Mese: febbraio 2017

Il curioso caso delle antologie irlandesi

La libreria Hodges Figgis di Dublino (foto dalla pagina facebook).

Una tra le prime cose che ho fatto appena trasferita qui a Dublino è stata visitare la libreria Hodges Figgis, famosa perché citata nell’Ulisse di Joyce: «She, she, she. What she? The virgin at Hodges Figgis’ window on Monday looking in for one of the alphabet books you were going to write.»[1]. Ogni volta che entro mi fa sempre uno strano effetto pensare che Joyce sia stato qui. A piano terra, accanto alle casse, c’è uno scaffale con i libri più letti del mese e ad inizio ottobre il secondo posto era occupato da una antologia di racconti brevi di scrittrici irlandesi, The Glass Shore: Short Stories by Women Writers from the North of Ireland[2].

Non posso non nascondervi che la cosa mi abbia meravigliato molto considerato che in Italia, si sa, non solo si legge poco, ma sicuramente i racconti brevi non sono ai primi posti delle classifiche di vendite. Questa antologia raccoglie la voce di venticinque scrittrici nordirlandesi ed è stata curata dalla giornalista, scrittrice ed editrice Sinéad Gleeson.

La scelta di sole scrittrici nordirlandesi non è stata casuale. L’editrice ha voluto fortemente dare voce e spazio a queste scrittrici perché spesso nelle antologie di racconti brevi compaiono solo uomini e tra le pochissime voci femminili ci sono quasi sempre le più celebri come Mary Lavin o Edna O’Brien. La particolarità di questa antologia è il tema attorno a cui ruotano i racconti: l’identità e i confini. Sono storie di donne che emigrano da Belfast a Londra, da Dublino ad Abu Dhabi, dal nord dell’Irlanda a Cork lasciando la famiglia al confine.

Disturbing words di Evelyn Conlon è la mia preferita, la protagonista lascia la sua famiglia al confine con il nord dell’Irlanda e dice alla famiglia: «Yes, I had gone away. First to Dublin, where they couldn’t stop hearing the headlines in my accent, and then to further away, where it didn’t matter». Perché sì, quando emigri, ci saranno sempre particolari che ti porti via con te a ricordarti ogni giorno che sei ospite nella nuova terra in cui vivi. Come l’accento. Questa antologia ti fa ripensare sotto un’altra luce l’immigrazione che non è solo il viaggio fisico, ma anche una modifica della propria identità attraverso il distacco dalla propria terra e l’integrazione nel nuovo paese: il passaggio del confine non è una mai solamente una questione geografica o fisica, è una trasformazione irreversibile. In questi racconti il confine è qualcosa di fisico e mentale che definisce quale vita farai e quando decidi di superarlo tutto cambia.

Sinéad Gleeson ha curato una precedente antologia di scrittrici irlandesi: The Long Gazeback edita nel 2015. Questa prima antologia è molto particolare perché raccoglie la voce di 30 scrittrici irlandesi viventi e non, ricoprendo un periodo temporale di 217 anni. Sì, avete letto bene: 217 anni. L’obiettivo della curatrice per questa antologia era non solo di guardare ai tempi che viviamo, ma anche indietro, a quando alle donne non erano concesse molte occasioni per essere pubblicate. L’editrice con questa antologia voleva dare il giusto spazio negato in passato ed esaminare cronologicamente come si siano sviluppate le voci femminili dalle prime pioniere come la Edgeworth fino alle voci più recenti come Eimar Ryan o Roisin O’Donnell.

La raccolta inizia proprio con un racconto breve di Maria Edgeworth ed ha come protagonista una bambina che vuole un paio di scarpe nuove, ma posta di fronte ad una scelta, preferisce comprare un vaso viola pensando che all’interno del vaso ci fosse un liquido viola. Quando arriva a casa, scopre la verità e pretende di uscire di nuovo per comprare le scarpe, ma i genitori si rifiutano dicendole che occorre sempre assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Molti critici hanno rivisto questo racconto come uno dei primissimi esperimenti di descrizione della società capitalista nella quale siamo poi entrati gradualmente nei secoli successivi. Non so se questa visione sia corretta, ma ho trovato il racconto molto piacevole e sono riuscita a riconoscermi nelle dinamiche raccontate e nel rapporto che la bambina ha con i suoi genitori, nonostante sia stato scritto più di due secoli fa.

I lavori di Edgeworth sono stati si ispirazione per Scott, Yeats, Coleridge, Flanangan e Louise May Alcott, mentre John Ruskin dichiarò che c’è più da imparare nel romanzo The Absentee sull’Irlanda che da cento giornali. Non la conoscevo ed è stato bello scoprirla.

Il secondo racconto è di Charlotte Riddell e parla di un matrimonio in cui entrambi i partner sono insoddisfatti passando il tempo ad incolpare l’altro delle proprie insoddisfazioni. In questo racconto l’autrice invita le donne a lavorare perché, se proprio devono sentirsi infelici, lo siano a causa di un brutto lavoro e non di un marito insensibile. In questo racconto ho ritrovato in forma primordiale le idee di Virginia Woolf, questo probabilmente a testimonianza del fatto che le idee sull’emancipazione femminile avevano già iniziato a fecondare la società da qualche tempo.

Sono stata molto contenta di aver ritrovato in questa raccolta Evelyn Conlon con il racconto The meaning of missing nel quale ritorna sul tema della migrazione ed esplora la relazione tra due sorelle lontane, una a Dublino e l’altra in Australia, con tutte le difficoltà che ci possano essere nel mantenere rapporti quando si è molto lontani. Anne Enright nel racconto dal titolo Three stories about love, un po’ tre racconti in uno, declina alcune forme dell’amore: verso i proprio genitori, verso un figlio non ancora nato, verso un uomo appena incontrato e che finisce nel tuo letto. In queste dieci pagine c’è tutto: il rapporto con i social, le nuove e vecchie paure, frustrazioni e felicità legate a queste diverse forme di amore. C’è poi My little Pyromaniac di Mary Costello che racconta come sia difficile farsi capire in una relazione e come questo fallimento porti inevitabilmente a sentirsi soli. Questo è sicuramente il mio racconto preferito.

È stato poi interessante leggere come autrici in tempi diversi abbiano raccontato drammi come la perdita di un figlio: The Eldest Child è stato scritto in un periodo in cui di rado a una madre capitava di assistere alla morte di un figlio e questo tema è ripreso più in là negli anni nel racconto Somewhere to be, ma affrontato con un approccio diverso. L’ultimo racconto Lane in Stay è la storia di una vedova che dopo la morte del marito con il quale è stata sposata per una vita decide di sperimentare l’amore più frivolo, con ragazzi più giovani.

Devo dire che leggere i primi racconti è stato un po’ più complesso da un punto di vista dello stile, l’inglese non è ancora quello a cui sono abituata a leggere oggi sui giornali o nei romanzi. Questa raccolta non è solo interessante per le scrittrici a cui è stata data voce, ma anche perché la struttura temporale dell’antologia riesce a mostrare i cambiamenti della società irlandese attraverso le protagoniste. Le donne che, nei primi racconti sono angeli del focolare, diventano attive protagoniste dei cambiamenti dei costumi della società. E man mano che si percorre il ‘900 attraverso questi racconti, si nota subito come queste donne dimostrano di assumere sempre più coscienza e un ruolo attivo nelle storie raccontate: non sono più solo una voce narrante, ma tracciano e determinano l’evoluzione del racconto stesso. Qui non ci sono storie da romanzi rosa o, come si dice in inglese, “girly” in cui la donna viene raccontata mediante cliché. Al contrario, ci sono storie di donne che provano gioia, passione, compassione, dolore. È rappresentata tutta la ricchezza della vita declinata al femminile, anche se ormai trovo questa distinzione di genere un po’ sterile: soffriamo tutti e credo che molti uomini si possano riconoscere in molte dinamiche raccontate in queste storie. Spesso leggo dibattiti sulla necessità di dare più spazio e di leggere più autrici femminili, io credo che la risposta sia tutta in queste due raccolte.

Infine, è molto interessante notare il numero di scrittrici irlandesi che abbiano avuto la possibilità di sviluppare il proprio talento di scrittrice e mi chiedo se una operazione del genere si possa fare anche con scrittrici italiane e fare un’antologia in grado di ricoprire due secoli. Credo che una delle cose che renda posti come Dublino più culturalmente in fermento è l’esistenza di importanti università che riescono a catalizzare le energie creative. La presenza del Trinity College fondato a Dublino nel 1592 ha permesso di diffondere nella città idee nuove, di sviluppare lo spirito critico, di diffondere la cultura. E la stessa Edgeworth era figlia di un uomo di cultura che la invitava a coltivare le sue doti di scrittrice. Negli ultimi anni di vita del padre curarono insieme addirittura un trattato da presentare al governo sull’educazione scolastica nazionale. Qualunque famoso autore dublinese come Joyce, Stoker, Le Fanu o Wilde intreccia la propria vita con il Trinity College. Il segreto è sempre lo stesso da secoli: alzare il livello culturale della società promuove sempre la crescita dei talenti e la circolazione delle idee. E non sono proprio le università i luoghi di eccellenza a ricoprire questo ruolo?


[1] «Lei, lei, lei. Lei cosa? La vergine alla vetrina di Hodges Figgis lunedì, alla ricerca dei libri alfabetici che avresti scritto».

[2] The Glass Shore: Short Stories by Women Writers from the North of Ireland, Edited by Sinéad Gleeson, New Island Books, 2016. L’antologia non è stata tradotta in italiano.

I racconti da Shakespeare dei fratelli Lamb

Illustrazione dalla copertina dell’edizione Penguin (Puffin Classics)

 

A volte le storie che accompagnano la nascita dei libri dicono molto più di ciò che effettivamente raccontano sulla pagina. Quella dietro Tales from Shakespeare (Racconti da Shakespeare) rientra sicuramente in questo caso.

Tales from Shakespeare, infatti, fu tante cose insieme. Oltre che un caso letterario di successo, fu un progetto editoriale intelligente e pionieristico, un’occasione di riscatto per una donna sfortunata e un esempio di innovazione letteraria. Fu anche un frutto genuino della poetica romantica. Un’espressione felice di un’idea non affatto scontata, ma molto cara a poeti, filosofi e letterati vissuti tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo: coltivare l’immaginazione può spalancare le porte della mente e amplificare la nostra capacità di conoscere rendendoci ricettivi, aperti e puri. Creatori e “poeti” per sempre. Immaginazione, dunque, come leva moltiplicatrice della conoscenza. I primi segni di un concetto che avrebbe fatto strada: quello del fanciullino, o “inner child”.

Ma andiamo con ordine. Di cosa stiamo parlando?

Tales from Shakespeare è una raccolta di adattamenti in forma di racconto di venti opere del genio di Stratford-upon-Avon. Fu scritta “a due mani” dai fratelli Charles e Mary Lamb sul finire del 1806 e pubblicata il Natale del 1807 facendo capolino per la prima volta tra gli scaffali della Children’s Library di William Godwin, famoso illuminista e padre di un’altra Mary; quella che avrebbe sposato il poeta Percy Bysshe Shelley e scritto Frankenstein in una notte buia e tempestosa al termine di una sessione di lettura di racconti di fantasmi.

Ora, se non siete studiosi di critica letteraria ma attenti lettori, potreste aver già incontrato Charles Lamb all’inizio di Una stanza tutta per sé, la famosa raccolta di saggi del 1929 in cui Virginia Woolf rifletteva sul rapporto tra la scrittura e l’essere donna. In quel libro prezioso l’autrice di Gita al faro rievocava con queste parole lo spirito raffinato e poetico del nostro autore:

«(…) tra tutti i morti, Lamb è quello il cui spirito è più affine al mio; colui al quale avrei voluto domandare: “Ditemi, come avete fatto a scrivere i vostri saggi?”. Perché i suoi saggi sono superiori persino a quelli di Max Beerbohm, pensavo, nonostante la perfezione di questi ultimi; hanno quelle fiammate incontenibili di immaginazione, quello scoppio, quel lampo di genio nel mezzo del discorso, sicché questo rimane spaccato e imperfetto ma costellato di poesia».

L’opinione della Woolf, che non a caso parlava di immaginazione e poesia, è ampiamente condivisibile. Lamb fu effettivamente una personalità fuori dal comune. Sperimentò con la poesia (tra gli altri, ebbe rapporti diretti con Wordsworth, Coleridge, Shelley e Hazlitt), scrisse per il teatro, fece ricerca storica ridando luce agli autori contemporanei messi in ombra dal genio di Shakespeare e inventò il genere del saggio umoristico e autobiografico. Una tipologia di scritto che più tardi, in epoca vittoriana, divenne un classico molto amato. Fu insomma quello che oggi chiameremmo un intellettuale illuminato, un letterato in grado di prendere le giuste distanze dalle correnti dell’epoca, assorbirne con lucidità il meglio e servirsene per esplorare vie diverse, nella lettura dei testi così come nel pensare progetti editoriali di largo respiro come, appunto, Tales from Shakespeare.

In questo caso, l’idea di scrivere una raccolta di racconti nacque dopo una deludente ricognizione in libreria fatta insieme alla sorella. Un’esperienza che lasciò Charles e Mary piuttosto contrariati. Com’era possibile, scrisse Charles nel 1802 al compagno di scuola e amico Samuel Taylor Coleridge, che i libri per bambini fossero così aridi? Com’era possibile che in quei tomi non ci fossero avventure, ma solo precetti, divieti e pedanterie? Dov’erano le storie? Dov’era il cibo per l’anima? Come sarebbero cresciute quelle piccole menti? Perché trattare i fanciulli come dei piccoli adulti lasciandoli in balia di un freddo nozionismo?

Quel che ci voleva, invece, era un tocco di wilderness. Ci volevano delle «wild tales», delle storie selvagge che scuotessero lo spirito dalla monotonia della vita quotidiana e fornissero una potente base per sviluppare le facoltà intellettive. Cibo per diventare magari adulti più consapevoli e aperti alle meraviglie del mondo.

Proprio a ravvivare la mente dovevano servire quei «riassunti imperfetti», come li chiamarono gli stessi autori nella prefazione della prima edizione. Secondo i Lamb, quei testi in prosa dovevano offrire ai bambini e alle bambine dell’epoca (queste ultime totalmente tagliate fuori dall’insegnamento scolastico e dalle biblioteche dei padri accessibili solo ai maschi) la possibilità di avvicinarsi all’eccellenza della letteratura inglese in modo totalmente diverso. Senza i moralismi e le ingessature pedagogiche di cui abbondavano i libri a loro dedicati, ma prendendo quelle stesse storie per quello che erano e sono ancora oggi per noi: dei portentosi strumenti per interrogare noi stessi e nutrire lo spirito.

Questa era l’ambizione. Tales from Shakespeare, però, rappresentava per Charles e Mary anche una cosa molto concreta: la speranza di un guadagno economico. Un balsamo con cui alleviare le sofferenze e le miserie che avevano lasciato tracce indelebili nei loro spiriti e nei loro fisici.

Passettino indietro. Nati in una famiglia povera, i due fratelli vissero i primi anni in una casa donata da un benefattore, rifugio che dovettero presto abbandonare alla morte del proprietario. Rimasti senza altri appigli per sopravvivere, i due ragazzi furono costretti a fare molti sforzi per assicurarsi un minimo di sostentamento. Per non finire in mezzo ad una strada, Charles iniziò a lavorare come impiegato per la “Compagnia delle Indie orientali” compilando libri mastri per i successivi trent’anni, mentre Mary imparò a cucire mantelli per signora, lavoro che odiava con tutte le sue forze e che alternava alla cura dei genitori, entrambi degenti.

A rompere quel fragile equilibrio, fu il crollo psicologico di Mary nel 1796, anno in cui a seguito di un eccesso di follia uccise la madre con una coltellata e ferì il padre. Dopo essere stata giudicata insana di mente, Mary fu rinchiusa per un anno in manicomio per poi essere affidata, una volta uscita, alla tutela del fratello, a sua volta vittima di diverse crisi e ricadute. Nonostante le difficoltà, Charles diede prova di abnegazione e amore fraterno e alla morte del padre si prese cura della sorella dividendo con lei la casa e le sue ambizioni letterarie.

Dopo la suddetta visita in libreria del 1802, fu proprio pensando alla fragilità di Mary che Charles stabilì la suddivisione del lavoro per Tales from Shakespeare. Per non aggravare ulteriormente la salute della sorella, decise di occuparsi dell’adattamento in prosa delle tragedie lasciando a Mary le commedie. I morti, il sangue versato, la follia non sarebbero state una materia semplice da rielaborare. In questo modo, giorno dopo giorno, lavorando allo stesso tavolo, uno di fronte all’altro, i due misero insieme i seguenti racconti:

La Tempesta, Sogno di una notte di mezza estate, Racconto d’inverno, Molto rumore per nulla, Come vi piace, I due gentiluomini di Verona, Il mercante di Venezia, Cimbelino, Re Lear, Macbeth, Tutto e bene ciò che finisce bene, La bisbetica domata, La commedia degli errori, Misura per misura, La dodicesima notte, Timone d’Atene, Romeo e Giulietta, Amleto, Otello e Pericle, principe di Tiro.

Ma che racconti erano? Cosa restava di Shakespeare nella forzata traduzione in prosa?

Leggendoli nel 2017, i racconti di Tales from Shakespeare non appagano chi già conosce e ama l’opera del Bardo, ma sorprendono molto per la modernità dell’approccio. Nella prosa non c’è la potenza immediata dei versi. Né quella magica stratificazione di immagini e parole con cui solo Shakespeare sapeva rendere il racconto dell’ambiguità umana. Al contrario, c’è invece un narratore onnisciente che si colloca al di fuori dell’azione, una voce rassicurante che offre una interpretazione univoca facendosi carico di spiegare ai giovani e giovanissimi lettori le ragioni del bene e del male.

L’operazione, tuttavia, non si riduce ad un generale edulcoramento, né dei fatti né della complessità della realtà. È piuttosto un sunto efficace dello spirito di quelle famose storie. Non ci sono lezioni, ma inserimenti intelligenti. Qua e là, ad esempio, Charles e Mary si permettono anche qualche nota di contesto. È il caso di Macbeth in cui Charles ricorda la successione delle casate sul trono d’Inghilterra o quello di Sogno di una notte di mezza estate, che Mary, facendo trasparire il suo tocco di donna, fa iniziare così:

«Molto tempo fa, nella città di Atene una legge accordava ai padri il potere di obbligare le figlie a sposare un pretendente scelto per loro; se una giovane rifiutava, la legge dava al genitore la facoltà di chiederne la condanna a morte; tuttavia, siccome i padri di solito non desiderano la morte delle figlie, anche se disobbedienti, questa legge veniva applicata molto di rado, o, per meglio dire, mai, anche se spesso i genitori se ne servivano per domare le figlie ribelli…».

“Riassunti imperfetti”, insomma, eppure profondamente rispettosi di Shakespeare, il quale rivive in alcuni virgolettati che riproducono fedelmente i suoi versi. A beneficio di letture future e più mature.

Tirando le somme, Tales from Shakespeare fu una raccolta di un grande successo che ispirò un nuovo modo di raccontare ai più piccoli. Charles e Mary Lamb divennero quasi dei divulgatori ufficiali di Shakespeare tanto che la loro opera venne apertamente lodata dal famoso circolo londinese di Bloomsbury, quello di Virginia, Leonard Woolf e innumerevoli altri artisti e intellettuali.

Dopo il successo di quella raccolta, Charles si dedicò anche ad altri progetti editoriali continuando ad occuparsi della sorella. Quando infine la follia di Mary si aggravò, pur di non lasciarla si trasferì con lei in una clinica psichiatrica privata morendo per le conseguenze dell’alcolismo a soli cinquantanove anni. Mary gli sopravvisse altri dodici anni, ormai totalmente pazza. Alla sua morte fu sepolta accanto al fratello nel cimitero di Edmonton nel Middlesex. Vicini, come erano sempre stati. Era il 1847. Il suo nome era stato incluso accanto a quello del fratello sul frontespizio delle Tales solo nel 1838, alla settima edizione.


Tales from Shakespeare, Charles and Mary Lamb; Penguin Classics, 2007

Racconti da Shakespeare, Charles e Mary Lamb; Bur Ragazzi, 2010

 

Martin il romanziere, di Marcel Aymé

Le Passe-Muraille

Quando i mondi della fantasia e della satira si uniscono

Come nel mio non troppo lontano primo articolo su queste pagine, oggi voglio tornare a parlarvi di narrativa di genere. Lo faccio con Martin il romanziere, una bellissima raccolta di racconti uscita lo scorso anno per L’orma editore.

Prima di tutto l’autore. Chi è questo Aymé? Ammetto di essermelo domandato anche io quando questo libro mi è stato raccomandato, ma vinto dalla curiosità e dall’ottima qualità dell’edizione mi sono portato a casa il volume senza stare a pensarci troppo su.

Marcel Aymé, come forse lascia intuire il nome, è uno scrittore di origine francese, vissuto nella prima metà del secolo scorso. Famoso in patria per i suoi romanzi e racconti fantastici e per le sue pièces teatrali, da noi ha avuto una certa fortuna editoriale quasi solo con una raccolta per ragazzi (Les Contes du chat perché, apparsi in diverse edizioni nel corso degli anni). Fino all’anno scorso almeno, quando L’orma ha deciso di riproporcelo con una selezione dei suoi racconti più riusciti, che spero tanto essere la prima di una lunga serie.

Marcel Aymé fu uno spirito ribelle e poco avvezzo ad adeguarsi a qualsiasi ruolo preconfezionato ci si sarebbe potuto aspettare per lui, non riconoscendosi in alcuna corrente politica fu fedele sempre e solo a quello che di volta in volta gli suggeriva il suo istinto e il suo spirito. Questo atteggiamento anticonformista gli procurò diverse critiche, soprattutto per alcune scelte vicine alla destra radicale durante il periodo di occupazione. Critiche alimentate anche da alcune frequentazioni, giudicate poco raccomandabili, tra le quali spicca Louis-Ferdinand Céline, che, come ci ricorda nella prefazione Carlo Mazza Galanti, traduttore e curatore dell’antologia, veniva considerato dal nostro autore come: «Il più grande scrittore francese vivente, e forse il più grande lirico che abbiamo mai avuto»[1]A Céline è riservato anche l’onore di comparire come comparsa nel racconto La carta del tempo il primo di questa raccolta. Coerentemente con il suo modo di essere il nostro autore rifiutò la Legion d’onore nel 1949 e l’invito ad entrare a far parte dell’Académie française dieci anni dopo, e visse guardando sempre con divertito distacco e un pizzico di disprezzo al mondo degli intellettuali parigini e della cosiddetta cultura ufficiale.

Chi di voi ha avuto la fortuna di visitare Parigi ha forse avuto anche l’occasione di passeggiare in piazza Marcel Aymé, caratterizzata dalla presenza della statua in bronzo di un uomo (la stessa che trovate nell’immagine in alto, sì), colto nell’atto di attraversare un muro. Quell’uomo altri non è che Dutilleul, o le passe mureille, protagonista dell’omonimo racconto (non contenuto in questa edizione), e personaggio con il quale diversi parigini e molti turisti di passaggio amano immortalarsi, nel tentativo di aiutarlo ad uscire dal muro. Le fattezze della statua, per altro, sono proprio quelle dell’autore.

Il monumento è una perfetta sintesi del modo di Aymé di fare narrativa. I suoi racconti partono tutti da un presupposto fantastico, per poi seguire lo svolgimento degli eventi in maniera naturale. Troviamo: personaggi che prendono vita per rivolgere lamentele all’autore che li ha creati (com’è il caso del racconto che dà il titolo alla raccolta), leggi che impongono alla popolazione di ringiovanire (nel corpo ma non nello spirito), personaggi che hanno la facoltà di potersi moltiplicare a piacimento, e simili situazioni fantastiche, che al lettore risultano molto gustose e divertenti, ma che per i protagonisti sono non di rado fonte di angosce e di problemi. Queste sono solo alcune delle trovate dell’autore transalpino, che poi procede nella narrazione sviscerando tutte le conseguenze della situazione paradossale che vi ha dato inizio. Fino ad arrivare ad un finale che spesso ribalta all’ultimo secondo le aspettative che il lettore si era formato fino a quel momento.

Oltre ai risvolti fantastici questi racconti, ciascuno dei quali è un piccolo gioiellino, sono caratterizzati da un’ironia pungente, e sbeffeggiano apertamente il mondo della borghesia parigina, con tutte le sue convinzioni e i suoi codificati regolamenti. Un esempio tra tanti: nel racconto La grazia il protagonista, come premio per le sue virtù e la sua condotta di cristiano modello (addirittura il migliore di tutta Montmartre!), viene ricompensato direttamente dall’Altissimo con una luminosissima aureola, da sempre simbolo di santità, che gli compare proprio attorno alla testa. Ebbene la reazione della moglie del pio uomo è:

«Che roba è questa?» diceva. «Vorrei sapere che figura ci facciamo coi vicini, coi negozianti del quartiere e con mio cugino Léopold! C’è poco di cui andare fieri. È soltanto una cosa ridicola. Vedrai, si metteranno tutti a parlare di noi.»

Inutile dire che l’atteggiamento della moglie dello sventurato protagonista avrà non poche conseguenze sullo sviluppo della trama.

Le storie raccontate da Marcel Aymé sono tutte così. Pur avendo all’incirca lo stesso schema, (situazione paradossale; conseguenze; finale imprevedibile) riescono a sorprendere il lettore con una freschezza sempre nuova, che non stanca. Pur essendo caratterizzati da una forte vena umoristica i racconti hanno la capacità di spingere il lettore a riflettere su aspetti della contemporaneità che sono ancora molto attuali, e che vengono messi alla berlina con uno stile satirico ma mai stucchevole. Non è sempre facile coniugare leggerezza con la profondità, ma questa antologia di racconti ci riesce benissimo. Consigliata per chi cerca una lettura leggera ma allo stesso tempo non banale.


[1] Carlo Mazza Galanti, prefazione a Martin il romanziere, L’orma editore, 2016, pag. 10.

Philip Roth e la genesi di uno scrittore

Photo by Darius Anton

In un pomeriggio di aprile del 1959, Philip Roth era più impaziente del solito. Tre volte uscì di casa per raggiungere l’edicola sulla Quattordicesima Strada e trovare il nuovo numero del New Yorker; tra quelle pagine c’era Defender of the faith, il secondo racconto che aveva scritto, il primo pubblicato da una rivista importante. In quel periodo Roth aveva lasciato sua moglie Josie, si era trasferito nel Lower East side e aveva deciso che avrebbe provato a vivere soltanto della sua scrittura.

Defender of the faith è una storia ambientata sul finire della seconda guerra mondiale. Il protagonista è Nathan Marx, un sergente ebreo che nel maggio del ’45 viene rispedito negli Stati Uniti per dirigere una compagnia di addestramento a Camp Crowder, nel Missouri. Alcuni soldati cercano di ottenere dei favori dal nuovo sergente sfruttando la comune ebraicità. Uno su tutti: la recluta Glossbart, un diciannovenne subdolo e bugiardo che mette in atto ogni stratagemma possibile per ottenere ciò che vuole. Il sergente Marx sarà costretto a prendere una decisione drastica per mettere in riga il soldato.

Defender of the faith scatenò reazioni violente presso la comunità ebraica, diventò tema di discussione nei sermoni dei rabbini, nei confronti familiari, in ogni dibattito universitario. Roth fu chiamato a rispondere di quel testo outrageous di fronte agli esponenti dell’Anti-Defamation League e a difendersi dalle accuse con articoli e interventi pubblici. Forse perché era il primo racconto che trattava l’argomento senza moralismo, forse perché era il primo racconto che trattava l’argomento su una rivista come il New Yorker (il direttore di allora era l’ebreo William Shaw. Tra i collaboratori ebrei del tempo il giornale vantava scrittori del calibro di J. D. Salinger). Centinaia di lettere di protesta invasero la redazione: il racconto era un attentato alla dignità degli ebrei. Philip Roth guadagnò l’appellativo di scrittore controverso e venne accusato di utilizzare la letteratura per dar libero sfogo alla sua inclinazione antisemita.

Roth non riusciva a capire: Defender of the faith era un’opera di fantasia e come ogni opera di fantasia attingeva dalla realtà senza mai raccontarla davvero. Perché doveva subire un trattamento del genere? Era possibile? Soprattutto: era giusto? Che colpa ne aveva lui se alcuni ebrei si erano riconosciuti nei difetti del soldato Glossbart?

Non tardai a capire che per odio di sé si intendeva una ripugnanza interiorizzata, ma non necessariamente consapevole, per i segni riconoscibili del proprio gruppo che culmina o in una serie di sforzi quasi patologici per espungerli o nella brutale denigrazione di coloro che ne sono così ignari da non provarci nemmeno.

La comunità intravide in quel racconto una mancata sensibilità per la sofferenza del popolo ebraico. Quale sofferenza, si chiedeva Roth. A dispetto dei divieti imposti dalla religione, i ragazzi sentivano sotto la pelle la stessa eccitazione dei loro coetanei, l’emozione di crescere nel più grande paese della terra. Gli ebrei americani non erano gli ebrei europei. Il peso di un passato che alcuni sentivano di portare addosso era solo l’ombra di un fantasma che nessuno aveva mai visto. Nelle scuole, nei campus, i giovani ebrei vivevano da veri americani, e questo era sotto gli occhi di tutti. Se c’era qualche differenza era da ricercare nello spirito, non in ciò che distingue un cattolico da un ebreo, ma un essere umano dall’altro.

Defender of the faith fu incluso nella raccolta Goodbye, Columbus e nel 1960 Roth vinse il National Book Awards. La polemica aveva attirato interessi, acceso discussioni e spinto il racconto più di quanto sarebbe successo se fosse stato scritto da qualcun altro. Roth presentò il libro in diverse occasioni, sia in America che in Europa. I suoi interventi erano brillanti, autoironici ma misurati; sapeva di avere a che fare con un pubblico pronto a scaldarsi al momento opportuno. Nel 1962 accettò di partecipare a un incontro organizzato dalla Yeshiva University di New York. Anche se il titolo della conferenza lo lasciava un po’ perplesso, La crisi di coscienza dei narratori delle minoranze, sapeva che declinare l’invito di una scuola ebrea ortodossa sarebbe stato considerato un affronto, l’ennesimo che gli avrebbero attribuito. Non aveva scelta ma si sentì rassicurato dal fatto che non sarebbe stato solo; insieme a lui erano stati invitati gli scrittori Ralph Ellison e Pietro Di Donato. Per i primi venti minuti i tre si presentarono al pubblico con alcune dichiarazioni introduttive sulla propria carriera. Roth aveva scritto il suo discorso per evitare che l’ansia del momento gli facesse dire cose che potevano essere fraintese. Conclusi gli interventi, il moderatore prese la parola e, quasi ignorando gli altri due, si rivolse a Roth e chiese: «Signor Roth, lei scriverebbe gli stessi racconti che ha scritto se vivesse nella Germania nazista?». Roth si rese conto che qualsiasi cosa avrebbe detto non avrebbe avuto importanza perché il processo era cominciato. Il pubblico fu chiamato a intervenire e lo scrittore capì che quel fervore non era dovuto soltanto a un giudizio negativo sulla sua scrittura: quella gente lo odiava sul serio. Il suo corpo reagì in modo inaspettato; avvertì un senso di profonda spossatezza, come uno stato d’incoscienza. Ralph Ellison condivideva la stessa posizione intellettuale di Roth e dopo trenta minuti di attacchi trasversali, sentì il bisogno d’intervenire per difendere il collega e spegnere gli animi. Il moderatore ringraziò gli scrittori e dal pubblico partì un applauso poco spontaneo. Roth cercò di allontanarsi ma venne circondato dalla cellula più ostile della folla che lo costrinse in una morsa di imprecazioni e insulti. «Fate largo, me ne vado!».

Era arrabbiato, così arrabbiato che promise a se stesso che non avrebbe scritto una parola in più sugli ebrei. Ma in quel giorno, che nella sua autobiografia [1] ricorda come uno dei più duri della sua vita, Roth aveva scoperto anche che l’aggressività che accompagnava il tema dell’autodefinizione ebraica era un magma inesauribile, una fonte d’ispirazione che non avrebbe potuto ignorare.

Dopo un’esperienza come la mia alla Yeshiva, bisognava che uno scrittore non fosse affatto uno scrittore per andare a cercare altrove qualcosa di cui scrivere. L’umiliazione che avevo subito davanti ai bellicosi spettatori della Yeshiva – anzi, la rabbiosa opposizione ebraica che avevo suscitato praticamente dall’inizio – fu l’occasione più fortunata che potessi avere. Ero marchiato a fuoco.

«Fanatica sicurezza, fanatica insicurezza» era questo il dramma degli ebrei d’America, lo stimolo che spinse Roth a creare Nathan Zuckerman, il suo alter ego, a scrivere Pastorale americana (Pulitzer per la narrativa nel 1998). A diventare quello che è oggi: uno dei più grandi rappresentanti della letteratura ebraico-americana nel mondo.

 


[1] Philip Roth. I fatti: autobiografia di un romanziere. Einaudi editore, 2013. Traduzione di Vincenzo Mantovani (pp. 118-136).