Mese: marzo 2017

A caccia di farfalle con Nabokov

Il lettore ideale di Nabokov è un rilettore. Anzi, di più: un rilettore fatto a sua immagine e somiglianza. Come spiega Zadie Smith in un bellissimo saggio[1], Nabokov affermava di scrivere «soprattutto per gli artisti, artisti di oggi, artisti di domani», il cui compito è «condividere non le emozioni dei personaggi del libro ma quelle dell’autore: le gioie e le difficoltà della creazione». Insiste ancora la Smith:

Per Nabokov, il lettore ideale è simile a un collezionista di farfalle, con un interesse sia empirico che estetico. Per il suo lettore ideale, il testo è un oggetto talmente specifico che il compito che gli spetta è quello di notare e valutare le sue specificità[2].

Specificità che vanno svelate scendendo gradualmente in profondità; immaginando di togliere uno dopo l’altro gli strati sovrapposti che avvolgono il succo… la realtà più vera, almeno secondo quanto stabilisce l’Autore.

A questo punto, mi scuso, ma serve un’altra citazione. Stavolta tratta da una delle interviste rilasciate dello stesso autore di Lolita:

La realtà è una faccenda molto soggettiva. Non saprei come definirla, se non come una sorta di graduale accumulo di informazioni; e come una specializzazione. Se prendiamo un giglio, per esempio, o un qualsiasi altro oggetto naturale, un giglio è più reale per un naturalista che per una persona comune. Ma è ancora più reale per un botanico. E si arriva a un grado ancora più elevato di realtà se il botanico è uno specialista di gigli. Possiamo, per così dire, avvicinarci sempre di più alla realtà; ma mai a sufficienza, perché la realtà è una successione infinita di passi, di gradi di percezione, di doppi fondi, ed è dunque inestinguibile, irraggiungibile. Di un particolare oggetto possiamo sapere sempre di più, ma non potremo mai sapere tutto: non c’è speranza.

Quindi, se questo è il mondo di Nabokov, vuol dire che il lettore, oltre che preparato, deve essere un lettore-creatore. Deve accettare la sfida di un narratore che scrive come un poeta. Deve in un certo senso diventare un po’ poeta lui stesso, accettando però, e qui sta il punto, i limiti posti dall’Autore. Il Costruttore che ha sempre saldamente in mano matita, squadra e righello.

Nei racconti, che Nabokov chiamava «piccole forme alpine» del romanzo, questo particolare aspetto è ben visibile. Nella loro brevità, oltre che un’occasione di puro godimento estetico, rappresentano un punto di osservazione privilegiato. Vagamente onirici, caldamente sensuali e colorati, i 66 racconti scritti in russo e in inglese sembrano degli splendidi quadri dove gli oggetti, i luoghi e i colori non si limitano ad essere, ma fluttuano, vorticano, scorrono, vibrano, sfumano. Storie in cui si ha la sensazione che l’incontro tra i personaggi non sia solo un fatto fisico, ma un incrocio di dimensioni. Contatti resi possibili da squarci provvisori creati nelle sottili membrane che avvolgono gli esseri umani: «Berg emerse dalla non esistenza, salutò con un inchino, e si adagiò di nuovo – in una poltrona, invece che nella precedente non esistenza», scrive Nabokov in Una questione d’onore[3] per descrivere due personaggi che fanno reciproca conoscenza. O ancora, in Terrore, così riflette un uomo ricordando la morte di una donna amata: «capii che mi vedeva nel suo calmo delirio, nella sua immaginazione morente – cosicché c’erano due me stesso davanti a lei: io in persona, che ella non vedeva, e il mio doppio, a me invisibile. Poi rimasi solo: il mio doppio morì con lei».

È una poetica densa e coerentissima che irrora un mondo in cui «ogni tanto (divino istante!) appare la vera vita, inconsapevole di essere filmata: una folla casuale, acque luminose, un albero con il suo stormire silenzioso ma visibile» (da Una lettera che non raggiunse mai la Russia).

Più che raccontare, Nabokov sembra “evocare” scene. E lo fa con l’occhio di un naturalista o di un fotografo esperto, usando i dettagli in modo esatto, specifico, selettivo. Il suo occhio è capace di spostarsi, in continui cambi e salti, da un oggetto all’altro ma anche da dentro a fuori; dall’esteriorità all’interiorità dei personaggi ai quali dà vita. Con Nabokov noi lettori ci spostiamo da una metafora a un’astrazione, in altri luoghi dello spazio e del tempo, reali o immaginari, nella storia o altrove. Salti che dopo un paio di riletture (appunto) cominciamo a riconoscere come un gioco di specchi, una specie di rappresentazione metaletteraria di un’ossessione estetica.

Alcuni di questi “salti” sono piuttosto evidenti[4]. Una visita al museo (1939), ad esempio, inizia in maniera realistica per poi virare decisamente verso il surreale facendoci assistere alla trasformazione di una successione di quadri in un viaggio a ritroso nella storia della Russia. Un viaggio in una sorta di aldilà in cui domina il terrore al pensiero di tornare nella patria natìa e non riconoscerla più (si ricordi che Nabokov era un esule fuggito a seguito della Rivoluzione). Nel racconto i piani dell’Arte e della Vita si sovrappongono, e ne abbiamo la conferma quando il protagonista passa davanti ad una statua di Orfeo, mito ricorrente e molto caro a Nabokov.

Il simbolo di colui che compie il viaggio nell’Altrove senza riuscire a riportare con sé Euridice, cioè ciò che ama al di sopra di tutto, lo troviamo anche in Il ritorno di Corb (1925), dove un giovane sposo, già vedovo, si riaddormenta in una stanza d’albergo proprio dopo aver visto dalla finestra una statua di Orfeo. Una coincidenza che nasconde una convinzione riguardo al ruolo dell’arte: attraverso di essa possiamo avere un riflesso di quel mondo di cose che c’è ma che non riusciremo mai a raggiungere. Possiamo dare una sbirciatina, niente di più. E la reazione può essere duplice, come nel caso del giovane Corb, il quale, nel tentativo di raggiungere il confine tra vita e morte per recuperare il ricordo della moglie morta, si abbandona in un sorriso, che non sappiamo se di beatitudine o di follia.

Intrecciando le vicende biografiche di Nabokov, variazioni di questo tema si hanno soprattutto nei primi racconti successivi alla perdita del padre, ucciso a Berlino nel 1922 da un fascista russo. È il caso di Natale, dove un padre deve affrontare la perdita del figlio rievocando ricordi di cose che «sanno d’estate e di erba calda di sole»; è anche il caso di Dio, dove troviamo un altro padre convinto di poter comunicare con un altro figlio perso «perché le parole non hanno confini».

Questi sono tutti salti. Incursioni in mondi contenuti in altri mondi, come le matrioske russe. Salti fatti con l’aiuto dell’Arte, ma con la certezza che «sì, la Vita ha più talento di noi. (…) Quali trame escogita a volte! Com’è possibile competere con quella divinità? Le sue opere sono intraducibili, indescrivibili[5]».

Rinunciando al conflitto e all’azione come unica molla per innescare i racconti, Nabokov preferisce dipingere. Mettere in scena i movimenti, i viaggi e i salti di una singola vita, il percorso del passato di un eroe, le tappe del suo destino irripetibile e unico. Non si tratta nemmeno di psicologia. Sono sunti simbolici, ricami fatti sulla tela di momenti chiave dell’esistenza, spesso un amore o una perdita. Racconti affidati all’esattezza dei dettagli e a una scrittura autenticamente poetica che noi lettori dobbiamo interpretare e gustare entrandoci dentro, diventandone parte.

Alla fine, voltata l’ultima pagina, vorremmo ritornare in quelle storie. Ripartire dall’inizio con loro. Come un bambino che va a caccia di farfalle, ne prende una con il retino e, per il gusto di rifarlo, la libera per poterle correre dietro di nuovo. Una caccia bellissima e infinita.

 


[1] “Rileggere Barthes e Nabokov”, incluso in Cambiare idea; minimum fax, 2010

[2] Come sopra.

[3] Con l’eccezione di “Dio”, i racconti citati sono tutti tratti da Una bellezza russa e altri racconti, Adelphi, 2008.

[4] Gli esempi che seguono sono ampiamente approfonditi nel saggio di Priscilla Meyer “Nabokov’s Short Fiction” incluso in The Cambridge Companion to Nabokov, Edited by Julian Connolly, Cambridge University Press, 2005.

[5] È l’incipit de Il passeggero.

 

Trigger Warning: leggere attentamene le avvertenze di Neil Gaiman

Di racconti per persone sensibili

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Photo by thisguyhere via pixabay

Neil Gaiman è uno di noi. Intendo uno come me, uno come noi di Tre Racconti, e uno come voi presumibilmente visto che state leggendo questo blog. Un rappresentante cioè, della piccola ma agguerrita comunità degli amanti del racconto. Oltre ad essere uno scrittore dal talento eccezionale naturalmente, talmente bravo che anche l’introduzione al volume di cui vi parlo oggi (generalmente una parte ritenuta necessaria ma un po’ noiosetta) è una piccola miniera d’oro dalla quale ho attinto abbondantemente per scrivere questo articolo. Gaiman racconta molto bene della sua passione per le short stories in una delle sue ultime fatiche: Trigger warning: leggere attentamente le avvertenze edito in Italia da Mondadori e uscito ad ottobre dello scorso anno nell’edizione in lingua nostrana.

Sono cresciuto nell’amore e nell’ammirazione per i racconti. Mi sembravano le cose più pure e perfette che una persona potesse scrivere: non una parola di troppo, nei migliori. Bastava un cenno della mano di uno scrittore e, voilà, ecco un mondo, e dentro quel mondo persone e idee. Un inizio, una parte centrale e una conclusione che ti accompagnavano fino in fondo all’universo e ritorno[1]

Come avrete già capito stiamo parlando di una raccolta di racconti. Il titolo si riferisce ad un’espressione inglese difficilmente traducibile nella nostra lingua (attenti all’innesco/ attenti al grilletto suona proprio male in effetti) che viene utilizzata per definire una frase utilizzata, principalmente sul web, per avvisare il lettore che sta per imbattersi in un contenuto “forte” e potenzialmente offensivo. Un qualcosa che potrebbe innescare una spiacevole reazione appunto. L’autore ricorda la sorpresa avuta quando si è reso conto che il concetto di trigger warning sta valicando i confini della rete, tanto che in alcune università americane si discute dell’opportunità di porre un’etichetta di avvertenze anche a certe opere letterarie, per evitare di turbare l’animo degli studenti più suscettibili. Il concetto che sta dietro a questa raccolta di racconti infatti è qualcosa che tocca tutti noi, ciascuno di noi ha qualcosa che lo turba, e che generalmente viene accantonato negli angoli più oscuri della nostra coscienza. Ma che può venire talvolta richiamato alla mente dalle circostante e dalle situazioni più inaspettate.

I mostri nell’armadio e nella nostra mente sono sempre lì nell’oscurità, come la muffa sotto il parquet o dietro la carta da parati, e ce n’è tanta, di oscurità, una riserva inesauribile. L’universo possiede un’ampia scorta di notti.[2]

Il filo conduttore del libro è appunto questo: una serie di racconti che potrebbero spiazzare il lettore (ma non per forza devono) lasciando un senso di sbigottimento e di lieve smarrimento a fine lettura. Neil Gaiman nello scrivere del suo amore per le raccolte di racconti dice di preferire quelle in cui, nell’introduzione, l’autore spiega come è arrivato a certe conclusioni, o come gli sono venute in mente alcune idee. Ed è proprio questo che fa anche lui, dedicando un breve paragrafo introduttivo a ciascuno dei 24 racconti che compongono questo volume. In realtà c’è anche qualche poesia, che Gaiman incoraggia a considerare come un bonus, un di più che viene assieme a tutto il resto, per calmare l’animo di eventuali lettori che potrebbero storcere la bocca in una smorfia di disappunto nel trovare delle poesie dove non se le aspettavano (e anche questa tutto sommato è un’avvertenza).

Non pensiate comunque che questa sia una raccolta di storie horror, alcune lo sono, ma si spazia molto attraverso vari tipi di racconti, che per comodità possiamo mettere tutti sotto l’ombrello della letteratura fantastica. Tra le cose degne di nota troviamo un commovente omaggio a Ray Bradbury, una riscrittura dal sapore fantasy di fiabe classiche come Biancaneve e i sette nani e la bella addormentata nel bosco, e non mancano riferimenti alla cultura pop, come un racconto ispirato alla musica di David Bowie e uno (tra i più belli, e lo dico non avendo mai visto nessuna puntata della serie) che ha come protagonista il Dr. Who.

Tra i numerosi avvisi che Neil Gaiman scrive all’inizio di questo libro ce n’è uno in cui l’autore si scusa (addirittura!) per la mancanza di uniformità della raccolta. A ben guardare però un elemento comune c’è, ed è l’uomo. Sono le persone, con le loro paure, fragilità e debolezze a dar vita all’universo di angosce più o meno grandi che le accompagnano, spesso nel corso di tutta una vita. E sono sempre le persone a far fronte a queste paure, il più delle volte attingendo a insospettate risorse interiori che vengono in loro soccorso proprio nel momento del bisogno.

Sperando di avervi incuriosito almeno un po’ e di avervi fatto venir voglia di prendere in mano questo libro vi lascio con quest’ultima, pirandelliana, citazione:

E penso a noi tutti, alle maschere che indossiamo, le maschere dietro cui ci nascondiamo e le maschere che svelano. Immagino persone che fingono di essere quello che sono davvero, persone che scoprono che gli altri sono molto di più o molto di meno di quanto si immaginano di essere o di come si presentano. E poi, poi penso al bisogno di aiutare gli altri, e a come per farlo ci mettiamo la maschera, e a quanto toglierla ci renda vulnerabili…
Tutti indossiamo delle maschere, grazie a questo siamo interessanti.
I racconti che avete in mano parlano proprio di queste maschere e delle persone che siamo dietro di esse.[3]

 


[1] Neil Gaiman, introduzione a Trigger Warning Mondadori, 2016

[2] Idem

[3] Idem

Ridere è un fatto serio, lo sapeva anche Mark Twain

Photo by Toa Heftiba 

Provo sempre grande ammirazione per chi fa della risata un mestiere. Non so se questo derivi dal fatto di essere una figlia di Pulcinella, se il teatro napoletano ha in qualche modo influenzato la mia visione del mondo. È nella nostra cultura, forse, forse è anche un modo strambo di sopravvivere agli eventi. Non mi piacciono mai le generalizzazioni ma sento di poter dire che, se è vero che tutti i brasiliani sanno ballare il samba, tutti i napoletani sanno far ridere. O, almeno, tutti hanno in sé quel tipo di attitudine. È una missione, frutto di una vocazione che si asseconda già nei primi anni di vita. Per noi, per me, far ridere è ‘na cosa seria.

Ecco perché ho scelto di raccontarvi Mark Twain, per rendere omaggio a un americano che la pensava un po’ come un napoletano. Quando ho cominciato a cercare del materiale per scrivere questo pezzo ho incontrato le prime incongruenze: per ogni introduzione, premessa o presentazione, Mark Twain è lo scrittore di Le avventure di Tom Sawyer e Huckleberry Finn. Mark Twain, che scrisse Huckleberry Finn e Tom Sawyer. Il grande Twain, il padre di Tom e Huck. E poi? E poi «altre storie». Mark Twain era un umorista prima di tutto, uno scrittore eclettico che scrisse anche romanzi realistici. Sembra quasi che alla Letteratura non importi perché un racconto strappalacrime vale più di mille storielle. Sono sicura che queste conclusioni appartengono a persone che non hanno mai sentito una buona storiella, secondo me neanche sarebbero in grado di rendersi conto della differenza. Quelle di Mark Twain si definiscono tall tales, storie che nascono per raccontare l’America di frontiera. L’autore di tall tales aggiunge a vicende apparentemente lineari elementi incredibili e paradossali e di solito interviene direttamente nella narrazione per accompagnare (o confondere) il lettore. Più spesso l’ascoltatore, perché queste storie hanno una forte tradizione orale.

Si compiono molti errori nell’esprimere un giudizio, a maggior ragione quando chi giudica non guarda troppo in là. Spesso si confonde l’umorismo con la spensieratezza, o peggio, con la superficialità. Eppure basta leggere la biografia di Twain, al secolo Samuel Langhorne Clemens, per capire quanto il suo umorismo sia il risultato di un lavoro che parte da se stesso. Samuel nasce nel Missouri nel novembre del 1835. A marzo del 1847 suo padre muore e lui, appena dodicenne, inizia a lavorare come tipografo per diversi giornali locali. Si trasferisce a Sant Louis, a New York, a Philadelphia. Nel 1857 guida i battelli a vapore su e giù per il Missississipi. Nel 1858 il fratello Henry muore in un’esplosione sul battello Pennsylvania; Samuel porterà il peso di quell’incidente per tutta la vita perché era stato lui a convincere il fratello a lavorare insieme. Nel 1861 scoppia la guerra civile e Samuel parte insieme a suo fratello Orion. Quando torna, trova lavoro in una miniera nel Nevada. Si sposa nel 1870 con Olivia, nello stesso anno nasce il suo primogenito Langdon, che muore due anni dopo. Eccetera, eccetera, eccetera. Non proprio una vita all’insegna del divertimento. Ed è qui che nasce il talento di chi decide di dedicare la sua vita a far ridere gli altri quando in realtà ha ben poco di cui ridere.

Se la biografia non bastasse, si potrebbe provare a capirlo leggendo le rarissime interviste che ha concesso. Non amava rilasciare dichiarazioni perché sosteneva che la parola scritta non restituisce mai il senso del discorso; manca tutto quell’apparato di gesti e intonazioni che rendono il vero indirizzo di ogni affermazione e i giornalisti sono soliti approfittare di questa incongruenza. Twain diventa pungente e arguto quando nei suoi racconti prende di mira la stampa. Per esempio, in Come diressi un giornale per agricoltori [1]scrive di un uomo che diventa il nuovo direttore di una rivista specializzata. È stato incaricato di estendere il pubblico provando a coinvolgere anche i lettori meno esperti. Il protagonista comincia a pubblicare notizie fasulle, bizzarre e grossolane, e il caporedattore uscente è costretto a tornare in sede per chiarire la situazione. Quando questo, abbastanza irritato, chiede al collega perché non ha palesato prima la sua ignoranza in materia, il nostro uomo esplode con queste parole:

Perché non gliel’ho detto? Zucca vuota, testa di rapa, figlio di un broccolo, ma come? È la prima volta che sento tanta ottusità. Sono nel giornalismo da quattordici anni, ecco cosa le dico, e questa è la prima volta che mi s’informa che bisogna saper qualcosa per scrivere su un giornale.

Esperti improvvisati scrivono senza sapere da secoli, né più né meno di quello che aveva fatto lui. Tant’è che il giornale per agricoltori, con il nuovo direttore, ottiene un successo strepitoso.

Tuttavia, nel 1890 Mark Twain rilasciò un’intervista per il New York Herald. Era un pomeriggio di agosto e il giornalista Rudyard Kipling era riuscito a impostare una conversazione che sembrava non infastidirlo troppo, evento più unico che raro, ecco perché esitava a porre una domanda che aveva in mente dall’inizio, una domanda che non piace troppo agli scrittori. Mentre Kipling cercava le parole giuste per domandare a Samuel quale tra le opere di Twain preferisse, come se avesse letto le sue intenzioni, l’interrogato comincia:

Personally, I never care for fiction or story-books. What I like to read about are facts and statistics of any kind. If they are only facts about the raising of radishes, they interest me. Just know, for instance before you came in, I was reading an article about Mathematics. Perfectly pure mathematics. (…)  I didn’t understand a word of it; but facts, or what a man believes to be facts, are always delightful.

Pensiero che può essere riassunto più o meno come: nothing but the facts. Mark Twain leggeva i fatti. Non preferiva l’umorismo per sé ma numeri e statistiche. Questo non deve affatto stupirci perché è l’ennesima prova della teoria che vede nell’umorista un fingitore, un attore che interpreta una storia a tutto piacere del suo pubblico. È questo il punto che critici e letterati più seriosi non riescono a vedere: far ridere è un gesto di totale devozione. Gli scrittori scrivono per comunicare, per esprimere un messaggio, per soddisfare un’esigenza. Ma tutto parte da un bisogno personale e il lettore è un destinatario fittizio di un processo circolare.

Jorge Luis Borges firma un testo nel 1935 che intitola In difesa di Mark Twain, utilizzato oggi come introduzione al romanzo Il principe e il povero. Già il verbo, “difendere”, ci dà la dimensione di quanto la sottostima dell’umorismo fosse (e sia) un problema reale. Nel 1908, il nostro Pirandello fu costretto a pubblicare il saggio L’umorismo per dare peso e spessore a questo modo insolito di fare letteratura. «Delle tecniche umoristiche di Twain si potrebbe dire un’infinità di cose. Un fatto tuttavia è indiscutibile: il valore essenziale della novità, e anche della sorpresa». Tutta la narrativa di Twain, secondo Borges, è tesa a sorprendere e intrattenere il lettore. Che si apprezzi o meno, la scrittura umoristica serba in sé un aspetto innegabile: è generosa, è altruista.

In Come raccontare una storia [2] Mark Twain svela i trucchi del mestiere. Comincia mettendo ordine tra termini simili, evidenziando la differenza di significato tra storia umoristica e storia comica. La storia umoristica, dice «può andare per le lunghe e uscire dal seminato quanto le pare, senza approdare sostanzialmente al nulla, mentre la storia comica e quella arguta devono essere brevi e avere una logica conclusione». Continua: «La storia umoristica è essenzialmente un’opera d’arte – un’arte nobile ed elegante – e solo un artista è in grado di raccontarla, mentre per raccontare una storia arguta e una storia comica l’arte non serve: può farlo chiunque». Fondamentale, la pausa: «La pausa è una caratteristica straordinariamente importante per qualunque tipo di storia». E poi:

La storia umoristica deve essere raccontata in modo serio. […] Ovviamente, molto spesso una storia umoristica sconclusionata e incoerente approda comunque al nocciolo della questione, a un punto essenziale, a un guizzo essenziale– chiamatelo come vi pare. L’ascoltatore però deve mantenersi vigile perché, in molti casi, il narratore cercherà di distogliere l’attenzione da quel nocciolo, lasciandolo cadere all’improvviso, distrattamente e con grande indifferenza, fingendo di non sapere affatto che si tratta del nocciolo dell’intera faccenda.

Nel racconto Italiano senza laurea [3], un eccentrico protagonista ci illustra gli improbabili vantaggi che possono derivare dal non conoscere bene una lingua, soprattutto la libertà di poterla interpretare come più si preferisce. C’è un passo che, volendo senza volere, ci regala una definizione perfetta di storia umoristica, tanto incomprensibile come può essere una lingua straniera:

C’è un fascino particolare e notevole nel leggere frammenti di notizie in una lingua che non conosciamo, il fascino che si accompagna sempre al mistero e all’incertezza. Non possiamo essere sicuri del significato di ciò che leggiamo in simili circostanze; stiamo dando continuamente la caccia a un indovinello rapido e giocherellone, dove le curve e le finte della preda sono il cuore stesso dell’inseguimento.

Ma la verità, se tutto questo non fosse ancora abbastanza, è racchiusa in una lucida e spietata citazione di un diario di viaggio del 1897, Seguendo l’equatore, che Mark Twain scrisse una decina d’anni prima di morire.

Tutto ciò che è umano è patetico. La segreta fonte dell’umorismo stesso non è gioia, ma dolore. Non c’è umorismo in cielo.

 


[1] Contenuto nella raccolta Racconti comici. Edizioni e/o, 2011. Traduzione di Leonardo Gandi.
[2] Contenuto nella raccolta Come raccontare una storia e l’arte di mentire. Mattioli 1885, 2013. Traduzione di Seba Pezzani.
[3] Contenuto nella raccolta Autobiografia burlesca (e altre storie). Casasirio, 2016. Traduzioni di Michele Campagna e Chiara Bonsignore.

Un momento nel tempo

La pampa argentina

“Cualquier destino, por largo y complicado que sea,

consta en realidad de un solo momento:

el momento en que el hombre sabe para siempre quién es.”

(Biografia de Tadeo Isidoro Cruz – El Aleph, J. L. Borges)

Roberto Bolaño, cileno. 

Jorge Luis Borges, argentino.

Entrambi scrittori, poeti, saggisti. 

Bolaño ha scritto più romanzi di Borges, Borges più racconti di Bolaño.

Bolaño è postmoderno, Borges è… borgesiano.
Uno dei tanti punti di contatto tra i due, un racconto: Il gaucho insopportabile di Bolaño
[1], in cui viene citato Il Sud di Borges [2].

Incuriosita, li leggo entrambi. Prima Bolaño, poi Borges.
Scopro che le trame sono molto simili, ma in quello di Bolaño avverto un sotto testo. È solo un’intuizione. Qualcosa mi dice che non è solo quello che sembra, un semplice omaggio a Borges.

Mi concentro sui personaggi.

Héctor Pereda, avvocato e giudice, e Juan Dahlmann, segretario in una biblioteca comunale (occhio a questo particolare), sono rispettivamente i protagonisti dei racconti di Bolaño e di Borges. Entrambi vivono in città, a Buenos Aires, per motivi diversi – il primo, a seguito della crisi finanziaria che investì l’Argentina i primi anni dopo il duemila, l’altro, per trascorrervi un periodo di convalescenza, avendo rischiato da poco la morte a causa di una brutta infezione –  saranno costretti a trasferirsi in campagna.
Ma non in una località rurale qualunque, bensì nella pampa, la pianura argentina che tanti autori latinoamericani ha ispirato e la cui vastità Bolaño descrive – nel suo racconto – attraverso questa bella immagine:
«La donna e i bambini si avviarono a piedi su una pista per carri e anche se si allontanavano e le loro figure si rimpicciolivano ci vollero più di tre quarti d’ora, calcolò l’avvocato, prima che scomparissero all’orizzonte».

Pereda e Dahlmann raggiungeranno le loro mete viaggiando in treno, ma non sarà un semplice trasloco bensì un vero e proprio rito di passaggio: dalla metropoli rumorosa e cosmopolita al paesino sonnacchioso e primitivo, dal presente al passato, dalla realtà all’antologia letteraria. Come se, scendendo dal treno, entrambi fossero stati proiettati in un’altra dimensione, in uno spazio senza tempo o in un tempo senza spazio.

Così Bolaño:

«È rotonda la terra?, pensò Pereda. Certo che è rotonda!, si rispose, e poi si sedette su una vecchia panchina di legno addossata al muro degli uffici della stazione e si dispose ad ammazzare il tempo. Ricordò, inevitabilmente, il racconto di Borges, e dopo aver immaginato lo spaccio dei paragrafi finali gli si inumidirono gli occhi. […] Il riverbero del sole e la brezza tiepida che arrivava a folate dalla pampa gli fecero venire sonno e si assopì. Si svegliò sentendosi scuotere da una mano».

Così Borges:

«La pianura e le ore lo avevano attraversato e trasfigurato. […] Tutto era vasto, ma al tempo stesso intimo e, in qualche modo, segreto. Nella landa sterminata, a volte non c’era altro che un toro. La solitudine era perfetta e forse anche ostile, e Dalhmann pensò che stesse viaggiando verso il passato e non solo verso il Sud».

È da questo momento in poi che le trame vengono dipanate in maniera diversa.

Nel racconto di Bolaño, il giudice Pereda immagina, scendendo dal treno, di ritrovarsi in mezzo alla vita brava dei gauchos, uomini leggendari e coraggiosi che, oltre ad occuparsi del bestiame, vivono secondo un codice d’onore antico e muto, affrontano la vita a viso aperto, accettano ogni sfida senza mai tirarsi indietro, considerano il gesto più importante della parola. Invece, troverà dei contadini esitanti e pezzenti, cacciatori di conigli, privi della benché minima aura dell’eroismo epico del gaucho argentino per antonomasia, il Martin Fierro nato dalla penna di José Hernández.

Al contrario, nel racconto di Borges il segretario Dahlmann, appena sceso dal treno, si dirigerà verso l’unico spaccio che scorge vicino alla stazione, in attesa del mezzo che lo condurrà alla sua fattoria. Seduto per terra, in un angolo del locale, un vecchio gaucho silenzioso; attorno ad un tavolo, poco più in là, dei compadritos, ragazzotti prepotenti di periferia. Tutto a un tratto, accadrà qualcosa di imprevisto, qualcosa che cambierà per sempre il suo destino, Dahlmann affronterà “il momento in cui l’uomo sa per sempre chi è” [3], il momento che rende questo racconto indimenticabile.

Bolaño spezza il canone del racconto ‘gaucesco’ (ecco svelatasi l’intuizione iniziale che avevo avuto), Borges lo rispetta. Bolaño ne fa una parodia, Borges rende omaggio alla cultura ‘gaucesca’.

Pereda, infatti, il personaggio di Bolaño, diventerà un gaucho insopportabile per osmosi e, una volta tornato in città per sbrigare alcune faccende, vestito mezzo da gaucho e mezzo da cacciatore di conigli, affronterà alla maniera ‘gaucesca’ – impugnando il coltello  – un tizio che lo provoca in un caffè letterario. Questo fatto lo porterà a decidere di ritornare per sempre nella pampa, sia pure a cacciare conigli, perché ormai è il luogo che lo ha trasformato, da cittadino letterato in un gaucho, da uomo a personaggio della tradizione letteraria argentina, quella di Martin Fierro per intenderci. Dahlmann, invece, vivrà una situazione del tutto diversa, da gaucho inconsapevole ma molto fiero, affronterà in duello un compadrito, fuori dallo spaccio dove entrambi si trovavano, scoprendo in un attimo che tipo di uomo vuole essere.

A questo punto, potrei tentare di addentrarmi in un’analisi più approfondita dello stile e della forma adottati da questi due autori, oppure sottolineare l’elemento post moderno, fatto di citazioni di altri autori, del racconto di Bolaño o il surrealismo con cui Borges costruisce il suo personaggio, ma non è ciò che maggiormente mi ha colpito leggendo questi due racconti.

In realtà, entrambi mi hanno fatto riflettere su ciò che nella vita reale, sia Bolaño che Borges, hanno dovuto affrontare: quel «momento en que el hombre sabe para siempre quién es» e che in qualche modo li assimila ai loro personaggi.
Per Borges è stata, a cinquant’anni, la cecità; per Bolaño, a trentotto anni, scoprire di essere affetto da una grave malattia con la quale ha convissuto gli ultimi dodici anni della sua vita.
Il primo ha vinto la sfida continuando a scrivere e a leggere, sia pure col supporto di molti collaboratori, e ricoprendo l’incarico di direttore della Biblioteca Nacional argentina per molti anni. 

Bolaño, invece, ha continuato a scrivere fino alla fine dei suoi giorni, con un unico obiettivo in testa, garantire ai propri figli quella tranquillità economica che i diritti di autore avrebbero potuto loro assicurare dopo la sua morte, senza mai arrendersi alla malattia stessa. Durante una conferenza disse che «scrivere sulla malattia, soprattutto se uno è gravemente malato, può essere un supplizio. Scrivere sulla malattia se uno, oltre a essere gravemente malato, è ipocondriaco, è un atto masochistico o di disperazione. Ma può essere anche un atto liberatorio». [4] 

Come scrive Pauls ne Il fattore Borges, il duello (la sfida) per Borges era il modello stesso del racconto, una situazione narrativa in cui viene declinato il rapporto tra letteratura e vita. Il racconto altro non sarebbe, dunque, se non ciò che sospende la vita, ciò che sottrae un attimo all’esistenza, paradigma di quel momento in cui ogni uomo è solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera, per dirla con Quasimodo.
Come Pereda e Dahlmann.

Come Bolaño e Borges.



[1] e [4]Il gaucho insopportabile di Roberto Bolaño, ed. Adelphi, 2016.

[2] El Sur, racconto incluso nella raccolta Ficciones di J.L.Borges; il brano riportato è stato tradotto da me.

[3] dal racconto Biografia de Tadeo Isidoro Cruz, contenuto in El Aleph, di  J. L. Borges

Otto Blues di James Baldwin

James Baldwin

Verrebbe da chiamarlo J.B., come un autentico bluesman. Sarebbe semplice, perfino banale definirlo così, del resto uno dei racconti di Stamattina stasera troppo presto (Racconti edizioni, 2016) è un blues fin dal titolo. Ma i blues di James Baldwin sono imperfetti, sono racconti privi di quella malinconia tipica delle canzoni degli schiavi neri. Non c’è l’eco dei campi di cotone e delle frustate degli schiavisti bianchi. Nei racconti di Baldwin c’è lo sguardo attento di un uomo affondato nella schiuma della propria contemporaneità fino alla cintola; un uomo che si guarda attorno e cerca il modo migliore per raccontare il presente della sua gente. La voce, allora, non è proprio quel tono lacrimoso e cupo del blues. La tristezza appartiene al passato, alle generazioni precedenti. Ma quello che è proprio del blues è una certa attenzione all’individuo, alla sofferenza del singolo. Baldwin è un maestro nel dipingere la condizione del popolo afroamericano negli anni Cinquanta e Sessanta partendo dalle vite di singoli individui.

«Ci sono posti e occasioni in cui un negro può usare il suo colore come uno scudo. Può usare il sotterraneo senso di colpa che hanno gli anglosassoni e ottenere tutto quello che vuole; o parte di quello che vuole. Può approfittare della funzione di disturbo che rappresenta, del suo valore come frutto proibito; può usarlo come un coltello, ritorcerlo contro gli altri e, a questo modo, vendicarsi. Sapevo tutte queste cose molto prima che m’accorgessi di saperle e all’inizio me ne servivo senza sapere quello che facevo. Poi cominciai a vederci chiaro e mi sentii tradito. Mi sentii sconfitto, come individuo. Non c’era posto onesto dove non dovessi vergognarmi.»[1]

Un racconto come Previuos condition, ad esempio, ha lo strano sapore di quelle cose che fino a un attimo fa credevi appartenessero a un passato ormai lontano, e poi, accendendo la televisione, te le ritrovi di fronte agli occhi come un dato di fatto: l’attualità. C’è la rabbia e la malinconia di un uomo che viene cacciato da una casa solo per via del colore della sua pelle, ma non trova consolazione neppure in un bar di Harlem, tra quella che dovrebbe essere la sua gente.

«Avrei voluto un’occasione, un segno, qualcosa che mi facesse partecipare alla vita che avevo attorno. Ma non ne vedevo nessuno, a parte il colore della pelle. Un bianco, entrando, non avrebbe visto che un giovane negro, che beveva in un bar per negri, perfettamente a posto, nel suo elemento, come si dice. Ma la gente sapeva che le cose stavano diversamente, e anch’io. Sembrava che io non appartenessi a nessun posto.»[2]

Non conta nulla il fatto che il protagonista sia un attore, un uomo con un buon livello culturale. Ciò che conta è solo il colore della pelle; è quella la sarcastica condanna alla Previous condition del titolo, che fa diretto riferimento al Quindicesimo emendamento[3] degli Stati Uniti che garantisce il diritto di voto senza discriminazioni su base razziale. Il protagonista è condannato dall’affittacamere razzista, che lo costringe a lasciare la camera in cui è ospitato clandestinamente, ed è condannato dall’indifferenza degli avventori del bar per negri, che non lo riconoscono come parte della comunità. Ma anche lui non si riconosce nella «sua gente», non perché detesti se stesso, e il colore della propria pelle, quanto perché non si sente riconosciuto come individuo.

Dietro al discorso razziale, in Baldwin aleggia sempre tra le righe un tema religioso. Del resto, scorrendo la biografia dell’autore, si capisce che la ferrea educazione religiosa impartitagli dal padre adottivo ha lasciato tracce profonde. Qualche volta il tema religioso emerge in superficie, come nel revival  religioso che pare rappresentare una svolta nella vita di Sonny, il personaggio centrale di Blues per Sonny. Altre volte aleggia tra le pagine e conferisce al racconto un vago sapore di parabola moderna. È il caso di Uomo bianco, il racconto che chiude la raccolta. Nella cruda e raccapricciante scena che chiude il racconto, la brutale violenza dell’uomo contro il corpo dell’uomo, si fatica a non pensare alla passione di Cristo.

«Le fiamme guizzarono alte. Gli parve che l’uomo appeso all’albero gridasse, ma non ne era sicuro. Dai peli sotto le ascelle il sudore gli scivolava lungo i fianchi, sul petto, nell’ombelico, giù fino all’inguine. Fu abbassato, issato di nuovo. Ora Jesse era sicuro di averlo sentito gridare. La testa di quell’uomo, adesso, s’era rovesciata all’indietro, aveva la bocca spalancata e il sangue ne usciva gorgogliando; le vene sul collo sembravano impazzite; Jesse, atterrito, si teneva aggrappato alla testa di suo padre, mentre il grido rotolava sulla folla.»[4]

James Baldwin è da leggere. È da leggere perché i temi di cui tratta sono ancora tristemente attuali. In un’epoca in cui risuonano le allarmanti sirene delle intolleranze razziali e religiose, soprattutto in un’America che sembra aver invertito la rotta intrapresa con Obama per ripiombare nel conservatorismo estremo di Trump, leggere Stamattina stasera troppo presto è un buon modo per comprendere quello che accade ancora oggi in America. Ma Baldwin è da leggere anche perché la sua penna ha tracciato racconti magistrali, ricchi di immagini indimenticabili, di struggente malinconia, che catturano fin dalle prime righe e si lasciano leggere fino in fondo.


[1] James Baldwin, “Previous condition” in Stamattina stasera troppo presto, Racconti edizioni, 2016 (pag. 93) Traduzione italiana di Luigi Ballerini.
[2] James Baldwin, “Previous condition” in Stamattina stasera troppo presto, Racconti edizioni, 2016 (pag. 106-107) Traduzione italiana di Luigi Ballerini.
[3] The right of citizens of the United States to vote shall not be denied or abridged by the United States or by any state on account of race, color or prevous condition of servitude.
[4] James Baldwin, “Uomo bianco” in Stamattina stasera troppo presto, Racconti edizioni, 2016 (pag. 278) Traduzione italiana di Luigi Ballerini.