Mese: aprile 2017

L’Italiano di Thomas Bernhard

«Non c’è nulla da celebrare,
nulla da condannare, nulla da denunciare,
ma c’è solo da ridere,
tutto è ridicolo quando si pensa alla morte».

È sempre molto difficile scegliere da quale libro cominciare quando decidiamo di leggere un autore per la prima volta, magari perché ce ne ha parlato bene qualcuno che stimiamo o perché abbiamo letto una recensione che ci ha incuriositi, oppure perché il suo nome è spuntato, all’improvviso, durante una conversazione tra amici di letture e ci siamo sentiti a disagio – e anche un po’ ignoranti – dato che non ne avevamo mai sentito parlare prima.

Ma è ancora più difficile, credetemi, consigliare a chi ce lo chiede da quale libro, raccolta, lavoro teatrale iniziare per conoscere Thomas Bernhard, perché è da questa nostra semplice indicazione che il lettore «a digiuno» dovrebbe, quanto meno, farsi un’idea sul suo stile, sulle tematiche ricorrenti, sulle ambientazioni predilette dall’autore, ecc.

La faccenda si complica ancor di più quando, per noi (per me, in questo caso), Bernhard è un autore essenziale, irrinunciabile, inclassificabile, amato, letto e riletto; quando i suoi testi campeggiano fieri sulla nostra mensola preferita (e personale) di casa e vengono periodicamente sfogliati (oltre che spolverati con estrema cura); quando siamo disposti ad organizzare delle trasferte romane infrasettimanali pur di assistere ad una rara – anzi rarissima – sua rappresentazione teatrale, in compagnia di quei pochi amici che, come noi, amano i suoi drammi, che poi sono anche commedie; quando interroghiamo periodicamente tutti i motori di ricerca a nostra disposizione, a caccia di un articolo, un saggio, una foto, un’intervista, una citazione che lo riguardi; quando ci sentiamo parte di una «confraternita bernhardiana segreta» cui possono affiliarsi soltanto coloro che hanno letto tutti i suoi libri e che da questi hanno tratto linfa vitale, si sono divertiti e sono stati folgorati dal suo incessante e ossessivo flusso di parole; ma, soprattutto, quando ci sentiamo degli eletti perché abbiamo saputo cogliere quello che ai più sfugge leggendolo per la prima volta: il talento indiscusso di questo austriaco, burbero e in apparenza molto pessimista, nel rendere ogni storia – seppur drammatica – un concentrato di ironia, un autore capace di regalare pomeriggi di immensa gioia e serate di grasse risate e di buon umore a teatro.

Per fortuna, Thomas Bernhard si è misurato sia con la forma breve – il racconto – che con il romanzo, ha scritto poesie, molti testi per il teatro ed anche un’autobiografia, per cui la scelta può essere indirizzata su più fronti. Ma, attenzione, Bernhard è un autore da assumere in piccole dosi, soprattutto all’inizio!

Un ottimo punto di partenza, in questo senso, potrebbe essere la sua prima opera tradotta e pubblicata in Italia nel 1981, una raccolta di tre racconti edita da Guanda, L’italiano. In questi brevi racconti si colgono già alcuni dei temi cari al nostro autore e si ha anche un primo esempio del suo personalissimo stile, reiterante e musicale.

«Più si avvicinava il giorno del rilascio dal penitenziario, più Kulterer aveva paura di tornare da sua moglie». Questo è l’incipit del primo racconto, che prende il titolo dal suo protagonista, già sufficiente a strapparci un primo sorriso. Kulterer è un uomo sempre contento di tutto tranne che di se stesso, che di notte scrive le storie che gli vengono in mente e di giorno le legge ai suoi annoiati compagni di cella. Sta per essere scarcerato ma, ancor prima di uscire, avverte già la nostalgia dell’unico luogo dove si è sentito libero, lontano dalla famiglia: la sua cella. Per Bernhard, infatti, la famiglia è la rovina di ogni essere umano. In questo primo racconto troviamo in nuce quello stile che lo contraddistingue, fatto di frasi che cambiano di significato cambiando solo una semplice congiunzione, «si poteva venire assegnati ad un lavoro più pesante o ad uno più schifoso oppure ad uno più pesante e più schifoso, quando ci si rendeva colpevoli di qualcosa», oppure di frasi ripetute in forma ossessiva e solo apparentemente uguali perché, a ben guardare, esprimono concetti molto diversi se non addirittura contrari. Come queste:

«Col tempo, dopo le riflessioni, confrontandosi col suo delitto, la sensazione di essere oppresso si era mutata in quella contraria di essere libero. Si basava sul ragionamento che il “libero” non è libero e che il “non libero” non è non libero.”Dov’è il limite della libertà e come è fissato?” si chiedeva. Era un ragionamento così chiaro che, la prima volta che lo fece, gli vennero i brividi. “Ora sono libero!” poteva dirsi. «Prima non avevo mai avuto la libertà!”.»

L’Italiano, il secondo racconto, introduce invece due elementi ricorrenti nelle sue storie:

1) il suicidio – talvolta, la morte accidentale – di uno o più parenti dell’io narrante, di cui al lettore viene data notizia fin dalle prime righe o pagine della storia, ma di cui verranno difficilmente svelate le ragioni o spiegate le cause;

2) un personaggio eternamente impegnato a scrivere un’opera scientifica o culturale che sarà di vitale importanza per l’umanità intera ma che non riesce mai a vedere la luce, perché continuamente oggetto di sgradite e penose interruzioni, rinvii o correzioni.

Nella sua autobiografia, a proposito del suicidio, Bernhard scrive:

«Ho una certa esperienza nel trattare con questa parola. Non c’era conversazione o insegnamento da parte sua [n. d. r. del nonno] che non si concludesse con l’inevitabile constatazione che il bene più prezioso degli uomini è quello di potersi liberamente sottrarre al mondo mediante il suicidio, di potersi uccidere come e quando ne hanno voglia».[1]

Bernhard, per fortuna, non mise mai in pratica le speculazioni e i consigli del nonno paterno; in compenso, i suoi libri pullulano di personaggi che grottescamente hanno vissuto e altrettanto grottescamente si sono sottratti alla vita, per tema di affrontarla.

Infine, il terzo racconto Al limite boschivo, ambientato nella locanda di uno sperduto paese di montagna, ha come protagonisti due giovani e misteriosi amanti, che alla fine si riveleranno essere altro da ciò che appaiono. La montagna rappresenta una delle ambientazioni preferite dall’autore e la ragione la ritroviamo ancora una volta nella sua autobiografia:

«Poi sono rimasto per mesi in un sanatorio di alta montagna. Davanti a me c’era sempre la stessa montagna. […] E lì, per totale noia, ho pensato di scrivere, perché semplicemente non si può stare sempre lì, sdraiati di fronte a una montagna e non far nulla, visto che non mi potevo certo muovere…».

La montagna come occasione e origine di tutto.[2]

***

Sia nei racconti che nei romanzi di Bernhard, la trama non è molto importante, lo sono di più i pensieri, le riflessioni dei singoli personaggi, che spesso si esprimono attraverso monologhi interminabili e ossessivi, con cui denunciano di essere stati costretti a o sul punto di effettuare delle scelte o a subirne delle altre. Ironicamente parlando, per questo autore, la scelta migliore rimane sempre quella di andare verso la direzione opposta rispetto a quella che il buon senso o le convenzioni sembrano indicare.

Figlio di una ragazza madre, che decise di partorire in Olanda pur di sfuggire allo scandalo per poi ritornare in Austria insieme al bambino, Bernhard visse un’infanzia tutto sommato felice insieme ai nonni materni; fu introdotto alla musica e all’arte dal nonno, una delle due figure più importanti e decisive per la sua formazione, oltre alla «donna della sua vita» – come chiamava Hedwig Stavianicek -, una cinquantacinquenne conosciuta a diciotto anni e con la quale trascorse molti anni, viaggiando e condividendo tutto, fino alla sua scomparsa.

Si ammalò precocemente di tubercolosi, trascorse mesi e mesi in vari sanatori, ricevette perfino l’estrema unzione ancora adolescente, conobbe e disprezzò il nazismo, inveì per anni contro la grettezza dello Stato austriaco, visse in uno stato di precarietà e di prossimità con la morte per tutta la vita, dichiarò spesso di aver pensato al suicidio.

Nelle sue opere, tutto questo dolore misto a disagio è stato trasformato in una serie di storie esilaranti, al limite della follia ma intrise di ironia. Detestava molte cose, era un misantropo ed anche un eccentrico, ma amava la vita e questo, leggendolo, alla fine lo si comprende, tanto da non poterne più fare a meno e di diventare un nostro amico, anche se un tantino snob.

 


[1] Autobiografia di Thomas Bernhard, Adelphi, pag. 462-463

[2] Come sopra, pag. 573

«Scrivere è una reazione al mondo». Intervista a Paolo Zardi

Paolo Zardi

 

Ho incontrato Paolo Zardi presso la Libreria Zabarella di Padova, nel mese di febbraio, in occasione della presentazione della proposta editoriale di Racconti Edizioni. È stato un incontro molto interessante in cui si è discusso del racconto nell’editoria contemporanea e, più in generale, di editoria indipendente. Il piacevole confronto con Paolo e la redazione di Racconti Edizioni si è protratto oltre lo spazio della libreria e si è spostato nei locali dello spritz e poi al ristorante. Solo a tavola il discorso ha superato i confini della letteratura per approdare a un tema molto più alto: il tradizionale ragù de anara («di anatra» N.d.t) del basso Veneto. Da quella serata è nata una corrispondenza elettronica che ha generato questo dialogo intorno alla scrittura di racconti.


Paolo, partirei dagli esordi. Perché hai scelto la forma racconto, almeno per quanto riguarda i primi testi che hai pubblicato?

Fino a 35 anni ho letto molto, e scritto in modo saltuario e senza alcuna consapevolezza; poi, nel 2006, ho scoperto il mondo del blog. Ho scritto post di varia natura; quindi sono passato ai miei ricordi e, una volta finiti, ho iniziato a inventare storie. La lunghezza era quella tipica dei blog – una o due cartelle, una misura sopra la quale i lettori di Internet rinunciano a leggere. Erano racconti, in effetti, ma dietro la scelta di questa lunghezza c’erano motivi molto pratici.

Quando ho deciso che mi sarebbe piaciuto scrivere un romanzo – ed è successo quasi subito, già nel 2007 – ho scelto di affrontarlo come se fosse una sequenza di racconti. Questo approccio, sbagliato, ha fatto sì che i miei primi due romanzi non siano mai stati presi in considerazione da alcun editore; in compenso, invece, la Neo Edizioni ha apprezzato una raccolta che avevo messo in piedi nel corso degli anni e l’ha pubblicata. Dal punto di vista editoriale, il fatto che io sia uscito prima con i racconti e poi con un romanzo, La felicità esiste del 2012, è dipeso dal particolare percorso che ho seguito.

Al di là di questo, comunque, sento che la forma del racconto è più vicina al mio modo di scrivere e di immaginare le storie. Quando mi concentro su qualcosa di lungo, devo lottare con mille errori che inevitabilmente continuo a commettere – una certa rigidità nei passaggi tra una scena e l’altra, la perdita del ritmo, i personaggi un po’ macchiettistici. Nel racconto, invece, mi sento a mio agio. Anche la qualità del tempo che riesco a dedicare alla scrittura – ritagli tra il lavoro e la famiglia – sono più adatti alla scrittura di storie brevi.

 

Come nasce un tuo racconto? Quali sono gli elementi che di solito ti colpiscono e muovono la tua immaginazione?

 La genesi del racconto è quasi sempre molto lunga. Il punto di partenza è un piccolo evento che intercetto nella vita reale, un’increspatura, uno scarto improvviso, un improvviso cambio di prospettiva. Di questi spunti, ne ho registrati moltissimi – ce ne sono alcuni che ho in mente da quasi dieci anni – ma pochi di questi diventano racconti. L’incubazione è lentissima, quasi un processo di macerazione. Le domande che mi pongo riguardano il modo con il quale questo evento inaspettato diventa concreto: che caratteristiche deve avere il soggetto che vive questa esperienza, in quale contesto, con quali conseguenze. Questo processo avanza per approssimazioni successive, o, per essere precisi, attraverso delle “simulazioni”: verifico, tra me e me, come sarebbe il racconto se ad esempio il personaggio fosse un uomo sulla quarantina con famiglia e vedo che succede; se non mi convince, inizio a variare alcuni dettagli. Mi interessa molto la voce con cui verrà raccontata la storia – è un aspetto centrale, ed è tanto più importante quanto più breve è il racconto: anche su questo aspetto faccio diversi tentativi. Questa attività di incubazione, di macerazione, questa conservazione delle idee in botti di legno nascoste in cantine sotterranee, può durare anni e spesso si sblocca in modo inaspettato. E quando ho finito, quando sento di avere la storia in mente, so esattamente cosa voglio scrivere: la fase “esecutiva” della scrittura è veloce e concentrata – due ore la mattina, due la sera e ho finito.

 

Quanto è importante per te la lettura nella tua esperienza di scrittore? Quali sono i tuoi autori di riferimento? Quanto ritieni abbiano influenzato il tuo stile di scrittura e il tuo approccio all’osservazione della realtà che ti circonda?

Ho iniziato a leggere prestissimo, a quattro anni, grazie a mio fratello più grande che andava alle elementari, e aveva deciso di insegnarmi tutto quello che sapeva. Ho letto tantissimo, e di tutto: fumetti (quelli che ricordo di più sono le lunghe storie di Hugo Pratt, i quindicinali della Marvel, i polizieschi di Dick Tracy e i suoi terribili avversari pubblicate da Il mago, le strisce di B.C. e quelle di Mafalda, della quale mio padre mi regalò l’opera omnia, e i Peanuts, e gli albi di fantascienza), le poesie di Gianni Rodari, libroni di archeologia e spedizioni avventurose, manuali per ragazzi di astronomia, di biologia, di scienze, e i quotidiani e i magazine che giravano per casa, e poi romanzi e racconti che trovavo nell’enorme libreria di casa mia. Ero un onnivoro, e lo sono ancora, a dire il vero.

Scrivere è una conseguenza di tutte queste letture, ma non è un esito scontato. Da ragazzino scrivevo, anche se con poca convinzione, e poi per tanti anni sono stato zitto. Un amico mi ha detto che secondo lui ho iniziato a scrivere “veramente” quando sono diventato padre, e tutto sommato mi pare un’ipotesi realistica.

I miei autori di riferimento sono numerosi: da ragazzo ho amato Kafka e Kundera; poi, più adulto, Flannery O’Connor, Philip Roth, Nabokov, Martin Amis, David Foster Wallace, Flaubert, Čechov, Céline… Sono tutti autori caratterizzati da un approccio “ironico” alla scrittura, e da una voce con una forte personalità. Da ognuno di questi scrittori ho imparato qualcosa, e ognuno mi ha influenzato in misura molto più rilevante di quello che vorrei ammettere.

L’osservazione della realtà è il punto di partenza di ogni scrittura – scrivere è una reazione al mondo. Il passo successivo, però, è trasfigurare la realtà, camuffarla, travisarla e mistificarla, e soprattutto organizzarla secondo le esigenze dei racconti o dei romanzi. Nessun romanziere è mai stato un “realista” in senso stretto. In una lettera che Stevenson scrisse a Henry James nel dicembre del 1884, c’è forse il riassunto più preciso del mio punto di vista: “La vita è brutale, incoerente, sconnessa, piena di catastrofi inesplicabili, illogiche e contraddittorie. La vita inoltre lascia tutto sullo stesso piano, fa precipitare i fatti o li trascina indefinitamente. L’arte, invece, consiste nell’usare precauzioni e preparazioni, nel predisporre transizioni sapienti e dissimulate, nel mettere in piena luce, attraverso la pura abilità della composizione, gli avvenimenti essenziali, conferendo a tutti gli altri il rilievo adeguato.”

 

Qual è il tuo approccio da lettore alle riviste e alle antologie di racconti? E, secondo te, possono essere una valida vetrina per uno scrittore esordiente?

Cerco sempre di mantenere un occhio aperto sul mondo delle riviste e delle antologie, che rappresentano un termometro dello stato di salute della narrativa contemporanea. La mia esperienza personale nel mondo dell’editoria inizia proprio con la pubblicazione di un racconto in un’antologia di autori esordienti curata da Giulia Belloni, talent scout particolarmente attenta a intercettare gli scrittori absolute beginners. Quell’antologia, che si intitolava Giovani cosmetici e che aveva ricevuto una certa attenzione dalla stampa nazionale, mi ha consentito di entrare in un ambiente completamente diverso dal mio, e soprattutto di conoscere persone che poi ho continuato a frequentare, e che sono risultate fondamentali per il mio percorso di autore (tra tutti, Francesco Coscioni, allora solo autore, che poco dopo fondò la Neo Edizioni, la casa editrice con la quale sono cresciuto).

Il caso dell’autore che invia il manoscritto del suo romanzo a un editore e viene immediatamente pubblicato è abbastanza raro – il mondo editoriale è abbastanza impermeabile alle novità. Le antologie e le riviste rappresentano quindi un buon modo per fare le prime, necessarie esperienze.

  

Tre Racconti che consiglieresti a un aspirante scrittore.

Ci sono moltissimi racconti che ho amato, ma dovendone scegliere tre, partirei da Greenleaf, un racconto tra i meno celebri di Flannery O’Connor, autrice statunitense attiva tra gli anni quaranta e i primi anni sessanta, vera maestra del genere; in questo, c’è un finale che, a mio parere, rappresenta uno dei punti più alti mai raggiunti dalla narrativa di tutti i tempi.

Il secondo è un classico: La signora con il cagnolino di Čechov. Sublime. I due personaggi che si muovono in queste pagine malinconiche hanno un grado di esistenza che supera di gran lunga quello della maggior parte degli esseri umani che ogni giorno incrociamo nella vita reale.

E, infine, Mi basta l’aria, un racconto di Marina Sangiorgi, un’autrice che ho conosciuto proprio grazie all’antologia Giovani cosmetici e che purtroppo ci ha lasciati ancora giovane. Non è mai stato pubblicato ma si trova facilmente in rete – uno squarcio di umanità quasi insostenibile.

 

 
Autore di racconti e di romanzi, Paolo Zardi ha esordito nel 2008 con un racconto inserito nella raccolta Giovani cosmetici curata da Giulia Belloni (Sartorio). In seguito ha pubblicato due raccolte di racconti per i tipi di Neo Edizioni: Antropometria (2010) e Il giorno che diventammo umani (2013). Ha curato l’antologia L’amore ai tempi dell’apocalisse (Galaad, 2015). Nel 2012 ha pubblicato il suo primo romanzo La felicità esiste (Alet) e in seguito ha pubblicato tre romanzi brevi in ebook: Il signor Bovary (Intermezzi, 2014), Il principe piccolo (Feltrinelli Zoom, 2015) e La nuova bellezza (Feltrinelli Zoom, 2016). Il 2015 è l’anno di XXI Secolo (Neo Edizioni), finalista al Premio Strega e tradotto in spagnolo con il titolo Las chimeneas ya no echa humo (Tropo Editores, 2016). Alcuni suoi racconti sono stati tradotti in inglese e pubblicati sulla rivista Lunch Ticket dell’Università di Antioch (Los Angeles). Il suo ultimo romanzo, La passione secondo Matteo, è uscito a marzo 2017 per i tipi di Neo Edizioni. Il suo blog è grafemi.wordpress.com.

 

The Easter Rising

 

La ricorrenza pasquale è legata a un avvenimento molto importante della storia irlandese: il 24 Aprile 1916, lunedì di Pasqua, iniziò la rivolta per l’indipendenza dalla Gran Bretagna. La lettura della proclamazione della Repubblica Irlandese e l’occupazione dell’ufficio postale in O’Connell Street segnarono l’inizio della ribellione che sarebbe stata sedata dall’esercito britannico sei giorni più tardi in un bagno di sangue. Molti partecipanti furono giustiziati a morte e tra questi James Connolly che guidava l’Esercito dei cittadini irlandesi, figura di spicco nella storia della ribellione irlandese.

A testimonianza di ciò che diventa l’uomo in tempi di guerra, occorre ricordare che Connolly era su una sedia a rotelle e che gli ufficiali inglesi, per umiliarlo definitivamente, decisero di sparargli dopo averlo legato saldamente alla sedia. Questi giorni, ricordati come The Easter Rising, furono solo l’inizio del cammino verso la Repubblica che venne proclamata nel 1923. La testimonianza letteraria di questi fatti ci è stata lasciata da Frank O’Connor, lo scrittore irlandese legato alla ribellione e alla guerra civile irlandese per antonomasia.

Frank O’Connor registrato all’anagrafe come Micheal O’Donoval nasce a Cork nel 1903 ed è uno dei nomi di spicco tradizionalmente associati alla forma del racconto breve. Carver, ad esempio, lo inserì nell’elenco degli scrittori che lo ispirarono maggiormente e utilizzò spesso i suoi racconti come oggetto delle lezioni universitarie. L’autobiografia di Frank O’Connor[1] fu invece citata da John Fitzgerald Kennedy per descrivere gli sforzi compiuti durante le missioni spaziali. Proprio in quel testo infatti O’Connor raccontava che da ragazzo passava molto tempo ad attraversare le campagne irlandesi con i suoi amici e che quando si trovavano di fronte ad un muro molto alto, per darsi coraggio, lanciavano al di là di questo i propri cappelli: a quel punto l’unica cosa che potevano fare era superare il muro e andare a riprenderli. Kennedy mentre era in visita presso la Air Force School di San Antonio riportò questa immagine del cappello nel suo discorso e la utilizzò per descrivere l’avventura spaziale intrapresa dagli USA: «… Questa nazione ha lanciato il suo cappello al di là del muro dello spazio e non abbiamo scelta se non di seguirlo» [2]. Il giorno dopo questo discorso J. F. Kennedy fu assassinato.

La ribellione di Pasqua è legata in particolare ad un racconto, Ospiti della Nazione, che dà anche il nome ad una raccolta pubblicata originariamente in Irlanda nel 1931 e recentemente ripubblicata in Italia[3]. Ospiti della Nazione racconta dell’amicizia che nasce tra due soldati dell’IRA, Bonaparte e Noble, e due soldati dell’esercito inglese, Hawkins e Belcher, ostaggi dall’esercito irlandese. I quattro soldati passano molto tempo insieme giocando a carte, parlando di politica ed economia e questa amicizia provoca una vera crisi di coscienza nei due soldati irlandesi quando viene ordinata l’esecuzione dei due ostaggi. L’ordine viene dato proprio a Bonaparte e Noble che non solo non vogliono eseguire gli ordini, ma cercano pure di convincere i loro superiori dell’inutilità dell’esecuzione.

Nel dilemma esistenziale di questi due soldati c’è rappresentato tutto il dramma dell’uomo: le regole scritte della guerra dominano tutto ciò che di umano c’è nella nostra esistenza. L’autore, attraverso la storia di questi soldati, ci invita a riflettere sulla inadeguatezza degli ideali quando si è in guerra, perché non c’è nulla di umano in essa. Questo messaggio rende il racconto universale.

In un altro racconto di questa raccolta, La moglie di Jumbo, c’è la storia di una moglie che, malmenata e continuamente umiliata dal marito, per vendetta mostra ad un ufficiale inglese una lettera indirizzata a Jumbo. Questa lettera dimostra all’ufficiale che Jumbo in realtà è una spia e segna di fatto la sua condanna. «Ognuno di noi non sa che effetto avranno le nostre azioni» è una frase contenuta in questo racconto. Ci ho ripensato spesso nei giorni seguenti la lettura perché realmente non abbiamo alcun potere sulle conseguenze delle nostre azioni. La guerra in questa raccolta di storie è sempre presente, ma non attraverso la descrizione di scene di violenza, quanto nel suo modo di insinuarsi nei rapporti piegandoli alle proprie regole.

La giovane età di O’Connor non gli impedì di partecipare alla successiva guerra di indipendenza arruolandosi nell’Irish Republic Army (IRA) nel 1919 a soli 16 anni. Nel febbraio del 1923 O’Connor fu arrestato ma non fucilato perché fortunatamente non aveva armi con sé. In seguito fu deportato nel campo di prigionia di Gormanstown condividendo la cella con i futuri esponenti della vita politica irlandese come Sean O’Kelly, futuro Presidente dell’Irlanda. Con questi ebbe moltissime discussioni a proposito della guerra e celebre è una sua frase in cui dichiarava il suo rifiuto della sua violenza: «Meglio vivere, leggere, visitare luoghi d’arte». Inutile dire che si attirò le antipatie di molti, ma questo non lo fermò mai dall’esprimere le sue posizioni nette contro la guerra. Da questa esperienza in carcere nascerà il racconto A Boy in Prison che molti ritengono tra i più cupi (purtroppo introvabile). Stupisce sicuramente che nonostante O’Connor sia entrato nell’IRA giovanissimo e abbia vissuto tutte le atrocità di una guerra civile, non abbia mai sviluppato sentimenti di vendetta nei confronti del popolo inglese. Ospiti della Nazione è considerato il suo manifesto contro la guerra, scritto perché non si cadesse nell’errore di glorificarla dimenticando le atrocità commesse.

Ospiti della Nazione ha anche ispirato il film Moglie del soldato di Neil Jordan.

La guerra civile irlandese e tutto ciò che ne è derivato, per esempio la separazione della Repubblica d’Irlanda dal Nord e il terrorismo che per molti anni ha fatto parte della quotidianità di questa nazione, ha ispirato moltissimi artisti. Ne sono due esempi la celebre canzone Sunday Bloody Sunday degli U2 e Zombie dei The Cranberries, a proposito della quale la cantante Dolores O’ Riordan disse che era una rappresentazione di ciò che si diventa quando la violenza fa parte integrante della propria vita. Appunto degli Zombie, totalmente assuefatti alla sua atrocità.

C’è una particolarità editoriale legata a Ospiti della Nazione: O’Connor non ha mai autorizzato la ristampa perché lui aveva l’abitudine di riscriverli più volte. A proposito di questa abitudine, ecco cosa diceva Carver:

Frank O’Connor, a great Irish short story writer, probably the best short story writer in this century, would rewrite them his stories twenty, thirty, forty times – those great long stories of his. And then he would oftentimes rewrite them after they were published. He said, you just put down any old rubbish on that first draft, and you put black on white – just let it go, that first draft, just get anything out.[4]

La vita di O’Connor in Irlanda dopo la rivoluzione continuerà con persistenti scontri con la società: viene spesso censurato perché le sue idee vengono ritenute antipatriottiche e insieme a lui vengono censurate anche le opere del premio Nobel per la letteratura Yeats. Forse la definizione migliore della personalità di O’Connor la diede Robert Frost: «Le sue polemiche con il mondo intero erano quelle di un uomo che del mondo era profondamente innamorato». E nei suoi racconti lui è in grado di restituire quel poco di umanità che rimane nell’uomo quando fuori la porta di casa c’è la guerra.

In questo clima di continuo scontro, nel 1950 accetta l’invito ad andare a insegnare come professore universitario negli USA, dove molti dei suoi racconti brevi furono pubblicati (sul New Yorker). Celebre è il suo corso di letteratura irlandese che terrà a Harvard e i suoi suggerimenti ai giovani scrittori che vengono tutt’oggi citati. Tra i consigli che dava più spesso c’era quello di raccontare ciò che accadeva a loro o a persone che conoscevano perché questo avrebbe conferito realtà ai loro racconti e avrebbe permesso loro di raccontare qualcosa che realmente conoscevano. Consiglio che proprio lui era il primo a seguire: tutti ricordano casa sua sempre piena di amici con figli al seguito e utilizzava quelle vite come ispirazione per i suoi racconti.

A quel corso di letteratura a Harvard, però, è legato anche un episodio spiacevole: O’Connor rifiutò di accettare Sylvia Plath tra i suoi studenti avendola ritenuta a un livello troppo avanzato per la sua classe. Le cronache del tempo raccontano che questo rifiuto spinse la poetessa al suicidio portandola a ingerire quaranta pillole per dormire. Gesto dal quale riuscirono per fortuna a salvarla. In seguito, tuttavia, la madre fece ricoverare Sylvia presso il McLean Mental Hospital di Boston, ospedale che in seguito avrebbe “vantato” ospiti illustri come Ray Charles e David Foster Wallace. Durante quegli anni non erano ancora disponibili trattamenti standard e sicuri per la cura della depressione e la terapia dei pazienti a cui veniva diagnosticato questo male consisteva nell’impiego dell’elettroshock. Trattamento cui, purtroppo, anche Sylvia Plath venne sottoposta. Rimase ricoverata tutto l’autunno del 1953 e fu dimessa agli inizi del 1954. Proprio a questo periodo risalgono alcune sue poesie e alcuni dei suoi racconti brevi pubblicati postumi nella raccolta di racconti intitolata Johnny Panic and The Bible of Dreams[5].

Di questo, però, vi parlerò la prossima volta.


[1] “An Only Child” Frank O’Connor, Ed Knopf

[2] “J. F. Kennedy. Una non-biografia”, Marisa Deswaef, Ed De Ferrari

[3] “Ospiti della Nazione”, Frank O’Connor, Ed Paginauno

[4] Conversations with Raymond Carver, ED Marshall Bruce Gentry and William L.Stull, 1990

[5] “Johnny Panic and The Bible of Dreams and othe prose writings”, Sylvia Palth, edizioni Faber and Faber