of America.

An other peculiar thing is that some characters have a grotesque aspect. Dan, the protagonist of The Heaven of Animals, has a scar on his face and one of his ears is missing a piece. The same for the girl in Amputee, of course. What are you looking for in these characters? Why did you choose them?

I love Flannery O’Connor. She was very interested in the idea of Southern grotesque and in the gothic genre, but other things I really love come from good movies and good TV shows. The Wire, for example, is one of my favourite TV shows. The protagonists of that series were real people, they really lived in Baltimore, where the action was set, and they were not beautiful people. At the opposite, when you watch Friends, for example, you have fun but the fact is that the beauty of the protagonists is totally unrealistic! Who has six friends who look that good? It is a sort of fantasy land. I was born in a working class family. My father was a roofer, he put shingles on top of houses. I did that for a summer and it was the most awful work! It’s so hot and your knees get the grip on the shingles like they are tied one to the other. I was born in New York and when I was six years old I moved with my family to Atlanta where my father began to earn more money. We became more middle class, but I still feel a deeper connection with the working class people. So what I really wanted to do was to tell the stories of the ones who are not “beautiful”. Those people deserve to have their stories told, no matter what abilities or disabilites they may have.

We know that you are writing a novel. Could you tell us what is the difference between writing a novel or a short story? Is it more difficult to write a novel?

It’s both harder and easier. On the one hand the first draft of a novel takes so much longer to be done. I can write the first draft of a short story in a couple of days or in two weeks so that I can spend the next month doing corrections: you have the whole thing in your head while you’re composing it. Instead, the first draft of the novel took me two years! When you write three hundred or four hundred pages, you simply cannot remember what you wrote at page one hundred, it’s impossible. There are many repetitions and this requires more review. On the other hand you can write and then chek everything better because it is a single piece and in four or five years it is finished. The Heaven of Animals took nine years to be completed. Even though each story is short, to get all of the stories right in a book takes longer than a longer novel that has only one story. Does that make sense?

About Italy… Have you ever read an Italian author’s work?

Calvino! I read his collections and I particularly love his inventiveness. There are a couple of stories in my book that have that kind of weird feeling; as is the case with The Baby Glows or What the Wolf Wants and I think everybody likes to explore in a more magical world.

This is curious because Italy is not a country known for short stories even if something is changing in the publishing industry. However some of the greatest Italian writers of short stories writers, like Buzzati or Calvino, wrote imaginary stories and very often the protagonists were animals.

I must read them then! It is interesting because in America we have the same problem with short stories; they are not appriciated like novels are. And I have a couple of friend who say the same thing. Everybody loves novels! Of course I love both forms. I love writing and reading both novels and short stories, but there is something about the stories that meakes them special. It is the density, the economy of the language. You can create a perfect story. When you have five thousand words there is no excuse to not have every word perfect and in the right place. A novel is much longer and it won’t be perfect. I have never read a perfect novel. I have read many good novels but in all of them there is still something I would change in some way.

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After meeting with the public and the speech of the translator, Gioia Guerzoni, at Libreria Verso, and with the welcomed help of an unspecified number of beers and glasses of wine, we become human again and start speaking about TV shows…

…Oh yes, you mean the woman in Olive Kitteridge, the one who plays the Sheriff  in Fargo…? Well, she is the wife of one of the Coen brothers!

Really? Now I understand why she is in every movie!

(we laugh out loud)

Da un cono gelato fino in America

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Photo via Pexel – www.pexels.com

Prendiamo una mattina di ordinaria “corsa ai saldi” in un affollato centro commerciale romano. L’aria che respirate è quel caratteristico mix di mancanza di ossigeno, puzzo di fritto e profumo per ambiente troppo dolce. Facciamo che non ce la fate più a fare lo slalom tra carrelli e famigliole sguaiate con pargoli incontrollabili al seguito e facce genitoriali appese, arrese al caos e al disagio. E ora guardatevi voi, in cerca di tregua, che vi muovete come anime in pena tra le decorazioni kitsch stile crociera popolare del primo piano. Kitsch come solo i centri commerciali sanno essere. In testa una domanda: Perché?.

Siete prossimi al tracollo psicologico. Il bambino che vi sta fissando da più di trenta secondi mentre lecca un enorme e gocciolante gelato al cioccolato vi spinge ad allontanarvi a razzo dalla vetrina di quella boutique di abbigliamento di alta gamma che vi piace tanto. Più in fretta di quanto non vi abbiano già suggerito tutti gli zeri di tutti quei cartellini dei prezzi messi insieme e schierati davanti a voi. Tanti zeri quanti sono i soldati dell’esercito di terracotta di quel famoso imperatore cinese, tanto per rendere l’idea. Ma niente. Anche davanti a un battaglione di zeri, nella scala del terrore vince per KO il pargolo cono-munito.

Improvvisamente, nel pieno dello sconforto, scorgete un posto deserto, fresco, ancora non in debito di ossigeno. Luci soffuse, niente musica house. È una libreria! La guardate con somma gioia ringraziando la vostra buona stella urlando dentro di voi: “Sììì, grazie al cielo sono un lettore!”.

Entrate con un sorriso a cinquantadue denti e un gratitudine calda che trabocca dal vostro cuore. Vi mettete a curiosare tra gli scaffali mezzi vuoti senza meta. Nessuno che vi dice che nel caso sono lì ad “aiutarvi per qualsiiiiiaaaasi cosa”. Ah, la gioia della ricerca calma e solitaria! Dopo poco scorgete un volumetto della Mattioli 1885. In copertina il nome e il faccione rassicurante a tinte morbide di Henry James e un titolo: La pensione Beaurepas. Aprite il suddetto volume e apprendete che si tratta di una raccolta e che oltre al racconto che le dà il titolo sono inclusi Un fascio di lettere e Il punto di vista. Tre racconti! Un raggio di luce scende su di voi pieno di pace e di promesse. Facendo attenzione potete persino sentire un coro di angioletti riempire lo spazio circostante.

By the way, leggete le prime righe e vi sentite a casa:

«Non ero ricco, anzi, e mi avevano detto che la pensione Beaurepas era a buon mercato. Mi avevano anche spiegato che una pensione era il posto ideale per studiare la natura umana. Volevo fare carriera letteraria…».

Tombola! In trenta secondi siete alla cassa con il bancomat in mano. Non capite neanche voi come sia arrivato fin lì. Il coro di angioletti sale come in un crescendo rossiniano del Guglielmo Tell. Con il volumetto in mano vi fiondate per la scala mobile fendendo la folla come foste un sacerdote in mezzo agli Indios da convertire e il Verbo da diffondere. Ignorate le urla, i sacchetti che vi urtano le gambe e il puzzo di fritto. Del bambino cono-munito non v’è traccia. Salite in macchina e sorridete scoprendo che alla riga dodici James cita il vostro adorato Balzac e la magnifica scena di apertura di Père Goriot… «la pensione bourgeoise» di Madame Vauquer nata De Conflans. Un pezzo di cinema scritto su carta e quanto di più caro avete tra i vostri ricordi universitari.

Nelle ore successive, una volta a casa sulla vostra poltrona preferita, nella posizione che solitamente assumete per leggere e che somiglia a quanto più di fetale possiate fisicamente riprodurre, scoprite tante altre cose.

Ad esempio che vi mancava una certa sinuosità di scrittura, che Henry James non è quello che avete letto in Daisy Miller e che in questi strani racconti state su un confine. Un confine elegante tra culture, tra menti, tra generazioni, tra lingue. Sono racconti particolari, uno è addirittura costruito con uno scambio di missive. Una cosa che non vi era mai capitato di leggere. Era forse dai tempi di Dracula che le lettere non vi facevano quell’effetto.

A pagina trentanove poi succede quella cosa che somiglia ad una magia. Il libro sembra parlare esattamente a voi. Uno dei personaggi che fino a quel momento non vi aveva particolarmente ispirato si gira verso di voi, che siete ormai comodamente affondati nella poltrona, e come fosse Kevin Spacey in House of Cards ma molto meno cattivo vi guarda negli occhi e vi parla.

Desidero fermarmi un po’ – solo un po’. Abbiamo di certo fatto moltissimo, possiamo anche riposarci un attimo; fare una pausa. È proprio così che mi sento – vorrei fermarmi solo un po’, aspettare! Ho visto tanti cambiamenti. Adesso vorrei assorbire, assorbire – trattenere, trattenere.

Oh, grazie signora Church! Vi sentite decisamente dispiaciuti per averla giudicata male… Il punto è che avevate bisogno proprio di quello. Dopo mesi trascorsi a leggere racconti a raffica in cerca di qualcosa di intelligente da scrivere sul nuovo blog, queste parole sono come acqua fresca. Stavate smarrendo la vostra strada, vi eravate persi, presi dall’ansia di essere aggiornatissimi, originalissimi e pieni di tutti gli “-issimi” che solitamente vi buttate addosso.

Ma ora è chiaro: trattenere è l’idea che porterete con voi. Quella che vi sosterrà nei momenti in cui vi sentirete abbattuti, indietro rispetto al resto del mondo. James vi ha fatto ricordare che fare le cose deve andare di pari passo con il dare un senso a quelle stesse cose. Un senso e un valore a ciò che leggete e al perché le leggete.

In quei tre racconti, però, non c’è solo questo. Sono molte le cose che avete… assorbito. Potreste fare una lista infinita. Avete trovato un passaggio in cui si riflette sul fatto che imparando una nuova lingua “non sai che cosa puoi dire finché non ci provi”, un altro in cui un uomo medita sul “piacere della gradualità” di un corteggiamento e su quanto questo sia almeno pari alla sensazione di “abbattere il fortino” della ritrosia femminile. Avete provato tenerezza per una signora che pensava di riuscire a portare con sé convenzioni e reputazione come fossero vestiti stipati al sicuro in un baule. Avete solidarizzato con un giovane di Boston stanco dell’«acqua con ghiaccio» compulsivamente servita in un albergo americano, mentre ripensa con nostalgia agli angoli della sua Parigi e alla ragazza che lì ha lasciato. «Ci siamo trovati, e per un attimo questo è bastato. Adesso l’ho persa; mi dispiace, perché amava stare ad ascoltarmi. Se n’è andata; non la rivedrò più. Amava stare ad ascoltarmi; riusciva quasi a capire!».

E poi la cosa che vi ha fatto definitivamente capitolare persuadendovi che quel libro stava veramente parlando a voi. Uno scambio di impressioni tra un signore inglese e una ragazza americana che per la prima volta vede la sua terra natìa sporgendosi dalla ringhiera della nave in procinto di entrare nella baia di New York. La ragazza si vanta di aver imparato il “napoletano” e scalpita perché non vede l’ora di conoscere il nuovo mondo e di buttare via il vecchio, mentre il suo interlocutore, più esperto e smaliziato, mostra maggiore cautela confidandole che dopotutto di cose belle ne ha viste. Le porterà con sé avendole sapute “trattenere” a suo tempo: «Le isole? Ah mia cara signorina, io ho visto Capri, ho visto Ischia!».

Trattenere, conservare, fare tesoro. Non volare sulle parole, ma cercare il significato, farlo decantare dentro di sé come un vino buono. Non consumare, ma lasciarsi trasportare. Ecco quello che cercate. Ecco quello che i grandi autori sanno fare. Osservare sotto la superficie delle cose e mostrarle senza dire. Per fissare e regalare qualcosa all’anima.

Concludo con una nota di metodo. Ho usato la seconda persona plurale perché volevo portarvi con me. Da lettore a lettore. Volevo che sentiste la gioia che ho provato nel trovare quello di cui avevo bisogno. Un istinto di fuga e poi l’approdo in un porto sicuro. In un certo senso è quello che auguro anche a voi e che spero si realizzi ogni volta che deciderete di leggere Tre Racconti. Noi, di sicuro, ce la metteremo tutta per non deludervi.